Vincenzo Silvestris

Il maestro Vincenzo Silvestris

Il maestro di musica Vincenzo Silvestris nasce a Gioia del Colle nel 1970. Suo padre era funzionario e segretario del Comune di Gioia, mentre la madre è stata responsabile dell’Ufficio Ragioneria del Comune di Gioia.

Vincenzo sin da piccolo ha mostrato interesse e propensione per la musica.

Infatti a tredici anni ha esordito suonando il concerto K.107 di Mozart con l’Orchestra da camera di Bari diretta dal maestro E. Mariani.

Ha studiato presso il Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, presso il quale si è diplomato nel 1991 con il massimo dei voti.

Ha studiato con Emanuele Arciuli e Paolo Bordoni. Ha seguito corsi di perfezionamento tenuti da P. Bordoni, L. Ceci, S. Fiorentino, J. Hobson, B. Petrushansky, A. Lucchesini, E. Arciuli.
Ha conseguito il Diploma in Didattica pianistica presso l’Accademia Musicale Pescarese con Piotr Lachert e il Diploma di Alto Perfezionamento in pianoforte con Paolo Bordoni. Continua la Lettura

Il carbonaio

La Befana con il carbone dolce

Il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, la tradizione popolare vuole che la Befana porti doni ai bambini: giocattoli e dolciumi per quelli bravi e pezzi di carbone per quelli che durante l’anno appena trascorso si sono comportati da monelli. Si trattava di carbone vero, cioè quello ottenuto dalla combustione della legna, anche se ai giorni nostri è stato sostituito con carbone dolce, commestibile.

Gioia del Colle in passato faceva parte della Peucezia, un’ampia zona che si estendeva in gran parte della provincia di Bari e sconfinava anche in quelle di Taranto e di Matera.  Era una terra ricca di boschi, come la confinante Lucania (da lucus, bosco), regione per eccellenza ricoperta di boschi.

Per gli usi domestici, come cucinare e riscaldare le abitazioni, si utilizzava la legna che i boscaioli tagliavano nei boschi. Anche per le attività artigianali, come costruire case, carri, attrezzi agricoli, utensili, e per l’utilizzo di suppellettili, come ogni specie di mobili, si faceva ricorso al legname.

Per avere continuamente a disposizione la legna per i vari utilizzi era buona prassi piantumare nuovi alberi in zone difficilmente coltivabili a cereali ed ortofrutta, cioè in terreni impervi o montuosi o con abbondante presenza di pietre.

Uno degli scopi principali del taglio dei boschi era anche quello di avere a disposizione maggiori estensioni di terreno da utilizzare per le pratiche agricole e per andare incontro al bisogno di ulteriori quantità di derrate alimentari e di cibo a causa dell’aumento demografico della popolazione.

Il taglio dei boschi e la potatura degli alberi, inoltre, fornivano la materia prima per ottenere il carbone.

Uno dei mestieri ormai scomparsi che un tempo dava lavoro ai nostri conterranei era quello del carbonaio.

Un quintale di carbone equivale, in termini di calorie, a circa dieci quintali di legna. Un viaggio di carbone con un mulo, che era in grado di trasportare anche due quintali di legna, equivaleva al trasporto di 20 quintali di legna, con grande risparmio di tempo e di sforzo. Fu questo uno dei motivi che portò alla produzione del carbone.

Per svolgere il mestiere del carbonaio era indispensabile il lavoro del boscaiolo, che doveva fornirgli la materia prima.

I boschi potevano essere demaniali, e quindi soggetti all’autorizzazione del Comune per essere utilizzati, di uso civico e quindi accessibili a tutti oppure potevano appartenere a privati cittadini, i quali decidevano di tagliarli per avere una quantità di legna anche per ottenere carbone, secondo le norme governative allora vigenti.

La presenza di numerosi boschi nel territorio di Gioia ha favorito da noi l’attività dei carbonai.

