La Chiesa di San Rocco e la devozione del Santo a Gioia

Come mai il culto a Gioia di un Santo non italiano?  San Rocco pur non essendo  italiano è molto venerato in Italia, specie nel  Sud. Sono discordanti le poche fonti sulla vita di san Rocco; è quasi certa la sua nascita a Montpellier in Francia tra il 1345 e il 1350. E’ figlio del locale governatore, quindi di […]

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Chiesa si San RoccoCome mai il culto a Gioia di un Santo non italiano?  San Rocco pur non essendo  italiano è molto venerato in Italia, specie nel  Sud.

Sono discordanti le poche fonti sulla vita di san Rocco; è quasi certa la sua nascita a Montpellier in Francia tra il 1345 e il 1350. E’ figlio del locale governatore, quindi di famiglia benestante e sicuramente cristiana. Vive in un periodo in cui l’Europa è  segnata dal flagello della peste (in due anni muoiono circa 20 milioni di persone) e nel quale la Chiesa attraversa un forte momento di crisi.     A 20 anni resta orfano di padre e madre e decide, forse seguendo le ultime volontà del  padre morente, di seguire Gesù. Probabilmente entra nel terz'ordine francescano, perciò lascia tutti i suoi beni, veste l'abito da pellegrino e si reca in pellegrinaggio a Roma. Durante il suo viaggio si dedica alla assistenza e alla cura dei malati di peste, morbo che in quegli anni flagellava in modo particolare l'Italia. Guarisce molti malati di peste in modo miracoloso e la sua fama di guaritore si diffonde rapidamente dappertutto. Mentre si trova a  Piacenza si ammala anche lui;  in quella città gli vengono attribuiti numerosi miracoli di guarigioni. A causa della malattia soffre a tal punto che viene allontanato dall'Ospedale perché "disturba" con i suoi lamenti.

Rimasto solo, trova riparo in un bosco, dove viene salvato da un cane che gli porta del pane tutti i giorni. Il padrone del cane, un certo Gottardo, incuriosito dal suo comportamento, lo segue, fa la conoscenza del Santo e diventa  il suo unico discepolo.  La notizia delle guarigioni miracolose dalla peste effettuate mentre era in vita e quelle dovute alla sua intercessione dopo la sua morte accrescono il culto del santo, che viene invocato come protettore contro la peste e le piaghe, protettore dei pellegrini, dei farmacisti, dei becchini (in alcuni paesi anche dei lavoratori delle pelli) e persino come patrono degli invalidi. 

Ripartito verso la Francia, il suo ritorno a Montpellier si interrompe a Voghera.  Viene fermato e scambiato per una spia, perciò, senza che si ribelli, viene messo in prigione dal nuovo governatore, che è suo zio, che non lo riconosce e lui stesso si rifiuta di dire il suo nome, in quanto aveva fatto voto di non rivelarlo per non godere dei benefici che potevano derivargli dalla sua nobiltà. Sarà riconosciuto solo successivamente per un segno a forma di croce che aveva sul petto sin dalla nascita.

San RoccoResta  5 anni in carcere, dove muore, trentaduenne, nella notte tra il 15 e il 16 agosto di un anno imprecisato, tra il 1376 ed il 1379. Dopo la sua morte, per possedere le sue reliquie e godere dei favori della sua protezione il corpo del Santo viene trafugato dalla chiesa di Voghera e portato a Venezia. Patrono di numerose città e paesi, è il santo che ha il maggior numero di luoghi di culto dedicati, a livello mondiale.  In Italia quasi 60 località portano il suo nome e a lui sono dedicate oltre tremila tra chiese, oratori e luoghi di culto.
Nel 1485, dopo alterne vicende di trafugamenti e compravendite, i suoi resti (salvo una parte delle ossa di un braccio lasciate a Voghera) trovano una definitiva collocazione, nella chiesa di San Rocco a Venezia. Nel 1575, per volontà di papa Clemente VIII, una reliquia, precisamente l’osso di un braccio, viene portata a Roma ed altre reliquie (tra cui una tibia) vengono donate alla  chiesa-santuario della sua città natale: Montpellier. Nella chiesa di San Rocco di Vernazza a Genova, uno scrigno d'argento custodisce una piccola reliquia del Santo donata nel 1995 dalla chiesa di San Rocco in Venezia. A Pignola (PZ) in una teca della chiesa di Santa Maria degli Angeli  è custodito un minuscolo pezzo di un osso degli arti superiori del Santo.                                                                                         

San Rocco viene raffigurato come un  uomo in età adulta, con  il vestito da pellegrino, con il cappello a larghe falde, il cane che gli porta un pezzo di pane, una cicatrice (in genere sulla coscia sinistra) lasciatagli  dalla peste da lui contratta.

