Giovanni Carano Donvito

Giovanni Carano Donvito nasce a Gioia del Colle il 30 giugno 1873 . Suo padre, il notaio Francesco Carano, era nativo di Palagiano, mentre la madre, Carmela Donvito,  apparteneva ad una antica famiglia gioiese;  entrambi erano proprietari terrieri. L'amore per la terra natia e per la madre lo porta ad assumere il doppio cognome: quello […]

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Giovanni Carano DonvitoGiovanni Carano Donvito nasce a Gioia del Colle il 30 giugno 1873 . Suo padre, il notaio Francesco Carano, era nativo di Palagiano, mentre la madre, Carmela Donvito,  apparteneva ad una antica famiglia gioiese;  entrambi erano proprietari terrieri.
L'amore per la terra natia e per la madre lo porta ad assumere il doppio cognome: quello paterno, seguito da quello materno, anticipando oltre un secolo prima la decisione che il Parlamento, in tal senso,  sta prendendo in questi giorni.

Primo tra i figli maschi sembrava essere predestinato a seguire le orme del padre. Dopo aver frequentato il Liceo " Archita " di Taranto riscopre una naturale inclinazione per gli studi sociali ed in particolare per l'evoluzionismo di Herbert Spencer, di cui è convinto seguace. Si iscrive volutamente alla facoltà di Giurisprudenza di Macerata, Università dalla quale erano usciti i più illustri maestri di scienza economica finanziaria italiana del tempo.  Nel 1896 consegue la laurea in legge con una tesi in diritto finanziario, incentrata sul rapporto tra fisco e contribuente.
Per approfondire le sue conoscenze in scienza delle finanze nel 1900  prosegue i suoi studi presso l'Università di Monaco di Baviera con alcuni economisti di scuola storica  e successivamente  anche a Vienna.
Nondimeno si abilita all'esercizio delle attività notarile e forense, anche se non le eserciterà.

Nella sua prima pubblicazione, di teoria della finanza pubblica, affronta la lettura del fenomeno finanziario attraverso una chiave sociologica, nei suoi rapporti cioè con la politica, il diritto e l'economia.

Affronta il problema dell'emigrazione meridionale, vista come ultima ratio nei confronti di uno Stato che non solo non offre opportunità di lavoro nel Sud, ma neppure quel livello di istruzione e di cultura che porta ad una scelta lavorativa consapevole.

Giovanni Carano DonvitoNel 1904  a seguito della vincita del concorso per l'insegnamento delle discipline economiche negli istituti tecnici insegna dapprima a Trapani poi dal 1907 a Foggia all'Istituto Tecnico " Giannone", a Caserta nella Scuola Superiore per allievi ufficiali della Guardia di Finanza e dal 1924 insegna anche a Bari.
Nel 1904  ottiene anche la libera docenza di Scienze delle finanze nell'Università di Macerata, nel 1905 consegue la libera docenza per la stessa disciplina nell'Università di Napoli.
Non partecipa a concorsi per cattedre universitarie  al Nord, che sicuramente avrebbe vinto, ma a cui avrebbe rinunciato, sia  perché, come il fratello Enrico, era legato alla sua terra natia, sia perché nel 1905 sposa Luisa Ricciardi, nobildonna di Gioia, dalla quale ha una figlia: Carmela.

Sempre nel 1905 ottiene la libera docenza in Scienza delle finanze presso l'Università di Napoli.
Insegna per numerosi anni Scienze delle Finanze ed Economia Politica nella Università di Bari.
Dal 1925 al 1933 è nominato come incaricato  di Politica economica e nello stesso tempo, per un breve periodo, insegna Storia economica  nell'istituto Superiore di Scienze economiche e commerciali di Bari.
Liberista in materia economica e liberale in politica, nel 1904 aderisce alla Lega Antiprotezionistica.  Il suo è  un liberalismo sostenuto dalla Stato, il liberismo della proprietà terriera.
Nelle sue lezioni universitarie non nasconde la sua contrarietà con la politica demografica fascista né risparmia critiche nei confronti del Duce ( La politica finanziaria ed economica durante il governo di Francesco Crispi, 1939 ).
Per le sue idee e per la sua dottrina di politica economica liberale, che ignorava completamente il fascismo e il corporativismo  il 1933 il Ministro dell'Educazione Nazionale Francesco Ercole lo esonera dall'insegnamento nell'Università di Bari.

Era riuscito in un primo momento ad evitare la sospensione grazie all'intervento del fratello Enrico, titolare della cattedra di botanica all'Università di Roma.
Trasferito all'istituto tecnico Vittorio Emanuele II di Bergamo preferisce rinunciare a tale incarico e decide di ritirarsi a Gioia per dedicarsi a studi economici e ricerche di storia locale.
Continua attraverso i suoi scritti a criticare le scelte del fascismo sia in campo politico, non condividendo la conquista dell'Etiopia ( La crisi monetaria dell'Impero Romano, 1940 ) che in campo economico (La politica monetaria nel Reame di Napoli durante il regime borbonico, 1940 ).
Partecipa anche ad alcune manifestazioni antifasciste, come quella del 5 aprile 1925, che si tiene a Bari e sottoscrive il testo che Benedetto Croce prepara come segno di protesta al Manifesto degli intellettuali fascisti.
La sua preparazione gli vale l'amicizia di numerosi uomini di cultura del suo tempo, come Giustino Fortunato,  di Benedetto Croce e anche del futuro Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. 