Una carbonia nella zona del Pollino. http://biagio.propato.org/la-carivunara-carbonaia-nellalta-valle-del-frido/

Svolgere l’attività di carbonaio era un mestiere che si tramandava di padre in figlio e si svolgeva in prossimità dei boschi, da cui si attingeva la materia prima per produrre il carbone, proprio per evitare la fatica e le spese per il trasporto della legna. Solo in alcuni casi la carbonaia era distante dai boschi, nel qual caso si utilizzavano gli asini, i muli o i cavalli per il trasporto della legna.

Le fasi più importanti erano: la palificazione, l’accatastamento della legna, la copertura e la combustione.

Si sceglieva una radura pianeggiante nel bosco, priva di vegetazione per impedire incendi, dove impiantare la carbonaia. Dopo aver spianato la base, una piazzuola circolare di varie dimensioni, adeguata alla quantità di legna da utilizzare, iniziava l’edificazione della carbonaia.

Intorno ad un’apertura centrale, detta camino, che serviva ad alimentare la combustione, si ponevano, in modo obliquo, sovrapposti e paralleli tra di loro, i pezzi di legna più grossi, fino ad arrivare alla parte esterna, ricoperta con tronchi più piccoli.

Si otteneva la forma di un cono con la punta rivolta verso l’alto, che assumeva la forma di un trullo o, meglio, di un vulcano, per la presenza di un’apertura nella parte superiore.

Una volta terminata la composizione di questa catasta di legna si ricoprivano le pareti laterali con vari strati di rami secchi, paglia e foglie secche delle piante; il tutto poi veniva ricoperto con della terra, per impedire che l’ossigeno, filtrando nell’interno, producesse una combustione a fiamma, con conseguente distruzione ed incenerimento del legname.

Per mettere in funzione la carbonaia si prendeva della brace, precedentemente ottenuta, e si introduceva dalla sommità del vulcano attraverso il camino che era stato preparato, insieme a pezzi di legno.

Si faceva accendere la brace sotto al camino e subito iniziava il lento processo di combustione di tutta la carbonaia. Si chiudeva il foro centrale con rametti, paglia e foglie e si ricopriva il tutto con terra.

Carbonaie a San Giovanni Rotondo

Dopo aver acceso la carbonaia dalla parte superiore (alcuni provvedevano ad accenderla da un’apertura inferiore); si praticavano dei piccoli fori laterali nella parte bassa, a seconda della direzione del vento, per fare arrivare un po’ di ossigeno all’interno per alimentare la combustione.

Siccome l’ossigeno è limitato non si ha una vera e propria combustione, ma una disidratazione per cui la legna si cuoce lentamente senza bruciare, con conseguente carbonizzazione della stessa.

A seconda della grandezza della carbonaia la stessa poteva ardere per dieci, venti o addirittura trenta giorni. Osservando come la carbonaia ardeva i fori potevano essere effettuati più in alto o più in basso.

La carbonaia veniva controllata anche di notte perché se la combustione da lenta diventava eccessiva poteva prendere fuoco e andavano sprecati non solo i quintali di legna utilizzata, ma anche il lavoro di un intero anno, oltre il mancato guadagno economico. Per questo motivo i carbonai in genere vivevano in baracche vicino alla carbonaia.

Traporto legna per una carbonaia

Quando il processo di carbonizzazione era terminato, e ci si accorgeva dal fumo bianco che lentamente si dissolveva, si smontava la carbonaia. Quando il carbone si era raffreddato si raccoglieva in sacchi di tela o di iuta e con carri trainati da animali veniva trasportato nei magazzini per essere venduto oppure alcuni commercianti passavano attraverso le strade dei paesi perché gli abitanti che ne erano sprovvisti ne facessero scorta per l’inverno.

Carbonaio era anche il venditore ambulante di carbone, che girava per i paesi con un carro carico di sacchi di carbone e carbonella che vendeva dopo averne misurato la quantità in stoppelli o mezzetti.

Il carbone e la carbonella, infatti, erano usati per i bracieri per riscaldare gli ambienti domestici e anche per riscaldare i ferri da stiro per la stiratura dell’abbigliamento e di lenzuola ed asciugamani.

