La Chiesa Madre o di Santa Maria Maggiore (Parte I)

L'arciprete gioiese Paolo Catucci intorno al 1772 afferma che la Chiesa più antica di Gioia fu eretta nel 506, come si leggeva su una lapide in marmo che riportava A nativitate Christi 506; tale affermazione è riportata anche da Padre Bonaventura da Lama. L'abate Francesco Paolo Losapio ( Quadro Istorico-poetico sulle vicende di Gioia in Bari  detta […]

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Chiesa MadreL'arciprete gioiese Paolo Catucci intorno al 1772 afferma che la Chiesa più antica di Gioia fu eretta nel 506, come si leggeva su una lapide in marmo che riportava A nativitate Christi 506; tale affermazione è riportata anche da Padre Bonaventura da Lama.

L'abate Francesco Paolo Losapio ( Quadro Istorico-poetico sulle vicende di Gioia in Bari  detta anche Livia )  parla  del 1040 come data di edificazione  della Chiesa Maggiore. Afferma che il Dinasta Riccardo Siniscalco Normanno dopo aver fondato il Castello e la Terra di Gioja, fondò e  dotò in seguito la  Chiesa palatina   di San Pietro,( nome originario della Chiesa Madre ) avvalendosi dell'opera e della direzione   dell’architetto che impiegò Ruggiero nella  costruzione della Chiesa superiore di S. Nicolò di Bari, col medesimo ordine architettonico. Lorenzo Giustiniani… assegna l'epoca del 1040 alla fabbrica della Chiesa di S. Nicolò, di maniera che si può credere ragionevolmente che la fabbrica della nostra Chiesa di S. Pietro dovè essere terminata verso il 1050, ed addette al pubblico culto verso quest'ultima epoca… Lo stesso Riccardo e poi Federico II l'arricchirono e la dotarono di vastissimi feudi serrati, demani aperti e ricche possessioni, facendone una Chiesa Palatina Collegiale, che ben tosto andremo a vederla anche Collegiata insigne, gloriosa e rispettabile.  

Alcuni identificano questa Chiesa con una dedicata a S. Marco ( l'attuale, tra le altre reliquie, conserva un dito dell'evangelista Marco ) o con quella di Santo Stefano; numerose sono le denominazioni che le sono state attribuite nel corso dei secoli: Natività della Vergine, Santa Maria Maggiore o della Neve, S. Pietro. Un diploma normanno del 1180 cita questa Chiesa con il titolo di Santa Maria. Di certo si officiava secondo il rito latino.

La testimonianza dell'esistenza della Chiesa di Santa Maria Maggiore si trova in un testamento rogato nel 1291 per conto del gioiese Reone Guarnita.

Da un atto del 1487 veniamo a sapere che la Chiesa Maggiore necessita di riparazioni a causa del degrado in cui versa. Per questo motivo è costretta a vendere alcune terre di sua pertinenza per far fronte a tali oneri. Nel 1510 l'arciprete Mariano Iacobellis nel fare l'inventario  dei beni della Chiesa la cita con il nome  di  Chiesa Matrice.

Il Losapio riferisce che verso l'anno  1540 la Chiesa fu elevata, per le cure di D. Mariano De-Jacobellis, a Collegiata  Insigne ( una Chiesa che pur non essendo cattedrale, ha un Capitolo collegiale, simile al senato di un  vescovo, che provvede al servizio divino in modo solenne ) e   l'arciprete ottenne il grado di prima dignità, la di cui collocazione fu riservata alla Santa Sede, come sempre si è mantenuta sino al presente.

Nel XVII secolo il Collegio era composto dall'arciprete, da due primiceri ( inizialmente ecclesiastici che vigilavano e presiedevano ai suddiaconi e agli altri chierici minori nel servizio divino, successivamente dignitari con funzioni di direzione e sorveglianza ), da dieci canonici e da un numero variabile di preti, diaconi, suddiaconi e chierici.  Le rendite comuni erano divise in parti uguali fra i partecipanti al Capitolo, mentre l'arciprete percepiva una porzione doppia.

Dalle Sante Visite alla Chiesa di Gioia, a partire da quella del 1578 dell'arcivescovo di Bari, Antonio Puteo, fino a quelle dei successivi arcivescovi, veniamo a conoscere che la Chiesa era di dimensioni ridotte rispetto all'attuale, era in stile romanico pugliese, a tre navate e due campanili in pietra, eretti uno a destra e l'altro a sinistra dell'altare maggiore e dotati di due campane ciascuno; inoltre erano presenti sette altari, che nel 1695 passano a undici.  

