C’era una volta… lo stagnino

Un banco in legno usurato dal tempo, un ceppo possente di antica fattura, tra i suoi nodi, sotto la base, cerchi misteriosi, graduati…misure di un tempo per tarare le imboccature degli zinni, evoluzione di orci ben più robusti e capienti. Qua e là nella piccola bottega, pinze, cesoie, martelli, incudini di diversa misura, una vecchia […]

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stagninoUn banco in legno usurato dal tempo, un ceppo possente di antica fattura, tra i suoi nodi, sotto la base, cerchi misteriosi, graduati…misure di un tempo per tarare le imboccature degli zinni, evoluzione di orci ben più robusti e capienti.

Qua e là nella piccola bottega, pinze, cesoie, martelli, incudini di diversa misura, una vecchia pompa per irrorare di zolfo e ossido di rame i vigneti, una morsa, un trapano a mano, un cannello e in un piattino ossidato, frammenti e perle di stagno. Su un soppalco paioli, caldaie, contenitori per olio ed ancora, un po’ nascosti sul retro, enormi fogli di zinco.

Con tre di essi, da 0,70 per 1,50 metri si ottiene uno zinno in grado di contenere un quintale di olio, un foglio in più per quello da 150 chili. Fascette da cinque centimetri vengono sacrificate per unire e rinforzare le giunture, nasce così il corpo cilindrico del recipiente cui verrà applicato il fondo, preparato con cura e rinforzato al centro per poi essere “cucito” con una bordatrice alla base dei fogli ricurvi.

Infine viene forgiato il coperchio, per metà fisso e per metà piegato.

Un’opera artigianale che richiede precisione, competenza e non meno di tre ore di lavoro. Questo uno dei manufatti che Giovanni Marinelli da ragazzo, a tredici anni, costruiva sotto l’attenta guida di mest Resta in via Dante, al civico 28/30.

Di lavoro ne avevamo tanto, per tutto l’anno si fabbricavano gli zinni”, contenitori per l’olio – ricorda Giovanni – poi a maggio si approntavano e riparavano le pompe per irrorare di verde rame le viti. Si riparava tutto: caldaie, padelle, paioli, nulla veniva gettato.” Faticoso il lavoro sulle caldaie, a contatto con acidi ed esalazioni poco salubri.

La caldaia in rame rosso veniva prima pulita con acido solforoso, poi con acido muriatico cotto, sciolto con lo zinco per legare stagno e rame. Per la zincata si usava acido muriatico semplice, con il pennello – spiega Giovanni – quindi si procedeva alla riparazione: si metteva all’esterno una “pezza”, anche presa da una pentola vecchia, la si bloccava con chiodini di rame, poi si preparava lo stagno per l’interno e alla fine si lucidava il fondo con la canapa. Per prendere o togliere lo stagno usavamo il sale ammoniaco…

Saldare è una vera arte: occorre impugnare con sicurezza il saldatoio, dopo aver reso incandescente la punta in rame, con l’altra mano si tiene la barretta di stagno e piombo ben ferma sui due punti da saldare, ben combacianti. Lo stagno fuso cola nelle fessure e le sigilla. Questa tecnica era molto usata per riparare imbuti, lucerne, utensili di cucina. Per le grondaie, i secchi ed i canali si ricorreva allo zinco.

Ancora oggi – sostiene lo stagnino – i clienti più fedeli restano i contadini”, poco avvezzi agli sprechi.

stagninoGiovanni prende il cannello, lo accende, lo avvicina ad un piccolo crogiuolo con schegge di stagno, impugna il saldatoio e dà inizio ad una vera e propria dimostrazione: la fiamma vira magicamente al verde, mentre lo stagno diventa bianco e lucente. Alchimie di pratica quotidiana, nessuna nozione su legami chimici, catalisi o polimerizzazione, ma ingegnosa applicazione esperienziale, cui si alternavano altre pratiche meno piacevoli ma necessarie. Tra i “compiti” dello stagnino, infatti, anche rivestire le bare di zinco e effettuare le saldature prima della tumulazione. Nel ’60 il papà di Giovanni viene meno, toccherà a lui seguire

la famiglia, le campagne, può dedicarsi davvero poco a saldature e zinni, nel frattempo sorgono i laminatoi, il progresso incalza… quel bel lavoro “pulito” pian piano perde consistenza.

Oggi si lavora poco, si preferisce gettar via e ricomprare piuttosto che riparare, anche quel poco che si chiede sembra tanto, non si capisce che va via tempo per una riparazione, tutti hanno fretta – sottolinea Giovanni – l’arte e la precisione non vengono comprese…”. I tempi cambiano, le abitudini anche, finché ci saranno uomini come Mario Di Giuseppe, attenti al passato, sarà ancora possibile recuperare, attraverso foto, racconti e vissuti, le conoscenze dirette di chi “c’era”, genesi e pietra angolare del presente e del progresso.

Dalila Bellacicco da La Piazza, luglio 2009

 

 

 

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17 luglio 2016

  • Scuola di Politica

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