Quinta lezione della Scuola di Formazione Socio Politica

Quinta lezione della Scuola di Formazione Socio Politica di Gioia del Colle Anno 2009/2010.

Una sera con Veltri e Laudati su “Mafia Pulita”.

 Nel quadro formativo della scuola sociopolitica l'iniziativa "Un'altra Società" ha visto al secondo appuntamento col pubblico, l'incontro con gli autori del libro "Mafia Pulita". Il prof. Franco Ferrara dice che l'incontro ci offre l'occasione per verificare la nostra coscienza antimafia come cittadini, che cercano di conoscere la complessità che si è determinato in Italia.

Il libro scritto dai due ospiti definiti dallo stesso dott. Veltri "anomali", perché Elio Veltri è un medico chirurgo che si occupa di illegalità che a suo tempo cercò il dott. Antonio Laudati per una relazione pubblicata molto tempo fa sull'Unità, dove diceva che se avessimo confiscato tutti i beni delle mafie italiane avremmo risolto il problema del debito pubblico. Purtroppo dice il dott. Veltri i beni non vengono confiscati.

Ma presentiamo meglio gli Ospiti che abbiamo avuto il piacere di conoscere nella serata in loro onore: il dott. Elio Veltri originario calabrese medico chirurgo, è stato sindaco di Pavia, consigliere della regione Lombardia, deputato dell'ulivo, membro della commissione Affari Costituzionali, Anticorruzione, Giustizia e Antimafia. Read more

Un Territorio cresce nella legalità: corruzione ed autonomie locali. 2/2

 Perché il problema di un territorio è la riproposizione all'interno di una piccola comunità di questa tipologia di regole. I nostri territori soprattutto ovviamente qui al sud, non riescono a decollare non tanto solo per il problema economico, questo lo diceva con forza Falcone, ma perché non ci sono le condizioni per uno "ordinato sviluppo economico", in quanto non ci sono le condizioni di legalità atte a rendere più capace il nostro territorio, a sviluppare le proprie migliori capacità. E' stata fatta una ricerca confrontando regioni come l'Emilia Romagna, il Piemonte, alcuni pezzi della Lombardia dove il tasso di criminalità economica è più basso rispetto alle regioni meridionali, dati di studi scientifici, la quale ricerca ha dimostrato che il costo di un appalto di una penna, ma soprattutto la qualità delle opere da costruire a parità di prezzo costano di più in Puglia, in Sicilia. Alcuni studi sociologici americani recenti molto interessanti dicono che questo è un indicatore forte della corruzione. A parità di spesa, se c'è corruzione, vuol dire che abbiamo meno servizi, meno ospedali, se c'è corruzione all'interno degli appalti c'è meno concorrenza. Nel settore pubblico la corruzione di fornitura in termini giuridici  viene chiamata di "frode pubblica fornitura". Allora come vedete il problema di legalità è un problema centrale, è la vera emergenza del sud, è la vera emergenza, è l'impossibilità di un'economia di crescere secondo regole. Falcone lo diceva molto bene, diceva: "se noi non liberiamo militarmente il territorio dalla mafia e dalla criminalità economica,non riusciremo mai a dare uno sviluppo economico nel territorio. Se questo è un dato vero come dobbiamo intervenire? Almeno dal punto di vista culturale! Primo, la ricerca del consenso, questo è un problema centrale, oggi la corruzione non la possiamo più pensare come colui il quale va con la valigetta e paga il funzionario o il politico. Diciamo che questo tipo di corruzione c'è ancora però è marginale e non è, se vogliamo, così pericolosa. La corruzione oggi è lo scambio appalti-consenso, è appalti voti. Io do l'appalto alla società e la società assumerà le persone che dico io, e quindi avrò 1000 voti, 2000 voti, 10.000 voti. Questo è uno scambio terribile, sia perché da un punto di vista penale presenta una maggiore difficoltà, sia perché alla fine rende il lavoro come un luogo di ricatto, rende anche più sottile l'espressione di violenza e di rottura del principio democratico. Perché il principio democratico si fonda sulla libertà del consenso, io sono capace di creare consenso se ti convinco, non se ti compro. Questo in Italia è particolarmente forte, ed è forte anche nelle democrazie malate del sud America. Negli Stati Uniti non è così! Non è certamente il modello assoluto di democrazia, o anche nei paesi del Nord Europa non è così! Negli Stati Uniti decidono e scelgono il migliore, anche se è nero e si chiama Obama! Migliore per loro, poi possono sbagliare anche oggi, come hanno sbagliato la scelta con Bush,ma tendono a scegliere il migliore non quello che gli da il posto! Capite come il profilo dello scambio tra consenso lavoro e appalti è un profilo problematico, comporta due cose: uno la necessità di una repressione e quindi sostegno culturale e politico a chi questa repressione la fa, la magistratura e le forze dell'ordine. Due la necessità come cittadini di dire no a questo! È inutile che ci raggiriamo, è inutile che pensiamo che il problema è di altri, il problema è dire di no, perché attraverso questo scambio ci stiamo giocando il futuro del nostro paese, il futuro dei nostri figli, è difficile ma senza di questo noi non andremo avanti. Perché noi siamo un paese, siamo un territorio ed è sul territorio che avviene questo, non è sulle elezioni nazionali sono sulle elezioni locali che questo si gioca, le regionali, le comunali e provinciali. Questa è una trasversalità da destra a sinistra, ma sicuramente è un problema che è radicato all'interno della struttura sociale. Questo è un problema che si risolve con un riscatto di tipo etico. Secondo dato, ci sono dei meccanismi perversi che vanno corretti, e bisogna fare un'azione di tipo politico nel senso ampio perché siano corretti. La sanità pubblica, se la nomina del direttore generale è una nomina politica, ma come volete che il direttore generale non è permeabile alla ricerca del consenso della politica? Questo è un meccanismo criminogeno! La nomina del direttore generale deve avvenire con meccanismi di tipo diverso. Quali? Lo dirà la politica! Ma se i direttori generali saranno ancora nominati con questo criterio non c'è santo! Ora io, dice il magistrato, non sono un tecnico della politica, non so dare la risposta, però posso dire che quello è un meccanismo criminogeno. Terzo dato, bisogna essere rigorosi sul tema della concorrenza, bisogna finirla con queste deroghe che vengono fatte sul tema della concorrenza, perché se poi si permette sempre di più di intervenire all'interno delle gare, avremo poi l'incredibile dato che si descrive con una telefonata. Intercettiamo la persona e troviamo un imprenditore, attenzione, un imprenditore a cui chiamano ex dirigenti diciamo di enti pubblici, così evitiamo riconoscimenti, i quali chiedono all'imprenditore: "per favore mi puoi dire se io sono stato riconfermato o meno?" Allora ho detto, dice Roberto Rossi, scusi l'imprenditore che cosa c'entra nella decisione in ordine a un dirigente pubblico? Dovrebbe essere un uomo politico a cui ti devi rivolgere per avere la raccomandazione fra virgolette. No il meccanismo era stato totalmente eliminato, e attraverso la manipolazione delle gare, questo imprenditore aveva assunto un monopolio in alcuni ambienti, quindi gestiva il consenso cioè il lavoro e quindi aveva nelle sue mani alcuni uomini politici, ed era quindi lui che decideva chi erano i dirigenti che a sua volta dovevano controllarlo come imprenditore. Il magistrato dice: ho ascoltato 100 volte questa telefonata e mi dicevo non credo che debba essere così e invece no! È così! L'ho poi risentita fra altre persone altri soggetti, capite che questo meccanismo è un meccanismo perverso. Però ritorno a bomba, come vedete se non andiamo a correggere alcuni meccanismi della cultura di base, noi non riusciremo mai veramente a modificare questo dato, e qui concludo con un dato che mi sembra importante. Vedete io credo che possiamo dare dei movimenti di cambiamento, io credo che forse oggi il dato che più preoccupa nella politica è la perdita del senso della speranza, cioè la sfiducia ormai nella possibilità di cambiamento, e la politica vive della possibilità di cambiare. Quando parlo della politica, parlo di tutto, perché la politica mi hanno insegnato, è la capacità di vivere la polis come cittadino responsabile, e quindi anche attraverso il mio lavoro. Quello che avvertiamo anche all'interno della magistratura è la perdita di un orizzonte della possibilità di cambiare. Ecco allora io, dice Roberto Rossi, penso che quello che dobbiamo modificare dal punto di vista culturale forse è il convincerci che non ci dobbiamo più aspettare che il cambiamento venga dall'interno delle istituzioni. Il grosso senso di cambiamento che si avvertiva diciamo negli Stati Uniti, Obama ha avuto la fortuna di stare negli Stati Uniti proprio il giorno in cui venne eletto e lui non andava a dire in giro vi offrirò delle cose, non ha mai detto questo, lui andava in giro dicendo rimboccatevi le maniche questo paese sta morendo, rimboccatevi le maniche. Il discorso inaugurale che lui ha fatto è in questo senso, un discorso povero politicamente non ha fatto nessuna premessa, ha detto rimbocchiamoci le maniche. Mi è rimasta impressa una cosa, ho saputo una notizia in aeroporto, accanto a me c'era una cittadina americana però di provenienza italiana, quando ha saputo la notizia dell'elezione di Obama l'ho vista piangere. Ho avuto la sensazione netta  che nonostante tutto, un paese che pure con 1000 difetti, con 1000 problematiche, che aveva perso la speranza ha avuto questa capacità di ripartire e cambiare. Io penso che questo deve essere il dato culturale, dobbiamo ripartire sapendo che al centro è possibile riproporre questi temi, nonostante tutto sembri nero e non ci dia nessuna possibilità.

