Daniele e Filippo Petrera

Daniele Petrera fu un personaggio di spicco nel panorama scientifico e politico di Gioia del Colle, di cui ben poco si è detto e scritto proprio dov’egli nacque il 31 marzo del 1839.
 
Suo padre era un umile sarto, Filippo Petrera junior, nipote del Filippo Petrera che insieme ad altri patrioti gioiesi fu ucciso e bruciato nel rogo di Piazza Castello il 14 febbraio del 1799, reo di aver piantato, insieme a Biagio e Giuseppe Del Re e Donatantonio Losito, l’albero della libertà per propugnare i principi della rivoluzione francese. Daniele Petrera era un fanciullo brillante, grazie agli enormi sacrifici di suo padre, che in lui aveva riposto ogni speranza di riscatto sociale dalla povertà, si diplomò e conseguì la laurea in Medicina presso l’Università di Napoli. In questa città si formò professionalmente e culturalmente, nutrito dai venti patriottici che vi aleggiavano, permanendovi fino al compimento degli studi, aiutato dalla sua famiglia. 
 
Il versatile ingegno manifestato negli studi, gli consentì di conquistare una borsa di studio che lo portò a perfezionare gli studi di medicina a Parigi. Nel 1866, all’età di 26 anni conquistò la medaglia d’Oro Luigi Settembrini e conseguì l’ambito premio. Tornato a Gioia, sua città natale, intraprese l’esercizio della professione, ma ben altro il destino aveva in serbo per lui.
 
Nel corso dei suoi studi a Napoli aveva incontrato politici e patrioti carismatici, i quali avevano risvegliato e rafforzato la sua sete di giustizia e libertà, la stessa che aveva spinto il suo antenato Filippo ad innalzare l’albero della libertà e far propri gli ideali giacobini. Continua la Lettura

La controversa costruzione del lebbrosario (seconda parte)

21 febbraio 2011 Autore: Domenico Paradiso  
Categorie: La Gioia di Ieri, Storia

Alla fremente protesta del’avv. Colacicco si aggiungeva quella non meno polemica di Nicola Capozzi, anch’essa denigrante il disinteresse dell’assemblea cittadina. Ricordava, infatti, il consigliere di “avere discusso a lungo con un funzionario del comune […] il quale alle mie rimostranze sulle rare sedute del consiglio, mi sosteneva [sic] che il consiglio si doveva riunire solo due volte in sessione ordinaria: a primavera e in autunno!”. Dal che derivava, a giudizio del Capozzi, il lassismo delle autorità amministrative gioiesi, le quali, se avessero tutelato con maggior vigore gli interessi cittadini dinanzi alla deputazione provinciale,“questa non avrebbe avuto il coraggio di prendere la decisione presa, e proprio in un punto ove sta per ampliarsi una borgata fiorente” (cit. Archivio Comunale di Gioia del Colle, Busta 137, Sanità e igiene, Fascicolo 2, prot. n. 9.727). Ne derivava una polemica conclusione: “Si deve […] al fatto di non essere rappresentati in quel consesso se si è puntato lo sguardo su Gioia per l’istituzione del lebbrosario”. L’oratore rievocava poi i suoi meriti in seno a quel consiglio, giacché quando ne faceva parte, si era battuto per ottenere“la strada che ci congiunge a Matera”. Laddove l’attuale amministrazione provinciale, “con il volere far sorgere qui il lebbrosario, vuole evidentemente compiere uno sfregio a Gioia del Colle”. Anche il Capozzi invitava alla battaglia: “Bisogna muoversi e protestare contro la deputazione provinciale e contro tutti” (Ibidem). Continua la Lettura

Presentazione del volume “Memoria dal Fuoco”

Lunedì 14 febbraio, alle ore 18.30 nel Teatro Rossini, Enzo Quarto, Lino Patruno e Bianca Tragni presenteranno “Memorie dal Fuoco”, una pubblicazione storica, poetica ed artistica composta “a più mani” al pari di una melodia, cui ho contribuito con la stesura di due saggi ma che sento ancor più mia per il pathos che ne ha accompagnato la “gestazione” ed alcune scelte editoriali.
 
