Fugaci battiti d’ali tra le mura del Castello

Tra breve si udranno solo quelli dei numerosi volatili, che popolano l’austero ed elegante maniero in questo periodo (corvi e piccioni, essendo migrati da un pezzo i falchetti), poiché presto prenderanno il volo dal Museo Nazionale i bambini della Puglia antica con i loro giocattoli e le loro storie. Non appena i singoli reperti, le […]

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L'ingresso alla prima sala della mostraTra breve si udranno solo quelli dei numerosi volatili, che popolano l’austero ed elegante maniero in questo periodo (corvi e piccioni, essendo migrati da un pezzo i falchetti), poiché presto prenderanno il volo dal Museo Nazionale i bambini della Puglia antica con i loro giocattoli e le loro storie. Non appena i singoli reperti, le piccole tombe e i corredi funerari verranno restituiti ai loro rispettivi musei, sembrerà davvero essere stata un “battito d’ali” la durata dell’esposizione temporanea dall’eloquente titolo, “Battiti d’ali. Storie di bambini nella Puglia antica”, che per cinque anni e mezzo, dal mese di maggio del 2007, ha emozionato, commosso, intenerito innumerevoli turisti italiani e stranieri di passaggio nella nostra città. E già un sentimento di malinconia e di nostalgia aleggia nelle sale del museo, mirabilmente allestite, e nel cuore di chi se n’è preso cura in tutto questo tempo, adoperandosi per la loro custodia e valorizzazione!

Ancora pochi giorni, quindi, per rivisitare le frammentarie testimonianze di vita di Optatus, Graecinia Sevia, Grapte, Thalame, Dizoma e dei tanti bambini e ragazzi anonimi, vissuti a Taranto, a Conversano, a Gravina, a Rutigliano, a Monte Sannace, ad Egnazia.

stele di Optatus, foto di Egnazia (II sala mostra).JPG

stele di Optatus, foto di Egnazia (II sala mostra).JPG

Di Optatus, tra I sec. a.C. e I sec. d.C., abbiamo persino il ritratto scolpito ad alto rilievo nell’edicola della sua stele funeraria in pietra, trovata incastonata come un gioiello nella facciata di un’abitazione a S. Paolo di Civitate (FG). Ne ricaviamo che era un bambino paffutello – il nasino e il mento corrosi dal tempo, duemila anni ormai – e serioso, che, pur essendo schiavo e figlio di schiavi, appare dignitosamente vestito, con un mantello fermato da una grossa fibbia e dei calzari, e titolare di un monumento di tutto rispetto, che i genitori Quinta e Cerdo gli dedicarono con il permesso (ed il finanziamento) del padrone, Sesto Lucio. Optatus ha un uccellino in mano, che vuole simboleggiare, forse, il volo dell’anima ormai libera, e non tragga in inganno la sproporzione della sua figura – la testa grande e il corpo via via più piccolo con i piedini minuscoli – chè non era un nanetto, ma è raffigurato secondo i modi dell’arte romana “plebea”, con l’elemento più importante in primo piano o di dimensioni maggiori, qui la testa, forse per motivi affettivi, per ritrarne meglio la fisionomia, cara ai suoi.

Graecinia Sevia doveva essere una liberta, a giudicare dal suo secondo nome, mentre Grapte e Thalame schiave, l’ultima addirittura dell’Imperatore, uno dei Giulio Cesari (o forse sua figlia?), con dedica della madre, di nome Quinta: tre bambine morte prematuramente a Taranto nel I sec. d.C. all’età di quattro, cinque, sei anni, come si legge nelle iscrizioni in latino sulle loro lapidi di marmo, variamente abbreviate e tutte inneggianti alla vita: “Vixit annis” con l’indicazione dell’età in numeri romani, seguita dalla sigla di sepoltura, “H(ic) s(ita) e(st)”.

Sappiamo, invece, da analisi di laboratorio che Dizoma, vissuta a Conversano nel II sec. a.C., aveva circa dodici anni: portava un’acconciatura da sposa – i boccoli avvolti attorno ad odorosi unguentari – e un anello d’oro al dito, su cui è inciso il suo nome; con una monetina in bocca, un obolo d’argento per pagare il pedaggio a Caronte, volevano assicurarle il passaggio nell’aldilà. Era morta anche sua madre, una donna di trent’anni, sepolta accanto a lei.