Poiché durante le operazioni di pesatura e di travaso la polvere che si sollevava anneriva le mani e il volto dei carbonai, le mamme per far cessare i capricci e azioni cattive cercavano di intimorire i propri figli dicendo loro che se avessero continuato nei loro atteggiamenti sarebbe venuto l’uomo nero.

Tutti i membri della famiglia, anche i più piccini, erano coinvolti durante la preparazione e poi nell’insaccamento del prodotto.

Molti contadini producevano la carbonella per soddisfare le necessità della famiglia; la quantità eccedente la vendevano.

Mezzetto e stoppello per la vendita del carbone

Oggi il carbone, quando serve, si acquista nei grandi magazzini.

Svolgere il lavoro del carbonaio è un’attività molto dura e sporca, da svolgere con qualsiasi clima: pioggia, gelo, afa. Richiede molti sacrifici e si dorme poche ore di notte.

Sembra che la pratica di produzione del carbone risalga ai Fenici.

Anche a Gioia vi erano lavoratori che svolgevano il compito di carbonaio ed altri che andavano in giro per il paese a vendere carbone e carbonella. Un cittadino gioiese, in particolare, per la sua attività di venditore di carbone, veniva soprannominato Luchett u carvenarìjr, cioè Luca, il venditore di carboni.

In contrada Marchesana è ubicata una masseria, la cui costruzione risale al 1820 che oggi è sede di una cantina che produce il famoso vino Primitivo di Gioia del Colle.

Uno scorcio della Masseria Polvanera, antica abitazione di carbonai

La masseria, infatti, è stata acquistata dal signor Filippo Cassano, il quale ha dato al suo vino Primitivo la denominazione di Polvanera. Tale denominazione è dovuta al fatto che la masseria in origine era utilizzata per la produzione di carbone. La famiglia che era proprietaria della masseria veniva indicata con il soprannome dialettale Polvagnor, in italiano Polvere nera, a ricordo dell’antica tradizione di produrre in quella zona i carboni e della polvere nera che si sprigionava durante il processo di combustione e di insacchettamento dei carboni. La pelle, infatti, a contatto con la polvere del carbone, acquisiva una colorazione scura. Alcuni locali della vecchia masseria mostrano ancora i segni del rilascio di quella polvere nera anche sulle pareti di pietra della costruzione.

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Giovanni Rocca

1 Dicembre 2022 Autore:  
Categorie: Storia

Il trittico con l’Arma Ioe scolpito da Giovanni De Roccha nel 1480

La prima documentazione scritta della presenza di Giovanni Rocca (o Giovanni De Roccha, come appare in alcuni documenti) nel Comune di Gioia del Colle è riscontrabile su un bassorilievo che riporta tre scudi, oggi murato nel palazzo municipale di Gioia. Lo scudo centrale presenta l’Arma degli Acquaviva-d’Aragona, quello di destra l’Arma Universitas Ioe. Nello scudo scolpito sul lato sinistro del bassorilievo, che probabilmente raffigurerebbe l’Arma di Livia, moglie di Bartolomeo Paoli, è riportata la seguente iscrizione: PR(imicerius). IO(ann)ES. DE. ROCCHA. ME. SCULPSIT. 1480.

Giovanni de Rocca, nato e vissuto a Gioia (sec. XV-XVI) oltre ad essere stato primicerio fu anche notaro apostolico.

