Il restauro di due opere d’arte a Gioia nel 2025

Tra gli eventi culturali e artistici realizzati a Gioia del Colle nel 2025 ne spiccano due, a cura del pittore gioiese Filippo Maria Cazzolla e dalla sua collaboratrice dott.ssa Patrizia Porricelli, che hanno interessato due opere artistiche di gran pregio perché legate a due periodi importanti della storia del nostro Comune. Si tratta di due […]

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La pala d’altare nella chiesa di sant’Angelo, prima del restauro

Tra gli eventi culturali e artistici realizzati a Gioia del Colle nel 2025 ne spiccano due, a cura del pittore gioiese Filippo Maria Cazzolla e dalla sua collaboratrice dott.ssa Patrizia Porricelli, che hanno interessato due opere artistiche di gran pregio perché legate a due periodi importanti della storia del nostro Comune.

Si tratta di due restauri eseguiti entrambi in ambienti sacri, e per la precisione in due distinte chiese, che testimoniano due momenti della storia di Gioia, riferiti ad alcuni secoli fa.

Il primo di questi restauri è stato effettuato nella chiesa di san Michele Arcangelo, meglio nota come chiesa di sant’Angelo e ha riguardato la pala retrostante l’altare maggiore. Il dipinto, databile  ai secoli XVIII-XIX, di autore ignoto,  riporta l’iscrizione dei due committenti: A divozione di Valentino Antonicelli e di sua  moglie Beatrice Notarnicola. Raffigura, nella parte  centrale, la Madonna di Costantinopoli che sorregge Gesù Bambino mentre, in basso, sul lato sinistro sono raffigurati san Giovanni Battista e san Luigi Gonzaga e, sul lato destro, san Filippo Neri e san Giovanni Evangelista.

Alla chiesa di Sant’Angelo è legato un lungo passato di Gioia, che cercherò di sintetizzare di seguito.

Nel Borgo di Gioia, a pochi passi dal castello, sorgeva la nuova Chiesa, dedicata a Santo Stefano protomartire (Cod. Dipl. Bar. I, 55), chiesa che il pio abate Arivie de Amatella, come lui diceva, aveva fondato a sue spese intorno al 1170 con i soldi del fratello cav. Nicola, come si mormorava in paese, per ricondurre il paese, e come dicevano i Normanni, nella fedeltà alla Chiesa Romana i miscredenti gioiesi, che in gran parte continuavano a frequentare le loro chiese greche e a pregare in greco.

La chiesa di Santo Stefano era suffraganea, ovvero dipendente, della locale Domus dei Cavalieri Ospitalieri, fatta costruire dai Cavalieri di San Giovanni. Il Sovrano Ordine Militare dei Cavalieri di Malta, che era rappresentato dalla Commenda di S. Maria di Picciano, possedeva due feudi nell’agro di Gioia.

La pala d’altare della chiesa di sant’Angelo, come appare dopo il restauro

Il primo, soprannominato Piscina della Tufara, si snodava lungo la via per Matera, in un territorio compreso tra la via per Matera e quelle per Montursi e Laterza; era esteso circa 4311 tomoli e due stoppelli.  Ne facevano parte diverse contrade: le Piscine, le Tufare, Murgia di Montursi, Lago Magno, parchi della Mandra, lago Savino. Al suo interno erano presenti vigneti, frutteti e piscine di acqua sorgiva.

Il secondo feudo, che si trovava a nord-ovest del paese, era soprannominato San Giovanni Gerosolimitano o Santa Maria del Vurzale, era esteso per circa 272 tomoli. Esso si estendeva verso la contrada Marchesana e le vie per Cassano e Santeramo ed era ricco di piscine di acqua sorgiva, di frutteti, giardini, parchi, seminativi e vigneti.

Qualche secolo dopo la costruzione della chiesa di Santo Stefano, verso il 1458, Schiavoni ed Albanesi, al comando dello Scandenberg, intervengono in Puglia a fianco degli Aragonesi di Ferrante I contro gli Angioini.

Il Losapio ricorda che al termine della guerra colonie di Albanesi e di Schiavoni si stabiliscono a Gioia e formano il borgo che da loro prende la denominazione degli Albanesi, a NE del castello.

Con  gli Schiavoni, nel 1500, la chiesa venne riedificata ad opera di Bartolomeo Paoli, come si evince dalla seguente iscrizione posta sul fianco sinistro dell’edificio sacro: L’anno 1500, sotto il regno di Federico,/ e l’illustrissimo nostro signore Andrea Matteo Acquaviva , Brava Maste Bielopaulic, Schiavone, con la moglie Livia,  questa basilica costruirono in onore del Signore e  di San Michele, nelle quale io, primicerio Giovanni Rocca, apostolico notaio    indulgenze di anni / 520 in ogni giorno di lunedì e / nelle feste degli Angeli, concesse dal Vescovo diocesano.