Un’opera eterogenea, plurale nello stile e nella forma, ma corale nei contenuti, che esprime la cifra stilistica dei suoi autori: Maria Rosaria D’Uggento,Franco Giannini, Mario Guagnano, Gennaro Losito, Domenico Paradiso, impreziosita dai versi di Filippo Paradiso e Giacomo Leronni, corroborata dalle ricerche bibliografiche di Cataldo Donvito e rievocata dai disegni di Mimmo Alfarone.
 
Tocco di classe, la copertina a firma di Vito Osvaldo Angelillo, che poco più di un anno fa portò in scena l’omonima rappresentazione con la sua compagnia “Diversamente”.
 
In queste pagine il racconto “in cronaca” di quei giorni che nel 1799 insanguinarono Gioia e ne modificarono il futuro, gli eventi e le vicende collegati a quel periodo storico e ai suoi “dintorni”.
 
Scritti ispirati e suggeriti dalle 486 pagine rinvenute in casa di Luciano Macario, discendente del martire Filippo Petrera e racchiuse in un CD che potrà essere richiesto a supporto della pubblicazione.
 
Bianca Tragni, nella seconda parte della serata presenterà “Il Risorgimento in Puglia: 1799 – 1861” in forma di agenda 2011, un’opera davvero unica nel suo genere, frutto di un titanico lavoro di raccolta e consultazione di documenti (140 citazioni bibliografiche) ad opera di un gruppo di soci del Comitato Pugliese per il 150° Anniversario dell’Unità Nazionale, cui ho collaborato. 400 pagine impreziosite da numerose illustrazioni e da 48 sintetiche biografie dei più significativi protagonisti del Risorgimento pugliese, per tracciare un affresco di risorgimentale “pugliesità” in dinamico divenire ed invitare tutti coloro che hanno tasselli di “storia familiare” da raccontare, a comporre un mosaico regionale e nazionale di più ampio respiro.
 

La “ngegne” ( la noria )

Uno degli strumenti utilizzati in passato dai nostri agricoltori e che fa ormai parte dell’archeologia agricola è senza dubbio la “ noria “.
Fino a qualche anno fa, quando la falda acquifera del territorio gioiese era affiorante anche a meno di tre metri di profondità, si era soliti recuperare l’acqua sorgiva necessaria sia per l’alimentazione umana, sia per il bestiame, sia per le culture foraggiere ed ortofrutticole, attraverso pozzi scavati artigianalmente.
Infatti ancora oggi non solo nelle abitazioni del centro storico,  in numerose abitazioni monofamiliari è presente un pozzo, generalmente scavato  in un deposito quaternario e rivestito in pietra calcarea o con conci di tufo, attraverso il quale veniva prelevata dalla falda superficiale l’acqua necessaria per i fabbisogni  giornalieri della famiglia.
Non era infrequente vedere, specie dalle cantine del centro storico, una fuoriuscita di rigagnoli di acqua; essa veniva emunta e scaricata all’esterno per liberare i locali nei quali affiorava dalle falde sottostanti, che ne  impedediva quindi  la loro normale fruizione.
Nelle campagne in prossimità del paese l’acqua veniva estratta dalla falda freatica attraverso congegni artigianali, chiamati norie. Continua la Lettura

Il molino “Excelsior” di Gioia del Colle

Nella prima metà del secolo scorso Gioia del Colle era rinomata non solo per lo sviluppo del settore caseario, la mozzarella, o meglio il fiordilatte, e gli altri prodotti della lavorazione del latte, ma anche, per restare al campo alimentare, per la produzione di vino primitivo e di olio d’oliva.