Nel 1910 è invitato a far parte di quella Commissione che si interessa di avviare una Inchiesta Parlamentare sulla Finanza Locale e  sulla condizione dei contadini  del Mezzogiorno e in Sicilia.
Per il suo impegno meridionalista viene a contatto con i maggiori esponenti di tale corrente, come Gaetano Salvemini e Francesco Saverio Nitti.
Ha diretto e collaborato con numerose Riviste a carattere economico, come il periodico L'Unità, fondato da Salvemini e Fortunato e La Riforma Sociale di Luigi Einaudi, e con numerosi quotidiani del tempo, mostrando un'inclinazione più per gli studi di economia che per la professione notarile, come prediligevano i suoi genitori.
Economista apprezzato, era considerato dai contemporanei uno dei più esperti conoscitori dei problemi tributari meridionali  tanto  che i suoi articoli erano richiesti e apprezzati insieme a quelli di Einaudi   e non solo per il loro taglio antiprotezionistico.

Non si dedica solo a temi di economia, ma trova anche il tempo per avviare delle ricerche sulla storia del suo e nostro Paese, raccogliendo una copiosa documentazione.
Esordisce con l'articolo L'abolizione della cinta daziaria nel Comune di Gioia del Colle, pubblicato a Torino ne La Riforma Sociale nel 1902, in cui sostiene la teoria della autonomia economica del Comune e quindi del libero scambio. Il primo cardine di una riforma tributaria locale sta in una maggiore libertà da concedersi ai Comuni, perché provvedano alle loro finanze tenendo conto delle loro peculiari condizioni. E' convinto assertore che per riavviare l'economia e gli scambi sia indispensabile rilanciare gli investimenti e favorire il lavoro salariato, riavvicinando e pacificando i rapporti tra padroni e contadini, in nome di un alto ed imprescindibile dovere sociale e di un genuino atteggiamento cristiano.

Giovanni Carano DonvitoSostiene che, sull'esempio dell'economia agricola inglese, affrancata dal peso tributario, e favorita dalla libera circolazione delle merci, il Meridione d'Italia, grazie anche allo sviluppo della rete stradale, avrebbe potuto svilupparsi eliminando le barriere doganali e il forte peso tributario, causa di arretratezza e di sottosviluppo.
Vede nell'imposta fondiaria, che gravava sui possedimenti fondi agricoli, una delle tragedie delle proprietà fondiarie del Sud d'Italia, come afferma in La imposta fondiaria nella crisi meridionale  nel 1903; ciò finiva per far collassare la fragile economia agricola del Sud con l'incameramento da parte dello Stato della gravosa imposta.
E' un profondo assertore della riforma delle finanze comunali, attraverso l'introduzione di un'imposta integrativa sul patrimonio, con la graduale sostituzione dell'imposta di famiglia.
Nel lavoro Il tributo fondiario nell'ex Regno delle Due Sicilie nei rapporti con le condizioni delle classi rurali, del 1910, vede nella mancanza di strade, di istruzione tecnica e di istituti di credito  degli ostacoli per le esportazioni di prodotti agricoli e le cause della povertà del Sud.

Per questo motivo avversa l'istituzione in Gioia di scuole classiche,  suggerendo l'istituzione di Scuole Tecniche e ad indirizzo Agrario, più consone all'economia del nostro Paese.
Nel testo La finanza del nuovo Regno d'Italia e i suoi effetti sulle classi del Mezzogiorno e Sicilia del 1928 , riconosce che i Savoia  avevano aggravato la tragedia del Sud per ben tre vie: la larga, affrettata vendita dei beni demaniali ed ecclesiastici, la rapacità del fisco, il fantastico ordinamento del credito fondiario.
Terminata la guerra Carano abbandona il liberalismo e  tenta di organizzare a Gioia un partito popolare. Vede, infatti, nel programma di don Sturzo un'ideale continuazione dei quei valori liberali cui era rimasto fedele, ora sostenuti da  una operante solidarietà cristiana. Nell'articolo  La terra ai contadini del 1918,  sostiene che piuttosto che distribuire le terre occorre mettere a disposizione le terre ai contadini, conciliando la libertà dell'individuo con la forza dell'associazionismo.