Una sua contemporanea vissuta a Taranto, aveva sposato, forse, per amore un attore di teatro, come ci sembra di poter dedurre dalle terrecotte del suo corredo: una colomba, sacra ad Afrodite, ma anche due pendagli in pasta vitrea ne identificano innanzitutto il sesso femminile, altrimenti non ricostruibile dato che il suo corpo era stato cremato; la statuetta della fanciulla con Eros sulle spalle ci lascia intuire che la defunta era innamorata, anzi guidata dall’amore, come nel gioco greco dell’ephedrismòs, che simbolicamente rappresenta, in cui uno dei due ragazzini sale sulle spalle del compagno e, coprendogli gli occhi con le mani, lo guida alla meta, nel gioco una semplice pietra infissa nel terreno, che poco prima da solo non era riuscito a colpire con la palla; un toro nell’atto di piegarsi sulle zampe ricorda Zeus, che vi si trasformò per attrarre Europa con il suo candido vello, si piegò per farla salire in groppa e la rapì, per unirsi a lei lontano su un’isola, e ci suggerisce perciò l’idea del matrimonio, così come era concepito nell’antichità, una sorta di rapimento della fanciulla dalla sua casa; infine le statuette di Dioniso e del satiro richiamano il mondo del teatro antico, i cui attori erano tutti uomini, che muniti di maschere ricoprivano anche ruoli femminili.        

Forse era un’altra promessa sposa la ragazza di Rutigliano, vissuta nel V sec. a.C., con il capo ornato da un prezioso diadema d’oro lavorato a sbalzo, che ha fatto il giro del mondo, giungendo fino a Shanghai in Cina, per prendere parte ad un’esposizione internazionale, nel padiglione italiano ispirato al confronto tra gli ori di Bulgari, contemporanei, e gli ori antichi.

Poteva essere già sposata e con figli la quindicenne vissuta nel VI sec. a.C. nel villaggio peucezio di Santo Mola (2 km a S.O. di Gioia), ritrovata adorna di gioielli: due sottili fermatrecce a spirale d’argento, una collana in ambra, un’armilla (bracciale) e fibulae (spille) di bronzo; mancano i vasi del corredo, trafugati in antico.

Il momento delle nozze per le fanciulle arrivava, infatti, molto presto: all’età di 11–12 anni abbandonavano i giochi dell’infanzia, per diventare di colpo mogli e madri. Nel mondo greco questo rito di passaggio includeva il dono dei giocattoli ad una divinità femminile, come Afrodite o Artemide, nel suo santuario. Sorprendono le bamboline di terracotta con gli arti snodabili, fissati con chiodini: dall’aspetto di signorinelle, sono proprio le antenate delle nostre Barbie!

Un giocattolo maschile poteva essere il carretto di terracotta coi cavalli e l’auriga, come l’esemplare trovato a Monte Sannace in una delle grandi tombe dipinte, ferma restando la duplice interpretazione, dato il contesto di rinvenimento: giocattolo o riproduzione simbolica del carro funebre? Sia i maschietti che le femminucce giocavano con gli astragali, ossicini ricavati dalle zampe delle pecore o dei maiali, talvolta collocati nelle tombe infantili e scambiati – ahimè! – dai visitatori per vertebre dei bambini. Persino i neonati e i bimbi di pochi mesi avevano i loro balocchi: sonaglietti di terracotta a forma di maialino, di cavalluccio, di ochetta o di culletta con neonato, tutti con una pallina di creta o una pietruzza all’interno, che ad ogni oscillazione produceva un tintinnìo (tanto che con nome onomatopeico, tintinnabula, erano detti in latino) e biberon di ceramica a decorazione geometrica o a vernice nera, dalle forme curiose per persuadere a mangiare giocando.

Due bambini, vissuti appena tre anni ad Egnazia nel IV sec. d.C., portavano appesi al collo campanellini e pendagli di bronzo con funzione apotropaica (per allontanare il malocchio) ed una collana di belle ciprèe, conchiglie ormai rare. Riproduce appunto la loro importante città, al confine tra Peucezia e Messapia, il grande pannello fotografico affisso alla parete, entrando nel castello, subito a destra: confusa spesso con l’acropoli di Monte Sannace, è invece l’agorà di Egnazia, racchiusa in un porticato, con in secondo piano il tracciato visibile della Via Traiana.

Piccoli e grandi erano sepolti in posizione rannicchiata o fetale, un’usanza tipica delle popolazioni iapigie (Dauni, Peucezi, Messapi), a simboleggiare la rinascita nel grembo della madre Terra; da qui le dimensioni ridotte dei sarcofagi, monolitici.

Ne sono esposti due, peucezi, di IV sec. a.C. ed uno, magnogreco, di V sec. a.C., realizzati in un sol blocco in materiali diversi: in pietra calcarea, integro, da Gravina, con scheletro e corredo calcificati al suo interno; in tufo da Monte Sannace, restaurato, con cranio e costole frammentari a causa della spaccatura delle pareti; di terracotta e perfettamente levigato da Taranto, con un coppo usato come copertura al posto della consueta lastra lapidea, pochi vasetti impilati all’interno e tutti gli altri, attici a figure nere e a figure rosse, depositati all’esterno insieme ad un gran numero di astragali. Sullo sfondo una foto di grande formato propone uno scorcio dell’acropoli di Monte Sannace con alcune tombe monumentali; accanto un interessante pannello informa sui diversi riti funerari: ad incinerazione (cremazione) nel mondo magno–greco, eccetto per i bambini, ad inumazione per tutti nel mondo indigeno.