Il panorama economico del paese era costellato anche da numerose industrie di trasformazione di prodotti vitivinicoli ( distillerie ), da industrie tessili, da ebanisterie e soprattutto da complessi industriali per la produzione di pasta e per la molitura e la sfarinatura dei cereali.

Una foto del 1903, la prima riportata nell'articolo,  presenta la veduta di Gioia dalla via per Santeramo e mostra il panorama industriale di Gioia, con una presenza di ciminiere che svettano sull’abitato, a conferma del confortante sviluppo economico-industriale del nostro Paese all’inizio del Novecento.

La scelta della zona posta ad ovest del paese, in prossimità della periferia dell’abitato, come insediamento di industrie, era dettata da due favorevoli coincidenze:

-  la presenza di due ben distinte linee ferroviarie, la Bari-Gioia-Taranto, che collega l’Adriatico e lo Ionio e la Gioia-Rocchetta Sant’Antonio, che collega il nostro territorio alle  coste del mar Tirreno, importanti e utili vie di comunicazioni e di traffici commerciali, Continua la Lettura

Le masserie di Gioia Parte II

Masseria Rosati a Parco Busciglio
 
La masseria, che si estende in senso latitudinale,  è caratterizzata da  un arcone che permette l’ingresso alla corte interna. Un tempo era fortificata, come testimoniava la presenza di un piombatoio sovrastante la grande porta d'accesso. Intorno al cortile si accentra tutta la costruzione con porte e finestre e la cappella.

Le strutture di tutto il complesso denunciano una datazione più antica rispetto alla chiesetta; questa, è interna alla corte, unico esempio fra tutte le masserie gioiesi, caso abbastanza raro anche per le tipologie delle masserie della Puglia. Sulla sua facciata si legge la data del 1788, probabile l'anno della sua costruzione.
Questo complesso architettonico rurale rappresenta il modello della massseria tradizionale, realizzata prima dell’utilizzo delle nuove tecniche edilizie delle odierne case coloniche che hanno portato alla sostituzione  della civiltà dell'arco e della volta, della pietra e della calce  con la tecnica dei solai.

All’esterno si trova una cisterna, rialzata rispetto al livello di calpestio, per la raccolta dell'acqua piovana. L'ingresso  presenta sul lato sinistro una serie di costruzioni basse, che erano utilizzate come depositi o stalle, mentre balza subito all'occhio la costruzione su due piani, con un grande portone laterale d'ingresso  e una elegante bifora al primo piano. Altri ambienti sono presenti sul lato destro del prospetto.  

Masseria Eramo a Marzagaglia
 
Questa masseria ci ricorda il tipo di masserie fortificate, costruite soprattutto nella seconda metà dell'Ottocento, epoca in cui nelle nostre contrade imperversava il brigantaggio.
 Infatti appare nel suo complesso come una costruzione massiccia che colpisce per una base o zoccolatura di bugnato calcareo, interrotta dalla presenza di un unico ingresso.
All'esterno vi è una piscina, che raccoglie l'acqua piovana, con copertura a spiovente in pietra e rialzata rispetto al suolo.

La masseria si snoda su due livelli; quello inferiore presenta robuste lastre calcaree a bugnato sul prospetto e un'apertura centrale ad arco e quattro piccole finestre, mentre il piano superiore  presenta una finestra-balcone sul portone  ed altre sei finestre. Alcuni elementi architettonici decorativi presenti al livello della copertura agli angoli e nella parte centrale della costruzione conferiscono alla masseria un tono di eleganza e di possanza.

Masseria Soria

E' sicuramente una delle masserie più signorili. Si trova sulla via per Marzagaglia.
La facciata principale  è nei pressi del recinto della chiesa, chiusa da un muretto a merlature. La masseria  edificata  nella seconda metà dell'Ottocento mostra tracce sia del gusto medievaleggiante del tempo che dello stile neogotico.

Appare come un piccolo castello che presenta al suo interno un cortile che funge da corte.  Si accede  alla corte e all'abitazione del massaro attraverso un arco a sesto acuto.

