Vincenzo Celiberti

Anche Vincenzo Celiberti è un giovane gioiese che fa onore alla nostra città, ma   che  lavora in Francia. Per un brevissimo periodo è stato mio  alunno nella Scuola media. Archeologo preistorico, è  specializzato in paleontologia e primatologia.  La sua passione per l’archeologia lo ha portato a girare per tutti i continenti alla scoperte di tracce […]

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Vincenzo CelibertiAnche Vincenzo Celiberti è un giovane gioiese che fa onore alla nostra città, ma   che  lavora in Francia. Per un brevissimo periodo è stato mio  alunno nella Scuola media.

Archeologo preistorico, è  specializzato in paleontologia e primatologia.  La sua passione per l’archeologia lo ha portato a girare per tutti i continenti alla scoperte di tracce della presenza dell’uomo nei tempi remotissimi. E la sua passione lo ha portato, insieme ad altri colleghi  al ritrovamento di numerosi reperti di uomini vissuti  nel periodo preistorico. Uno in particolare è stato strepitoso: il ritrovamento di un’ulna,  osso che dal suo cognome  ha  preso la dizione scientifica.

Ha preso parte a  scavi  in tutta l’Europa meridionale nonché in Etiopia, Cina e Corea del Sud.

E’ archeologo presso il Centre Européen de Recherches Préhistoriques de Tautavel in Francia.

In quel centro, situato nel cuore dei monti Corbières, nel dipartimento dei Pirenei Orientali, è presente il Museo della Preistoria di Tautavel, che con gli oltre 1500 metri quadrati di gallerie espositive, è dedicato all’era preistorica e, in particolare, alle scoperte realizzate nel sito della Caune de l’Arago, dove nel 1971 fu ritrovato il cranio del celebre Uomo di Tautavel, un ominide pre-Neandertal risalente a circa 450.000 anni fa, l’ominide più antico mai ritrovato in territorio francese. Il museo organizza mostre temporanee e animazioni dedicate alla preistoria; a maggio organizza il campionato di tiro con armi preistoriche, a luglio  le Giornate dell’Uomo di Tautavel e ad agosto le feste della Preistoria.

Vincenzo Celiberti nel 2007 è stato direttore degli scavi a Tautavel.

 Celiberti29-4-2013 Conferenza nel chiostro del Comune di Gioia  e presentazione di tre diversi teschi che testimoniano l’evoluzione degli ominidi.

Nel suo lavoro di studioso del passato si è spesso chiesto “Che cos’è l’umanità?”.   Attraverso la ricerca febbrile di  ogni reperto che possa aiutare a rispondere in modo più esauriente a questa complessa domanda, ha maturato la definizione della paleontologia come “una scienza non esatta, indiziaria”.

Ecco quanto afferma durante alcune conferenze che ha tenuto anche a Gioia.

Da sfatare è il falso mito sull’evoluzionismo secondo cui l’uomo discende direttamente dalla scimmia e la convinzione che la violenza è per l’uomo primitivo l’unico modo per ottenere la supremazia sugli altri uomini.

Se è vero che umani e scimmie hanno un legame di parentela, la metafora più corretta per spiegare l’evoluzione è quella di un cespuglio i cui rami generano ramoscelli, che a loro volta ne generano altri, che seguono ognuno una propria direzione. Non esiste, dunque, una direzione di crescita unica e predefinita. Tutto ciò non toglie, tuttavia, che tutti conserviamo nel nostro patrimonio genetico atteggiamenti ancestrali con un che di “ scimmiesco “, proprio per via degli antenati in comune tra umani e scimmie.

 La tesi che vuole che l'uomo non discenda affatto dalla scimmia non è né una "teoria" né tantomeno una "teoria di tendenza". La ricerca sulle origini dell'umanità non si fa inseguendo mode e tendenze, ma solo e soltanto cercando le prove materiali di questa meravigliosa storia dell'evoluzione e provando a ricostruirne tutti i passaggi e le tappe, come se cercassimo i tanti, troppi tasselli di un enorme puzzle. No, l’uomo non discende affatto dalla scimmia… l’uomo e la scimmia (sensu lato, ovviamente!) discendono molto semplicemente da un antenato comune non ancora ben identificato ma che possiamo cronologicamente collocare intorno ai 7/8 milioni di anni ( ed uno dei candidati potrebbe essere, ad esempio ed allo stato attuale delle ricerche, il Sahelanthropus tchadensis, ominide fossile ritrovato nel Ciad e conosciuto anche come Toumaï, che significa “speranza di vita”). Senza voler (né potere, per ovvi motivi di tempo e spazio…) ritracciarle tutta l’evoluzione umana, pensiamo che all’incirca dieci milioni di anni fa l’orangutan (l’attuale Pongo pygmaeus e la sua sottospecie Pongo pygmaeus abelii) lascia la linea evolutiva umana, mentre il gorilla (gli attuali Gorilla gorilla e Gorilla berengei e le rispettive sottospecie) e gli scimpanzé (gli attuali Pan troglodytes, lo scimpanzé comune, e il Pan paniscus, il bonobo, e le loro rispettive e numerose sottospecie) divergono dalla linea evolutiva umana rispettivamente 8 e 7 o 6 milioni di anni fa…

Vincenzo CelibertiTautavel, esterno del museo  e zona degli scavi

A questa data, appunto, compare (o compaiono…) i più recenti antenati comuni alle “scimmie” ed al genere umano. E questo spiega, sempre che io sia riuscito a spiegarlo semplicemente, la “metafora del cespuglio”. In altri termini, e forse ancor più chiaramente, proviamo  a pensare ad uno dei trisavoli della nostra famiglia, risalendo almeno di una decina di generazioni (al ritmo di tre o quattro generazioni circa per secolo, “invecchierebbe” di soli due secoli, anno più anno meno…). Da questo nostro trisavolo (o “antenato comune”) discenderebbero tutta una pletora di figli, nipoti, pronipoti, etc. etc. Se provassimo a disegnarne l’albero genealogico, vedremmo materializzarsi una sorta di “cespuglio”, con alcuni rami “morti”, come per esempio famiglie senza figli o semplicemente figlie femmine che non tramandano il cognome, che non danno seguito all'evoluzione della sua famiglia. Rimontando ai rami più alti del nostro albero genealogico, sono sicuro che converremmo sul fatto che noi  non discendiamo direttamente da qualche cugino “alla lontana”, ma che noi e questo cugino “alla  lontana” discendiamo da un antenato comune, il famoso trisavolo di due secoli fa, anno più anno meno. Se proviamo a sostituire l’albero genealogico della nostra famiglia con quello, più ricco di specie, sottospecie e ramificazioni, della famiglia del genere umano, vedremmo materializzarsi, appunto, un cespuglio foltissimo (partendo da soli 7 milioni d’anni, per semplificare le cose…) in cui molti rami morti corrispondono a specie fossili estinte per ragioni varie e diverse ma nel quale uno dei rami continua, tra mille e mille generazioni, ed arriva fino a noi partendo, appunto, da un antenato comune. Se osserviamo bene, vedremmo distintamente noi, esseri umani, e le scimmie (sensu lato), tranquillamente appollaiate su due rami ben differenti di questo grande cespuglio che rappresenta e raffigura la storia delle origini e dell’evoluzione della umanità.

 

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21 maggio 2016

  • Scuola di Politica

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