Il corredo femminile poteva includere: pesi da telaio, allusivi alla funzione domestica che le donne svolgevano per quasi tutta la loro breve vita, a partire già dai cinque anni d’età; statuette muliebri di terracotta, raffiguranti le divinità degli Inferi, se sedute, le defunte stesse se stanti (in piedi); semplici monili, come anellini, o accessori per il trucco, come il cilindretto di bronzo e il vassoietto d’argento, per versarvi forse la cipria, di un’adolescente vissuta a Monte Sannace nel IV sec. a.C.

L’espositore aperto, sormontato da una fotografia con uno scorcio dell’abitato in pianura a Monte Sannace, esibisce alcuni pithoi anche da altri villaggi peucezi: vasi grezzi, ad impasto o di ceramica da fuoco, usati per conservare o per cuocere i cibi e riutilizzati per le sepolture di infanti, forse anche in virtù della loro forma ovoidale che simboleggiava l’utero materno. Erano sotterrati in ambito domestico, nel cortile o in un ambiente della casa, pavimentato con terra battuta, per ospitare i piccolissimi defunti dai quali non ci si voleva separare; ma gli stessi vasi, se rinvenuti all’esterno delle abitazioni, contenevano i corpicini dei neonati esposti, ovvero rifiutati dal padre e quindi lasciati morire, perché figli illegittimi o malformati o per la povertà della famiglia, impossibilitata ad allevarli tutti. Espressione dell’indissolubile legame d’amore con la madre, nel primo caso; usanza, per noi, crudele negli altri, assimilata dai “civilissimi” Greci, ma che pure attesta il rifiuto dell’infanticidio diretto o dell’aborto: la divinità avrebbe deciso la sorte del bimbo, che, se di costituzione robusta, poteva sopravvivere ed attrarre col suo pianto un estraneo, che l’avrebbe preso con sé per allevarlo… come schiavo!

Di condizioni sociali migliori un bambino di Conversano di circa tre anni, così minuto da poter essere deposto in un’olla geometrica sul finire del VII sec. a.C. Se poi ci chiniamo ad osservare i dettagli di un askòs (riproduzione di un otre in ceramica) monocromo del VI sec.a.C. da Monte Sannace, tra i motivi decorativi sulla pancia individuiamo la svastica, di antiche origini greco–orientali, alternata al pettine. Mentre accanto una maschera di divinità dai tratti arcaici doveva essere stata appesa alla parete di un sarcofago, dato il foro di sospensione alla sommità, come rassicurante viatico di un altro piccolo defunto, nostro conterraneo, insieme alla lucernetta a vernice nera per rischiarargli il cammino; tra i suoi vasi anche un minuscolo attingitoio per il cratere. Soffermandoci a leggere il vicino pannello, scopriamo persino che da analisi osteologiche un bimbo di nove mesi risultava essere stato fasciato troppo stretto, tanto da sviluppare muscoli possenti nel tentativo di divincolarsi. L’usanza plurimillenaria di fasciare i bambini, ancora viva nei ricordi delle nostre nonne, è rappresentata da una statuetta fittile di divinità che allatta un bimbo in fasce: ex voto di una mamma del IV sec. a.C. a Canosa, per implorare la guarigione del figlioletto, a molti ricorda la Madonna con Gesù Bambino nelle tante rappresentazioni artistiche dal Medioevo al Rinascimento italiano.

Un principino doveva essere il maschietto di sette anni sepolto a Santo Mola nel VI sec. a.C. con un ricco corredo: vasi a decorazione geometrica bicroma di produzione locale, di gusto quasi moderno, coppe ioniche importate dal mondo magnogreco e tanti monili, come i pendagli, il braccialetto di pietre dure, la collanina di pasta vitrea, le numerose fibulae di bronzo satinate.

corredo della bambina di 8 anni, morta di meningite (I sala mostra).JPGDue secoli più tardi, intorno al 350 a.C., a Monte Sannace la meningite fulminante strappava ai suoi genitori e ai suoi sogni una femminuccia di otto anni: le auguravano, forse, con un uovo di rinascere a nuova vita e di innamorarsi, come la fanciulla raffigurata sul suo piccolo cratere a figure rosse da Metaponto, che stando seduta giocherella con un uccellino, mentre con la mano destra regge la freccia di Eros, in piedi davanti a lei, da cui è stata fatalmente colpita. O forse il corredo rappresentava simbolicamente le fasi della sua giovane vita spezzata? La nascita, con l’uovo di gallina o di anatra, di cui è sopravvissuto sorprendentemente il guscio; la prima infanzia, con i biberon ed il sonaglietto a forma di maialino; l’adolescenza negata, con la scena di innamoramento sul cratere, la lekythos porta profumi in miniatura ed i vasi nuziali.

A ciascuno la sua interpretazione, agli archeologi e ai paleoantropologi il merito di aver ridato un senso a questi oggetti e di aver restituito un nome e un’identità ai loro proprietari. Quanta vita nel Museo Archeologico di Gioia del Colle!

 

    

 

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13 novembre 2012

  • Scuola di Politica

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