Sulla facciata sud della Chiesa di Sant’Angelo è presente una epigrafe commemorativa dell’erezione della chiesa, sulla quale sono riportati, oltre i nomi dei probabili fondatori, Brava e Liuba Bielopaulic, anche quello del Primicerio Giovanni Rocca. L’epigrafe, che fu composta e incisa da Giovanni Rocha, e che ricorda ai fedeli che la Chiesa era dotata di 525 anni di indulgenza, concessi dai vescovi diocesani, da lucrarsi  tutti i Lunedì e i giorni delle feste degli Angeli, è la seguente: + A(nno) D(omini) MCCCCC, regnante rege Federico / et ill(ustrissimo) d(omino) n(ostro) Andrea Matheo Aquavivo, Brava / Mastes Bielopaulic, Scavonus, cum uxore Liuba/  fecerunt hanc basilicam ad honorem Dei et /  S(anc)c(ti) Mihaelis, in qua ego pr(imicerius) Ioannes Rocha apo-/ stolicus tabellio reperi indulgentias annorum / quingentorum vicesimorum omni die Lunae et / festorum Angelorum concessas per ep(iscop)os dioces(anos). Continua la Lettura

Paolo Losito

14 Novembre 2022 Autore:  
Categorie: Gioia Nota, Storia

Via Paolo Losito

Paolo Losito nasce a Gioia il 1709 e muore sempre a Gioia all’età di 80 anni il 1789.

La prima Storia di Gioia del Colle fu composta dal nostro concittadino Paolo Losito, ma è andata perduta alla metà del Novecento.

Il primo accenno a questa Storia ci viene dall’abate Francesco Paolo Losapio, che afferma che poté consultarne i due volumi e li utilizzò per la compilazione della sua opera Quadro istorico-poetico sulle vicende di Gioia in Bari detta anche Livia.

Infatti nella Cornice in versi scelti al Quadro istorico-poetico il Losapio dice: E chi il tuo nome / così caro alla patria e prediletto, / Paolo Lisito, può tacer? Qual scoglio / che immobil stassi al flagellar dell’onde / irate, il petto tuo costante e fermo, / intaminato e saldo stette al fiero / del Principe cipiglio, che sfidasti / caldo di patrio amor a lunga pugna, / e per te perigliosa; e al fine, oh! Raro / esempio inimitabile,  per lei / per la tua patria, oltre il sudor, le tante / cure, disagi e ben lungo soggiorno / fuor del tetto paterno, consultore / tu stesso a un tempo, ed altri consultando / in tutelare e vendicar suoi dritti, / sagrificasti pur le tue private / sostanze, ed altro non potendo, il sonno /  e le vigilie in due grossi volumi / con tremebonda man da te vergati, / donde materia e trassi impulso al mio / lavoro; ed oh! Se questi agli occhi miei / fusser ricorsi in più opportuno tempo, / quando sull’orme sue trassi ancor io / a perorar l’istessa causa, al certo / stato fora il trionfo più completo.

Dal  testo del Losapio apprendiamo anche che Paolo Losito si adoperò, in qualità di avvocato, della rivendicazione di alcuni beni usurpati da Signori , a beneficio del Comune di Gioia che ne era originario proprietario.

Veniamo a conoscenza di questa Storia anche da parte del prof. Giovanni Carano Donvito, il quale ebbe modo di consultarlo presso l’avvocato gioiese Filippo Petrera. Il Losito aveva dato alla sua storia il titolo Scritture e Memorie di Gioia di Bari, raccolte dal Dottor Paolo Losito per li posteri. Egli, infatti, nella prefazione alla Storia della “Storia di Gioia” afferma: Di qualche notizia ci ha soccorso pure un piccolo volume manoscritto di Memorie del Dottor Paolo Losito, che, dopo lunghe, faticose ricerche, riuscimmo a trovare presso il concittadino Avv. Filippo Petrera in Bari. Detto volume conteneva pure, principalmente, notizie feudo-demaniali.