Carlo Antonio Resta

Un Territorio cresce nella legalità: corruzione ed autonomie locali. 1/2

 Questa prima lezione del secondo anno del "Centro Studi Erasmo Onlus" e dell'associazione "Cercasi un fine", nell'ambito della "Scuola Di Formazione All'Impegno Sociale e Politico", apre il ciclo delle "Autonomie Locali". Lo apre con il magistrato Roberto Rossi, titolare di alcune inchieste delicate sul nostro territorio, l'ultima ancora in corso quella sulla sanità. Il tema, come si vede dal titolo, entra subito nel cuore del problema per farci conoscere su quale piano ci muoviamo. Un aspetto interessante che ha voluto far assumere il magistrato Roberto Rossi a questa lezione è stato l'aspetto del racconto, togliendo il freddo della separazione che si crea in una tipica lezione dove c'è, il docente da una parte e chi ascolta dall'altra. Difatti ci ha pregato di considerarlo un incontro, proprio come quando un gruppo di amici si incontrano e si raccontano le vicissitudini della propria vita. Roberto Rossi ci parla raccontandoci un pezzettino della sua vita, della sua esperienza professionale e in quella sua esperienza professionale anche la sua umanità, la sua passione. Dice che negli incontri, dove si raccontano le proprie esperienze, a differenza della vetrina tipo la trasmissione "porta a porta" dove la gente si mostra, si mette in gioco la propria faccia. Roberto Rossi ci spinge a interrogarci sul tema della legalità attraverso una serie di indicazioni e fatti: cita testi di Bobbio, precisa che la legalità non ha colore politico, dice che senza legalità non esiste la società in cui viviamo, parla dei morti ammazzati perché testimoni dei principi della legalità, ci ha parlato del giudice ragazzino "Rosario Livatino" ammazzato perché faceva il suo dovere non tralasciando i principi etici. Questo indirizzo nel raccontare, mette al centro l'importanza del principio di legalità, per farci capire che la posta in gioco non è solo il discorso del rispetto della legge, ma nel nostro paese più che nell'Occidente, attraverso l'illegalità e la corruzione si sta giocando uno scontro di civiltà su due interpretazioni. La prima dice:  "poiché la corruzione, nel nostro paese, è diventata sistema, siamo obbligati a combatterla perché mina i fondamenti della società". La seconda dice: "se io ho il consenso, se io ho il potere posso cambiare le regole". Pare che questa seconda interpretazione è diffusissima, se ho consenso ho diritto a modificare le regole, non a riscriverle ma a modificarle e non rispettarle, perché il consenso mi pone al di sopra delle regole. Questo con un popolo che in qualche maniera mi legittima e, semplificando, la legittimazione del popolo mi permette di fare quello che voglio.  Questa idea culturale è diffusissima, però qui dobbiamo essere chiari, dobbiamo chiederci: quale linea dobbiamo seguire per la salvaguardia di questa nostra civiltà della Democrazia? Se amiamo questo Paese, se amiamo la nostra città, se amiamo la nostra comunità abbiamo il dovere di tutelarla! Quindi il principio di legalità ha ancora una sua attualità, purtroppo nell'ipocrisia delle parole, l'idea dominante è diventata quella che il potere mi legittima a fare quello che voglio. Invece non è così! Per questo dobbiamo condurre una riflessione su due piani. Il primo è basato su un principio fondante della cultura educativa. Roberto Rossi ci racconta che da ragazzo, pur ritornando prima dell'orario di rientro serale che il padre gli dettava, aspettava giù al portone per far passare l'orario e rientrare in ritardo. Il Magistrato ci racconta che pur ricevendo sonore sgridate, pur avendo il padre contro, comunque il padre era li ad aspettare, era presente. La regola era l'occasione per creare una relazione educativa, non come un amico ma come legittima autorità, "il padre", che in campo educativo voleva dire presenza. Questa è la radice dell'educazione. La perdita totale dell'idea che il rispetto delle regole sia un dato fondamentale è andato poi a rompere il quadro educativo. Quadro educativo che vuol dire che le regole non sono valori assoluti, ma sono i luoghi nei quali le persone trovano lo spazio in cui confrontarsi, sono i confini, sono il contrario dell'idea che io col potere posso fare quello che voglio. Il secondo è supportato da un'altra idea che è sempre collegata dal punto di vista educativo: se io ho un potere ho anche una responsabilità. E ritorna di nuovo all'esempio precedente dicendo: "Mio padre non ritornava il giorno dopo a rimproverarmi sul ritardo della sera precedente, ma sentiva la responsabilità della sua presenza, dello stare in gioco in quella responsabilità di un'autorità". Il potere è collegato alla responsabilità, chi esercita un potere ha una responsabilità, deve essere sottoposto a controllo pubblico: se impone le regole agli altri le deve rispettare prima di tutto lui. Roberto Rossi citando Kant dice: "un'azione giusta è un'azione duplica", cioè chi ha una responsabilità di potere, chi esercita un potere deve essere trasparente,non può non rendere pubblico quello che lui ha. Infatti il potere assoluto è quello nascosto. Invece il potere responsabile che rispetta le regole è un potere che dice: questa è la mia vita, perché la devo nascondere? Io non ho timore se mi venite a vedere, a spiare perché tanto non ho niente da nascondere. Citando ancora Kant dice: "uno dei caratteri salienti della Democrazia è che lo Stato Democratico si raffigura come una casa di vetro. Il magistrato parte dai principi della legalità ed entra nel tema della Democrazia e dice: perché non possiamo non pensare che l'esercizio del potere secondo le regole, non sia doverosamente un esercizio democratico e non sia doverosamente un esercizio trasparente? Per questo il reato, la corruzione tendono a rimanere segreti, perché sono contrari alla giustizia di un'azione, ecco perché è importante che esistano i processi non solo perché la gente sia condannata, ma perché si renda trasparente quello che succede. Per questo una delle democrazie che nonostante tutto funziona meglio è la democrazia americana, dove la trasparenza del potere è assoluta, cioè non che lì non si facciano le magagne, ma chi viene preso a fare la scorrettezza, deve rendere conto. Questo è significativo rispetto a un dato di democrazia. Come vedete siamo partiti dal principio di legalità e ci stiamo accorgendo che questo principio comporta una serie di effetti, allora cosa c'entra tutto questo con il territorio? Continua…..

