Un’omelia di Don Vito Marotta.
2 novembre 2009 Autore: La Redazione
Categorie: La Comunità, Posta dei Lettori, Primo Piano
Cari Amici,
mi permetto di disturbarVi per sottoporre alla Vostra cortese attenzione e/o meditazione un'omelia di mio fratello Don Vito Marotta.
Il motivo per cui Ve la invio di seguito è dettato essenzialmente dalla circostanza che ha determinato il fatto del suo ritrovamento casuale: stavo per svuotare il cestino gettacarte vicino alla scrivania di mio fratello e per caso sono fuoriusciti due fogli contenenti l'omelia che leggerete di seguito, che se non fossero fuoriusciti avrei buttato tranquillamente.
E' un'omelia del 2 novembre 2008, predicata nella Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli in Bitritto, sul tema della morte.
La circostanza mi ha richiamato alla mente l'episodio narrato da Mogol riguardante la stesura della canzone "L'Arcobaleno", cantata da Celentano. Ho avuto la sensazione che il ritrovamento non fosse casuale ma che fosse un tentativo di comunicare qualcosa. Avrei potuto trovare nel cestino anche prediche su temi diversi, ma la circostanza o il caso ha voluto che trovassi un predica sul tema della morte.
Saluti Luca Marotta
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Commemorazione Defunti Vg: Gv 6,37-40
Oggi ci mettiamo davanti al mistero della morte. Mistero un po' fastidioso. Un giorno che obbliga a riflettere ma che sempre più si vede insidiato dalla strisciante logica del "meglio non pensarci".
Si parla poco e male della morte: da una parte ceniamo davanti al televisore che ci porta in casa stragi e fatti di cronaca, dall'altra importiamo tradizioni che tentano di esorcizzare la morte mettendola sul ridere.
Ma chi ha avuto una persona amata che se ne è andata, prende sul serio la morte, anzi la risposta al dilemma della morte in realtà dona senso alla nostra vita.
Dobbiamo morire, certo. Davanti alla morte non sentiamo forte la ribellione e la rabbia? Dio tace, sulla morte e l'uomo è l'unico essere vivente che percepisce la morte come un'ingiustizia. Questa rabbia rivela il mistero che ciascuno di noi è.
Gesù ha una buona notizia sulla morte. La morte, sorella morte, è una porta attraverso cui raggiungiamo la dimensione profonda da cui proveniamo, quell'aspetto invisibile in cui crediamo, diceva il saggio Petit Prince – l'essenziale è invisibile agli occhi.
Siamo immortali, dal momento del nostro concepimento. Siamo immensamente di più di ciò che appariamo. Siamo di più: la nostra vita, per quanto realizzata, non potrà mai riempire il bisogno assoluto di pienezza che portiamo nel nostro intimo.
E Gesù ce lo conferma: la tua vita continua, sboccia, fiorisce, cresce. Fa strano dirlo, ma l'inferno – che è l'assenza di Dio – esiste ed è l'opportunità che tutti abbiamo di respingere per sempre l'amore di Dio.
Certo tutti ci auguriamo che sia vuoto e Dio si svela come un cocciuto che vuole a tutti i costi la salvezza dei suoi figli. L'eternità è già iniziata, giochiamocela bene, non aspettiamo la morte, non evitiamola, ma pensiamoci con serenità per rivedere la nostra vita, per andare all'essenziale.
I nostri defunti – che affidiamo alla tenerezza di Dio – ci precedono nell'avventura di Dio. Dio vuole la salvezza di ognuno, ma ci lascia liberi, di rispondere a questo amore o di rifiutarlo. La nostra preghiera ci mette in comunione con i nostri defunti, fanno sentire loro il nostro affetto, nell'attesa dei cieli nuovi e della terra nuova che ci aspettiamo.
Don Vito Marotta