Il nostro concittadino Vito Umberto Celiberti, parlando di Paolo Losito nel volume Da Monte Sannace a Gioia, Storia di due Città, scrive: Paolo Losito, uomo valentissimo nelle lettere e nelle scienze come anche nel Diritto, valente giurista, diede l’inizio alla rivendicazione dei diritti del Comune contro gli arbitrari abusi ed usurpazioni commessi dai feudatari di Gioia, insieme a Francesco Paolo Losapio, sindaco di Gioia nel 1740 e nonno dell’abate omonimo, i baroni. Quantunque nessuno dei suoi scritti sia oggi reperibile, tuttavia degni di onorato ricordo sono i suoi lavori manoscritti contro le gravezze feudali ed una Storia di Gioia, quest’ultima probabilmente vergata negli ultimi anni sulla scorta di quei documenti che in quasi mezzo secolo della sua professione forense aveva raccolto. Questo grosso volume manoscritto fu consultato prima dall’abate Francesco Paolo Losapio, che trasse, come lui stesso ci conferma, impulso da esso nella stesura del suo Quadro istorico-poetico e dal prof. Giovanni Carano Donvito che lo ebbe, quasi un secolo dopo, in consultazione dall’avvocato Filippo Petrera, e che ci riferisce il titolo completo: Scritture e Memorie di Gioia di Bari, raccolte dal Dottor Paolo Losito, per li posteri.

La Storia di Gioia scritta da Paolo Losito è misteriosamente scomparsa. L’ultima segnalazione della sua presenza è quella riportata dal prof. Giovanni Carano Donvito, che afferma di averlo consultato in Bari nella casa dell’avv. Gioiese Filippo Petrera.

L’avvocato Filippo Petrera

L’avvocato Filippo Petrera era figlio di Daniele un personaggio di spicco nel panorama scientifico e politico di Gioia del Colle, di cui ben poco si è detto e scritto proprio dov’egli nacque il 31 marzo del 1839. Su Filippo Petrera è possibile consultare su questo siti  un articolo al seguente link: https://www.gioiadelcolle.info/index.php?s=daniele+Petrera.

Il padre di Filippo era un umile sarto, Filippo Petrera junior, nipote del Filippo Petrera che insieme ad altri patrioti gioiesi fu ucciso e bruciato nel rogo di Piazza Castello il 14 febbraio del 1799, reo di aver piantato, insieme a Biagio e Giuseppe Del Re e Donatantonio Losito, l’albero della libertà per propugnare i principi della rivoluzione francese.

L’avv. Filippo Petrera nacque a Bari il 17 settembre del 1868. Omonimo del suo antenato Filippo Petrera, martire della controrivoluzione che insanguinò Gioia nel 1799, ebbe da sempre in animo di scoprire cosa accadde esattamente in quegli anni, una passione che si tramutò in costante e incessante impegno e ricerca di atti, ovunque essi potessero essere rinvenuti. Questi, archiviati con certosina dovizia, entrarono in possesso dell’avvocato Luciano Macario, suo discendente.

Grazie all’amicizia con l’avv. Gennaro Losito i manoscritti che riportavano notizie sugli avvenimenti svoltisi a Gioia nel 1799 sono stati forniti a lui dall’avv. Macario e sono stati utilizzati per ricostruire quelle vicende, che sono state pubblicate da un team di studiosi nel volume “Memorie dal fuoco”. Purtroppo nell’archivio dell’avv. Macario non è stata rinvenuta traccia della Storia di Paolo Losito.

In segno di riconoscenza per l’impegno profuso a favore del nostro paese come storico e difensore civico, a Paolo Losito l’Amministrazione comunale di Gioia ha  intitolato una strada cittadina, precisamente quella che da via Donato Boscia porta alla confluenza  di via Gioberti con piazza XX Settembre.

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Boschi e lupi nel territorio di Gioia del Colle

Boschi sul Pollino, in Lucania

I Romani chiamarono la Basilicata con il nome di Lucania, da lucus, che significa bosco; infatti la Lucania costituiva il luogo da cui essi attingevano il materiale ligneo soprattutto per la costruzione delle navi.

Come riferiscono alcune fonti documentarie, il territorio del Comune di Gioia nei tempi passati era coperto di boschi che erano utilizzati dagli abitanti sia per procurarsi la legna per usi domestici, come mobili o per ottenere carbone sia per cacciare selvaggina e raccogliere frutti ed erbe di cui cibarsi. I boschi, inoltre, offrivano sicuri ed inaccessibili ricoveri ai briganti locali e a quelli provenienti dalla Basilicata.