Il 3 ottobre lezione della Scuola di Formazione Socio Politica 2009-2010.

ottobre 2, 2009 by La Redazione  
Filed under Scuola di Politica

Dopo l'incontro di apertura svoltosi lo scorso 23 Settembre, sul tema "Un territorio cresce nella legalità: corruzione e autonomie locali" relatore il Magistrato Dott. Roberto Rossi, il 3 ottobre si svolge la seconda lezione del II° Anno della Scuola di Formazione Socio Politica di Gioia del Colle.

L'incontro è riservato ad iscritti ed iscrivendi.  

La Segreteria della Scuola di Formazione Socio Politica di Gioia del Colle
scuolapolgioia@cercasiunfine.it

Scuola di formazione socio politica. Bilancio del primo anno alla vigilia del secondo.

ottobre 2, 2009 by Carlo Antonio Resta  
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Purtroppo per alcuni inconvenienti sul sito l'articolo che avevo mandato come chiusura del primo anno scolastico della scuola sociopolitica è andato disperso. Poiché ci tenevo a fare delle considerazioni, ne approfitto con l'inizio di questo secondo anno. Di solito quando finisce un lavoro, ed il nostro è durato un anno, si tracciano i bilanci e questo è il caso nostro. In questo anno passato abbiamo toccato diversi temi, non li voglio elencare tutti ne citerò solo alcuni, sono andati dalla ricerca del significato della politica a partecipare al femminile, dalla storia della democrazia alla politica ed economia, dalla politica e la costituzione al bene comune come fine della politica, fede e politica in democrazia ecc. ecc.. Le lezioni affrontate avevano lo scopo di farci conoscere i fondamenti di temi utili al vivere in una società complessa e a conoscere i presupposti e i fini della politica. Tutto questo come premessa per affrontare il passo successivo nella crescita della formazione, con una certa cognizione di causa. Le sfaccettature degli argomenti trattati variavano dal tecnico come la parte costituzionale e le regole economiche, al passionale come la storia della democrazia e Machiavelli, al religioso come fede e politica in democrazia e proviamo a leggere la Bibbia. Cosa interessante sono stati i gruppi di lavoro, dove ci siamo cimentati nel confrontare diverse idee su un argomento comune e uscire con un parere condiviso. Può sembrare un esercizio facile ma non lo è, poiché mette alla prova e a confronto la preparazione, la competenza, l'esperienza, la propria personalità e tante altre sfaccettature inerenti al carattere individuale. Questo metodo ha anche il suo lato di ombra che consiste nel fatto che, se un elemento del gruppo ha un idea valida e non è condivisa dalla maggioranza viene riconosciuta la mediocrità. Ma ritengo sia un'ombra salutare, perché strano a dirsi questa ombra mi ha insegnato qualcosa. La persona che ha un'idea valida non condivisa dagli altri, non può portarla avanti da sola, quindi deve imparare ad aspettare che maturino i tempi. Imparare ad aspettare i tempi giusti è una dote importante che bisogna sperimentare, perché il campo per il quale ci stiamo preparando è quello sociale e politico, dove da soli non si va da nessuna parte. Quindi il metodo dei gruppi di lavoro è stato validissimo. Vorrei dire qualcosa sulla funzione dei docenti, non tanto sulle loro capacità che ritengo validissime, a parte il mio debole dichiarato per la professoressa Rosina Basso. Mi dovete scusare se mi lascio andare, ma quella donna così piccola (lo dico con tanto di rispetto) ma così grande, ha dentro di sé qualcosa in più, ha quella componente rara a trovarsi che in una compagine politica rappresenta quel quid in più che ti fa arrivare un attimo prima degli altri. Ma ritorniamo alla funzione dei docenti, ritengo che in una società moderna e quindi complessa come la nostra, ci sono alcune figure che assumono una posizione non direi dirimente, forse neanche pilota, ma quantomeno punto di riferimento. Mi riferisco a quella fascia media borghese non intellettuale ma che lambisce la fascia intellettuale e in alcuni casi finisce per essere la stessa, del settore istruzione. Mi riferisco a tutte quelle figure che insegnano dalle fasce più basse d'età fino all'università, sono figure che per il ruolo che svolgono rappresentano per chi li ascolta (gli alunni) dei punti fermi, come la mamma. Provate a mettere in dubbio a un bambino un insegnamento materno chiedendo: "chi ti ha detto che si fa così?" Il bambino risponderà con una certa decisione: "lo ha detto la mamma!" A quel punto non si può discutere più, perché la mamma è un'istituzione. Ancora più incisivo questo riferimento, se si fa qualcosa di simile nei confronti degli insegnamenti ricevuti nella fascia d'età fino a dieci anni, il ragazzo risponderà " lo ha detto il maestro!" Lì, ti mette un muro davanti e non puoi più andare oltre. Certo man mano che il ragazzino diventa adolescente, poi frequenta la scuola media superiore e chi è in grado l'università, l'atteggiamento e la disponibilità di chi ascolta cambia, ma il ruolo del docente come punto di riferimento non cambia. Questo punto di riferimento ha una sua valenza anche nei confronti dei genitori dei ragazzi, che guardano il docente come colui che aiuta i genitori a formare la personalità del proprio figlio (in particolare mondo nella parte didattica). Questo ruolo viene visto in modo particolare, come colui che forma, come colui che è il detentore delle regole della conoscenza da inculcare ai nostri figli, e quindi dargli le basi per poi affrontare il passo importante, quello di entrare nel mondo degli adulti. Ebbene questa figura, l'avevo vista svuotata dei suoi contenuti, in questo periodo dove tutto è proteso al possesso delle cose e non a viverle nelle loro interiorità. Avevo visto la figura del docente essere travolta e trasportata via da questa piena di "vuoto", soppiantato dal "vali quanto guadagni ". Con questo stato d'animo ho iniziato la prima lezione della scuola politica e man mano che le lezioni si susseguivano e con loro i docenti, veniva piano piano erosa in me, quell'immagine del docente svuotato di stimoli nella sua missione, e iniziava a sostituirsi con quella figura che Gaetano Salvemini definisce una figura "guida" per il risveglio del mezzogiorno d'Italia "la borghesia intellettuale". Questa categoria "guida" come opera di risveglio delle coscienze, l'ho vista sfilare davanti ai miei occhi, quasi incredulo nel verificare che è viva e vegeta. Ecco a questa categoria mi sento di dire a nome di tutti i partecipanti alla scuola politica "Grazie".  Grazie per quello che state facendo e vi auguro che il vostro lavoro faccia germogliare quella piccola piantina chiamata speranza, che un giorno arrivi a dare i suoi frutti in una società più matura.

