Tra antico e moderno in onore di Maria

Per nove giorni di seguito è stato un affrettare il passo, ansioso, giù per le scale di un anonimo condominio, in quella semiperiferia un tempo fuori le mura, solo fino a quarant’anni fa occupata da orti, pozzi d’acqua sorgiva e frutteti attorno ad abitazioni monofamiliari, e poi lungo strade interne, silenziose al primo calar del […]

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1. Chiesa di S. Andrea, ingressoPer nove giorni di seguito è stato un affrettare il passo, ansioso, giù per le scale di un anonimo condominio, in quella semiperiferia un tempo fuori le mura, solo fino a quarant’anni fa occupata da orti, pozzi d’acqua sorgiva e frutteti attorno ad abitazioni monofamiliari, e poi lungo strade interne, silenziose al primo calar del buio. Verso quale agognata meta? Il cuore del borgo bizantino, l’antica Chiesa di Sant’Andrea Apostolo. Dall’asfalto e dal cemento, che tutto soffocano, alle chianche sulla terra viva tra le case in pietra e tufo, l’impressione di aver percorso a ritroso qualche millennio di storia, con una sosta benefica tra il XVIII ed il XIX secolo, quando nacque e si affermò, per motivazioni spirituali ed assistenziali, uno di quei tanti sodalizi laici, tuttora vivi ed operanti.

Perché mai affannarsi? Per partecipare, assaporandone il gusto fino all’ultimo istante, ad una pia pratica, scoperta quasi “per caso”, in occasione di un lavoro negli archivi confraternali. Non saprei datare quest’antica consuetudine in Gioia. Forse ebbe inizio nel 1721, per iniziativa di colui che istituì la Confraternita dell’Immacolata, il gesuita p. Domenico Bruno? Oppure nel 1780, l’anno del regio assenso alla fondazione e alle regole? O piuttosto nel 1888, quando la “bolla” papale di Leone XIII le conferì il titolo di “Arciconfraternita”?

Di certo il fascino dell’antico ed il senso del sacro riemergono prepotentemente in questa chiesetta, gremita di fedeli durante la novena che precede la festività dell’Immacolata Concezione, quando la recita del Rosario, la preghiera prediletta di Maria, “catena dolce che ci riannoda a Dio”, culmina nel canto in latino delle litanie. Queste attribuzioni, con cui tradizionalmente si invoca la Madonna (le ultime, “Regina della famiglia” e “Regina della pace”, aggiunte da papa Giovanni Paolo II), sembrano impresse indelebilmente nella memoria delle donne più o meno anziane, che compongono la maggioranza dell’assemblea (“la chiesa sta diventando sempre più femminile e senile”, affermò un sacerdote con rammarico anni orsono), le quali procedono spedite nello snocciolarle in latino e nel rispondere canoramente: “ora pro nobis”. Gli altri possono leggerle sul quadernone dei canti liturgici, cimentarsi nel canto o semplicemente abbandonarsi all’ascolto, lasciandosi avvolgere dalla melodia orante fino a provare un senso di intima, profonda commozione, che conduce ad un proposito di ravvedimento spirituale. Un esercizio linguistico che si tramuta in esercizio dell’anima!

2. Simulacro dell'Immacolata Concezione (Chiesa di S. Andrea)Tutto ciò è possibile naturalmente, se si depone il pregiudizio e l’iniziale, superficiale impressione di “vecchiume”, prodotta dall’udire voci non più giovanili, alterate dagli anni, ma ardite (non una stonatura!) ed avvezze al latino, pur non avendolo mai studiato, come tradiscono esigui errori di pronuncia. Gli effetti benefici della pia pratica si prolungano poi nei giorni seguenti, quando persino le occupazioni quotidiane più noiose e riluttanti risultano illeggiadrite dal ricordo vivo delle musiche e dei testi sacri, che spesso riaffiorano alla memoria e sulle labbra, tanto che si ha voglia di intonare: “Tota pulchra es Maria (tutta bella sei Maria…) / et macula originalis non est in te! / Tu, gloria Ierusalem, / tu, laetitia Israel, / tu honorificentia populi nostri, / tu, advocata peccatorum, / oh Maria, oh Maria, / ora pro nobis, / intercede pro nobis / ad Dominum, Iesu Christum.”.