L’abate F.P. Losapio ci dice che in Gioia si celebra come Santo protettore San Rocco, la cui festa è introdotta  la prima volta nel 1656, in occasione della fierissima peste che travagliò il Regno di Napoli in quell’anno. La tradizione vuole che invocato in quella calamità dai gioiesi la protezione e il patrocinio di S. Rocco, mentre passava nei vicini paesi e si era introdotta nel nostro territorio, fu allontanata e spinta dalle nostre mura mercè l’intervento e l’apparizione delo Santo con una spada fiammeggiante sopra la Torre detta del Principe del Balzo, oggi del fu D. Michele Cassano, donde la fugò; per cui fu edificata la Cappella di S. Rocco fuori le mura dirimpetto alla Torre suddetta, in memoria dell’apparizione e del miracolo adoprato dal Santo in favore dei Gioiesi.

Il Sindaco di Gioia, Carlo Rosati, il 30 gennaio 1860 afferma che  nel 1656 mentre la peste infuriava nel nostro Reame ed i vicini Paesi, fu il morbo letale spinto e cacciato dalle mura della nostra Patria, mercé  il patrocinio di S. Rocco, che apparve con una spada fiammeggiante con cui lo fugò e la nostra Terra fu salva. I Gioiesi allora in memoria di siffatto miracolo non solo vi costruirono una Cappella, che tutt’ora esiste, ma ancora ne introdusse la festa, che con la massima pompa e devozione del popolo si celebra in ogni anno nel giorno 16 agosto. Inoltre i Padri nostri, e noi stessi abbiamo veduti innumerevoli prodigi operati da Dio mediante la intercessione di quello inclito Santo, semprecché  lo abbiano invocato con viva fede nelle nostre traversie, soprattutto nelle emergenze coleriche del 1837, nell’atto che il morbo Asiatico mieteva in questo Paese molte vittime, cessò affatto dal giorno in cui con ardente devozione si festeggiò il lodato Santo, e perciò si osserva come di doppio precetto il giorno della sua festa, e per consuetudine si ritiene per protettore del Paese. Inoltre il Consiglio dei Decurioni, tenuto  conto dell’assenso già precedentemente concesso, con Regio Decreto il 1779, da Ferdinando IV, con deliberazione decurionale del 30 gennaio 1860, chiede al Re Francesco II e al Papa Pio XI la dichiarazione legale Canonica di Compatroni di questa Città i sullodati S. Rocco e S. Filippo Neri con l’ottava corrispondente di legge.

San RoccoPer evitare che i gioiesi si dividessero in partigiani di S. Filippo e di S. Rocco, il Capitolo dispose che un mese prima della festa in onore di S. Rocco, precisamente il 16 luglio, la statua di questo Santo fosse prelevata dalla Chiesa Madre, dove si trovava, e portata in processione nella chiesa di S. Rocco per le funzioni religiose, ed essere quindi riportata, sempre processionalmente, nella Chiesa Madre, la sera del 16 agosto, giorno della festa di S. Rocco.

Un’altra tradizione popolare ricorda che il popolo invocò  il Santo durante il colera del 1837 che infierì a Gioia, e precisamente dal 7 luglio al 14 settembre.