 Carlo Antonio Resta

Presentazione-dibattito del libro “Lotta Civile”

settembre 28, 2009 by La Redazione  
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 Iniziativa del laboratorio di legalità e libera informazione "un'altra societ@" avviato dal Centro Studi Erasmo, Scuola di Formazione Socio Politica di Gioia del Colle in collaborazione con l'Associazione Cercasi un Fine – periodico di cultura e politica.

5 NOVEMBRE giovedì ore 18,30

Aula Magna Liceo Classico "P. Virgilio Marone"

Via Roma – Gioia del Colle

presentazione – dibattito

del libro "LOTTA CIVILE"

ChiareLettere editore

 

 

Fiaccole di m Cl71o/7;z
"Questo paese per essere dalla parte della legalità dovrebbe avere un morto ammazzato eccellente all' anno"
Giovanni Falcone

"In questo libro non troverete parole rabbiose, ne' anatemi indiscriminati…sono descritte le traiettorie umane di persone che hanno compiuto il faticoso percorso che muove dal dolore e approda all'impegno."
dalla prefazione di don Luigi Ciotti

Dal dolore privato all'impegno nelle scuole. nelle carceri, nella pubblica amministrazione. Giorno per giorno. E' ciò che contraddistingue questo libro. Dodici storie esemplari,  raccontate da chi le ha vissute sulla propria pelle. I familiari delle vittime che hanno trasformato la sofferenza in denuncia e in lavoro concreto nella società. Con il sostegno di Libera e delle Fondazioni dedicate a chi ha combattuto per ciò in cui credeva, fino a morire.
E' essenziale ricordarli: GIUSEPPE FAVA, ROCCO CHINNICI, BEPPE MONTANA, ROBERTO ANTIOCHIA, MARCELLO TORRE, SILVIA RUOTOLO, LIBERO GRASSI, VINCENZO GRASSO, BARBARA ASTA, e i figli GIUSEPPE E SALVATORE, MAURO ROSTAGNO, FRANCESCO MARCONE, RENATA FONTE … Le loro battaglie sono diventate le battaglie di figli , fratelli , mogli e mariti.
Nando Dalla Chiesa, nell'intervista che chiude il libro afferma: "Bisogna cominciare a dire le cose che provocano reazioni ma che sono vere". Lo sta facendo chi ha subito perdite irrimediabili e oggi, in prima persona, diventa artefice di una vera e propria resistenza civile.

Autrice

ANTONELLA MASCALI

E' cronista giudiziaria a Radio Popolare di Milano. Ha esordito a "I Siciliani" di Catania.

Nel 2007 ha vinto il Premio cronista Guido Vergani.

28 luglio 2009  - Giuria Premio Com&Te – Premio Com&Tc

Antonella Mascali vincitrice del Premio Com&Te Cava – Costa d'Amalfi per "Lotta civile

Il premio è stato assegnato all'autrice il 24 luglio durante la cerimonia svoltasi a Maiori.

La motivazione della giuria

Un libro per ricordare tutti i morti delle mafie e dell'illegalità attraverso il dolore privato e la denuncia pubblica di chi è rimasto a continuare la " loro" battaglia.

"Lotta civile di Antonella Mascali è la certezza che quelle voci non resteranno mai in silenzio e che nessuno potrà farle tacere. Un impegno quotidiano che trasforma la sofferenza in lavoro concreto nella società, perché chi ha combattuto per ciò in cui credeva non morirà mai.

Un libro di interviste che riscopre quel giornalismo d' inchiesta che, soprattutto alle generazioni più giovani , non viene più insegnato, ma che ha fatto davvero la Storia d' Italia.

Perché solo cominciando a dire le cose che provocano reazioni si diventa artefici di una vera e propria resistenza civile.

Il Presidente – Mariarosaria Marciano

Deficit morale nella ricerca di doppi incarichi

agosto 31, 2009 by La Redazione  
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Il sacerdote Don Rocco D'Ambrosiodi ROCCO D'AMBROSIO*

in Corriere della Sera – CdM del 25 agosto 2009, p. 3

Si colleziona di tutto, nel mondo. Da queste parti (e non solo) anche gli incarichi politici e istituzionali. Spettacolo, non tra i migliori, vede la stessa persona ricoprire più cariche, oppure, aspirare a ricoprirne diverse. Vorrei dire, in primis, qualcosa dalla parte dei cittadini. In una democrazia matura (cosa che l'Italia non è) si distinguono rigidamente gli incarichi di partito da quelli istituzionali, per il semplice e significativo fatto che gli elettori hanno scelto una persona come sindaco, consigliere (magari poi assessore), presidente di un'autonomia locale, perché svolga quel mandato interamente, senza parteggiare, nel rispetto dell'istituzione che presiede e a servizio del bene comune. Gli elettori non eleggono un sindaco o presidente perché sia di mattina a capo dell'istituzione e di pomeriggio coinvolto nel gioco e nello scontro delle parti. Con tanto di dubbi su come sia possibile far bene, ad un tempo, il parlamentare, il sindaco, il consigliere, l'assessore, il presidente di un autonomia locale e via discorrendo. E' saggezza ricordare che bisogna assolvere ad un compito alla volta e bene; del resto l'attivismo e il protagonismo non hanno fatto mai bene a nessuno. Ma la saggezza non è di casa tra alcuni politici, di destra quanto di sinistra. Non a caso il fenomeno dei molti incarichi è trasversale, come altri fenomeni negativi: corruzione, difesa degli alti compensi, consociativismo, conflitti di interesse, delegittimazione politica e sociale delle istituzioni. Read more

