Il fidanzamento e il matrimonio di un tempo

Ai nostri giorni è sempre più raro assistere ad un matrimonio religioso. In un periodo di scarsa propensione ad un matrimonio religioso, sia pure con qualche perplessità, assistiamo al moltiplicarsi di casi di convivenza e di matrimoni civili. Eppure oggi non si seguono più le rigide e tradizionali norme di un tempo, che prevedevano, tra […]

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Un corteo nuziale sfila davanti al Municipio di Gioia nel 1924

Ai nostri giorni è sempre più raro assistere ad un matrimonio religioso. In un periodo di scarsa propensione ad un matrimonio religioso, sia pure con qualche perplessità, assistiamo al moltiplicarsi di casi di convivenza e di matrimoni civili.

Eppure oggi non si seguono più le rigide e tradizionali norme di un tempo, che prevedevano, tra l’altro, l’obbligo della “dote” per la fanciulla che intendeva contrarre matrimonio e la scelta del futuro sposo, per la propria figlia, da parte dei genitori!

È anche vero che, a voler seguire la moda, un matrimonio richiede una notevole spesa, a partire dagli abiti alla sala, dal fotografo alle bomboniere, dall’addobbo floreale all’auto da cerimonia, ecc. ecc.

Il matrimonio nei secoli scorsi rispondeva a determinati riti e convenzioni, che al giorno d’oggi sembrano assurde, cui dovevano sottostare soprattutto le ragazze da marito.

Infatti era la famiglia, ossia il padre e la madre, che decidevano sulla scelta dello sposo da dare alle proprie figlie.Per coloro che volessero approfondire notizie sul fidanzamento e sul matrimonio come veniva celabrato a Gioia  nei secoli XVI e seguenti è possibile consultare  IL primo Liber matrimoniorum della Chiesa Madre di Gioia del Colle (Sponsali libro I,  1580-1623) tomo I, di Francesco Capodiferro, editore Suma, Sammichele, 2022.

Spesso capitava che il ragazzo imposto dai genitori non riscuoteva le simpatie della ragazza, che invece aveva adocchiato un altro giovane ed erano decisa a tutto pur di sposarlo. In tali casi, per sottrarsi al matrimonio combinato dai genitori, si ricorreva alla “fuitina”, ossia alla fuga repentina dai rispettivi nuclei familiari di appartenenza dei due innamorati, allo scopo di rendere esplicita o far presumere tale l’avvenuta consumazione di un atto sessuale completo, in modo da porre le due famiglie di fronte al fatto compiuto, inducendole a concedere il consenso per le nozze riparatrici dei due fuggitivi. Tale pratica veniva escogitata anche con il consenso di famiglie povere, per dispensarle dalle grosse spese previste da una cerimonia ufficiale. In tal caso il matrimonio veniva celebrato alle prime ore dell’alba, perché non si diffondesse presso la popolazione la notizia dell’accaduto. Anche la stessa Chiesa consentiva il matrimonio riparatore, con la donna che non poteva indossare l’abito bianco,  senza la partecipazione del popolo e quindi da svolgersi quasi di nascosto, di primo mattino.

C’erano però altre scappatoie per le ragazze che non volevano sottostare alle imposizioni dei genitori sulla scelta del futuro sposo; esse si alzavano di buon’ora per andare a messa con lo scopo di incontrare l’innamorato. In tale occasione poteva sfuggire una stretta di mano, un biglietto sotto un santino, uno sguardo complice e palesemente accondiscendente, per alimentare un amore tra i due giovani, non condiviso dai genitori.

Un momento per incontrare le ragazze era quello delle feste da ballo, organizzate spesso in famiglia, durante le quali la ragazza poteva avvicinare i giovani presenti all’evento e farsi sfuggire qualche parola o cenno per una ulteriore conoscenza.

Con il passare degli anni, una tappa importante per conquistare il cuore di una ragazza era costituita dal corteggiamento; si passava sotto la casa o sotto la finestra dell’innamorata e poi si  organizzava una serenata.

Per la conoscenza di una ragazza spesso si ricorreva alla cosiddetta “ambasciata”. Un conoscente comune alle due famiglie si faceva portavoce dell’intenzione del giovane presso il genitore della ragazza, affinché fosse accettato in famiglia e potesse conoscere e frequentare la giovanetta. Quando la famiglia della ragazza riteneva il partito conveniente e il ragazzo di buona famiglia, accettava la proposta e permetteva che il ragazzo potesse entrare in famiglia, a condizione che in essa non ci fossero altre ragazze da maritare, in età più matura di quella richiesta in sposa.

