Un mestiere scomparso: il calcarulo o calcinaio

Una delle caratteristiche dei paesi di Puglia, che colpisce l’occhio del turista non solo attraversando la campagna, disseminata di masserie, trulli o altre costruzioni rurali, ma  visibile anche nelle abitazioni del Centro storico, è costituita dall’ utilizzo della calce per imbiancarle. Questa pratica oltre a dare luminosità e specificità all’ architettura mediterranea delle nostre costruzioni […]

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Una calcara. Foto tratta Da “Il Gargano è Storia, Natura e Civiltà”. La fornace per calce

Una delle caratteristiche dei paesi di Puglia, che colpisce l’occhio del turista non solo attraversando la campagna, disseminata di masserie, trulli o altre costruzioni rurali, ma  visibile anche nelle abitazioni del Centro storico, è costituita dall’ utilizzo della calce per imbiancarle.

Questa pratica oltre a dare luminosità e specificità all’ architettura mediterranea delle nostre costruzioni  (vedi in particolare Alberobello, Cisternino e la Valle d’Itria, Locorotondo), ha una funzione di pulizia di igiene.

I Romani ed i Fenici, ancor prima, avevano imparato ad usare la calce come materiale da costruzione, mescolata con la sabbia a formare la malta. Inizialmente è adoperata nella forma di calce aerea (che indurisce solo se a contatto con aria).Successivamente venne mischiata con pezzi di argilla cotta (vasellame, mattoni ecc.) oppure a pozzolana, una sabbia ricca di silice, che ne alterano le caratteristiche di resistenza, impermeabilità e soprattutto ne consentono la presa anche in ambienti non a contatto con aria (tipicamente sott’acqua). Nascevano così le malte idrauliche, sebbene a base di calce aerea.

Nel trattato latino scritto da Marco Vitruvio Pollione intorno al 15 a.C., De architectura, viene descritta la produzione di calce a partire da pietre bianche, cotte in appositi forni, dove perdono peso (fenomeno che oggi sappiamo di verifica in conseguenza della liberazione di anidride carbonica CO2). Il materiale ottenuto, la calce viva, era poi spenta gettandola in apposite vasche piene di acqua.

Ancora oggi in Puglia si pratica l’imbiancatura esterna a latte di calce. E’ la cosiddetta “ lattatura “, da cui il termine dialettale allattare, per indicare imbiancare, e allattatore per indicare l’imbianchino.

Inizialmente si imbiancava la parte esterna bassa del trullo o anche quella superiore, ma soprattutto l’interno del trullo, l’interno e l’esterno delle lamie, dei lamioni e delle costruzioni rurali, per proteggere gli abitanti dalle intemperie, dagli spifferi e dal freddo, per evitare che penetrassero i piccoli animali e gli insetti  e per motivi igienici.

Questa peculiarità della nostra regione è stata alimentata, favorita dalla particolare conformazione del nostro territorio, in particolare quello delle Murge, ricco di pietre di natura calcarea.

Come si ottiene la calce?

Pietre calcaree da cui si ottiene la calce

La materia prima per la produzione della calce è il calcare, una roccia sedimentaria ricca di calcite o  carbonato di calcio (CaCO3) che viene estratta da apposite cave o recuperando materiale lapideo affiorante nel terreno o  spietrando il terreno per renderlo coltivabile. Possono essere usati anche marmo o altri minerali.

Il materiale, grossolanamente frantumato, è introdotto in appositi forni o fornaci, dette calcare, dove viene riscaldato gradualmente a 800-1000°C.

Con  il  termine  calcarulo  si  indica  sia  il  padrone  della  calcara  che l’addetto  all’ accensione  e  alla alimentazione del fuoco della fornace per cuocere le pietre.

Nel Catasto onciario di Gioia del Colle del 1750 si registra la presenza di una calcara nel nostro paese. A tale  proposito vale la pena ricordare un episodio che riguarda la nostra storia.

Il 14 febbraio 1799 si verificano i tragici avvenimenti di Piazza Castello, noti come Martiri del ’99, che hanno poi dato nome  all’ omonima Piazza. Tra  gli  aggressori  e  carnefici  di  quei  Martiri  figura  Nicola Pavongelli, figlio del calcarulo o  calcaruto.