Il Bene Comune è il fine della Politica (IV° ed ultimo capitolo)

luglio 29, 2009 by Carlo Antonio Resta  
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Don MilaniUn'altro autore, questa volta è un economista John Stuart Mill (Inghilterra 1830) è la visione liberale. John Stuart Mill dice: poiché in una società passabilmente costituita, finisce quasi sempre per prevalere l'interesse egoistico dei singoli, tutto sta a mettere insieme gli interessi personali e far sì che coincidono con gli interessi della collettività. Questo dal punto di vista economico viene sostenuto dal liberismo. Però poi sono davvero gli interessi di tutti? O ci sono delle persone che impadronendosi sempre più di una fetta della collettività, piano piano fanno coincidere i loro interessi con gli interessi della collettività? Per cui qualcuno dice, ecco io vi do il lavoro perché i miei interessi sono diventati gli interessi della collettività! Ma tu cosa ci ridai? Perché tu prendi il maggiore ritorno del risultato del lavoro? Anche il fascismo italiano aveva la sua idea di bene comune che diceva: l'individuo è subordinato alla nazione, il fine della persona è la Nazione Italiana dotata di un'esistenza di fini ,di mezzi, di azioni superiori. La Nazione si identifica con lo Stato fascista, e quando l'uomo si realizza integralmente cioè, dal punto di vista educativo, dal punto di vista familiare, dal punto di vista spirituale, tutto si deve realizzare nello Stato fascista. Lo Stato è la vera realtà dell'individuo, tutto è dentro lo Stato niente è fuori dello Stato. L'individuo vive nella Nazione, nella quale come elemento infinitesimale, passeggero e di fini, dei quali deve considerarsi l'opera e lo strumento. Cioè l'uomo non vale niente, è lo Stato che vale, per cui lo posso sacrificare, posso sacrificare altri uomini. E il bene comune quale? È il bene della Nazione. Facendo il punto della situazione, abbiamo visto in questo breve excursus che l'idea di bene comune ha avuto diversi contenuti. Abbiamo visto la visione aristotelica, nella quale c'è la realtà di un bene comune come vita felice; la realtà che viene da Cicerone, il bene comune rispecchia la natura dell'uomo; Sant'Agostino, il bene comune viene dalla legge di Dio; San Tommaso, è un bene insito nell'uomo che l'uomo costruisce per il bene della collettività e poi c'è un fine più grande che è Dio. E poi abbiamo visto le varie visioni contrattualistiche, le quali dicono che l'uomo costruisce il bene comune, mette insieme con gli altri i propri interessi, e a volte questi propri interessi sono interessi che vengono delegati, che non vengono più messi in discussione. Infine abbiamo visto la visione di bene comune che è data semplicemente dallo Stato, è lo Stato che lo definisce. Poiché come abbiamo verificato all'inizio, anche le fonti laiche dicono che il bene comune è un concetto di natura cristiana di matrice cattolica, lo ritroviamo nel documento del Concilio Vaticano II la Gaudium et Spes. Il concilio Vaticano II pone in questo documento l'esplicitazione di quelle che sono i rapporti fra la Chiesa e il mondo contemporaneo, quindi la Chiesa si preoccupa anche di vedere di considerare cos'è il bene comune. E dice: il bene comune è l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alla collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente è più celermente. A me dice don Luigi Renna: "Piace sempre descrivere questa idea di bene comune come un ellisse, non un cerchio nel quale al centro c'è l'uomo, ma un'ellisse con due fuochi, da un lato c'è l'uomo dall'altro lato c'è lo Stato, la comunità, quindi qual è il centro? Il centro è l'uomo ma il centro è anche la comunità, per cui l'uomo non è l'assoluto, ma non è l'assoluto neppure lo Stato, sono sempre in dialogo tra di loro. Per cui lo Stato deve considerare un bene la comunità civile, la nazione, gli organismi internazionali, tutte le associazioni ,tutte le realtà sociali devono considerare il bene della persona. Però poi, dall'altra parte, la persona deve considerare gli altri in società". Qual è la novità di questa concezione? E' veramente la collettività, è il bene sia della collettività sia dei singoli membri. È il contrario di quello che dice il fascismo, perché il fascismo dice che i singoli membri sono come il sale che si scioglie nell'acqua, non esiste più il sale esiste solo l'acqua, l'acqua salata ovviamente. Ecco nell'ellisse non viene diluito il singolo membro ma ha una sua identità. Allora una comunità civile è chiamata ad essere più pienamente comunità civile, ma le persone devono essere più pienamente artefici di quella società civile. La Gaudium et Spes risale alla fine del Concilio Vaticano II  dicembre 1965, poi nel 2003 la dottrina sociale della Chiesa riprendere e amplia questo concetto e dice: "il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale, ma essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile. Esiste un nemico che odia il bene comune, l'ha detto il comitato che ha preparato la settimana sociale, è il contrattualismo. Il contrattualismo si autocomprende in forza di un contratto, dove ciascuno persegue il suo bene personale, privato, accettato se necessario anche da parziali momenti di convergenza, purché atti allo scopo di ridurre al proprio benessere. Il contrattualismo significa che io non cerco il bene comune, io cerco il mio bene e mi accordo su alcune cose. Questo significa legittimare una logica del vivere in cui anche nella ricerca del bene comune, ognuno sente l'altro come un concorrente, come un avversario, come un nemico. Allora il contrattualismo è l'inverso del bene comune. Oggi ci dobbiamo chiedere quale idea del bene comune sta in giro nei nostri discorsi? È l'idea del bene comune come il bene del singolo e della comunità? O il bene comune contrattualista, nel quale io cedo qualcosa ma non arrivò mai a condividere pienamente l'altro e le ragioni dell'altro? Se dal punto di vista delle idee in un momento prepolitico, questa elaborazione non la vivo, allora vuol dire che io non ho nessuna idea che nutre il mio pensiero politico. Dice Jacques Maritain nel libro "la persona e il bene comune" il bene comune è tale, perché viene ricevuto di persona, ognuna delle quali è come uno specchio del tutto, nello specchio c'è il tutto, e ogni persona è il tutto. Così il fine della società non è il bene individuale ne la condizione di bene individuale di ognuno delle persone che la costituiscono. Maritain ci dice: "C'è lo specchio del tutto per cui non posso prescindere nel costruire il bene comune da tutto quello che è la persona". Va precisato anche che il bene comune non si identifica con i valori comuni. Il bene comune non sono i valori comuni, i valori comuni sono qualcosa di ideale, che unisce delle persone che hanno la stessa cultura. Io posso avere dei valori religiosi, l'altro non ha dei valori religiosi, ma abbiamo qualcosa che è ancora prima dei valori religiosi: la nostra natura umana. Per cui io sono chiamato a condividere il bene comune anche con chi non ha i miei stessi valori. Io non posso decidere da solo, lo decido con quelli che hanno valori comuni e diversi. Don Luigi Renna dice: "Abbiamo usato molto il magistero, dal punto di vista laico esistono punti di riferimento? Certo! I punti di riferimento sono quelli dei diritti dell'uomo! Vogliamo trovare dei punti di riferimento per dire quali sono gli elementi che oggi, ci aiutano a dire cos'é il bene comune?" L'elemento più valido è la dichiarazione dei diritti dell'uomo.  Alcuni di questi elementi che sono propri dei diritti dell'uomo sono ripresi dalla Gaudium et Spes e sono: il vitto, il vestito, l'abitazione, il diritto a scegliere liberamente lo Stato di vita, fondare una famiglia, all'educazione, al lavoro, al buon nome, al rispetto, alla necessaria informazione, alla possibilità di agire secondo il retto dettato della coscienza, alla salvaguardia della vita privata e alla giusta libertà anche in ambito religioso.  Don Rocco D'Ambrosio  nel suo testo "La vigna di Nabot" dice: "La traduzione in progetto politico e relativa legislazione, dell'impegno per il bene comune, rientra per lo più, in ciò che è definito lo Stato del benessere, o Welfare. Pur essendo direttamente ispirato dai principi etici della giustizia sociale, destinazione universale dei beni, solidarietà e sussidiarietà, è nella visione del bene comune che il Welfare State trova la sua piena giustificazione. Lo Stato sociale è spesso degenerato in Stato assistenziale, ed è per questo che oggi occorre riaffermare il suo valore rettamente inteso, cioè l'applicazione simultanea dei principi di solidarietà e sussidiarietà". Cioè, io devo avere un sistema sociale, un sistema democratico nel quale ho sia la solidarietà perché mi preoccupo veramente di tutti, sia il principio di sussidiarietà. Il bene comune è un bene sussidiario, perché l'altro vuole essere messo in grado di ricevere quegli strumenti e poi muoversi da solo. Non deve vivere come una persona che riceve tutto dallo Stato, perché in quel caso lo Stato non vuole il bene della persona. Stefano Zanardi che è un grande economista bolognese dice: per costruire il bene comune nella nuova società ci vuole più stato, più società e più mercato. Più stato, con le sue regole che deve far rispettare. Più società, la società si deve muovere, deve essere capace di investire non deve prendere tutto dallo Stato. Più mercato, il mercato deve essere presente ma con il giusto equilibrio. Allora il bene comune lo si costruisce nella misura in cui lo Stato, la società e il mercato sono in rispettivo equilibrio, solo così il mercato non la fa da padrone come succede oggi. La partecipazione democratica nei partiti, viene rispettata sia nella maniera in cui si scelgono le priorità a cui dare importanza dal punto di vista politico, sia nella maniera di scegliere le persone che devono rappresentare. Evitando di mettere a rischio il bene comune proponendo candidati che hanno dei forti interessi economici. Dice la Rerum Novarum, il fine della società civile è universale, perché è quello che riguarda il bene comune a cui tutti i singoli cittadini hanno diritto nella dedita proporzione. Tutto questo ci insegna che dobbiamo stare molto attenti quando utilizziamo il termine "bene comune". Oggi a rendere più difficile la riscoperta del valore del bene comune, c'è una situazione politica contingente. Politica contingente che ha messo in discussione diritti e valori inalienabili. Alla base di questa contingenza politica e anche delle diverse visioni che abbiamo analizzato, c'è la visione antropologica dell'uomo. Noi questo non lo consideriamo più. Thomas Hobbes diceva: "L'errore viene da un esame troppo superficiale della natura umana". Parole sante. Un politico che promette soltanto -  dicevano i romani  "panem et circensis" pane e giochi di circo – un politico così, vuole un cittadino bambino. In Cina si limitano persino le nascite, perché chi governa vuole più uomini e meno donne, si vuole l'uomo macchina. Il problema è che c'è stato un cambiamento proprio dell'idea di uomini. Se l'uomo non si nutre più di certi concetti, delle idee sarà la fine per la politica. Invece così ci vogliono incantare, questo non glielo possiamo permettere.