La vecchia strada lastricata BA-TA passava per Monte Sannace, ma già dalla fine de 1100 non era più percorsa ed era stata abbandonata, per la nascita e lo sviluppo dell’abitato gioiese. Continua la Lettura

Metamorphosis di Michele Fasano

Michele Fasano

Un cittadino gioiese fa onore alla sua e nostra città: Michele Fasano.

Di lui abbiamo parlato in un articolo postato su questo sito: https://www.gioiadelcolle.info/michele-fasano/.

Michele Fasano, produttore indipendente, si è laureato presso la Dams di Bologna ed è stato allievo di Tonino Guerra.

Per iniziativa di Michele Fasano nel 2005 nasce la Sattva Films production & school srl – uninominale, per sviluppare a livello internazionale la sua esperienza nel campo della produzione filmica e dell’implementazione di progetti di formazione teorico/pratici in ambito cinematografico, conferendo alla nuova società l’attività della precedente ditta individuale. Continua la Lettura

Il prof. Orazio Svelto “Padre del laser italiano”

Da sx il Premio Nobel Mourou Gérard Mourou, il prof. Orazio Svelto e l’ing. Paolo Salvodeo, direttore generale El. En.

Il prof. Orazio Svelto (la cui biografia è possibile leggere su questo sito al seguente link: https://www.gioiadelcolle.info/orazio-svelto/#more-23), in qualità di esperto, nel 2000 ha collaborato con il Comitato Nobel per l’attribuzione del Premio Nobel per la Fisica di quell’anno.

Nel 2018 ancora una volta è stato invitato dalla Fondazione Nobel a partecipare a Stoccolma alla celebrazione della consegna del Premio Nobel per la Fisica. Un ulteriore riconoscimento della sua professionalità e delle prestigiose ricerche e degli studi da lui svolti nell’ambito della conoscenza e dell’utilizzo del laser; una grande soddisfazione, che solo in parte compensa la mancata e doverosa attribuzione del Premio Nobel per la Fisica alla sua persona.

Dopo aver ricoperto il ruolo di professore di Fisica della Materia al Politecnico di Milano ininterrottamente dal 1976 al 2009 il prof. Svelto ha continuato le sue ricerche e i suoi studi  nel campo dei laser, in qualità di Professore Emerito del suddetto Politecnico. Continua la Lettura

Antiche Chiese e Cappelle rurali nel territorio di Gioia

Apprezzo della Terra di Gioia del 1611

Nei secoli passati nel territorio di Gioia erano ubicate numerose Chiese e cappelle rurali, di molte delle quali non rimane che la denominazione, poiché sono andate distrutte o per opera di popoli invasori o per l’azione distruttrice del tempo.

Più numerose delle Chiese cittadine erano le Cappelle rurali perché, costruite accanto alle numerose  masserie presenti sul nostro territorio,  venivano utilizzate non solo dai proprietari, ma anche dai contadini, braccianti, pastori che facevano parte della forza lavoro delle estese proprietà latifondistiche, individui che abitavano quasi tutto l’anno in quelle grandi dimore rurali e che raramente tornavano in città, presi dai numerosi, continui ed incessanti impegni lavorativi in campagna.

Nell’Apprezzo della Terra di Gioia stilato nel 1611 dal tabulario Federico Pinto si dice: Sono in detta Terra devote ed onorevoli Chiese … e particolarmente vi è la Chiesa Maggiore nominata il Capitolo … Vi sono ancora in detta Terra due altre Chiese, una nominata Santa Maria della Grazia servita da Monaci Domenicani … L’altra Chiesa nominata di San Francesco servita da Frati conventuali … E fuori di detta Terra su una pianura vi sono tre Chiese, e cappelle antiche poste in diverse parti della campagna, che hanno del guasto di numero 300 e più, e per questa quantità ed antichità di Chiese dinota detta Terra essere stata di popolatissimo numero di gente, e di molta grandezza, che non è adesso.