L'economista e storico gioiese Giovanni Carano Donvito nella Storia di Gioia dal Colle riporta: " Esplosero e seguirono, alla fine dell'epidemia, l'allegrezza, gioie, feste e ringraziamenti ai Santi protettori, particolari a S. Rocco, in peste patronus ed in qualunque altro contagio… Alla vigilia dell'onomastico del Santo, e cioè del 16 agosto, il 13 si erano avuti 2 morti ed uno soltanto il giorno 14, cosicchè l'intiera popolazione a gran voce chiese, alle autorità civili ed ecclesiastiche, di esporre al pubblico ed ornate, le statue dei nostri gran Santi tutelari e specialmente di S. Rocco; e, per miracolo o puro caso, non fu segnato alcun decesso!…  Il 13 agosto 1837… fu un continuo giubileo, un anno santo ed una perenne e santa peregrinazione dalla punta del giorno sino a sera inoltrata. La folla, la calca della gente si moltiplicava, per cui, osserva il Losapio, se la malattia fosse stata davvero contagiosa, lungi da diminuire, si sarebbe dovuta estendere al non plus ultra, mentre avvenne proprio il contrario! La divozione fu l'unica occupazione, che sospese tutti gli affari mondani, per darsi unicamente alla frequenza dei Sacramenti, alla penitenza ed alle incessanti preghiere; e per sensi di pietà e di gratitudine fecero voti ed offerte specialmente le donne, privandosi e spogliandosi dei loro ornamenti più ricchi. Era bello il vedere le statue dei Santi, soprattutte quelle di S. Rocco, coverte di oro e d'argento in collane, monili, fioccagli, orecchini, fibie, pettinesse e simili. La cera che si portava per tenersi continuamente accesa davanti alle statue e sugli altari ascese a migliaia di libbre. Messe, litanie, tridui, novene e settenari non cessavano da mane a sera, e nella cassetta dei poveri si versavano continuamente monete. Giunto il giorno destinato alla festa del Santo non è descrivibile il concorso, il raddoppiamento delle offerte, le questue da cui si ricavavano beni d'ogni sorta e perfino gioghi di vaccine ed altri animali.  Nella vigilia del Santo, molti facendo a gara chi per portare la statua, chi lo stendardo, chi il palio, chi il padiglione, si posero ad incarire per somme rilevantissime. La processione riuscì una specie di trionfo, e, per tutte le strade dell'abitato in cui fermavasi, raccoglieva doni ed offerte dei fedeli. L'accompagnamento di uomini e di donne fu interminabile e tutti con ceri accesi. Musiche, tamburi, trombe e grancasse facevano strepitosissima armonia. Spari e batterie ad ogni angolo, a spese di devoti particolari; palloni, cuccagne, palii carichi di commestibili e di premi. Per meglio distribuirsi la folla innumerevole di cittadini e forestieri accorsi, la festa fu divisa parte sul largo S. Francesco e l'altra al largo Panessa, con spari e concerti musicali continuati. Ma prima fu fatta una lunga cavalcata, che era chiusa da un carro trionfale, che portava in cima in sul fastigio la statua del Santo; e detto carro trionfale era accompagnato da una luminaria immensa. Il corteo cominciò a sfilare verso mezz'ora di notte e per un cammino lungo quasi un miglio tutta la cavalcata preceduta dal Sindaco e dai galantuomini più devoti, defilando, ne riempiva il lungo spazio e segnava una fascia luminosissima di grossi ceri, lunga e larga quanto la strada, preceduta e seguita da bande musicali. Ogni cavaliere era assiepato intorno a sè chi di quaranta ed anche più torce accese. La marcia descritta, prima di fare il giro del paese, si arrestò in bella mostra, ordinata, nei suddetti larghi di S. Francesco e di Panessa, assistendo con esultanza ed acclamazioni allo sparo dei fuochi artificiali, di batterie pazze, che non finivano mai, di mortaletti di grosso calibro, che ostentavavno l'immagine della guerra, il fragore delle artiglierie ed il trionfo della vittoria. Si fece il conto che per cera consumata nella marcia della processione  del mattino e in quella della cavalcata della sera, si estò il valore di circa ducati seimila, di cera pura e netta, senza contare il consumo di quaranta giorni continuati nelle chiese, sin dopo terminata la festa. Ed il consumo delle polveri da sparo a spese dei particolari divoti riesce affatto incalcolabile ".

San RoccoSecondo un’altra tradizione popolare i gioiesi avrebbero costruito la cappella per esaudire una precisa volontà del santo. Si narra infatti che, mentre la statua di S. Rocco veniva trasportata dai buoi, questi si bloccarono in ginocchio e vani risultarono  i tentativi di farli ripartire. Di conseguenza la statua fu lasciata lì e in quel luogo fu eretta la cappella. Questa circostanza è raffigurata su una delle porte bronzee della Chiesa.

La nuova  Chiesa  viene realizzata da un pio ed umile sacerdote, il canonico  Don Girolamo Pavone, anche grazie alle donazioni di numerosi concittadini. Direttore dei lavori è l’architetto Vincenzo Castellaneta, padre del noto pittore Enrico. La costruzione viene ultimata nel 1870.