Grazie a don Luigi Renna per questa bella lezione.

Carlo Antonio Resta

Il Bene Comune è il fine della Politica (III° di IV capitoli)

luglio 28, 2009 by Carlo Antonio Resta  
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Don MilaniNonostante Thomas Hobbes è uno dei padri del liberismo, dice che gli uomini si mettono insieme semplicemente per raggiungere i loro interessi, e sono dei lupi che stanno insieme per spartirsi la preda, non sono delle persone che si vogliono bene. Per cui dice: "La maggior parte degli scrittori politici suppongono, pretendono, postulano che l'uomo sia un animale politico, e su questa base costruiscono le loro teorie politiche. Teorie che costruiscono come se non vi fosse bisogno di conservare la pace, un ordine di tutto il genere umano, in una concordia osservanza di determinati fatti e condizioni che essi chiamano leggi. Ma questo è falso, benché accettato dai più. L'errore proviene da un esame troppo superficiale della natura umana. Quello che gli uomini fanno per essersi consociati, ci rivela gli intendimenti secondo i quali gli uomini si riuniscono in società". Cosa fanno gli uomini dopo che si sono consociati? Si direbbe in una maniera molto volgare: mangiano! Ma il problema non è mangiare, è mangiare in maniera smodata! Mangiare togliendo gli altri. Solo lo Stato può assicurare il bene dei singoli cittadini, che sono intrinsecamente egoisti. Per Rousseau (1870)- siamo in pieno illuminismo – il bene comune è la volontà generale! Noi consegniamo a qualcuno la nostra volontà che definisce una volontà generale, per trovare una forma di associazione che difenda la persona e uno unendosi agli altri veda rispettato in fondo se stesso. Ciascuno di noi mette in comune la sua persona e ogni suo potere sotto una volontà generale, quest'atto di associazione produce un corpo morale collettivo. Cioè ognuno da una sua parte e costruisce un'unica volontà, questo pensiero non ha avuto altro che il suo punto massimo nella rivoluzione francese. Cosa si costruisce nello Stato della rivoluzione francese? Uno stato in cui ognuno ha consegnato la sua libertà. Esiste un io comune, però il problema qual'é, fin qui ci troviamo, il problema è che poi si può contestare questa volontà generale? La storia della rivoluzione francese dice che non si può contestare, perché una volta che hai consegnato la tua volontà, o ubbidisci a questa volontà o non hai più alternativa. Per cui dopo la rivoluzione francese anzi la degenerazione della rivoluzione francese c'è stato il terrore.

Continua… domani con il quarto ed ultimo capitolo

Carlo Antonio Resta

Il Bene Comune è il fine della Politica (II° di IV capitoli)