Un’altra iscrizione, posta a fianco della precedente, riporta:  In onore del Beato Giovanni Battista, Giovanni Braia Bielopaulic del Casato Maklesa della Terra della Zeta, Schiavone, fece costruire questa Chiesa  con l’ospedale annesso alla stessa Chiesa, l’anno 1506, in Gioia.

Gli artisti  Patrizia Porricelli e Filippo Cazzolla all’interno della chiesa di sant’Angelo con il quadro restaurato, alle loro spalle

L’attuale riedificazione conclusiva della chiesa risale al 1855, come si legge nel cartiglio presente sulla porta di accesso dell’edificio: Questa Chiesa, dedicata alla Madre di Dio, Maria Vergine di Costantinopoli con le Basiliche del B.  S. Giovanni Battista e di S. Michele Arcangelo, distrutta quasi dal tempo e col denaro raccolto, premurosamente se ne prese cura a ripristinarla il Rettore spirituale don Luigi canonico Eramo l’Anno del Signore 1855 a Gioia.

La chiesa è stata riconosciuta come Monumento Nazionale come opera di notevole valore storico architettonico con D. n. 1679 dell’8-3-1969 dalla Sovrintendenza Belle Arti, come è testimoniato da una lapide murata all’interno della sacrestia.

Nel 2025 è stato effettuato il restauro della pala posta sull’altare della chiesa di Sant’Angelo.

Il dipinto versava in condizioni pessime per cui la Confraternita di San Filippo Neri, che opera nella chiesa di Sant’Angelo, come si legge sull’arco che sovrasta il presbiterio, Confraternita di San Filippo Neri A. D. 1776, ha disposto il restauro della preziosa tela.

Lastra tombale della famiglia De Mari, nella chiesa di San Francesco, prima del restauro

La magistrale opera dei due restauratori, il pittore gioiese Filippo Maria  Cazzolla e la dott.ssa Patrizia Porricelli, oltre a riparare la tela che presentava tagli e alcuni buchi, ha ridato colore e vita al dipinto e alla cornice dorata, consentendo ai visitatori di apprezzare un’opera databile tra il XVIII e XIX secolo, ma preziosissimo per la storia di Gioia, in particolare perché presenta la raffigurazione di san Filippo, attuale Protettore del nostro paese.

L’altro intervento di restauro ha riguardato la lastra tombale del Principe Carlo De Mari, caratterizzata oltre che dall’epitaffio anche da intarsi marmorei policromi.

Il genovese Carlo I De Mari, Marchese di Assigliano, nel 1664 acquistò all’asta il feudo di Gioia, di Castellaneta e di Acquaviva delle Fonti. Egli più che risollevare le sorti della popolazione la impoverì con continue prepotenze e gravose tassazioni. Morì ad Acquaviva dove fu sepolto nel 1678.

Un suo successore, Carlo III De Mari seguì le orme del suo avo, dimostrandosi dispotico e inviso ai suoi sudditi. Per questo, a seguito di una sollevazione del popolo acquavivese, che distrusse la tomba di famiglia, fu costretto a rifugiarsi, insieme alla moglie Guglielma Ruffo Scilla e ai suoi due figli, nel Convento di San Francesco di Gioia, in attesa che terminassero i restauri del castello di Gioia, anch’esso di sua proprietà.

Ancora oggi è possibile ammirare ai piedi dell’altare maggiore della chiesa di San Francesco la lastra tombale di Carlo

La lastra tombale della famiglia De Mari, dopo il restauro

De Mari, che riporta una iscrizione in latino, la cui traduzione è la seguente: Carlo De Mari Principe di Acquaviva, di stirpe patrizia e Funzionario di Napoli esperto per esperienza e per condizione sociale  sin da prima dell’incerta morte questa sepolcrale cappella  dispose di costruire in un sacro rifugio per sé e per i suoi affinché nulla temesse dal naufragio della morte. L’anno 1678.

La lastra presentava soprattutto nella parte inferiore alcuni intarsi gravemente rovinati o mancanti e bisognevoli di restauro.

L’intervento di restauro ha richiesto un notevole impegno, a cominciare dalla valutazione della composizione del materiale da restaurare, per utilizzarne un altro similare da sostituire, integrando in tal modo le parti ammalorate o mancanti senza creare difformità cromatiche, utilizzo di materiali difformi dagli originali ed evitare di dar luogo ad un superficiale intervento tappabuchi.

Solo dopo questi studi preliminari i restauratori hanno potuto procedere nel loro prezioso lavoro di recupero.

Anche in questo caso il risultato finale è stato eccellente e ha riportato allo splendore originale la lastra policroma, salvando un’opera preziosa e tramandando al ricordo dei posteri un altro periodo della movimentata storia di Gioia del Colle.

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20 Gennaio 2026

  • Scuola di Politica

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