Nel 1890 il concittadino don Francesco Paolo Giove viene nominato Direttore Spirituale della Confraternita di S. Rocco e, per conto di questa, commissiona alla ditta Gangi & Della Campa di Napoli una effigie del Santo, in quanto la chiesa ne possedeva solo una in pietra, che non era possibile utilizzare per le processioni.

Nel 1938 si provvede alla costruzione di una terrazza.

La chiesa è stata rimodernata in ossequio alla riforma liturgica, con l’altare frontale, ed è stata pitturata dall’artista Michele Mangino di Gravina in collaborazione con il concittadino Giovanni Cazzolla e sotto la direzione dell’ing. Indellicati.  

Nel 1966 la pavimentazione è stata completamente rimossa e sostituita con lastre di marmo.

Recentemente  l’interno della chiesa è stato rimesso a nuovo con applicazione, nella maggior parte di essa, di oro zecchino e con  un intervento di falsa marmorizzazione cromatica sulle colonne e di doratura dei capitelli e delle volte.

Il prospetto della Chiesa dedicata a San Rocco, tutto in pietra bianca, fa presagire una costruzione a tre navate. La facciata, infatti, costituita di due corpi di fabbrica sovrapposti, nella parte inferiore è suddivisa in tre parti da otto colonne piatte, abbinate, scanalate, sormontate da capitelli ionici e presenta  tre porte. La porta centrale, più ampia delle altre, è sormontata da un frontone triangolare, mentre quelle laterali sono sormontate da un frontone ad arco ribassato.

Nella parte superiore del prospetto, che  è rientrante e si sviluppa sulla parete centrale sottostante, è presente una finestra rettangolare, inserita tra colonne scanalate e piatte sormontate da capitelli corinzi,  e da un frontone ad arco ribassato, chiusa da una artistica e policroma vetrata, che raffigura San Rocco in ginocchio con un cane e l’iscrizione ERIS IN PESTE PATRONUS ( sarai patrono nella peste ). Una coppia di colonne scanalate, piatte, con capitelli corinzi, delimita le estremità della parte superiore. La facciata termina con un frontone triangolare, al cui interno è presente un oculo che racchiude una statua di San Rocco, sul quale è issata una Croce metallica.

Le porte della Chiesa, in bronzo, sono opera dello scultore gioiese fra Serafino Melchiorre e presentano due ante con tre scene ciascuna; una centrale più ampia e altre due di dimensioni più ridotte. Il portale centrale, sull’anta sinistra raffigura in alto  San Rocco pellegrino, nella parte centrale la morte del Santo sorretto dagli angeli, mentre nella parte bassa San Rocco nel bosco soccorso da un cane. La porta sinistra nell’anta sinistra, dall’alto in basso, presenta la   raffigurazione di Mosè che prega per avere cibo ed acqua per il suo popolo, di Gesù nel Cenacolo con gli Apostoli, della moltiplicazione dei pani e dei pesci; nell’anta destra sono rappresentate le scene  di San Rocco che a Roma soccorre i malati, San Rocco nella Gloria circondato dagli Angeli, che protegge la città di Gioia, San Rocco in catene di fronte al governatore.  La porta laterale destra sull’anta sinistra raffigura la statua di San Rocco trasportato su un carro trainato da buoi inginocchiati,  il Santo in ginocchio  nell’atto di reggere la chiesa di San Rocco a Gioia per offrirla alla Madonna, che regge Gesù, seduta su un trono sorretto dagli angeli, il Santo che esorta al lavoro due uomini. Sull’anta destra le scene rappresentano San Rocco tra la gente che piange, la statua del Santo portata in processione, alcuni fedeli con i ceri in mano, in preghiera in chiesa davanti alla nicchia che racchiude la statua del Santo.

Porta san RoccoL’interno della Chiesa, che presenta tre navate con volte a botte, è  riccamente  decorata e in   stile barocco.

La navata centrale presenta 5 colonne ai suoi lati: la prima, la quarta e la quinta sono rettangolari e presentano due semicolonne tonde e scanalate laterali, mentre la seconda e la terza sono tonde; tutte sono sovrastate da capitelli ionici. La navata è abbellita da un prezioso candelabro. Dopo aver varcato la porta centrale, ai lati della navata centrale vi sono due acquasantiere in marmo bianco, a forma di conchiglia, volute a divozione  di Isabella Losito fu Anselmo.