La Chiesa durante le Visite vescovili  viene ispezionata e trovata in situazione di grave degrado e incuria tanto da essere sottoposta a numerose  prescrizioni da parte dei Vescovi, perché potesse  continuare ad essere utilizzata come luogo di culto. L'arcivescovo Puteo, tra l'altro, ordina di erigere una sede Pontificale, la qual cosa, insieme al ritrovamento del faldistorio di marmo ( trono episcopale ) e della lastra in marmo con la data del 506, di cui parla il Padre Bonaventura da Lama, ha indotto alcuni a credere che Gioia in quel tempo era già sede vescovile.

Affiancata al lato sinistro si trovava la Chiesa dedicata a Santa Maria della  Anime del Purgatorio, così chiamata per i dipinti in essa presenti, che raffiguravano le Anime Purganti. Se ne ha conoscenza attraverso la Visita del Vescovo di Bari, Mons. Diego Sersale, che nel 1662 ordina di rimuovere dalla chiesa ossa e teschi di morti che erano presenti in essa. La Chiesa, infatti, aveva degli ipogei, utilizzati come vani cimiteriali e un sagrato  utilizzato come luogo di sepoltura. Una esplorazione eseguita negli anni ottanta dal Gruppo Speleologico Gioiese e  successivi lavori all'interno dell'attuale chiesa hanno portato alla luce quattro ipogei, disposti a due a due  e comunicanti tra di loro, al di sotto della navata, probabilmente utilizzati in passato come luogo di sepoltura.  L'Arcivescovo Mons. Carlo Loffredo nel 1695 ordina di adombrare le figure delle donne purganti, presenti sulle pareti della Chiesa del Purgatorio, coprendone le parti nude con lingue di fuoco, per non offendere gli occhi di chi le guardava.

L'architetto e tavolario Honofrio Tangho nell'Apprezzo di Gioia del 1640 riporta: In detta Terra di Gioia  vi è la Chiesa Maggiore sotto il titolo di San Pietro, la quale è Collegiata… con tre navate e due campanili.

Fin dalla fondazione è stata chiesa Civica Ricettizia, cioè una corporazione ecclesiastica, riconosciuta come persona giuridica,  formata da un collegio di chierici con lo scopo della cura delle anime e dell'esercizio collettivo del culto, che aveva un patrimonio in comune, derivante da lasciti di beni e rendite, le cui somme spettavano in parte proporzionata tra i partecipanti.

Michele Garruba, Arcidiacono della Chiesa di Bari, dice:  Di certo  vi è che quella Chiesa Matrice fin da' primi tempi fu Civica Ricettizia innumerata: fu poi Collegiata, capo della quale era, com'è tuttavia, l'Arciprete; ed avea due Primiceri e dieci Canonici. Verso la fine del passato secolo ( XVIII ), surta guerra intestina tra il ceto de' Partecipanti  ed il Collegio, questo fu alterato: fu accresciuto di altri 12 Canonici: furono compilati i suoi Statuti, che vennero muniti di Real Beneplacito nell'anno 1798, e la Chiesa, che insino a quel tempo era stata rispettata qual Collegiata di vera natura, fu dichiarata ricettizia, e … tanto fu conservato il Collegio. Era arciprete in quel tempo Don Paolo Catucci.

L'abate Losapio ci ricorda che in occasione del terribile terremoto del 1731, i Gioiesi invocarono la protezione di S. Filippo Neri, per cui la città, al di fuori dello spavento  e del timore, non soffrì alcun danno. Per questa ragione i festeggiamenti che prima si svolgevano in onore di S. Sofia, patrona di Gioia, dal 1731 furono dedicati anche a S. Filippo, nuovo patrono.

Cinque mesi dopo la morte dell'arciprete Pasquale Gatta, il 30 settembre 1739, la salma dello stesso venne riesumata e controllata, dietro parere favorevole dell'arcivescovo di Bari;  trovatola intatta venne sepolta in un nuovo sepolcro posto dietro la Cappella di S. Anna, nel corridoio  che portava nella Cappella del Santissimo.

