San Filippo Neri ed il cibo, dono della Divina Provvidenza
Il mese di maggio è significativo e importante per Gioia del Colle perché il giorno 26 ricorre la festa del Santo Patrono: San Filippo Neri. Su San Filippo Neri si sono scritti numerosi libri, che approfondiscono diversi aspetti della santità di Filippo sin dalla tenera età, attraverso le varie tappe della sua vita e le […]

La statua di San Filippo in processione a Gioia del Colle
Il mese di maggio è significativo e importante per Gioia del Colle perché il giorno 26 ricorre la festa del Santo Patrono: San Filippo Neri.
Su San Filippo Neri si sono scritti numerosi libri, che approfondiscono diversi aspetti della santità di Filippo sin dalla tenera età, attraverso le varie tappe della sua vita e le diverse scelte da lui operate.
Sono stati scandagliati anche alcuni momenti, apparentemente superflui o di scarsa valenza a riguardo della sua santità, come il suo atteggiamento nei confronti del cibo.
Pietro Giacomo Bacci, prete della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, nella Vita di San Filippo Neri Fiorentino, fondatore della Congregazione dell’Oratorio, ci parla appunto anche di questo aspetto della vita del Santo. Precisamente nel Libro 1, cap. 3, n.4, ricordando che Filippo era giunto all’età di 20 anni, dice: Il santo Giovine, mentre stette quivi (a Roma), a casa d’un Gentil’huomo Fiorentino chiamato Galeotto Caccia, che fù per molti anni, fece una vita molt’aspra, e rigorosa, standosene, per quanto potea, solitario: di modo che alcuni han detto, ch’ei facesse più tosto vita eremitica, ch’altrimente.
Nel cibo era così astinente, che parea non si curasse di mangiare, né di bere. Soleano que’ di casa in quel principio serbargli qualche parte di companatico; ma non volendo egli cosa alcuna, pigliava un pane, e si ritirava à basso nel cortile à canto al pozzo, e quivi mangiava quel pane, e poi beveva dell’acqua, aggiungendovi alle volte alcune poche herbe, overo olive, e per ordinario mangiava una sola volta il giorno: anzi tal volta stette insino à tre giorni intieri senza prender cibo di sorte alcuna, e senza bere: ond’egli stesso, fatto poi Sacerdote, solea raccontare con buona occasione a’ suoi figliuoli spirituali, eccitandoli alla mortificatione della carne, come in sua gioventù se la passava con dieci giulii il mese.
Non si deve giustificare questo atteggiamento di San Filippo con la volontà di non approfittare della generosità della famiglia che lo ospitava, anche perché Filippo per corrispondere all’amorevolezza di quel Gentil’huomo, non si sdegnò prender la cura di due suoi piccioli figliuoli, ammaestrandoli nelle lettere, e ne’ buoni costumi, ma in particolare nella purità, e modestia, sì che diventarono come due Angeli.
Piuttosto sembra che si facesse spazio nel suo animo la moderazione e la consapevolezza di utilizzare quella quantità di cibo sufficiente alla sua sana crescita, una specie di dieta ante litteram o la convinzione di non dare spazio al vizio capitale della “gola”. Il suo nutrimento quotidiano prediletto era la preghiera e l’Eucarestia.
A proposito del peccato di gola, si racconta che San Filippo era solito dire ai suoi che non bisognava mangiare fuori dai pasti, altrimenti non sarebbero mai avanzati nella vita spirituale. Per questo cercava di correggere i più golosi con qualcuna delle sue tecniche persuasive.
Uno dei suoi era particolarmente ghiottone. Il Santo lo chiamò e gli chiese: “Qual è il cibo che ti fa peccare più spesso di gola?”. “Padre – rispose il giovane – non riesco a trattenermi di fronte ad un piatto di salame”.
“Non ti preoccupare, adesso ci penso io a guarirti”. Il santo prese un coperchio di latta e con un pennello e la vernice rossa scrisse, a caratteri cubitali, ‘per aver mangiato il salame’. Poi fece due fori sul coperchio e con uno spago lo appese sulle spalle del giovane. Lo inviò a Campo de’ Fiori raccomandandogli di non togliersi il cartello per nessun motivo. Appena il giovane comparve sulla piazza tutti lo fissarono stupiti e dopo aver letto la scritta iniziarono a prenderlo in giro e a ridere tra loro. “Buona il salame, eh”, gli dicevano sghignazzando.