Sull’ingresso della chiesa si trova la cantoria, che si estende per tutte e tre le navate, sulla quale è posizionato un prezioso organo. L’organo è opera della famiglia artigiana dei Toselli, probabilmente degli artigiani della zona, vissuti verso la fine del 1800.

Nella navata laterale sinistra, nella prima arcata vi è un altare marmoreo che riporta  l’iscrizione A.D.  P.A. 1932, sormontato da un dipinto che raffigura un miracolo di San Nicola. Tra la prima e la seconda arcata, che permette di accedere alla sagrestia, vi è una lapide marmorea con l’epigrafe di don V. Angelilli: Sa. Ca. Girolamo Pavone 16 maggio 1824-11 dicembre 1892. Visse una vita di purezza e santità. Infaticato e savio fondò questa Chiesa con l’opra, col zelo, col sacrificio. Direttore Spirituale della Congrega fervido propulsore di amore e di pace col dolce imperio della parola semplice riaddusse le anime dai flutti e le tempeste umane alla sponda fiorita dei cieli. Umile vessillifero del Signore morì benedetto e lagrimato. Memore la Confraternita S. Rocco ne glorifica il nome. Al di sopra della porta vi è un dipinto che raffigura la Madonna con il Bambino Gesù mentre un altro bambino porta scritto su un festone: Deiparae Costantinopitanae honor gloria (  onore e gloria alla Madonna di Costantinopoli, madre di Dio ). Nel terzo arco sinistro l’altare policromo riporta l’iscrizione A divozione di D. Dorotea Indellicati 1875. In una teca sovrastante l’altare si trova la statua di  San Giuseppe con Gesù. La quarta arcata costituisce quasi un transetto, pur occupando la zona presbiteriale. Al termine dell’arcata si trova l’altare policromo del Santissimo, che riporta l’iscrizione Ad Virginem Dolorosissimam; esso è  abbellito da un affresco di fra Serafino Melchiorre, che rappresenta un’ostia circondata da tanti raggi aurei e da numerosi angeli. Tutte le arcate sono coperte da una volta a cupola ribassata. Sempre nella navata sinistra la seconda la terza e la quarta arcata nella parte superiore presentano una lunetta chiusa da vetri colorati, mentre in quella destra la lunetta è presente in tutte le arcate; esse consentono una illuminazione naturale della Chiesa. L’illuminazione è garantita anche da 10 ampie finestre  con chiusura ad arco, presenti nella navata centrale.

Nella navata  laterale destra  nel primo arco è posizionato un altare in marmo policromo con la scritta A divozione di D. Anna Cassano 1896; su di esso è posto un dipinto che raffigura la Madonna che legge, appoggiata sulle gambe della madre. Prima del secondo arco una lapide marmorea recita: Nel dì 30 novembre 1898 Sua Ecc. Rev. Mons. Giulio Vaccaro Arcivescovo di Bari consacrò questo altare in onore della SS. Vergine  del Rosario di Pompei e le reliquie dei Santi Cristoforo ed Onorato in esso racchiuse e concesse l’indulgenza  quotidiana di 40 giorni a chi devotamente lo visita. Nel secondo arco, infatti è presente un altare alla cui base vi è un tondo marmoreo raffigurante la Madonna di Pompei e l’iscrizione A D. Domenico Linzalone lire 600. Esso è il più artistico tra quelli presenti per la lavorazione e per il prezioso tabernacolo marmoreo a forma di tempietto, che è sovrastato da due colonne  che reggono un frontone spezzato che racchiude una teca contenente un dipinto che raffigura la Madonna del Rosario di Pompei, opera dell’artista Postiglione. Nel terzo arco l’altare policromo riporta l’iscrizione A D. del Can.co D. Michele Cassano A.D. 1874. Sull’altare una teca contiene il Cristo deposto nel sepolcro, mentre un’altra teca posta superiormente  contiene la statua della Madonna Addolorata. In fondo all’arcata è presente la statua della Immacolata Concezione. L’ultima arcata, separata dalle altre da una piccola balaustra marmorea, presenta un confessionale in legno, artisticamente lavorato dall’intagliatore Giuseppe Vinci, che ricalca la forma della facciata della Chiesa. Nella parte terminale della navata è presente un altare con tabernacolo chiuso da una porticina raffigurante il Santo, sul quale vi è una nicchia che contiene la statua di San Rocco.