Un chipuro nel Salento

Per ottenere la calce occorre innanzitutto costruire una calcara o calcinara, scegliendo l’ubicazione in una zona agricola, possibilmente ricca di materia prima: pietre e legname. La forma della calcara, costruita utilizzando i grossi blocchi di pietra del nostro territorio, richiama alla memoria quella dei chipuri o dei  furnieddhi della zona salentina, costruzioni simili ai trulli, ma con la copertura a tronco di cono, utilizzati come riparo di attrezzi o prodotti agricoli da semina, di animali e riparo dal caldo;  queste costruzioni raramente erano utilizzate come abitazioni, sia per  la loro limitata dimensione sia per essere state edificate in campagna, spesso lontano da case cittadine.

La calcara si costruiva in piano o a ridosso di una collinetta; in quest’ultimo caso il calore che sprigionava si disperdeva con maggiore difficoltà. La costruzione richiedeva grande abilità da parte delle maestranze: occorreva scavare preliminarmente un fosso circolare di una certa profondità e grandezza e si rivestiva le pareti, dalle fondamenta alla parte affiorante sul terreno, con grosse pietre fino ad ottenerne una forma di cupola.

La sommità della calcara era rivestita da uno strato di argilla per evitare dispersioni di calore.

Sezione di una di calcara, tratta da Imperium Romanum “Le calcinare di Roma”

A livello del suolo si creava la cosiddetta “camicia”, rivestimento esterno utilizzando pietre di dimensioni più grandi delle prime, fino a raggiungere l’altezza desiderata, che poteva raggiungere i tre metri. Era la camera di combustione a forma di botte, dotata di una porticina, posta alla base della costruzione e preferibilmente  in direzione sud, nella quale si introduceva il combustibile, costituito da legna o paglia secca, che gli operai alimentavano al bisogno, facendo una turnazione di circa sei ore per non lasciare incustodita la calcara; l’apertura aveva anche lo scopo di far entrare aria ossigenata, indispensabile per assicurare una buona combustione.

Terminata la costruzione della calcara  si introducevano le pietre calcaree e si avviava il processo di combustione, che durava alcuni giorni, a seconda del luogo di provenienza delle pietre. Le pietre provenienti dalle Murge, specialmente quelle di Gravina, piuttosto dure, nel cui territorio erano  presenti fino a 27 calcare, necessitavano dai 12 ai 13 giorni di fuoco, mentre quelle provenienti dal litorale, più dolci, come  la città di Molfetta, richiedevano 6 o 7 giorni di cottura.

Si stima che per produrre una determinata quantità di calce ci fosse bisogna di un quantitativo di poco inferiore di paglia asciutta da ardere e una quantità sensibilmente inferiore di legna.

antica calcara nella gravina di Penziero (Grottaglie) tratta da Perieghesis. Viaggio nella storia del paesaggio agrario del Tarantino. “L’industria dell’incolto”

La temperatura che si raggiungeva all’ interno della calcara era di 800/1000 gradi e andava controllata per evitare eccessivi ed improvvisi sbalzi.

Durante il periodo di combustione bisognava controllare  il livello di cottura delle pietre con metodi empirici: versando dell’acqua fredda sulle stesse e osservando  la formazione della conseguente  reazione chimica o immergendo un’asta metallica che permetteva di verificare il completamento della cottura. Importantissimo e faticosissimo era, dunque, il ruolo del calcarulo in tutte le diverse fasi della produzione della calce. La sua presenza, sia pure a rotazione, nei pressi della calcara era costante e garantiva la buona riuscita del processo di produzione della calce.

Nella fase di cottura avviene una reazione chimica (reazione di calcinazione) che porta alla liberazione di anidride carbonica ( CO 2)  e alla produzione dell’ossido di calcio ( CaO) o calce viva:  CaCO3 + 900° = CaO + CO2 (calce aerea).

Dopo la cottura i frammenti di pietra riducono il loro peso di circa il 40%, a causa degli atomi di carbonio e ossigeno perduti, ed assumono una consistenza porosa. Inoltre il comune colore grigio del calcare viene perso e le pietre diventano per lo più bianche. Esse costituiscono la calce viva che, commercializzata così com’è oppure ridotta in polvere, deve essere conservata in recipienti perfettamente ermetici, poiché è molto igroscopica, cioè capace di assorbire vapore acqueo (umidità ) dall’ atmosfera.