Alcuni giovani non si fermarono qui e visto che quel coperchio di latta sembrava un bersaglio ideale, iniziarono a tirargli i sassi. Il giovane, vista la malaparata, fuggì di corsa verso l’Oratorio. “Che ha detto la gente?”, gli disse Filippo al vederlo tornare. “Si sono messi a sfottermi e a tirarmi i sassi”. “Buon per te! E che ti serva da lezione per correggerti”, concluse il santo ridendo.

La vita di San Filippo Neri del Padre Bacci, tradotta in italiano corrente
Sempre Padre Bacci nel Libro II, cap. XIV, capp. 1-6, della citata vita di San Filippo, parlando dell’astinenza, riporta: Mortificò in oltre Filippo la carne sua con l’astinenza, uno de’ principali ajuti per mantenere, e conservare la purità; perciò oltre à quello, che fece in gioventù, come à pieno si è detto nel primo libro, fù solito, fatto Sacerdote, la mattina, ò di non prender nulla, ò ricrearsi solamente con un poco di pane. La sera poi per l’ordinario se la passava con un’insalata cruda, e con un’ovo, ò un pajo al più. E per ordinario non se gli portava pane, ma mangiava il rimanente di quello, che se gli era portato la mattina per collatione. Vi aggiungeva però alle volte secondo i tempi qualche frutto; anzi si contentava d’una delle sopradette cose; & il Cardinal Baronio in un sermone disse, che il Santo digiunava sempre ogni dì. Non mangiò mai latticinij, né altro cibo condito con essi, né minestra; e rare volte pesci, e rarissime carne, se non ò per infermità, ò perche mangiasse con qualche forestiere; si che quando passava pe’ macelli dicea:Per gratia di Dio non hò bisogno di queste cose; e stando in S. Girolamo della Carità, se tal volta gli era mandata carne, la solea dare à que’ giovinetti, che quivi servono le Messe. Or quantunque fosse così poco il suo vitto, avvertiva però, che sempre gli avanzasse qualche cosa; solito di serbare i pezzi di pane in una canestrella; e quando i suoi penitenti andavano da lui, gli dava loro à mangiare, per mortificarli: benche tal volta li prendessero eglino stessi di nascosto, e li distribuissero ad altri per divotione.
Se poi, per comandamento de’ Medici, pigliava qualche cosa di sostanza, solea lamentarsi dicendo, che gli facea male, e che lo faceano mangiar troppo, e con grandissimo suo travaglio vi s’inducea. E negli ultimi giorni della sua vita, dopo che si era comunicato, quando se gli ricordava, che facesse la solita collatione, solea rispondere;La colltione è fatta; & altre volte trovandolo i suoi, ch’ei non havea mangiato, e domandandogli la cagione, rispondea, che se n’era scordato.
Mangiava ordinariamente in camera solo, con apparecchio d’una salvietta sopra d’un tavolino, e senza alcuna sorte di servitù: e non andava in Refettorio, parte per occultarsi nella virtù dell’astinenza, e parte perche, havendo per tanti anni continuato un vitto così tenue, non havrebbe potuto mangiare con gli altri senza detrimento notabile della sanità, ò senza dimostrarsi singolare: alcune volte però condescendeva di mangiare in compagnia d’altri: il che faceva per guadagnar anime, & addomesticarsi con loro; & all’hora cercava di fuggir ogni sorte di singolarità, & ostentatione, co’ proporre anco qualche ragionamento spirituale.
Nel bere era parcissimo, che però haveva un fiaschetto, così piccolo, che tenea solamente un bicchiero, e nel vino mettea tant’acqua che piu tosto si potea dire acqua avvinata, che vino adacquato: e quel poco che bevea, lo bevea svanito, e perche alle volte era stato nel fiaschetto due, ò tre dì, & alcune volte solea bere acqua pura. Adoprava bicchieri piccoli di vetro assai grosso senza piede; uno de’ quali, ancorche rotto, si ritrova in Cracovia, Città Regia di Polonia, & in un ricchissimo Reliquario d’argento, fù portato processionalmente con molta pompa per quella Città, nella festa della Canonizatione de’ cinque Santi.
