Lo smaltimento del siero

Tra le tante incompiute nella nostra nazione Gioia del Colle può annoverarne almeno due. La prima si riferisce ad un lavoro eseguito circa 40 anni fa e non andato a buon fine: la costruzione, lungo la Strada Vicinale Pavoncelli, nei pressi dello stabilimento Ansaldo caldaie, di un grande invaso, un grosso impianto di raccolta di […]

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Invaso di via Vicinale Pavoncelli, in completo abbandono, visto dall’alto

Tra le tante incompiute nella nostra nazione Gioia del Colle può annoverarne almeno due.

La prima si riferisce ad un lavoro eseguito circa 40 anni fa e non andato a buon fine: la costruzione, lungo la Strada Vicinale Pavoncelli, nei pressi dello stabilimento Ansaldo caldaie, di un grande invaso, un grosso impianto di raccolta di acqua piovana, mai entrato in funzione per sfondamento del bacino di raccolta, costruito probabilmente su un capovento o inghiottitoio, un vero “capolavoro” di progettazione di ingegneria idraulica!

La struttura era destinata alla raccolta di acqua piovana, la quale, dopo essere stata prelevata ed aspirata da un impianto di sollevamento, attraverso una condotta appositamente costruita confluiva in una vasca di raccolta, di dimensioni notevolmente inferiore a quella primaria, posta a valle della stessa a circa un chilometro in direzione sud-est e nelle vicinanze dell’ingresso del Cimitero monumentale di Gioia, dalla quale veniva convogliata per mezzo di un’altra condotta nell’agro gioiese per usi irrigui, per le aziende produttrici di ortofrutta e per uso alimentare e igienico nel settore zootecnico. I terreni utilizzati per l’invaso erano stati espropriati dal Consorzio di Bonifica, che ne aveva curato la costruzione.

La seconda incompiuta riguarda la costruzione di un impianto di depurazione e di trasformazione del siero.

Gioia del Colle è una Città leader nella produzione di latticini, come è testimoniato dal riconoscimento DOP della mozzarella fior di latte Gioia del Colle e dalla ricorrenza, in quest’anno, dell’80° anniversario di attività del caseificio dei fratelli Capurso e dall’ottenimento del titolo di Città del formaggio 2022.

L’attività casearia dà, però, origine a notevoli quantità di reflui: dalla lavorazione in caseificio di 10 kg di latte, si ottengono mediamente 1–2 kg di formaggio e 8–10 kg di reflui.

Squarcio dell’invaso e torrino con impianto di sollevamento dell’acqua

Uno dei problemi più grossi dal punto di vista della conservazione dell’ambiente e dei costi che gravano sul settore lattiero caseario è costituito dallo smaltimento dei reflui della lavorazione dei latticini, in particolare del siero, elemento un tempo ritenuto negativo, (il cui costo di depurazione stimato una decina di anni fa era di circa 12 cent. al litro).

Il caseificio Capurso in passato per molti anni ha utilizzato parte dei residui della lavorazione casearia e quindi del siero come alimentazione dei suini, che allevava in una tenuta di campagna a circa 4 km. da Gioia lungo la strada comunale Lago Scalcione- Saluterno Ciala Ciala. Un’altra parte del serio veniva smaltito nel sottosuolo attraverso una canalizzazione che convogliava i reflui lontano dal centro abitato.

Secondo la parte III del D.lgs. n.152/06 e ss.mm.ii. (successive modificazioni e integrazioni)  l’effluente proveniente da un’attività casearia, può essere classificabile:

-come refluo assimilato al domestico: quando la materia prima lavorata proviene per almeno 2/3 da aziende agricole che esercitano anche l’attività casearia;

-come acque reflue industriali nei restanti casi (tutte le attività a di trasformazione del latte e del formaggio) e per tale motivo prima di essere smaltiti nei corpi superficiali devono essere sottoposti ad un idoneo trattamento depurativo al fine di rientrare nei limiti di scarico previsti dalla tabella 3, allegato 5 parte III del D.lgs n.152/06 e ss.mm.ii.

L’invaso piccolo su via Marchesana, nei pressi del Cimitero monumentale

Lo scarico nella pubblica fognatura era disciplinato dal D.lgs 152/99 e deve avvenire nel rispetto dei valori limite previsti da tale decreto. Lo scarico in acque superficiali e sul suolo era possibile previa autorizzazione da richiedersi alla Provincia.

