Carmina Martellotti: donna coraggio

La Storia è piena di personaggi maschili; raramente appaiono nei libri nomi femminili, quasi a ricordare che gli eventi storici siano di appannaggio esclusivo degli uomini, mentre le donne sono relegate alla gestione dei figli e della casa. Fanno eccezione alcuni casi eclatanti, che proprio perché tali non sono passati sotto silenzio, ma accanto a […]

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12 febbraio 1799. Il sacerdote Francesco Soria dal pulpito della Chiesa Madre istiga la folla alla controrivoluzione. Disegno di Mimmo Alfarone.

La Storia è piena di personaggi maschili; raramente appaiono nei libri nomi femminili, quasi a ricordare che gli eventi storici siano di appannaggio esclusivo degli uomini, mentre le donne sono relegate alla gestione dei figli e della casa.

Fanno eccezione alcuni casi eclatanti, che proprio perché tali non sono passati sotto silenzio, ma accanto a questi i nomi di una miriade di donne, pur  impegnate nella società del loro tempo, sono caduti nel dimenticatoio.

Nella Storia minore, ma non per questo meno importante, cioè quella che interessa le vicende di una singola città o comunità, vi sono esempi luminosi di “eroine”, di donne che, sprezzando il pericolo e la propria incolumità, hanno manifestato un coraggio non comune e con il loro comportamento hanno contribuito a ripristinare l’ordine, la giustizia e far prevalere il rispetto della legalità e a coltivare i valori fondamentali del vivere civile.Tra queste donne un ruolo importante in passato a  Gioia del Colle ha ricoperto una donna singolare, una donna coraggio: Carmina Martellotti.

La vicenda di questa cittadina gioiese è legata agli avvenimenti che hanno turbato la  nostra vita civile nel 1799.

Il 14 febbraio 1799 sei uomini gioiesi, appartenenti a famiglie benestanti, desiderosi di scrollarsi il peso dell’autoritarismo borbonico e di instaurare un governo democratico e repubblicano, sull’ esempio dei principi della Rivoluzione francese, dopo aver piantato a Gioia l’albero della Libertà furono oggetto di “attenzione” da parte della popolazione, che, istigata da esponenti filoborbonici, nella propria ignoranza attribuivano la colpa della loro miseria e delle proprie difficoltà a quei concittadini benestanti. Dopo aver saccheggiato le loro abitazioni  e averli percossi e trascinati in carcere, li uccisero, bruciandoli in Piazza Castello o Piazza Jovia. I nomi di questi personaggi, che vengono definiti Martiri del 1799, come si evince dalla denominazione attuale data alla vecchia Piazza Castello, sono riportati nel marmo alla base del monumento eretto in loro ricordo un secolo dopo quei tragici avvenimenti: AI SUOI MARTIRI GIUSEPPE DEL RE, BIAGIO DEL RE, DONATANTONIO LOSITO, FILIPPO PETRERA, GIUSEPPE CALABRESE, NICOLA BASILE,  LA PATRIA RICONOSCENTE ANNO MDCCCC.

E ancora su un’ altra targa si legge la motivazione: TRA LE FIAMME DEL ROGO ARSERO I CORPI DEI MARTIRI NON LE ANIME IMMORTALI CHE QUELLE FIAMME TENNERO VIVE PER LO INCENDIO E LA DISTRUZIONE DEL TRONO DEI DESPOTI.
Carmina Martellotti era la moglie di uno dei Martiri del 1799, il Magnifico Filippo Petrera.

Venceslao Petrera fugge dalla Chiesa Madre. Dipinto di Mimmo Alfarone.