Qualcuno resta immancabilmente in piedi, se entra in chiesa al termine di quella deliziosa preghiera, quando inizia la celebrazione eucaristica. Ne vale comunque la pena. Quale felice idea avere invitato quest’anno, come predicatore, padre Aureliano! Rintracciato dai confratelli con le moderne tecnologie, tramite internet, questo religioso, un cappuccino (“non quello che si beve!”, scherza, accennando alla nascita “casuale” della sua vocazione, con i padri cappuccini che frequentavano la sua parrocchia), con un tono colloquiale in un simpatico accento toscano sviluppa mirabili prediche sulla Madonna, facendocela sentire davvero una di noi.

“Una ragazza come tante all’epoca, tutta casa e sinagoga, che attendeva l’arrivo del Messia”. Molte donne presenti, giovani e anziane, in effetti sono casalinghe, frequentano la Chiesa ed attendono, o hanno atteso in gioventù, qualcosa o qualcuno che cambiasse loro la vita. Cominciamo così a visualizzare Maria che svolge con cura i suoi lavori domestici, con la consapevolezza di avere in casa il Figlio di Dio, ed è proprio questa presenza a rendere santo e speciale il suo umile, quotidiano lavoro. Ne consegue che pregare non è solo recitare le preghiere tradizionali (anzi non lo è affatto, se lo si fa meccanicamente; molto meglio sarebbe una preghiera spontanea o una semplice invocazione, che scaturisca dal cuore!), né solamente partecipare alle liturgie, per le quali accampiamo spesso il pretesto di non avere tempo, ma è anche e soprattutto svolgere al meglio il lavoro di ogni giorno, compiendo il nostro dovere laddove ci troviamo. Significativamente ogni celebrazione si conclude ai piedi del simulacro dell’Immacolata, con la recita di questa moderna preghiera composta da d. Tonino Bello:

 

“Santa Maria, donna feriale,

liberaci dalle nostalgie dei grandi momenti,

insegnaci a considerare la vita quotidiana

come il cantiere, dove si costruisce la storia della salvezza.

Torna a camminare discretamente con noi,

o creatura straordinaria, innamorata di normalità,

che, prima di essere incoronata Regina del Cielo,

hai ingoiato la polvere della nostra terra. Amen”

 

3. Simulacro dell'Immacolata (part.)In cosa Maria si è distinta da noi? Sicuramente nell’essersi nutrita delle Sacre Scritture sin da giovinetta, tanto che alcuni artisti l’hanno ritratta con il libro in mano, immersa nella lettura. “Forse non era un libro, ma un foglietto di papiro o una foglia” (direi, anche, una tavoletta cerata) – con ciò alludendo padre Aureliano ai supporti scrittori più comuni in quell’epoca – “o forse il libro sta ad indicare simbolicamente l’apertura mentale, la Sua disposizione a mettersi in ascolto della parola divina”. Ma soprattutto nell’essersi affidata completamente a Dio, anche nei momenti più bui della vita, che di certo non le sono mancati, malgrado l’immagine edulcorata o distaccata che abbiamo di Lei, trasmessaci dalle forme figurative della devozione preconciliare, che spesso la ritraggono ingioiellata ed incoronata come una regina.

Era, invece, innanzitutto una donna. Padre Aureliano ci assicura di non volere con questo “far scendere la Madonna dagli altari”, ma ci fa presente che anch’Ella dubitò, ad esempio, all’annuncio dell’Angelo, non comprendendo come potesse incarnarsi proprio in lei il progetto di Dio (e per nostra buona sorte fu solo per un momento, perché con il suo umile “sì” è cominciata la storia della nostra salvezza!). Né ebbe vita facile, pur essendo stata prescelta dal Signore, che l’aveva preservata dal peccato originale: probabilmente mal giudicata per la sua misteriosa quanto incompresa gravidanza prematrimoniale, poi partoriente e puerpera tra mille disagi lontano da casa, in un alloggio di fortuna, per ottemperare con Giuseppe al dovere civico del censimento romano, ma soprattutto per l’ospitalità negata dalla diffidenza e dall’indifferenza della gente, proprio come una clandestina dei nostri giorni, ed ancora profuga in Egitto, per sottrarre il piccolo Gesù alla “strage degli innocenti”, ordita da Erode. Anche in seguito Maria sarebbe stata in trepidazione per il Figlio: lo perse di vista, appena dodicenne, nella carovana, ritrovandolo dopo ben tre giorni nel Tempio di Gerusalemme ad “occuparsi delle cose del Padre suo”; più tardi, prematuramente vedova, dovette tormentarsi al pensiero di quando e come il suo ragazzo avrebbe intrapreso la missione pubblica, sollecitandolo ad agire in quel ricevimento di nozze, e così dobbiamo a Lei anche il primo miracolo di Gesù, la trasformazione dell’acqua nel vino buono della festa!