Spegnimento della calce

Per ottenere la calce definitiva, o calce spenta, il materiale deve subire la reazione di spegnimento:

CaO+H2O→Ca(OH)2   associata a due effetti macroscopici evidenti: un violento rilascio di calore e la disgregazione della pietra per l’effetto espansivo della trasformazione da ossido ad idrossido di calcio.

Lo spegnimento può essere condotto in due maniere differenti, per aspersione o per immersione.

Nel primo caso (per aspersione), come trattamento utilizzato in tempi moderni,  si ricorre ad un impianto di spegnimento relativamente complesso che prevede: una prima frantumazione dell’ossido in pietre di dimensione millimetrica, il trasferimento dei frammenti su un nastro trasportatore su cui avviene il vero e proprio spegnimento, mediante spruzzatori che distribuiscono l’acqua su tutta la sezione in modo da bagnare uniformemente le pietre, che si frantumano ulteriormente per la reazione.

Dopo la reazione si ottiene una polvere fine detta appunto calce idrata in polvere che viene suddivisa in base alla finezza. È infatti possibile commercializzare la calce idrata in due forme diverse: come fiore di calce, di maggiore pregio e costo con specifiche tecniche restrittive descritte da una specifica norma UNI, o come calce da costruzione, di minor pregio e finezza.

Fiore di calce idrata

Il ciclo della calce

Lo spegnimento per immersione, utilizzata in passato  dal calcarulo, avviene invece quando le zolle di calce viva vengono gettate in una vasca piena d’acqua. In genere questo tipo di spegnimento avviene in due passaggi, con una prima vasca di spegnimento, che spappola le zolle di calce, ammorbidite dall’ acqua, che in parte si è trasformata in vapore, e il successivo passaggio nelle vasche di stagionatura, dentro le quali si ha la formazione della pasta detta “grassello di calce”.  Nelle vasche di stagionatura  è  essenziale  la presenza  di  qualche centimetro di acqua sopra la massa plastica, che garantisce che l’idrossido di calcio non reagirà con l’anidride carbonica dell’aria.

L’utilizzo della calce

La calce ha numerosi utilizzi. Si  usa  anche per la preparazione delle olive. E’ un  particolare  e antico  procedimento per addolcire le olive, che consiste  nel macerarle nella calce.

La calce viva è usata: per il pollame, per aumentare il calcio presente nel guscio; per trattare le acque, per ridurre l’acidità;  nella depurazione per rimuovere i fosfati  e altre impurità (flocculante) e per desolforizzare i gas di scarico; nella fabbricazione della carta per dissolvere le fibre di legno;  come candeggiante e sbiancante; per disinfettare ambienti.  In agricoltura è utilizzata  per correggere i terreni acidi; in chimica per purificare l’acido citrico e il glucosio, come essiccante e assorbitore di anidride carbonica; per la stabilizzazione delle terre argillose nei sottofondi stradali e nei rilevati stradali;  come rivestimento delle pareti e del fondo di fosse scavate in terreni naturalmente impermeabili per l’infossamento di carcasse di animali infetti.

La calce spenta è usata: come materiale da costruzione unita alla sabbia (stabilitura);  come prodotto di finitura naturale quale marmorino, calce rasata, (intonachino), pittura a calce utilizzato per la decorazione di pareti interne ed esterne; come rivestimento murale impermeabile utilizzato sia in interni che in esterni (Tadelakt); mescolato al cemento per produrre una malta   plastica adatta per gli intonaci; nella concia delle pelli; nell’industria petrolchimica per produrre additivi per   lubrificanti; per la produzione dello stearato di calcio, usato  come stabilizzante e lubrificante non tossico e   come additivo nella vulcanizzazione della gomma sintetica per la produzione di pneumatici; per la neutralizzazione e l’assorbimento di inquinanti;  per il trattamento dell’acqua usata nell’industria alimentare;  per correggere l’acidità dei terreni;  in agricoltura, unita al solfato di rame, come anticrittogamico (poltiglia bordolese); nell’industria farmaceutica per preparare sali di calcio e magnesio; in odontoiatria come medicamento nei sottofondi e nell’endodonzia.

E’ usata come disinfettante dell’acqua per disinfettare stalle e latrine, si cospargeva le gabbie dei conigli.

Grassello di calce

Un altro metodo di produzione del grassello prevede di ottenere la pasta per successiva idratazione della calce idrata in polvere ottenuta dall’impianto di spegnimento per aspersione.