Le nuove norme prevedono le linee da seguire nel corretto smaltimento della lavorazione di latticini, per non provocare l’inquinamento del terreno e delle falde acquifere.

Il regolamento per lo smaltimento del siero, classificato come sottoprodotto di Origine Animale (SOA) di Categoria 3, è normato principalmente dai Regolamenti UE 1069/2009 e 142/2011, che stabiliscono che debba essere gestito con tracciabilità (etichetta verde), evitando miscele con altre categorie, e può:

– essere utilizzato per mangimi (previa trasformazione in impianti riconosciuti) o smaltito tramite incenerimento/biogas/compostaggio, mentre lo sversamento diretto è possibile solo se rispettato il D. Lgs. 152/06 (depurazione e limiti COD/BOD),

– essere valorizzato, come sottoprodotto animale (Categoria 3), per mangimi (Regolamenti UE 1069/2009 e 142/2011) se trattato e inviato ad aziende zootecniche registrate, ma deve essere raccolto dopo almeno 16 ore dalla cagliatura e avere pH < 6.0.

– essere gestito come rifiuto (D. Lgs 152/99) se non rientra nei criteri di sottoprodotto, con scarico in fognatura se rispetta i limiti COD (Chimico Ossigeno Domanda) o in acque superficiali (previo nulla osta provinciale),

– essere conferito a impianti di digestione anaerobica (biodigestori) per produrre biogas.

Le acque reflue casearie sono del tutto prive di agenti tossici o inibitori dell’attività batterica (al contrario delle acque di vegetazione), ma a causa del loro elevato contenuto organico, non possono essere scaricate direttamente nei corpi idrici e non sono sempre semplici da trattare negli impianti di depurazione comunali/consortili a causa delle sostanze in esse contenute, come i prodotti del latte poco degradabili.

Le acque reflue di caseificio e delle attività di lavorazione latte e formaggi si prestano a trattamenti depurativi analoghi a quelli utilizzati per le acque reflue urbane.

Di norma la depurazione si può attuare con:

-Sistemi a fanghi attivi con sedimentazione secondaria,

-Filtri percolatori con sedimentazione secondaria,

-Fitodepurazione,

-Bioreattori a membrana.

Un casaro saggia la consistenza della pasta filata, per produrre mozzarelle, immersa in un recipiente che contiene anche il siero

Il trattamento depurativo prescelto va sempre preceduto da pretrattamenti preliminari che sono mirati alla rimozione dei grassi/oli animali (disoleatura) e dei solidi sospesi.

Prima del trattamento depurativo vero e proprio, i reflui si possono far confluire in una vasca di equalizzazione/omogeneizzazione nella quale vengono livellate le punte istantanee del carico idraulico/carico organico che si verificano nell’arco della giornata lavorativa. La sedimentazione primaria non è necessaria poiché il materiale inquinante si trova totalmente in forma colloidale e in soluzione.

Per ridurre i costi di smaltimento, ma anche per valorizzare i reflui caseari, trasformando uno scarto in una risorsa economica, negli anni sono stati ideati trattamenti atti ad estrarre i componenti ad alto valore biologico (ad esempio: sieroproteine, lattosio, sali minerali), consentendo così di ridurre la quantità di reflui prodotti.

A questo scopo le tecnologie separative più utilizzate sono i processi a membrana (microfiltrazione, ultrafiltrazione, nanofiltrazione, osmosi inversa e conversione idrotermica). Inoltre sono disponibili tecnologie per l’utilizzazione del siero come materia prima per la produzione di etanolo. I gruppi lattiero–caseari tedeschi, ad esempio, attualmente utilizzano il siero come materia prima per produrre biocombustibili a costi molto bassi.

Il Comune di Gioia nella zona artigianale, oltre ad avere in funzione un impianto di depurazione delle acque di fogna, ha realizzato, tramite la società SIERA s.r.l. di Noci, un impianto pilota di trattamento e valorizzazione del siero di latte derivante dall’industria casearia locale, un’iniziativa discussa a livello regionale per gestire questo sottoprodotto, con l’azienda Giovanni Putignano & Figli S.r.l. che aveva anche un progetto specifico per un impianto di trattamento sottoprodotti, evidenziando l’importanza del settore lattiero-caseario e della gestione del siero a Gioia del Colle, anche se vicende giudiziarie hanno portato per qualche tempo al sequestro della  struttura.