La facciata principale  si innalza su due livelli  con aperture sui due piani. Il tetto è caratterizzato dalla presenza di merlature.

L'elemento architettonico che però balza subito alla vista è l'arco centrale a tutto sesto che immette nei locali a piano terra, sul quale si  innalza una doppia scalinata esterna con loggetta con parapetto in pietra traforata. Sulla sommità della scalinata si apre una finta bifora di stile neogotico che la circonda, attraverso la quale si accede agli ambienti del primo piano e cioè all'ingresso dell'abitazione padronale.

Masseria D’Aprile in contrada Lama delle Vigne    
           
La masseria, unico esempio tra quelle presenti nel territorio gioiese di costruzione con un  originario impianto settecentesco, si sviluppa  intorno alla corte centrale. Sul portone d'ingresso, sormontato dal campanile a vela, è incisa la data  1838 che si riferisce, forse,  al completamento dell'edificio originario. Nella volta a botte del vano d'ingresso è presente un'apertura, che è in comunicazione con il terrazzo sovrastante,  che era utilizzata dal massaro per la cernitura  del grano.
Una lapide, che  un tempo era presente sulla facciata della chiesa, riporta la data 1788.

Il primo proprietario fu un certo Milano. Nell'Ottocento fu acquistata da  Giacomo D'Aprile; dal suo nome ancora oggi viene spesso indicata come masseria don Giacomo. 

Presenta un recinto all'aperto per il bestiame, formato da uno spesso muro a secco nel quale sono state ricavate arcate sovrapposte adibite a mangiatoia.
 

Masseria La Torre in contrada San Donato 

L'impianto della masseria segue la tipologia edilizia in uso nel settecento. Attraverso un arco si entra nella corte. Fino all'Ottocento, costituiva uno dei beni del Reale Albergo dei Poveri di Napoli.
La masseria  è dotata di una chiesa, che si sviluppa all'interno della corte, anche se il suo ingresso è collocato all'esterno della stessa.

Masseria Bosco in contrada Bosco 
            
Una  lapide apposta sulla facciata della chiesa riporta la data del 1804, presumibile anno della sua edificazione.
E' una modesta masseria con il piano terra adibito a depositi e locali vari, mentre al primo piano vi erano le abitazioni. Presentava una corte interna, in parte distrutta, a cui si accedeva attraverso un grande arco. Sul fianco laterale della corte vi è un grande capannone, il cosiddetto lamione, di recente riadattato.

Masseria Il Fattore a contrada Parco La Mandra           

La masseria fu costruita nel 1819, come risulta dalla data incisa sull'arco del portone d'ingresso. E' appartenuta fino ai primi anni del Novecento alla famiglia Eramo.

Presenta l'impostazione classica della masseria pugliese: una corte-cortile interna su cui si affacciano le stalle, i locali di deposito e l'abitazione del massaro a piano terra e l'abitazione del padrone al primo piano.

Manca la chiesa, anche se si presume che la piccola costruzione a lamia datata 1872, quasi adiacente le colonne del cancello d'ingresso della strada, svolgesse la funzione di cappella votiva.

Nella lunetta sovrastante il portone d'ingresso su una lamiera di ferro è dipinta la Madonna del Carmine a ricordo del passaggio del Sergente Romano e della sua truppa dalla masseria, avvenuto il 16 luglio 1861. La lunetta originale, perduta o distrutta, sembra sia stata dipinta dal pittore gioiese Francesco Romano. Sul fianco laterale della costruzione, lungo un vialetto colonnato si sviluppa un atrietto, dove è possibile ammirare un sedile in pietra. Un fregio scolpito nella pietra dell'architrave dell'ingresso ricorda che don Diego Eramo provvide ad  abbellirla nel 1863.
Davanti all'ingresso vi è un'aia. La facciata bicolore presenta due piani: quello inferiore  è rivestito in pietra a bugnato color marrone, quella superiore è di colore bianco.