Anche dopo aver forzatamente rinunciato all'insegnamento universitario ha continuato a studiare, a pubblicare studi e articoli su varie riviste.
Ha vissuto in prima fila le vicende della sua Città ricoprendo più volte il ruolo di Consigliere comunale e di Assessore.
 A seguito dell'amicizia con lo storico acquavivese Antonio Lucarelli, che lo stimò come un fratello, si interessa di storia locale. Pubblica infatti sulla rivista Japigia il frutto dei suoi studi su alcuni importanti personaggi nella storia di Gioia e del Sud, come  I Losapio di Gioia del Colle, nel 1935, La Puglia del Risorgimento, Giuseppe del Re e i fuoriusciti napoletani in Piemonte, nel 1936, I De Deo a Gioia del Colle, nel 1939. Tali opere celebrano la grandezza di alcuni esponenti della borghesia del tempo, borghesia alla quale lui stesso sentiva di appartenere.
Carano oltre che trattare di temi legati all'economia pugliese, meridionale e italiana in generale, si è interessato  anche di economia di altri paesi europei.  Nel testo Federico il Grande e la sua politica economica, del 1941, prende in esame la politica economica di Federico II di Prussia; nel saggio I fattori economici della rivoluzione inglese 1646-1688, del 1946, parla della politica di Giacomo I Stuart; nel saggio I problemi monetari e finanziari della rivoluzione  e del primo Impero Francese, del 1948,  parla della situazione economica della Francia sotto il Re Sole.

In alcuni di questi studi è chiaro sia il collegamento e il riferimento di quei periodi storici ed economici all'economia del suo tempo che qualche frecciata  al regime fascista, fautore di una politica economica che non condivide.
Poco prima della fine del secondo conflitto mondiale  Carano è tra i partecipanti al primo Congresso dei Comitati di Liberazione Nazionali, che si tiene a Bari nel 1944  ed è il promotore a Gioia della rinascita del Partito Liberale.
I risultati deludenti ottenuti dal suo partito nell'elezione dell'Assemblea Costituente  nel 1946 lo portano all'allontanamento dalla politica attiva. Al suo erede spirituale, il giovane prof. Antonio Donvito, lontano da Gioia, confida la sua delusione nei suoi concittadini, perché qui si vivacchia… vogliamo fave, pane e pace… tiro a campare…sono stanco…sono nauseato di tutto… sono sfiduciato.

Nell'ultimo suo lavoro Pensieri sulla Questione Meridionale, del 1946, che potremmo definire il suo testamento spirituale, traccia un bilancio del suo cinquantenario impegno a favore del Mezzogiorno, bilancio fallimentare poiché all'infaticabile lavoro di Commissioni, di studiosi e di economisti, tra i quali  lui, non era seguito l'impegno dello Stato di attuare le proposte da quelli formulate. Lo Stato  costruisca strade, ricostruisca la terra, rimboschendo, regoli il deflusso delle acque, intraprenda la bonifica delle paludi malariche. Se, diceva Einaudi, lo Stato si limiterà a collaborare alla ricostruzione della terra avrà finalmente trovata la via per fare il bene, facendosi perdonare il molto male fin qui compiuto e lasciato compiere agli altri.
Con Einaudi consolida un'amicizia cinquantennale  dal 1902, anno della sua prima collaborazione alla rivista  La Riforma Sociale fino a pochi giorni prima della sua morte, quando in veste di Presidente della Repubblica lo incontra  a Gioia, di passaggio durante un viaggio da Bari a Taranto.

Deluso per non essere riuscito a risollevare il Sud dalla miseria e a dare dignità al lavoro dei contadini del Sud, a smussare il divario tra un Nord industrializzato e trainante  ed un  Sud  arretrato e dedito ad un'agricoltura arretrata, esprime tutto il suo dolore in una lettera inviata il 22 aprile 1949 all'amico Antonio Lucarelli, il giorno precedente la sua morte: Mi vedo sempre più sperduto in una selva selvaggia aspra e forte… noi vogliamo semplicemente acqua e strade; acqua per produrre, strade per smerciare  e invece…
Oltre al rammarico per essere rimasto inascoltato nelle sue scelte in campo economico forse c'è anche quello di non aver potuto pubblicare i numerosi suoi appunti di storia locale, che solo nel 1966, grazie all'interessamento del prof. Antonio Donvito e di altri cittadini gioiesi , ordinati e curati vengono dati alle stampe in due volumi dal titolo Storia di Gioia dal Colle.

In occasione della presentazione dei due volumi, la strada cittadina, fino ad allora chiamata via Bovio, nelle cui vicinanze  insisteva la casa del Carano, viene intitolata a  Carano- Donvito  Economista.
Oltre a  numerose  pubblicazioni di carattere economico e storico Carano è autore anche di numerose poesie, una raccolta delle quali è stata pubblicata recentemente a cura di suoi parenti.
Muore a Gioia del Colle il 23 aprile 1949, all'età di 75 anni.
Con la sua dipartita non solo Gioia, ma  il Meridione, anzi tutta l'Italia perde un valoroso figlio, un attento studioso dei problemi del Sud, un economista di fama internazionale.

Le prime due foto sono tratte da : Sergio D'Onghia – Giovanni Carano Donvito – L'Esperienza dell'Economia attraverso la Storia – SUMA Editore – Sammichele di Bari – 1990

L'ultima foto è tratta da : Giovanni Carano Donvito – Storia di Gioia del Colle – De Robertis Editore – Putignano 1966                

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14 gennaio 2008

  • Scuola di Politica

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