Logo della Comunità Montana della Murgia Sud Orientale, con sede a Gioia del Colle

L’idea progettuale del Centro pilota di smaltimento del siero trovò l’approvazione della Comunità Montana della Murgia Sud Orientale, con sede in Gioia del Colle, che acquisì un finanziamento per tale scopo, per un importo lavori di € 7.260.774,02.

(La Comunità Montana Murgia Barese Sud-Est è stata soppressa con decreto del Presidente della Giunta regionale pugliese datato 6 febbraio 2009, n. 132 “Applicazione della disciplina delle Comunità Montane, ai sensi dell’art. 2, comma 20, della legge 24 dicembre 2007, n. 244”, e pubblicato nel Bollettino ufficiale della Regione Puglia n. 25 del 12 febbraio 2009. Il territorio della Comunità Montana si sviluppava nella Provincia di Bari e confinava a sud con la Provincia di Taranto,(Comunità Montana Murgia Tarantina, ad est e a nord con altri comuni della provincia di Bari e ad ovest con la Provincia di Matera).

Il progetto ha riguardato la realizzazione di un impianto di trattamento dei sottoprodotti dell’industria lattiero-casearia al fine della loro valorizzazione e trasformazione in materia prima utile alla produzione di prodotti di qualità. Ad esempio i sali provenienti dal trattamento possono venire utilizzati quali componenti per fertilizzanti. Il bactofugato, invece, che è lo scarto biologico derivante dal trattamento con bactofuga, essendo ricco in bioproteine, dopo opportuna sterilizzazione, poteva essere utilizzato per arricchire il latticello più convenientemente destinabile, attraverso tale innovativa procedura, alla alimentazione dei suini. Nello specifico, il processo è stato dimensionato per produrre siero di latte demineralizzato concentrato e panna di siero.

Del Centro pilota per il trattamento e la trasformazione del siero del latte dell’industria lattiero-casearia di Gioia del Colle, realizzato tra il 2010 e il 2013, si interessò il consigliere regionale Domenico Damascelli nel 2016, il quale   chiese se la Regione avesse intenzione di approfondire l’aspetto ambientale con ulteriori ricerche e approfondimenti da parte dell’ARPA e se intendeva sollecitare il Comune di Gioia del Colle per cercare di rendere finalmente funzionale e operativo il depuratore del siero del latte, affinché non si trascurasse un settore di vitale importanza dell’economia cittadina e si rendesse giustizia all’inquinamento ambientale, provocate dal siero depositato in vasche scoperte, creando disagio alla popolazione. Chiese, ancora, di mettere in moto una serie di iniziative per istituire un tavolo interistituzionale in cui fossero coinvolti i cittadini attraverso il Comitato, (nato per i depuratori), il Comune, la Regione, la ASL e gli enti competenti ad effettuare i controlli sia sulle opere pubbliche che dal punto di vista ambientale, affinché una volta per tutte potessero avere il depuratore per il riaffinamento delle acque reflue. Tutto ciò anche al fine che questa importante opera pubblica non ancora messa a sistema, fosse lasciata inutilizzata e inoperosa, rischiando di configurarsi soltanto come uno sperpero di denaro pubblico.

L’assessore regionale all’ambiente Domenico Santorsola rispose, ribadendo la complessità del problema, che la Regione si sarebbe fatta promotrice di un tavolo tecnico o di una conferenza che potesse essere capace di fungere da stimolo ai vari Enti preposti. “Tuttavia il problema era essenzialmente di carattere autorizzatorio da parte di altri Enti. Il Centro pilota SIERA, impianto di trasformazione e depurazione dei reflui provenienti dall’attività casearia svolta in Gioia del Colle, il cui intervento era stato finanziato con i fondi comunitari, era stato realizzato tra il 2010 e il 2013.

Nel corso dell’istruttoria la competenza sull’impianto era stata trasferita alla Regione e in sede di istruttoria VIA/AIA, erano emerse una serie di criticità riguardanti soprattutto le modalità di gestione dell’impianto e soprattutto quella della vasca di accumulo di cinquemila metri cubi, ottenuti in comodato d’uso dal Comune di Gioia del Colle.