La navata centrale termina con l’abside, il cui catino, diviso in 5 spicchi da 4 colonne piatte e da due semicolonne tonde, tutte scanalate e sormontate da capitelli corinzi, è ampiamente decorato e presenta anche una colomba, simbolo dello Spirito Santo.  L’altare marmoreo sottostante riporta l’iscrizione Per devozione di D. Rocco sacerdote e Vito Nicola germani Milano 1868.

Le volte della Chiesa sono impreziosite da decorazioni dorate di vario tipo  e da motivi floreali.  

I pannelli della Via Crucis e quelli di rivestimento delle porte di accesso, ispirati alla vita e ai miracoli di S. Rocco e alla devozione dei gioiesi verso il santo, sono stati realizzati su disegni di fra Serafino Melchiorre.

La chiesa custodisce una statua in pietra policroma di S. Rocco, alta 1.55 m, opera dello scultore rinascimentale pugliese Stefano da Putignano, ma anche un’altra statua lignea del santo, di autore ignoto e di epoca incerta (forse metà ‘800). Una terza statua di S. Rocco in legno, di epoca più recente è conservata nella  sagrestia.

Nella Visita effettuata alla Chiesa Madre di Gioia dal Vescovo di Bari Ascanio Gesualdo,  il 18 e 19-11-1623  si parla di una statua lignea di San Rocco, che adornava l’omonimo altare.

Nella Chiesa non è presente il battistero.

Sul sagrato della Chiesa due artistici lampioni metallici, disegnati da fra Serafino e realizzati dall’artigiano locale Cristoforo Castellaneta, che reggono 5 lanterne ciascuno, completano l’arredo della facciata.

Sul lato sinistro della Chiesa svetta un campanile, composto di quattro livelli. Quello inferiore è tutto in pietra e presenta una piccola apertura con  una porticina bronzea, opera di fra Serafino Melchiorre, che in un ovale rappresenta i simboli dei quattro evangelisti ( l’angelo, il bue, l’aquila e il toro ) e una piccola apertura circolare nella parte terminale. Il secondo livello, quello più sviluppato in altezza, è in pietra nelle parti angolari ed in tufo nelle parti centrali e presenta tre coppie di aperture sovrapposte, a forma di nicchia, anch’esse in pietra. Una cornice aggettante fa da base al terzo settore della costruzione, che costituisce la zona  campanaria. In essa sono presenti sui quatto lati due finestre, separate da colonne con capitelli corinzi sormontate da un arco, chiuse alla base da una  balconata a colonnine. Un’ultima cornice sporgente sorregge una base rettangolare su cui si adagia una copertura a tronco di piramide, sulla quale si erge un altro tronco di piramide affusolato che sorregge una sfera metallica con un parafulmine ed una banderuola con una Croce inscritta.

Molti vedono in questo campanile una riproduzione, in piccolo, di quello più imponente ed importante di Piazza San Marco a Venezia, città dove il corpo di San Rocco è sepolto.

Nella Chiesa opera la Confraternita di San Rocco. Questa viene riconosciuta ufficialmente con Regio assenso del re di Napoli Francesco II  nel giugno del 1858, anche se in una lettera inviata dalla Confraternita all’Intendente di Bari  in data 6-7-1858 si afferma che la stessa era istituita già da tempo immemorabile. Tra i compiti più importanti  previsti dallo Statuto rientrano le attività di culto, le attività caritative ed assistenziali, i suffragi ai defunti.  La Confraternita è aperta anche alle donne.

L’abito che i confratelli utilizzano è un camice bianco con cordone e una mozzetta con copricapo di color marrone.

A cura  della Confraternita è stata allestita una biblioteca, che comprende  testi sacri e non, la cui fruizione è aperta a studiosi e ai quanti vogliono approfondire le proprie conoscenze.

Ultimamente lavori di restauro, che hanno interessato la facciata della Chiesa e il campanile, hanno riportato gli edifici sacri al loro splendore originario.

La Confraternita, proseguendo nel suo compito di servizio per la comunità  e di esercizio del culto,  il 6 agosto 2011, nel corso di una conferenza tenuta dal prof. Mario Girardi  che ha visto la partecipazione di dell'arcivescovo di Bari mons. Francesco Cacucci, ha presentato alla Città il restauro di due tele, patrimonio artistico-religioso della chiesa di San Rocco, l'una riguardante la Crocifissione  e l'altra il Trapasso di San Giuseppe.