Fu finalmente così astinente, che Medici di gran nome affermarono con giuramento, ch’ei non potesse naturalmente sostentarsi con sì poco cibo, e sì poca bevanda, e fu creduto che vivesse più tosto per virtù del Santissimo Sacramento, ch’ogni giorno prendea, che per cibo corporale.
Ma ancorche egli fosse così austero nella persona sua, non volea però, che li suoi in ciò l’imitassero: e dicea loro, che à tavola, massimamente dove si convive, di dee mangiare d’ogni cosa, e non dire: Quello non voglio, ò quello non mi piace; e però non volea, che quelli di Congregatione domandassero vivande particolari, se non per bisogno; mà si contentassero di quello, che Dio manda loro: dispiacendogli ancora grandemente, che si mangiasse fuor di pasto; onde ad uno, che havea questa consuetudine, disse: Tù non havrai mai spirito, se non t’emendi di questo. Dava ancora per documento, che non si cominciasse mai à mangiare prima de gli altri, né avanti che si entrasse à tavola, e che fosse fatta la benedittione.
Quanto più s’invecchiava, tanto più esso aumentava l’astinenza, e la parsimonia; non solo per mancamento del vigore, che porta l’età, mà per desiderio di patire, e di macerare tuttavia più il suo consumato corpo, e se qualcheduno gli dicea, che volesse haver riguardo horamai, non alla vecchiezza, mà alla decrepità, egli ò divertiva il ragionamento, ò ridendo rispondea: Il Paradiso non è fatto pe’ poltroni.

Refezione nel Giardino Mattei, durante a Visita alle Sette Chiese. Dipinto di anonimo settecentesco.
Anche quando San Filippo organizzava la peregrinatio alle Sette Chiese, dopo aver camminato ed essendo giunta l’ora di pranzare, faceva sedere quelli che erano intervenuti e dava a ciascuno pane e vino annacquato a sufficienza e un uovo con un poco di cacio e qualche frutto.
Di seguito riporto un articolo del nostro concittadino, l’insegnante Giuseppe Montanarelli, dal titolo San Filippo Neri ed il cibo, dono della Divina Provvidenza, nel quale lo studioso esamina altri aspetti del suo comportamento nei confronti del cibo.
San Filippo Neri, riguardo al cibo, da Lui definito Dono Eucaristico della Divina Provvidenza, portava avanti un regime alimentare molto sobrio e semplice, povero e basilare.
Si racconta che quando era giovane, per diversi anni, il cibo che mangiava quasi quotidianamente fosse prevalentemente pane ed olive. Faceva il precettore presso la casa del doganiere Galeotto Del Caccia, era intorno al 1534, e gli veniva fornita della farina che Lui portava dal fornaio e faceva trasformare in pane, che poi mangiava solitamente presso il pozzo della casa, accompagnandolo alle olive. Non di rado, il panettiere, sapendo i gusti dell’Apostolo di Roma, impastava le olive, anche denocciolate, all’interno delle tre pagnotte appositamente preparate per il Maestro Filippo Neri. Un cibo essenziale, un condimento semplicissimo, e anche negli anni a venire sembra che la Sua alimentazione fosse improntata ad una grande sobrietà.
Si narra che facesse pasti veloci, accompagnati da acqua e ridotte quantità di vino, che mangiasse poco, con prevalenza di verdure cotte e crude, olive, pane, una fetta di cacio ovino e pochissima carne, specialmente pollame, che all’epoca rappresentava un lusso, a cui si rinunciava sia per motivi economici che per la ricerca di una moderazione interiore che passava anche attraverso il cibo.
Solitamente, in occasione delle solennità religiose e liturgiche importanti consumava piccole porzioni di pesce grigliato o in brodo, antico simbolo cristiano che rappresentava Gesù, fluviale, pescato da suoi ragazzi nel fiume Tevere o marino, donato dai pescatori del porto di Ostia, accompagnato da un frutto di stagione, preferibilmente le mele, crude o cotte.