Al piano terra c'è un portone centrale ad arco con lunetta sull'architrave e quattro piccole apertura, segno che quegli ambienti erano utilizzati come deposito, mentre la parte superiore presenta una finestra centrale ampia e  sei finestre più piccole.

Sul tetto ai quattro lati e nelle parti centrali dei decori architettonici triangolari si possono osservare pinnacoli che conferiscono alla costruzione un ruolo di difesa.

Masseria San Pietro in contrada San Pietro          

La masseria appartenne alla famiglia Soria fino ai primi decenni del Novecento. Sull'arco di uno dei portoni d'ingresso alle rimesse è riportata l'iscrizione: A.S. N. MDCCCXXXIV T.S.E. Quella data, il 1834 starebbe ad indicare l'anno della costruzione  voluta da Teodorico Soria.

La masseria era fortificata per mezzo di vari elementi difensivi. Sull'angolo destro della facciata principale e sul retro della costruzione sono visibili le sajettere, corpi aggettanti che presentano feritoie ad uso di difesa.

Sulla scalinata interna un pianerottolo in legno a forma di ponte levatoio serviva a difendere l'abitazione del padrone da eventuali assalti di nemici.

Tutta la tipologia costruttiva conferma lo scopo difensivo della costruzione:  un edificio su due livelli con una porta più grande al piano terra e una serie di porte più piccole, che permettono l'accesso ai depositi o alle stanze dei coloni. Finestre più ampie al primo piano denotano la funzione di quegli ambienti come abitazione del padrone.
La masseria è dotata di una piccola chiesa.

 

Masseria Vallata in contrada Vallata              

La costruzione probabilmente risale alla seconda metà dell’Ottocento.  

Presenta un unico corpo di fabbrica, al centro del quale  spicca un torrino merlato, con funzione di difesa. Sulla facciata principale si può ammirare un balcone con una balaustra.

La masseria nel corso degli anni è stata oggetto di rimaneggiamenti e ristrutturazioni che ne hanno alterato il primitivo impianto.

La masseria è dotata di una  chiesa, che  si sviluppa esternamente  alla costruzione.

 

Masseria Gonnella a Canale Frassineto            

E' una costruzione recente, risalente al principio del Novecento, sita ai piedi della collina di Monte Sannace. Presenta la consueta distribuzione razionale degli ambienti di una masseria: depositi e  locali per gli animali al pianterreno e locali adibiti ad abitazione distribuiti al primo piano.

Tutta la costruzione si segnala subito  per l'eleganza geometrica dei suoi volumi quadrangolari e per la distribuzione della luce, accentuata dalle superfici lisce ricoperte dalla  bianca calce.
E' una costruzione irregolare che si estende su vari  livelli di diversa altezza.

Masseria Cocevole in contrada Cocevoli           
 
E’ ubicata in Contrada Cocevoli,  sul lato sud della provinciale per Santeramo.

Altre costruzioni, in prossimità del paese, sono di più recente costruzione, rispetto alle masserie. Esse si possono considerare Ville signorili. Tra queste si possono citare: -
- Villa Carano
- Villa Cassano
- Villa Indellicati
- Villa Pagano
- Villa Colombo
- Villa Soria

E’ consentito l’utilizzo del contenuto di questo articolo per soli fini non commerciali, citando la fonte e il nome dell’autore.

 
Le fotografie sono tratte da : Agrodolce – masserie a Gioia del Colle di Franco Marvulli – Foglio d'Identità Territorale – Comune di Gioia del Colle – Assessorato alla Cultura – 1998.