Era il cosiddetto giorno della riconoscenza, cioè la presentazione ufficiale, nel quale il giovane presentava i suoi genitori alla famiglia della ragazza. Per l’occasione della festa si portavano dei doni alla futura sposa: gli orecchini, la catenina d’oro con la medaglia e l’anello di fidanzamento, che la ragazza metteva al dito per rendere noto a tutti il suo fidanzamento.

La riconoscenza fungeva da vero e proprio contratto; infatti si stabilivano giorni ed ore in cui il ragazzo poteva frequentare la casa della ragazza, venivano regolamentate le uscite, veniva quantificata la dote che la famiglia doveva dare alla ragazza, e i doni che il ragazzo doveva offrire alla futura sposa, consistenti quasi sempre in oggetti d’oro e in denaro oltre ad una somma in denaro, a disposizione della sposa in caso di vedovanza. Venivano definite anche le spese relative all’ acquisto della casa e al suo arredamento o la sua donazione.

Con il fidanzamento ufficiale oltre allo scambio dei doni, cioè dell’anello di fidanzamento, si stabiliva la data del matrimonio e la lista degli invitati.

I due giovani, ufficialmente fidanzati potevano vedersi a casa della sposa o uscire a passeggio, sempre sotto gli occhi vigili dei genitori, che li accompagnavano.

Spesso le fanciulle povere non potevano maritarsi perché la propria famiglia non poteva fornire la dote alla figlia. In loro soccorso venivano dei benefattori, che destinavano parte del loro patrimonio a favore di donzelle povere.

Tra questi benefattori, che fecero regolare testamento, vanno citati la signora Dorotea Indellicati (1794-1871), che fece donazioni anche per l’Asilo d’Infanzia e per l’Ospedale Paradiso, a cui è stata intitolata anche una strada cittadina, e Pasquale Favale, morto nel 1882 che, con un lascito che da lui prese nome, legò una ingente somma per fornire di dote le fanciulle povere. Le doti venivano sorteggiate tra le giovani povere secondo le volontà dei testatori.

Vi erano anche altre famiglie benestanti che decidevano di fare donazioni a qualche parrocchia, con l’obbligo di utilizzarle come dote per le ragazze povere; in questo caso erano i parroci che, durante la celebrazione domenicale, effettuavano il sorteggio in presenza dei parrocchiani.

A volte per accasare la propria figlia si ricorreva ad un sensale, un intermediario. Facevano ricorso al sensale alcune famiglie benestanti che vivevano in paese, ma non avevano rapporti sociali oppure proprietari terrieri che, vivendo in campagna, non avevano modo di mettere in mostra le proprie figlie durante la passeggiata domenicale o quando si recavano in paese per sbrigare varie incombenze.

In questi casi l’incontro avveniva in campagna e dopo la riconoscenza si verificava la dote e si sottoscriveva il contratto.

Ad avvenuta e positiva conclusione del contratto, il sensale veniva saldato con una percentuale del valore della dote o con una somma precedentemente pattuita.

Alla fine del fidanzamento, un mese circa prima del rito sacro, i due futuri sposi si recavano in municipio per “l’uscita delle fedi” ossia per sottoscrivere la promessa di matrimonio in presenza di testimoni.

Gli sposi all’uscita della chiesa di Santa Lucia, con parenti ed invitati. Foto della metà degli anni ’40

Una settimana prima del matrimonio la futura sposa organizzava “l’esposizione del corredo”, alla quale partecipava la suocera, per controllare la giusta quantità di dote pattuita.

Nei giorni seguenti si trasportava la dote alla futura casa degli sposi e si preparava la camera nuziale.

Il giorno precedente al rito sacro la ragazza, accompagnata da un parente, si recava in chiesa per confessarsi.

Non era una pratica inusuale quella che la sera che precedeva il matrimonio il fidanzato portasse una serenata all’innamorata, durante la quale una piccola orchestrina suonava e cantava brani e filastrocche in dialetto, che esprimevano i suoi sentimenti amorosi nei confronti dell’amata. Tale pratica richiamava un gruppo di amici, di conoscenti e di vicini di casa e costringeva la fidanzata ad affacciarsi al balcone della sua abitazione per  godere del gentile pensiero musicale del ragazzo, festa accompagnata dal dono di un fiore.

La mattina del matrimonio la ragazza faceva recapitare allo sposo la camicia nuziale e l’intimo da indossare.

Gli abiti che gli sposi dovevano indossare variavano a seconda del ceto familiare e della disponibilità economica delle famiglie, così come i complementi da utilizzare per impreziosire l’abbigliamento.

La sposa indossava un abito bianco con velo sulla testa, riccamente adorno di pizzi, merletti e ricami per le famiglie più facoltose e dalle linee più semplici e meno adorne per le famiglie meno abbienti. Lo sposo di regola indossava un costume di colore scuro composto da pantalone e giacca, con camicia bianca e cappello schiacciato.