Sicuramente il numero 300 è da attribuire ad un errore di trascrizione perché se così fosse stato, pur essendo in quei tempi il territorio gioiese più esteso di oggi, essendosi ridotto a causa delle usurpazioni operate dagli abitanti di Sammichele, Turi, Putignano e Noci, avvenute nei primi anni del Seicento, ci sarebbe stata una chiesa ogni 8 abitanti, mentre è ipotizzabile un numero di circa 30 Chiese, tenuto conto che nel 1611 si registravano a Gioia 526 fuochi, pari a circa 2630 abitanti.

Sia Padre Bonaventura da Lama che l’abate Francesco Paolo Losapio affermano che Gioia esisteva anteriormente all’anno 506 d.C. essendo stato il paese più volte distrutto e ricostruito. Continua la Lettura

La Chiesetta della Madonna della Croce tra i “luoghi del cuore” del FAI

Chiesa Madonna della Croce

Il FAI, Fondo per l’Ambiente Italiano, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, da qualche anno ripropone il progetto “I Luoghi del Cuore”,  una campagna nazionale per i luoghi italiani da non dimenticare. È il più importante progetto italiano di sensibilizzazione sul valore del nostro patrimonio che permette ai cittadini di segnalare al FAI attraverso un censimento biennale i luoghi da non dimenticare. Dopo il censimento il FAI sostiene una selezione di progetti promossi dai territori a favore dei luoghi che hanno raggiunto una soglia minima di voti.La prima testimonianza documentale della sua esistenza risale al 1695.

Che cosa sono i Luoghi del Cuore? E’ come se infinite piccole fiammelle venissero accese nelle città, nei paesi aggrappati alle colline, lungo le frastagliate coste, attraverso le pianure, in mezzo agli alberi dei boschi, lungo i fiumi…sono quei luoghi che gli uomini hanno amato, vissuto, intravisto, sognato, con nostalgia ricordato. – Giulia Maria Mozzoni Crespi

Tra questi “Luoghi del cuore” sul sito del FAI è presente anche la nostra Chiesetta Madonna della Croce, che riporta  le seguenti notizie. La piccola chiesa appartiene alla famiglia Fiorentini. Proprio a devozione di Pasquale Fiorentini Senior e Junior è stato oggetto di restauri negli anni ottanta, ma oggi versa in condizioni critiche.

La chiesetta è circondata da un giardino. Dopo aver oltrepassato un cancello in ferro, una scalinata di pietra, in leggera salita, fiancheggiata da alberi, porta alla chiesetta. Il piccolo sagrato è racchiuso da una balaustra in pietra calcarea traforato. Continua la Lettura

Gli orologi pubblici a Gioia del Colle

12 Settembre 2022 Autore:  
Categorie: Storia

L’orologio sul palazzo municipale di Gioia

Sin dal Medioevo nelle città le ore venivano scandite dal suono delle campane. Le città erano quasi tutte cinte da mura, nelle quali si aprivano un certo numero di porte di accesso agli abitati; queste erano aperte all’alba e venivano chiuse al tramonto del sole, per impedire a gente nemica di entrare  con intenzioni poco piacevoli ed impadronirsi della città.

Ancora oggi Gioia è un paese prevalentemente agricolo, nonostante la presenza di numerose industrie meccaniche, come è attestato soprattutto dalle pregiate produzioni di vino Primitivo Doc di Gioia del Colle, della mozzarella DOP di Gioia del Colle e di altri prodotti ortofrutticoli.

Al mattino il suono delle campane indicava ai lavoratori agricoli che era giunto il momento di uscire dal paese per recarsi a lavoro in campagna (suono della campana mattutina). A mezzogiorno il suono ricordava che era il momento di sospendere il lavoro per ristorare il fisico (suono dell’Angelus) mentre al tramonto il suono delle campane ricordava di far rientro nel paese perché veniva chiuse le porte di accesso e ricordava altresì ai fedeli di recarsi in Chiesa per pregare e assistere alle funzioni religiose (era il suono dell’Ave  o Ave Maria). Un antico detto recitava: All’Avemaria o a casa o per la via. Continua la Lettura

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