Nel 1764, o a causa di un incendio scoppiato nel coro o verosimilmente perché  l'edificio sacro presentava problemi di staticità, per il degrado in cui versava e per il fatto che era piccola rispetto all'appellativo con cui veniva chiamata ( Chiesa Grande o Matrice ) e non più idonea alle esigenze del culto, la Chiesa viene abbattuta per volere di un certo Donatantonio Monte. Con tale demolizione andò così distrutta o perduta la iscrizione in marmo che ricordava la fondazione  della Chiesa di S. Marco nel 506, che poi era stata  trasportata dalla vecchia S. Marco alla nuova Chiesa di S. Pietro nel 1150.  Andò perso anche il faldistorio.

Oggi possiamo ammirare solo alcuni reperti che si sono salvati da quella tragica distruzione.

I più numerosi sono i resti conservati nell'interno della Chiesa, che sono costituiti da: un altare in pietra, sormontato da uno stemma gentilizio ( in sacrestia ); una piccola statua di Sant'Antonio abate; un Cristo deposto o Hecce Homo, che riporta l'iscrizione del nome dell'autore, il primicerio Giovanni Roccha ( lo stesso dell'Arma Ioe ), un altorilievo in pietra murato sulla parete sinistra  del terzo altare di destra, entrando in chiesa, quello del Crocifisso; un gruppo scultoreo in pietra che rappresenta la Madonna con il Bambino nell'atto di incoronare Santa Caterina, opera anch'essa attribuita allo scultore Stefano da Putignano, oggi presente nella Cappella di Maria Bambina.

Si è salvata anche una vasca battesimale in pietra, che attualmente si trova nella Chiesa di San Vito.

Il Losapio ( accennando all'abbattimento della Chiesa Matrice di San Pietro ) nomina il Monte come Vandalo tribuno della plebe e Capo-popolo, poiché convinse sia il Capitolo che i fedeli a compiere tale passo per ricostruire una Chiesa più grande, più bella e più consona e idonea ad accogliere la popolazione di Gioia che  ormai era in forte crescita.

Nello stesso anno la Chiesa viene rifatta dalle fondamenta, addossandola alla chiesetta del Purgatorio, a croce latina e in stile barocco così come oggi la vediamo, dall'architetto Pasquale Margoleo, come si legge nella seguente epigrafe posta sulla facciata della Chiesa:

D.O.M.         

Templun hoc viator          

Aequato solo veteri templo

atro squalore undiq obsito                

Vetustate fatiscente et ruinoso             

Joyienses promti facere magna et pati fortia          

Collectis viribus Deo auspice et duce            

Sub ductu Paschalis Margoleo               

A Martano Lycien Architecto      

Ad stimulum posterorum sempiternum           

A fundamentis excitarunt       

A.D. MDCCLXIV

A Dio Ottimo Massimo –  O viandante, questo tempio –  raso al suolo il vecchio tempio – dappertutto ricoperto di nero squallore – fatiscente e rovinoso  a causa della vetustà –  i Gioiesi pronti a realizzare grandi cose e a sopportare le  realizzazioni forti – unite le forze  con l'auspicio e la guida di Dio – sotto la guida di Pasquale Margoleo – architetto di Martano di Lecce – ad incitamento perenne dei posteri – dalle fondamenta eressero – nell'anno del Signore 1764.

Poiché non sembra plausibile che la ricostruzione sia stata completata  nello stesso anno, la data del 1764 dovrebbe riferirsi all'anno degli inizi dei lavori  e non del completamento degli stessi.

Un secolo fa, l'arcidiacono di Bari Michele Garruba giudicava questa nuova Chiesa  uno dei migliori sacri tempi, che dopo quei di Bari, esistono nell'Archidiocesi.

Sul grande finestrone della facciata principale della chiesa, a forma di campana, la data del 1771 ricorda l'anno del rifacimento di quella parte, mentre sul fastigio ( la parte terminale della facciata su cui è posta la Croce ), l'epigrafe: A sue spese  Pasquale Montanaro fu Giovanni completò 1893, indica probabilmente l'anno in cui hanno termine i lavori.

Per  questo suo gesto munifico la Giunta comunale di Gioia in data 30 marzo 1893 emette nei confronti del Montanaro un voto di encomio.

Quattro anni dopo la ricostruzione della Chiesa Madre, nel 1768, in via Le Torri, sul lato sinistro e in posizione rientrante rispetto alla  facciata della Chiesa, viene ricostruita la Cappella delle Anime Purganti che prende il nome di Cappellone del Santissimo, in cui  aveva sede la Confraternita del Purgatorio che lì officiava.