luglio 27, 2009 by Carlo Antonio Resta  
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Don MilaniPossiamo dire che il padre del bene comune è Aristotele, lui ci da le radici di una sua concezione, Aristotele vede nascere la società, e come la vede nascere? Vedendo coloro che abitavano in piccoli villaggi dispersi nelle campagne, che storicamente poi si mettono nella polis, nella città. Una città è una realtà che offre dei servizi per il bene della persona, offre delle mura di difesa, offre la possibilità di un commercio, offre un governo. La città quindi, offre delle sicurezze, una vita che richiama la vita felice, infatti scrive nell'etica politica: "La comunità che risulta da più villaggi è la polis perfetta, che raggiunge per così dire il limite dell'autosufficienza completa, i villaggi non erano autosufficienti la polis è autosufficiente, formata per rendere possibile la vita, esiste per rendere possibile una vita felice". Per noi oggi la polis rimane un punto di riferimento ideale, anche se non è tutto oro quello che luccica. A questo punto, dobbiamo stabilire se è identico il bene per il singolo e il bene per la città. Qui si comincia a porre un problema, cos'è più importante il mio bene personale, quello che io posseggo come un campo, un palazzo e se questo palazzo ostacola un progetto della città, io venga rispettato nella mia proprietà? Oppure è più importante il bene della comunità? Il singolo o la società? Il singolo o una città, coincidono sempre il bene di queste persona/entità? Sappiamo che in realtà non è così è qui comincia a nascere un conflitto di pensiero. Cicerone (80 a.C.) è un eclettico, però ha un'idea di bene comune come "riflesso della natura umana" e dice: "Un solo proposito tutti devono nutrire, che il vantaggio del singolo si identifichi con quello comune, poiché se uno lo assume egoisticamente per sé ogni umano consorzio ritiene dissolto". E ancora, "Se la natura prescrive che l'uomo, per il fatto stesso di essere uomo, chiunque esso sia si prenda cura del suo simile, ne discende per necessità che il vantaggio sia comune".  Quindi esiste un bene comune perché abbiamo una natura in comune. Questa è quella che Cicerone chiamava "natura umana". Ma se cerco qualcosa in comune con gli altri lo posso cercare per due strade, o perché abbiamo lo stesso interesse o perché prima del nostro interesse c'è qualcosa che ci accomuna. Cicerone dice: "Ci accomuna la nostra natura". In molti ci chiediamo, perché  dobbiamo rispettare gli extracomunitari che vengono per cercare lavoro, perché abbiamo in comune gli stessi interessi? Sicuramente no! Molto probabilmente perché abbiamo in comune la stessa natura. Questo è il concetto di natura, un concetto che forse oggi può essere utile riconsiderare. Poi c'è la visione cristiana del bene comune.
La visione cristiana non è univoca,  esiste la corrente di pensiero di Sant'Agostino (380 d.C.) il quale, caduta Roma la definì la città di Dio perché basata su principi cristiani. Egli dice: "Se io vedo un popolo privilegiare alcune cose rispetto ad altre, do una definizione di questo popolo proprio in base alle cose che privilegia. Secondo questa definizione il popolo romano ci tiene di più alla cosa pubblica. Che cosa poi abbia spezzato la concordia giungendo alle guerre sociali e civili ce lo attesta la storia. La storia di Roma ci dice che all'esterno delle sue mura, dimostra di non avere la stessa equità che cerca di raggiungere al suo interno, anche se al suo interno ci sono le classi sociali. Sant'Agostino dice che il bene comune lo può possedere soltanto chi ama Dio e quindi, una visione di una persona che mette al primo posto un'etica religiosa e costruisce così il cosiddetto Sacro etico. La missione di Sant'Agostino può piacere ai cristiani ma potrebbe non piacere agli altri, anche se per i cristiani non è l'unica strada per concepire lo Stato. Uno Stato non è buono se è cristiano se è confessionale, non è buono se proclama che la religione di Stato è quella cattolica o è quella protestante, perché uno Stato non ha la finalità religiosa non rispondere a questo fine. Mentre c'è un'altra visione, una visione molto più equilibrata che è quella di S. Tommaso d'Aquino (1240). Don Luigi Renna ci dice che la visione di S. Tommaso d'Aquino è quella più moderna, che fa scuola sia in ambito cattolico che laico e prende direttamente spunto dalla visione di Aristotele. Mentre Sant'Agostino ha come autore di riferimento Platone, S. Tommaso ha come riferimento Aristotele. S. Tommaso dice: "Il bene dell'uomo singolo non è l'ultimo fine ma viene ordinato al bene comune". Pensiamo a quello che una persona cerca di raggiungere come proprietà con i risparmi di una vita, ecco, è il bene del singolo. Dice S. Tommaso che quel bene del singolo non è assoluto, ma viene ordinato al bene comune, non coincide con il bene comune ma viene ordinato al bene comune. Vuol dire che quel suo bene singolo se è un campo ma da quel campo deve passare una strada, secondo il principio della comunità, del vivere insieme quel campo è ordinato al bene comune. Se quella strada è essenziale va fatta! Anche se rimane qualcosa di cui il proprietario debba essere risarcito. Quindi la proprietà privata non come ultimo fine ma viene ordinato al bene comune. Però c'è un bene che è al di sopra del bene comune che è Dio. E il fine dello Stato è Dio? No il fine dello Stato è la persona! In definitiva S. Tommaso ci dice che l'uomo ha dei suoi limiti, che sono ordinati al bene comune, però il bene comune, il bene della città non è assoluto,  perché l'uomo lo trascende e va verso qualcosa ancora di più grande. Per cui l'uomo non può vedere definito il suo bene comune dallo Stato, dal partito, da una nazione, il suo bene rimane oltre. Da questo punto di vista il totalitarismo dice il contrario, se l'uomo ha un bene, singolo, è un bene che trascende il bene comune, vuol dire che l'uomo è libero. Vediamo Guicciardini (politologo e storico 1500) che dice: "Conducono bene le cose in questo mondo quegli uomini che hanno sempre badato all'occhio gli interessi loro e tutte le azioni le misurano con questo fine, ma fallace è il comportamento di quegli uomini che il loro comportamento consista in qualche comodo pecuniario più che nell'onore, nel saper mantenersi la reputazione e il buon nome". Allora qual è l'idea, l'uomo vive per affermarsi questo è il bene e il proprio interesse, il resto è secondario. Ed è ancora più terribile quello che dice dopo, Guicciardini dice: "La calcina con la quale si murano gli stati dei tiranni è il sangue dei cittadini". Come si costruiscono le mura delle città dei tiranni? Con il sangue dei cittadini. L'uomo non deve arrivare ad usare il sangue dei cittadini come calcina, questo è il contrario del bene comune. Poi abbiamo l'esperienza di Tommaso Moro (1500).  Tommaso moro era ministro di Enrico VIII, fu martirizzato perché non volle convertirsi all'anglicanesimo, è stato proclamato da Giovanni Paolo II il patrono dei politici. Egli scrisse "l'utopia", scriveva sotto il re Enrico VIII così assoluto da avocare a se anche la carica di primate della Chiesa. Tommaso Moro pensa e  fugge con la sua fantasia in uno Stato diverso e scrive: "esaminando dunque e considerando tra di me, questi stati che oggi in qualche luogo si trovano, non mi si presenta manco che come in una congiura dei ricchi" – lo Stato come una congiura dei ricchi – "I quali sotto il nome o il pretesto dello Stato non si preoccupano che del proprio interesse. E immaginano, inventano ogni maniera, ogni arte con cui conservare anzitutto senza paura di perderlo, ciò che hanno disonestamente ammucchiato essi e in secondo luogo, come serbare per se al prezzo più basso possibile, ciò che a fatica producono tutti i poveri, volgendolo a questo ultimo fine. Queste subdole disposizioni i ricchi stabiliscono che vengono osservate in nome dello Stato, cioè anche in nome dei poveri e così diventano legge. Ma questi uomini immoralissimi, che con insaziabile cupidigia si dividono tra loro i beni che sarebbero bastati a tutti, come sono lontani dalla felicità". Ecco uomini che costruiscono uno Stato che è una congiura dei ricchi, e il bene comune evidentemente è il bene personale.  E ancora andiamo a Thomas Hobbes (Inghilterra 1610), lo Stato moderno,  è una rivoluzione per l'etica politica. Thomas Hobbes si chiede come si fa a costruire il bene comune? Parte da una visione famosa, nella quale considera che l'uomo nei confronti dell'altro uomo è sempre un rapace, dice: "Homo omini lupus", l'uomo è un lupo, non è buono! Quindi è tutto il contrario di quello che dice Cicerone, che noi nell'animo abbiamo una predisposizione per costruire il bene comune. No, noi abbiamo una predisposizione per aggredire l'altro, per approfittare degli altri.