Il culmine del dolore, inimmaginabile, inconcepibile per un qualsiasi genitore, lo sperimentò ai piedi della croce, quando le toccò assistere alla morte straziante ed ingiusta del Figlio, sorretta da poche persone care e dall’incrollabile fede in quel Dio onnipotente, che non avrebbe permesso alla morte di avere l’ultima parola. E così fu, grandiosamente, con la Resurrezione! Nelle ore cruciali della sofferenza non dovette, però, essere semplice per Lei raccogliere l’eredità spirituale di Gesù ed accettare di diventare Madre della Chiesa nascente e dell’intera umanità, vale a dire anche di tutti coloro che non avevano capito il messaggio evangelico di amore, fraternità, accoglienza in virtù della comune figliolanza con Dio, fino ad uccidere spietatamente suo Figlio.

Spesso nelle omelie padre Aureliano legge stralci di scritti altrui, prestando la voce a santi “antichi”, come Agostino, o contemporanei, come madre Teresa di Calcutta, ma soprattutto lascia “parlare” a lungo un mistico moderno (Carlo Carletto, se memoria non m’inganna), che ha rielaborato riflessioni personali ed episodi neotestamentari in una forma talmente accattivante, da darci l’impressione che siano proprio i nostri pensieri e che quei fatti e quelle situazioni della vita di Gesù si svolgano sotto i nostri occhi.

4. La Madonna con il libro nel Trittico dell'Annunciazione (part.) di R. Campin, 1425 ca. (New York, Metropolitan Museum)“Proviamo ad entrare in punta di piedi, anche se siamo in tanti, in quella casa di Nazareth…”, esordisce una sera, e veramente abbiamo l’impressione di vederli, Gesù, Maria e nei primi anni con loro anche Giuseppe, mentre sono impegnati ciascuno nelle proprie incombenze, in un silenzio che non è mutismo dovuto a risentimento, ma tranquillità, riflessione, rispetto per l’altro, o mentre cantano gli inni sacri, intrecciando le loro voci, o ancora insieme a tavola o durante una conversazione. Come genitori non rimproverano aspramente Gesù, se commette errori, né lo zittiscono quando li tormenta con i suoi “perché”, curioso com’è del mondo e della vita, come ogni bambino e adolescente, che ha tutto da imparare e deve fare esperienza, ma lo guidano discretamente nella crescita, con consigli, suggerimenti, osservazioni e inducendolo a riflettere. A questo serve, in fondo, il dialogo tra genitori e figli. Ne scaturisce un modello di vita familiare e di stile genitoriale, da applicare anche ai nostri giorni.

Tra l’altro padre Aureliano lancia alle mamme una proposta tanto “sconvolgente” quanto affascinante: parlare di Dio in casa, cominciando con un gesto molto semplice, il segno della croce a tavola, con una breve preghiera familiare di ringraziamento, per quello stare insieme e per il pasto che si sta per consumare (che non è affatto scontato). Immediatamente riaffiora alla mia memoria il ricordo del pranzo domenicale dalla nonna paterna, che così soleva inaugurarlo (e ci sembrava perfettamente normale con lei). Non sono poi trascorsi tanti decenni da allora, ma come mi è difficile riprodurre oggi quella sana consuetudine! Eppure il padre cappuccino ha proprio ragione: se non si inizia così… A quale scopo? Affinchè i nostri bimbi e ragazzi crescano più forti e sani, sviluppando il senso della gratitudine, anzitutto verso Colui al quale dobbiamo la vita, conoscendolo e sentendosene amati, ed apprezzando ciò che conta davvero, anziché riempirsi la testa di fandonie e fiabe (vd. l’anglosassone festa di Halloween, propinata da molte scuole, con contorno di streghe e morti viventi, in luogo di una visita al Camposanto, con relativa riflessione sulla morte e sul senso della vita, e in questo tempo natalizio il buon vecchio Babbo Natale, che dispensa regali, oscurando Gesù Bambino, o la nostrana Befana, che ha preso il posto dei Re Magi in visita alla grotta di Betlemme, diventando sinonimo di “Epifania”, vocabolo greco che invece significa “manifestazione” del Signore), tutte belle invenzioni che possono anche essere pittoresche, decorative o etnoantropologiche, ma vanno tenute ben distinte dalla verità.

 

 

 

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22 dicembre 2009

  • Scuola di Politica

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