Sull'architrave della porta, oggi murata,  c'è appunto la data A.D.1768. Oggi, attraverso un arco aperto sul lato sinistro della Chiesa Madre, si accede a quella Cappella, che è  intitolata a Maria Bambina. 

Il Comune, che il 25 ottobre 1813 diviene padrone del Convento e della Chiesa di S. Francesco, il 1845 concede  alla Confraternita del Purgatorio la Chiesa di S. Francesco, ricevendone in cambio la Cappella del Santissimo, che viene aggregata alla Chiesa Madre, ed assume il nuovo nome di " Cappellone del Santissimo " ( ora Cappella di Maria Bambina ). Questa permuta viene approvata con Sovrano Rescritto l'11 gennaio 1845.

Dopo l'ultimo Concordato del 1818, e dopo la Convenzione sottoscritta tra Ferdinando II e la Santa Sede nell'agosto del 1831, la Chiesa di Gioia avrebbe potuto riacquistare l'antica condizione di Collegiata di vera natura, ma i nostri Capitolari non  riescono ad esibire agli Eccellentissimi Plenipotenziari, Regio e Pontificio, i titoli necessari ed opportuni a dimostrare l'antichità e la natura del Collegio, per cui la Chiesa Madre rimane nella condizione di Ricettizia con gli onori di Collegiata.

Nel 1850, mentre era  Sindaco D. Vincenzo Favale ed Arciprete D. Giovanni Miraglia, la sacrestia della Chiesa Matrice subisce  un incendio, che distrugge parecchio materiale presente nell'archivio ecclesiastico.

A seguito del terribile terremoto verificatosi nella notte tra il 16 e il 17 dicembre  del 1857 molte case sono lesionate, specie alla strada della Chiesa, attigue al pubblico Orologio.  La Chiesa viene chiusa al culto per parecchio tempo, in attesa dell'ultimazione dei lavori di riparazione dei danni e anche per  l'adattamento  in un solo corpo di fabbrica della Cappella del Santissimo  di recente acquisizione.  I controlli vengono eseguiti dall'Architetto  don Giovanni Fiorilli, che dispone subito la puntellatura, eseguita sotto la direzione dell'Arch. Castellaneta, per una spesa di duc. 104,04 ( deliber. Decur. Del 31 agosto 1858 ).  Contemporaneamente vengono progettati dal Fiorilli i necessari restauri, con un preventivo di spesa di ducati 11.218,76 ( Deliber. Decur. Del 31 marzo 1858 ).

Nella riunione Decurionale del 7 nov. 1858 viene confermato che la Chiesa Matrice è di patronato comunale.

Anche nella seduta Decurionale del 10 marzo 1861 viene  presentata e letta una  relazione che attesta che la Chiesa Matrice è da considerarsi proprietà del Comune. E tra i molteplici argomenti si ricorda questo: che nell'anno 1845 il Comune permuta la Chiesa degli ex Francescani, di cui era proprietario, con l'altra più antica della Congrega del Purgatorio; e poiché questa era contigua alla Chiesa Matrice, ne apre la comunicazione e la rende parte della stessa. Da una deliberazione Decurionale del 1860 sappiamo inoltre che l'operato del Comune viene approvato col Sovrano Rescritto comunicato col foglio ministeriale l' 11 gennaio 1845, potendo il Comune agevolmente aggregare, quella che gli viene data dalla Congrega, alla Chiesa Matrice. 

Nel 1878, anche in conseguenza dei numerosi danni provocati dal terremoto, il Comune decide l'abbattimento della vecchia e pericolante torre dell'orologio sita in via Duomo per allineare e allargare la strada che portava alla Chiesa, per rendere maggiomente visibile il suo prospetto  e per abbellire il paese con una piazza.

Con la morte dell'ultimo sacerdote, avvenuta il 3 agosto 1903 il Capitolo si estingue e nel 1906 il Comune di Gioia ottiene la devoluzione delle rendite provenienti dall'ex Ricettizia di Santa Maria Maggiore.

Tra il 1937 e il 1940, la Chiesa è abbellita con pitture e decorazioni varie, in gran parte del pittore veneziano M. Prayer, durante l'arcipretura di  mons. Don Luigi Tosco.

Il 23 febbraio 1942 la Chiesa subisce gravi danni: crollano il campanile,  la sottostante Cappella di S. Filippo Neri nonché la sacrestia e parte della canonica, seppellendo sotto le macerie anche il viceparroco,

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10 maggio 2009

  • Scuola di Politica

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