Il procedimento di VIA regionale si era concluso favorevolmente con la prescrizione della realizzazione di una connessione fisica tra la vasca di accumulo e il collettore previsto per lo scarico e il recapito finale. Nelle more della rifunzionalizzazione del depuratore consortile della zona PIP, il Comune e la società SIERA dovevano necessariamente individuare uno scarico provvisorio mediante la realizzazione di idonee trincee drenanti.

La Città metropolitana di Bari aveva la competenza, quindi, la Provincia e la Città metropolitana erano tenute a verificare la corretta gestione di scarico del depuratore. Qualora perdurasse l’assenza delle richiamate trincee drenanti, l’impianto sarebbe risultato privo di scarico, ma la competenza e la responsabilità era della Città metropolitana. Per quanto riguarda, invece, l’intervento dell’ARPA Puglia, la Regione era pronta a usare il proprio organo tecnico, ma era anche vero che le autorità sanitarie e la polizia locale avevano la facoltà di chiedere l’intervento dell’agenzia in presenza di situazioni critiche.

Riporto la Determinazione del Dirigente Servizio Ecologia 31 marzo 2015, n. 109.

L’anno 2015 addì 31 del mese di marzo in Modugno, nella sede del Servizio Ecologia, il  Dirigente del Servizio Ecologia, tenuto conto anche che la società SIERA aveva dichiarato di rinunciare al trattamento di reflui non provenienti dal proprio processo produttivo e pertanto la procedura VIA/AIA avviata con istanza acquisita al protocollo della Provincia di Bari n. 2035 del 28.08.2010, avente oggetto “Realizzazione e gestione dei un impianto di depurazione per il trattamento dei reflui derivanti dal centro pilota per la trasformazione e depurazione del siero e dalle lavorazioni dei caseifici”, trasferita nelle competenze della Regione Puglia con protocollo n. AOO_089_9777 del19.11.2012 è stata dichiarata archiviata, determinava di esprimere, sulla scorta del parere del comitato Regionale VIA, dei lavori delle Conferenze dei servizi ed in particolare degli esiti della CdS del 22.12.2014 e della CdS decisoria del 02.02.2015 e di tutti i pareri e dei contributi resi dai vari soggetti intervenuti nel corso del procedimento, giudizio favorevole di compatibilità ambientale, con esclusione dalla procedura di valutazione ambientale, per l’opificio gestito dalla società SIERA Srl, sito in zona PIP del Comune di Gioia del Colle (BA), denominato “Centro pilota per la trasformazione e la depurazione del siero dell’industria casearia”, a condizione che vengano ottemperate tutte le prescrizioni e gli adempimenti riportati in narrativa e nei seguenti allegati che costituiscono parte integrante del presente provvedimento.

Il Centro pilota SIERA, nella zona artigianale di Giia del Colle, per lo smaltimento del siero

Il Centro pilota è stato realizzato in zona PIP, in un’area sita in prossimità dei depuratori a servizio del centro urbano e della zona industriale; il Centro pilota è stato realizzato in un’area priva di particolari peculiarità paesaggistico ambientali oggetto di tutela e/o salvaguardia e i possibili impatti sono stati oggetto di specifica prescrizione di mitigazione da parte della Soprintendenza.

Il centro pilota è di proprietà del Comune di Gioia del Colle, ed eragestito dalla società SIERA SrL, vincitrice di gara d’appalto per la realizzazione, messa in esercizio e gestione dell’impianto.

Durante la gestione commissariale, a seguito di alcuni presunti inadempimenti, veniva rescisso anticipatamente il contratto con S.I.E.R.A., società in precedenza incaricata di gestire l’impianto di depurazione del siero, investito anche di un provvedimento di sequestro da parte della Forestale.

Nel 2017 S.I.E.R.A. cita il Comune di Gioia in tribunale e chiede la restituzione di importi pari a quasi 2 milioni di euro. Richiede questa somma quale risarcimento danni per quello che la società ritiene essere stato un recesso contrattuale ingiustificato.

A tutt’oggi l’impianto è fermo e non si hanno notizie circa l’utilizzo della struttura per il fine per cui fu costruita. Un’altra incompiuta e spreco di denaro pubblico!