Il corteo nuziale partiva dalla casa della sposa, quasi esclusivamente a piedi, essendo riservato l’uso di una carrozza o di un’automobile solo alle famiglie più benestanti, e faceva il giro del paese per raggiungere la chiesa.

Lungo la strada e presso le loro abitazioni gli amici lanciavano all’indirizzo degli sposi chicchi di grano, elemento considerato come un simbolo propiziatorio di abbondanza, mentre lo sposo contraccambiava con lancio di piccoli confetti; i ragazzi presenti lungo le strade facevano a gara per farne incetta.

Durante il percorso che conduceva alla chiesa in testa al corteo, che procedeva in fila indiana e a coppie, prendeva posto la sposa, seguita dai suoi genitori, da parenti, invitati e amici. Lo sposo chiudeva il corteo, accompagnato dalla madre.

Il rito nuziale celebrato in lingua latina si concludeva con la sottoscrizione del contratto matrimoniale, alla presenza di testimoni, una copia del quale era inviato al Municipio perché fosse annotato sui registri dello Stato civile.

Alla fine del rito nuziale si formava nuovamente un corteo, a capo del quale si ponevano gli sposi, seguiti dai genitori dello sposo, da quelli della sposa,  dai parenti e dagli amici, secondo l’ordine di importanza degli stessi.

Alla fine del giro del paese il corteo si fermava a casa della sposa, dove tutti erano invitati a prendere i “complimenti”, consistenti generalmente in pasticcini, confetti e liquore, al termine dei quali si licenziava gli invitati e restavano solo i parenti più stretti che, sempre riuniti a casa della sposa, consumavano un modesto banchetto nuziale, la cui spesa era a carico dello sposo.

Solo in tempi più vicini a noi la famiglia dello sposo prendeva in fitto un grande locale nel quale a parenti e invitati veniva offerto un rinfresco, panini farciti, dolci e torta.

Se la famiglia poteva permetterselo si invitava un gruppo musicale; al contrario si utilizzava un grammofono con dischi in vinile e si ballava fino ad ora tarda, consumando pasticcini e rosoli.

Al termine del festino i genitori della nuova coppia accompagnavano gli sposi alla loro casa.

Solo se gli sposi erano facoltosi potevano permettersi il viaggio di nozze o qualche giorno di riposo non lontano dalla propria regione. Infatti otto giorni dopo il matrimonio gli sposi erano invitati a pranzo a casa dei genitori del ragazzo. Successivamente gli sposi passavano a salutare i testimoni, i cosiddetti “compari di anello” e gli invitati per ringraziarli della loro presenza al rito religioso e per i doni che essi avevano offerto.

Al termine di questi avvenimenti la coppia di sposi dava inizio alla nuova vita coniugale con il marito che riprendeva la sua attività lavorativa e la moglie che si prendeva cura della casa e delle faccende domestiche e successivamente, quando venivano alla luce, anche dei figli.

Si conservano ancora alcune foto del maestro fotografo Giovanni Bufano, che ritraggono la scena di alcuni matrimoni a Gioia, testimonianza di un rito che diversamente si sarebbe perso nel dimenticatoio degli anni.

Una in particolare, risalente al 1924 ritrae un corteo nuziale che sfila a piedi davanti al Municipio di Gioia, con in testa gli sposi e una damigella, seguiti da parenti e invitati.

Nel Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari presente a Roma una sala, dedicata alla Puglia, conserva reperti relativi al tema del fidanzamento, del matrimonio e della nascita come avveniva nei tempi passati nella nostra regione.

Durante il fascismo, contrariamente ai nostri tempi, per vari motivi, si volle favorire lo sviluppo demografico; infatti non solo si erogavano contributi per coloro che celebravano un matrimonio, ma anche per chi decideva di avere dei figli.

Per un approfondimento dell’argomento si può consultare la pubblicazione: Il piacere di ricordare Gioia di Lorenzo Santoiemma, stampato in proprio, grazie alla collaborazione del Sig. Alberto Motta e della tipografica Losi di Milano nel 2010.

Nella terza parte del volume l’autore, oltre a inserire alcune poesie in dialetto gioiese, scritte dalla compianta professoressa Maria Eramo, riporta un articolo sul maritaggio e, documento approfodito e prezioso, una ampia ricerca della professoressa Dina Montebello dal titolo: La ragazza da marito, contenente interviste, testimonianze e canti popolari relativi al fidanzamento e al matrimonio di un tempo a Gioia.

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20 Marzo 2024

  • Scuola di Politica

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