Le notizie che ci sono pervenute su queste vicende le attingiamo da un manoscritto in possesso dell’avvocato Luciano Macario, residente in Bari, rinvenuto nel 2003 in uno scatolone del proprio nonno, Filippo Petrera. Si tratta di un materiale preziosissimo, atti processuali, giudiziari e relazioni ufficiali che descrivono minutamente avvenimenti, personaggi, luoghi e date degli eventi del 1799, che altrimenti sarebbero stati sconosciuti in quanto i re borboni Ferdinando IV e Francesco II nel 1803 e nel 1855 obbligarono i funzionari degli Archivi di Stato, delle Prefetture, dei Comuni e degli Archivi giudiziari, a distruggere gli atti relativi a quel periodo e alle repressioni da loro operate nei confronti dei rivoluzionari.

Questi atti si sono salvati dalla distruzione perché i fascicoli e i registri che li contenevano non riportavano alcun riferimento agli avvenimenti politici della rivoluzione antiborbonica, ma erano intestati a denunzie per reati comuni.

Uno di questi fascicoli si intitola: Denunzia di Carmina Martellotti contro Vito Francesco Caricato per minacce contro il figlio minore Venceslao Petrera il 27 maggio del 1800.

Venceslao Petrera nel 1799 aveva 17 anni e qualche giorno prime dei tragici eventi del 14 febbraio si trovava in Chiesa Madre dove ascoltò il sacerdote laico Francesco Soria, filoborbonico, che arringava la folla lì presente. Rientrato a casa racconta al padre Filippo, fervente repubblicano, quanto ha ascoltato in Chiesa e pur non comprendendo a pieno il significato di quel sermone ricorda di aver sentito dire parole contrarie ai rivoluzionari, tra cui: I serpenti, per ucciderli, bisogna schiacciargli la testa.

Qualche giorno dopo si verificheranno i tragici avvenimenti del 1799, che porteranno alla morte anche del padre Filippo.

A poco più di un anno di distanza da quell’eccidio, e precisamente il 27 maggio 1800, sua madre, Carmina Martellotti, vedova del quarantatreenne Filippo Petrera, sposata nel 1780, sporge denunzia.

14 febbraio 1799. Il magnifico Filippo Petrera è arrestato mentre è in casa con la moglie Carmina Martellotti ed il figlio Venceslao

Il 27 maggio 1800, giorno ancora di festa per il Patrono San Filippo, data  in cui Venceslao compie 18 anni, Vito Francesco Caricato, detto Pollastrello, uno degli uccisori del padre Filippo, lo incontra sul sagrato della Chiesa Madre, lo insulta e minaccia di ferirlo con un coltello.

Il testimone Domenico Lamanna durante il processo affermò: Alla Chiesa vidi e intesi il 27 maggio alle ore 18 Vengeslao Petrera dire al Caricato: Che vuoi da me? Avete ucciso mio padre, ma non insultate più la povera gente. A queste parole Caricato, con animo sdegnato si lanciò contro il Petrera tirando dalla sacca un coltello.

Fu proprio Domenico Lamanna a trattenere con forza il Caricato, impedendogli di portare a termine il suo fine, di ferire o uccidere Venceslao.

Carmina Martellotti, moglie di Filippo Petrera e madre di Venceslao, anche a pericolo della propria incolumità, non esitò a denunziare alle autorità giudiziarie il sopruso e le intimidazioni fatte da Caricato al proprio figlio, in data 27 maggio 1800, il giorno stesso dell’intimidazione, alla presenza di tre testimoni: il calzolaio Bartolomeo Fasano, il falegname Filippo Ardito ed il ferraio Domenico Bellacicco.

Questa denunzia, rinvenuta in casa dei discendenti di Filippo Petrera junior, permise di avviare le indagini processuali, che sono giunte fino a noi, grazie all’avvocato Luciano Macario.

Il Caricato sia per l’atto compiuto, sia per porto di un’arma proibita, quale era il  coltello che portava con sé arbitrariamente, fu condotto nel carcere di Trani. Al termine del processo il Caricato fu scarcerato, gli fu comminata un’ammonizione e gli venne intimato di non offendere più la famiglia Petrera.

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6 Giugno 2020

  • Scuola di Politica

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