Tra tante notizie brutte, registrate in quel 2017, una buona, sempre nello stesso anno, si presenta all’orizzonte, quasi a squarciare il cielo grigio, imbruttito e reso tale da ricorsi legali e rimpallo di eventuali inadempienze.

Un’eccellenza dell’Università di Bari, che può costituire un ulteriore incentivo allo sviluppo del settore caseario a Gioia è dato da una ricerca sperimentale che quattro studentesse pugliesi hanno portato avanti nel 2017, dopo il conseguimento della laurea.

Convertire il siero di latte da rifiuto caseario in proteine e lieviti per produrre pane, mangimi degli animali e persino birra e vino. È questa la rivoluzionaria mission che sta alla base di BioInnoTech, la startup che intende trasformare in materie prime i prodotti di scarto provenienti dalle aziende agroalimentari pugliesi.

Il progetto, che mira a favorire lo sviluppo di un innovativo modello di economia circolare nel Sud Italia, nasce dall’ingegno di quattro biotecnologhe under 30 dell’Università di Bari, laureate in Biotecnologie Industriali ed Ambientali. Il progetto è portato avanti da Rosita Pavone, rutiglianese, fondatrice di BioInnoTech assieme alla valenzanese Erika Andriola e a Maria Pisano e ad Antonella Carbone, rispettivamente della provincia di Foggia e Potenza ma residenti da anni a Bari.

Le quattro ricercatrici dell’Università degli Studi di Bari

Le quattro ricercatrici si sono conosciute grazie ad un progetto ministeriale ed un periodo di ricerca in Svezia presso la Chalmers University of Technology di Goteborg, in Svezia, per approfondire le loro conoscenze in ambito di bioraffinerie e perfezionare gli studi sulla produzione di carburanti da biomasse.

Lieviti e proteine dagli scarti agricoli: ‘BioInnoTech’, start-up vincente tutta al femminile.
Siero del latte, acque di vegetazione derivanti dalla coltivazione di olive, vinacce e altri scarti: da questi, si potranno produrre lieviti, proteine e altri composti organici, rispettando l’ambiente. Un primo passo, verso una vera e propria bio-raffineria con la quale generare biocarburante, prodotti plastici e lavorazioni industriali a impatto praticamente zero.

Tornate in patria le ricercatrici partecipano al bando della Camera di Commercio di Bari Valore Assoluto 3.0 e vengono selezionate tra i progetti vincitori. Con i 100 mila euro di premio nasce la startup BioInno Tech, anche in collaborazione con l’Università di Bari, con la quale stipulano un accordo per l’utilizzo dei laboratori e della strumentazione.

L’idea, apparentemente, è semplice: partire dalle risorse presenti sul territorio per sfruttare biomasse finora poco utilizzate. Considerate che rispetto al 100% del latte che entra in caseificio, il 90% ne fuoriesce come siero, spiega Rosita Pavone a Vivere Sostenibile Roma. Una quantità enorme che dovrebbe essere smaltita dalle industrie come acque reflue, ma che spesso viene sversata illegalmente nella rete fognaria. Di qui la scelta di utilizzare lo scarto dell’industria casearia nella produzione di lieviti: Nessuno lo aveva mai fatto prima. Siamo le uniche in Italia, spiega la dottoressa Pavone.
Il processo messo a punto dal team di ricercatrici prevede un innovativo sistema di filtraggio e fermentazione del siero del latte che, recuperando le proteine ancora presenti dopo la lavorazione, produce microrganismi utilizzabili come lieviti nella produzione del pane, della birra, nei mangimi per animali e in altri composti microbici.

Con le proteine del siero liofilizzate, ottenute dalla filtrazione del siero, si ottengono bevande utilizzate nell’alimentazione degli sportivi e un secondo siero, utilizzato per produrre lieviti per diverse applicazioni.

Nella puntata di Linea verde sabato dell’11-02-2017 video Rai play si poteva vedere il filmato, http://www.raiplay.it/video/2017/02/Linea-Verde-Sabato-Bari-alla-ricerca-del-cibo-del-futuro-Laposagricoltura-in-una-citt224-del-sud-che-ha-scelto-di-puntare-sulla-sperimentazione-04ab02da-870c-4c40-8c28-e4eb8330eede.html.

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10 Febbraio 2026

  • Scuola di Politica

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