Era l’epoca in cui vigevano le regole dei lunghi periodi della cucina di magro, e anche uova e latticini rientravano nella categoria dei cibi ritenuti espressione di lusso e quindi esclusi o da mangiare con estrema parsimonia.
C’è un piatto, però, che gli viene dedicato, “le polpette di cacio e uova di Padre Filippo Neri” e trae spunto da una canzone che Lui probabilmente cantava insieme ad alcuni suoi amici frati domenicani che frequentava.
La canzone recitava:”A mensa i suoi sono cibi grossi, come dir uova e cacio, erbette e zucche. Erbette e zucche, talvolta frutto”, evocando il cibo che veniva mangiato nelle comunità monastiche.
Gli vengono così dedicate le polpette di cacio e uova, denominate di San Filippo Neri, un piatto di cucina povera e quotidiana, fatta con ingredienti semplici e nutrienti che danno gioia al palato e forza al corpo.
Nel tempo le polpette di San Filippo Neri sono diventate un piatto tipico della cucina laziale e di tutto il Centro Italia.
La tradizione gastronomica romana riporta la ricetta delle polpette di San Filippo Neri, tramandata dallo stesso Santo Fiorentino, con anche le dosi medie per quattro persone. Occorrevano: 5 uova intere, 200 grammi di cacio di pecora semi stagionato, 180 grammi di mollica di pane, 1 ciuffo di prezzemolo, 200 millilitri di olio extravergine di oliva, 1 spicchio di aglio, latte vaccino quanto bastava, sale quanto bastava e pepe nero quanto bastava.
Secondo il procedimento dettato dal Santo della Gioia bisognava mettere in ammollo la mollica di pane in un po’ di latte. Nel frattempo che il pane si ammorbidiva, si tritava finemente l’aglio ed il prezzemolo insieme. Poi si sbattevano le uova, salandole e pepandole. Dopo si aggiungeva il cacio grattugiato ed il trito di aglio e prezzemolo. Si mescolava per amalgamare bene il tutto e poi si versava la mollica dopo averla strizzata. Si ricavavano le polpette con le mani oppure aiutandosi con due cucchiai e quindi si friggevano in olio di oliva caldo. Si adagiavano le polpette, via via che erano pronte, su stuoie assorbenti per eliminare l’olio in eccesso.
San Filippo Neri accompagnava la degustazione delle polpette calde con mezzo bicchiere scarso di vino rosso dei Castelli Romani, distribuendole con gioia ai bambini ed a tutti gli ospiti graditi del Suo Oratorio.
Gli ingredienti delle polpette venivano donati in elemosina dai mercanti e delle famiglie nobili e ricche.
Spesso e volentieri si assisteva ai miracoli moltiplicativi del cibo.

San Filippo Neri con i giovani, durante la pratica dell’Oratorio
In occasioni di penuria alimentare, nel pentolone dell’Oratorio, la minestra sembrava che non finisse mai. Nel cesto, le polpette, non si esaurivano, finché tutti gli indigenti invitati erano stati sfamati.
Il Santo del sano ottimismo, limitando allo stretto necessario i consumi alimentari personali, parchi e senza sprechi, imparò a cucinare per amore del Prossimo indigente ed affamato, con semplice raffinatezza, rispettando sempre le norme igieniche.
I suoi ingredienti avevano una fragranza quasi soprannaturale, divenne un gastronomo da strada, considerato popolarmente il “cuoco della Provvidenza”.
San Filippo Neri non poteva, però, fare a meno del nutrirsi con il vero Cibo Eucaristico.
Si racconta che, ormai anziano, si confessava ogni giorno, per sentirsi libero dai peccati e sempre pronto all’incontro con il Signore Risorto, nutrendosi soltanto con l’Ostia consacrata e con l’acqua ed il vino bevuto durante il lungo officio liturgico delle Sue Sante Messe.
L’essere Santi, ci insegna San Filippo, non significa rinunciare ad alcuni piaceri della vita, ma non farsi schiavo di essi; significa vivere appieno la vita, mettendo in pratica l’insegnamento evangelico dell’amore, della fratellanza, della carità. E la vita di San Filippo è stata vissuta in sintonia con il messaggio cristiano in cui lui ha creduto e del quale ha improntato tutta la sua esistenza terrena.
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8 Maggio 2026