La Crocifissione, opera   di Achille Jovane, professore dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, risale al 1837. Il dipinto presenta una struttura triangolare, con il Cristo in croce che occupa il vertice del poligono e la Madonna e San Giovanni che occupano gli spigoli  della base. Completa l'iconografia la presenza di Maria Maddalena, dipinta ai piedi della Croce.

Il Trapasso di San Giuseppe, opera di un anonimo artista  vissuto tra la fine del ‘700 e gli inizi dell' ‘800, non presenta  particolari pregi artistici ed è probabilmente  un dono di un privato, come dimostrerebbe la consuetudine in uso in passato presso la nostra gente di esporre un quadro con un simile soggetto   nelle camere da letto degli anziani per propiziarsi una santa morte. In tal senso, quindi, acquista un valore notevole in quanto aiuta a comprendere la religiosità della popolazione gioiese  e la sua devozione e  il culto per il Santo. La tela mostra San Giuseppe morente al cui fianco destro si trova la Madonna in preghiera; ai piedi del moribondo, Gesù poggia la mano sinistra sul  ginocchio di Giuseppe mentre con la destra indica il cielo, luogo in cui sta per prendere dimora il padre suo  putativo. La tela è arricchita dalla presenza di  un coro di angeli, uno dei quali reca in mano un giglio, simbolo della castità dello sposo della Madonna. Completa l'opera la presenza di un braciere con i carboni roventi, con cui si riscaldano i panni per lenire il freddo che si sta impossessando del corpo morente di San Giuseppe.

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5 Comments To "La Chiesa di San Rocco e la devozione del Santo a Gioia"

#1 Comment By Cantore Paolo On domenica, 16 agosto 2009 @ 18:29

professore complimenti non sapevo che lei era il redattore, in estate dopo avere fatto i compiti si intende, non so he fare prima che scendi per giocare e allora mi aggiravo tra delle pagine di internet riguardanti proprio lei ovviamente tutte le note erano positive ma comunque bando alle ciance le voorei proporre un affare andare dal sindaco firmando un incontro, oppure mandargli una lettera anche se preferisco andare di persona, per chiedere spiegaziopni e cercar di fari rientrare il consiglio comunale dei ragazzi. Se questa idea l’aggrada mi può chiamare fino al 22 agosto (poi parto) dalle ore 13.00 fino le 16.30 esclusa la domenica. Per terminare vorrei dirle che ho scritto un nuovo articoluo sul pdz e se nn chiedo troppo se lei lo vuole leggere. Buone vacanze e spero di sentirla, Buona Giornata

#2 Comment By paoloargento On lunedì, 16 agosto 2010 @ 10:53

Professore Giannini, come va? Leggo sempre con molto piacere i Suoi articoli che trovo sempre ricchi di spunti e dettagli poco noti. Con la massima stima Cordialità
Paolo Argento

#3 Comment By Mariantonietta On martedì, 17 agosto 2010 @ 10:35

Egregio Prof. Giannini,
ho letto con molto piacere il suo articolo sulla figura di San Rocco. Lei parla di compatroni della città di Gioia del Colle San Rocco e San Filippo Neri, ma come mai si festeggia San Filippo come unico patrono? La ringrazio in anticipo e la saluto cordialmente.
Mariantonietta

#4 Comment By Francesco Giannini On venerdì, 20 agosto 2010 @ 5:32

Gent.ma Sig.ra Mariantonietta,
la invito a leggere un mio precedente post del 2 maggio 2007 in cui parlo dei tre compatroni di Gioia.
In quell’articolo parlo delle cause della probabile perdita del culto per Santa Sofia e accenno alla richiesta del Decurionato di chiedere l’autorizzazione per venerare come Patrono San Filippo.
Probabilmente il ” miracolo ” operato da San Filippo ha portato a mettere in secondo piano il culto di San Rocco, che comunque viene ugualmente venerato come compatrono, con festeggiamenti religiosi e civili simili a quelli di Sa Filippo.
Un caro saluto a tutti.
F. Giannini

#5 Comment By Mariantonietta On venerdì, 20 agosto 2010 @ 8:38

Professor Giannini, La ringrazio per aver risposto alla mia domanda. Lei ha risolto una discussione fra me e mia sorella. Io sostenevo la tesi dei tre compatroni proprio perché avevo letto i Suoi articoli.
E’ sempre un piacere leggerLa, soprattutto quando scrive del nostro paese e racconta fatti poco noti.
Cordialmente.
Mariantonietta

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16 Agosto 2011

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