Sonetto di San Filippo Neri

San Filippo Neri, come descritto nella sua Vita, in età giovanile si dilettò nella Poesia, sia latina che volgare, cioè italiana. Nella poesia volgare aveva tanta facilità che componeva all'improvviso. A motivo della sua umiltà, come è accaduto per molti altri Santi,  prima della sua morte fece bruciare tutti i suoi scritti. Nonostante tutto, per un caso […]

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San_Filippo_NeriSan Filippo Neri, come descritto nella sua Vita, in età giovanile si dilettò nella Poesia, sia latina che volgare, cioè italiana.

Nella poesia volgare aveva tanta facilità che componeva all'improvviso.

A motivo della sua umiltà, come è accaduto per molti altri Santi,  prima della sua morte fece bruciare tutti i suoi scritti. Nonostante tutto, per un caso fortuito, un sonetto, da lui composto   nella sua gioventù, si è salvato ed è giunto fino a noi.

San Filippo nel  sonetto, scritto nel volgare del suo tempo e quindi di non facile comprensione, ci parla dell'Anima, che è stata creata da Dio, immortale, bella, libera e che a Lui deve ritornare e  in Lui deve continuare a vivere in eterno in cielo, "per calcare le stelle",  dopo la nostra fugace esperienza di vita terrena. L'uomo non può vivere in eterno in Dio, non può godere della sua Presenza, del suo Amore e della sua Comunione se non  muore a se stesso,  alla sua vita terrena e alle sue effimere gioie.

Di seguito si riporta tale sonetto, composto da San Filippo  Neri durante la sua gioventù e da lui scritto di proprio pugno.

Ritengo sia  un'occasione, questa, per far conoscere meglio a noi gioiesi il nostro Protettore e un'ulteriore prova dell'affetto e della devozione che nutriamo verso la sua Persona.

Se l'Anima hà da DIO l'esser perfetto,

Sendo, com'è, creata in un'istante,
E non con mezo di cagion cotante,
Come vincer la dee mortal' oggetto?

     Là vè speme, desio, gaudio, e dispetto,
     La fanno tanto da se stessa errante,
     Si che non veggia, ( e l'hà pur sempre innante, )
     Chi bear la potria sol con l'aspetto.

Come ponno le parti esser rubelle 

Alla parte miglior, nè consentire,

E questa servir dee, comandar quelle?

Qual prigion la ritien, ch'indi partire

Non possa, e al fin col piè calcar le stelle, 

E viver sempre in DIO, e à se morire?

                  

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21 aprile 2012

  • Scuola di Politica

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