Continua… domani con il terzo dei quattro capitoli

Carlo Antonio Resta

Cronaca di un incontro: Carlo Vulpio a Gioia

giugno 3, 2009 by Dalila Bellacicco  
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fCarlo Vulpio con Nino TangorreNonostante l'assenza del magistrato Clementina Forleo, vittima di un tamponamento e di una violenta colica renale e del suo attesissimo intervento, un incontro davvero indimenticabile quello organizzato dal Centro Studi Erasmo onlus, dalla Scuola di Formazione Socio Politica Gioia del Colle e da www.gioiadelcolle.info  presso il Chiostro Comunale, sede di ripiego per l'impossibilità di fruire della sala conferenze presso l'ex distilleria Cassano, feudo della LUM, in un primo momento "concessa", come testimoniano locandine, inviti e mailing list e poi negata.

Che sull'evento gravassero "nubi" colme non solo della "diossina" denunciata nel libro "La città delle nuvole", era scontato, tanto da legittimare l'assenza delle istituzioni (il sindaco, seppur invitato, non ha partecipato all'incontro) e rendere stranamente taciturni i numerosi politici presenti. D'altra parte Carlo Vulpio, giornalista di frontiera del Corriere della Sera, licenziato dopo alcuni reportage scottanti sul caso "Why not" , costretto a pubblicare le sue inchieste per mezzo, a suo dire, di "libri clandestini", che pur aggiudicandosi premi prestigiosi nessuno conosce e di cui nessun media ha mai parlato, in corsa alle europee con l'Italia dei Valori (cui, a onor del vero, non ha fatto cenno), ha raccontato senza mezzi termini, dati alla mano, quanto mafia e politica siano in sinergia se non in perfetta connessione… senza sconti per nessuno: Destra, Sinistra e Centro.  

Dopo un breve ma intenso video su Falcone e Borsellino, commentato da frasi e immagini, a distanza di anni, drammaticamente evocative, Tonia Scarnera ha salutato i presenti, offerto chiarimenti in merito all'assenza di Clementina Forleo e tracciato per sommi capi le vicissitudini dei due relatori, Vulpio "epurato" dal Corriere della Sera e poco gradito ai poteri forti e la Forleo, che tra l'altro "ha perso i propri genitori in un incidente d'auto dubbio" dopo aver ricevuto numerose minacce di morte, trasferita a Cremona per indagini, "sentenze" ed affermazioni particolarmente caustiche nei confronti di politici e Csm. Read more

Riflessioni sulla democrazia

Democrazia

Carlo Antonio Resta per la Scuola di Formazione socio-politica riflette sul concetto di democrazia.

Nella lezione della nostra scuola di sabato 20 febbraio 2009 abbiamo trattato il tema della democrazia. Argomento molto ampio, dove c'è da spaziare in lungo e in largo. La lezione è stata caratterizzata da molti spunti interessanti, ne riporto qui alcuni. Prima di iniziare, mi sento obbligato a ringraziare in modo particolare la preside prof.ssa Rosina Basso, per la ricchezza dei contenuti espressi e per la rara capacità di saper trasmettere gli stimoli giusti che catturano l'attenzione di chi ascolta. "Democrazia":  un termine che oggi sembra svuotato dei suoi veri contenuti, un termine che oggi sembra molti vago, sembra che contenga tutto e niente. Oggi sa di scontatezza direi insipida, viviamo in un sistema democratico ma di democratico c'è poco, quasi niente, lo dice bene Paul Ginsborg in "la democrazia che non c'è".

Eppure nella lezione di sabato 28 febbraio 2009, i nostri docenti sono stati capaci di prendere questo termine "Democrazia", tirarlo fuori da quell'alone di nebbia da cui è avvolto, l'hanno spazzolato ben bene da quello strato di muffa e di incrostazioni che lo copre, l'hanno lustrato da tutti i suoi lati e ce lo hanno fatto vedere in tutto il suo splendore, in tutta la sua lucentezza. Ci hanno fatto cogliere i lati tecnici come: il riconoscimento dei diritti che conferisce ai cittadini la capacità giuridica di partecipare all'esercizio dei poteri pubblici; la sua configurazione costituzionale, la grande carta in cui lo Stato si articola e delinea le azioni nei suoi movimenti; l'indipendenza dei tre poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario e il loro vitale equilibrio. Read more

Prima della partita, nella partita, dopo la partita: solo tifosi? Come liberare il calcio dalla violenza.

marzo 4, 2009 by La Redazione  
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 Ogni anno puntualmente ci troviamo ad analizzare diversi episodi in cui si manifesta il tema della violenza nel calcio. L'elenco sarebbe lungo da riproporre ma il tema di fondo è unico: le manifestazioni violente di gruppi di tifoserie organizzate, che poco hanno da condividere col mondo sportivo.

In realtà noi pensiamo che si tratti di manifestazioni da ricondurre a fenomeni di protesta sociale o disagi individuali che non trovano alternative se non  in espressioni di violenza collettiva.

E' probabile che in una società che non consente il libero sfogo delle tensioni di ordine sociale, le frustrazioni dei singoli si autoalimentino fino ad esplodere in forme violente ogni qual volta le circostanze ambientali lo permettono. Quale occasione migliore per esprimere la propria violenza che uno stadio affollato di tifosi urlanti e deliranti? La quasi certezza di non essere individuati in una massa che protesta violentemente facilita il riproporsi della frequenza di certi fenomeni. Read more

Elaborati della Scuola di Formazione Socio Politica di Tonio, Milena e Cinzia

gennaio 12, 2009 by La Redazione  
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   LE COMUNICAZIONI IMPOSSIBILI

IL SORRISO DELLA FIORAIA

Ero solito andare dalla mia fioraia per ogni occasione importante: un compleanno, un anniversario…ma l'espressione seriosa e triste di Rita (questo il nome della fioraia) mi creava un certo disagio. Istintivamente prendeva il sopravvento la voglia di pensare ad un altro regalo, di non comprare più fiori. Troppo semplice e da "codardo" il mio atteggiamento! Perché cambiare idea regalo? Basterebbe far sorridere Rita per risolvere il mio e il suo "disagio". "Rita mi regaleresti un sorriso?". Da allora Rita mi sorride sempre ed io so cosa regalare ad ogni occasione: fiori!

Cos'è scattato? Una sola parola: comunicazione

La comunicazione ha risolto una situazione "difficile", ma è sempre così semplice? Quali sono gli elementi di una comunicazione efficace?

Ascolto, contatto, trasmissione, scambio, in una parola: reciprocità! Read more

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