Questa metodologia di produzione porta ad un grassello di qualità inferiore rispetto a quello ottenibile per immersione e lunga stagionatura. La sospensione bianca che “galleggia” sopra il grassello è a volte venduta come latte di calce. La calce idraulica è preparata a partire da roccia calcarea impura, che presenta un certo tenore, dal 6 al 22%, di argille o altri alluminosilicati idrati.

Il nome deriva dal fatto che, a differenza della calce normale, è in grado di raggiungere l’indurimento anche non a contatto con l’aria.

Carbonatazione

La presa inizia con l’asportazione dell’acqua e la successiva essiccazione. Ciò la rende inutilizzabile per le applicazioni a contatto con l’acqua (ponti, moli), ma la rende preferibile al cemento dove l’essiccazione avvenga rapidamente, come nell’applicazione di intonaci. Il cemento infatti non dovrebbe asciugare prima che sia terminata la fase di presa.

Una volta che la calce si è essiccata, a contatto con l’anidride carbonica presente nell’atmosfera inizia un lento processo che la trasforma in calcare (carbonatazione), il composto originario dal quale è stata prodotta. La reazione è:  Ca(OH)2 +CO2 → CaCO3 +H2O.

Il processo di carbonatazione è piuttosto complesso. Anche se la reazione precedente è corretta dal punto di vista formale, la reazione reale è più complessa. Osservando la precedente reazione infatti, il processo sembrerebbe avvenire tra un solido Ca(OH)2 e un gas CO2, mentre in realtà la reazione avviene in fase acquosa grazie all’acqua di impasto della calce.

L’idrossido di calcio  infatti si  scioglie  in acqua, grazie ad  una  buona solubilità, l’anidride carbonica si scioglie anch’essa in acqua, formando una specie indicata come acido carbonico H2CO3, da cui per reazione acido base si forma un sale poco solubile, ovvero il carbonato di calcio. La forma corretta è dunque:  Ca(OH)2 +CO2 → CaCO3 +H2O

Presa ed indurimento delle calci aeree

La presa e l’indurimento delle calci aeree avvengono nelle seguenti fasi successive:

Evaporazione dell’acqua in eccesso ed asciugamento dell’impasto.

Cristallizzazione dell’idrossido di calcio Ca(OH)2 con consolidamento dell’impasto (presa della calce).

Partendo dall’esterno inizia la carbonatazione (formazione dei cristalli di CaCO3  cioè calcare o carbonato di calcio ) tra i granuli di sabbia o tra i materiali che la malta deve legare (indurimento). Al termine tutto diventa un corpo solido compatto ed insolubile in acqua.

Per questo processo di carbonatazione gli intonaci, a base di calce, aderiscono anche ai soffitti e non si scollano dai solai.

Si comprende, da quanto detto, l’importanza che dall’ antichità ha assunto la produzione della calce e delle  sue svariate utilizzazioni in diversi settori.

Il Comune di Gioia nel 1986, adottando il piano di recupero della zona storica, nel punto riguardante l’imbiancatura delle facciate dei fabbricati prevedeva l’uso di calce per gli immobili privi di valore storico.

Trullo imbiancato con calce

Oggi la tecnica di produzione di questo prodotto edilizio è cambiata e si utilizza un metodo industriale per ottenere calce idrata in polvere, che viene venduta confezionata in comodi sacchi, come si verifica per il cemento.

Inoltre per  le costruzioni moderne, con l’uso di nuovi materiali plastici o al quarzo o con il rivestimento esterno con mattonelle protettive delle facciate, la vendita della calce ottenuta con gli antichi procedimenti è fortemente diminuita o sparita. Fino a qualche anno fa nei nostri paesi era ancora possibile vedere qualche venditore ambulante di calce, la quale veniva acquistata da contadini o per imbiancare le abitazioni agricole o per essere sciolta nei pozzi o nelle cisterne di acqua per depurarne il contenuto, oppure per sanificazione delle stalle e per protezione di alcuni alberi da frutta da parte di parassiti o di animali nocivi.

Con il progresso tecnologico ed industriale la secolare figura del calcarulo o calcinaio, un personaggio che ha contribuito a fornire un prodotto importante per le nostre comunità cittadine, è scomparsa ed è ormai patrimonio culturale di quei pochi  anziani che ce ne tramandano il ricordo.

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7 Maggio 2020

  • Scuola di Politica

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