Foto di : Nunzio Ponte

 

Le masserie di Gioia Parte I

Masseria,  dal latino massa, termine che deriva dalla  parola greca μαζα (maza)  che indica l'impasto per fare il pane,   nell’alto medioevo significava un grande possedimento terriero costituito da un insieme di fondi o poderi, " pars massaricia " , dati in affitto per un certo tempo a un conduttore il quale lo faceva coltivare da coloni e servi , in opposizione alla " pars dominica " , terre coltivate  dal signore ), è l’azienda rurale diretta da un contadino, massaro, secondo un contratto di colonìa.
Sin dal suo sorgere la massaria indicava delle realtà economiche ed insediative diversificate, pur costituendo in generale un insediamento umano nel territorio rurale, che si configura come centro di produzione, organizzazione del lavoro agrario e dell'allevamento.

Le masserie, infatti, si possono raggruppare in quattro categorie:

1- Masserie di campo, cioè centri colturali con funzione di intenso sfruttamento di ampi territori agrari o di spazi ai margini degli insediamenti urbani e agricoli; 

2- masserie di allevamento, quelle in cui l'attività preminente è l'allevamento  di bovini, suini, ovini ed equini:

3- masserie miste, quelle cioè in cui si pratica  sia l'attività agricola che quella pastorale;

4- masserie  costituite da più soci uniti da contratti agrari, per mettere in società delle terre di proprietà di Enti ecclesistici, come è il caso di Gioia, che nel 1312 vede tale forma di cooperazione fra tre privati cittadini relativamente alle terre della chiesa gioiese di S. Pietro de Sclavezzolis, a circa un miglio di distanza dal Paese, terre possesso della Chiesa di San Niccolò di Bari;

5- masserie regie, aziende che valorizzano la produttività del demanio regio, diversificando gli interventi: non solo la cerealicultura e l'allevamento, ma anche la viticultura e altre culture specializzate.

Gran parte delle masserie più antiche presenti nell’agro gioiese, distanti dal centro abitato, hanno svolto la funzione tipica della curtis medievale, non solo per la presenza della corte, il cortile centrale, che ne costituisce un elemento caratterizzante, ma anche per il ruolo economico e sociale che rivestivano.

La masseria, anche da noi, inizialmente più estesa rispetto a quelle attuali, da dimora del signore, che faceva lavorare il suo latifondo ai contadini al suo servizio, è diventata un piccolo centro agricolo in cui oltre alla coltivazione dei cerali, dei legumi e degli ortaggi si praticava  l’allevamento non solo degli ovini ma anche  dei bovini, degli equini, dei suini e degli animali da cortile.

La masseria è una struttura complessa, con una sapiente organizzazione degli spazi:

- abitazioni, che comprendono la dimora del proprietario, del massaro, dell'eventuale custode, dei contadini, dei salariati stagionali ( i cafoni ), dei pastori;

- servizi generali, che riguardano gli usi comuni, come la cucina, il forno, le cisterne, la chiesa, la barchessa;

- ambienti per gli attrezzi: aratri, finimenti e bardature per gli animali, carrozze, carri agricoli;

- ambienti per la conservazione di derrate: ciisterne per cereali, granai, cisterne per olio e per vino o cantine, fienili e foraggiere; 

- ambienti per la lavorazione dei prodotti agricoli: aia, trappeto, palmento;

- ambienti per la lavorazione dei prodotti dell'allevamento: caseificio, essiccazione dei formaggi e dei salumi;

- ambienti per gli animali: stalle per bovini, equini, ovini, suini, gallinacei, colombaie, jazzi;

- strutture di difesa o di avvistamento: torrette, saiettere.

Anche nel nostro territorio per poter svolgere tutte queste attività la primordiale costruzione del signore, che prevedeva quasi esclusivamente l’abitazione   del padrone, la masseria si trasforma per assumere la fisionomia di un piccolo centro agricolo produttivo; si costruiscono altri ambienti per la famiglia del massaro, che porta avanti la conduzione dell’azienda agricola, spazi per i salariati fissi (  i cosiddetti ualani ), stalle chiuse per i diversi animali che si allevano, spazi recintati  da utilizzare come stalle all'aperto per gli stessi ( iazzi  o stazzi), vani deposito per paglia e fieno, vani per deposito di attrezzi e macchinari agricoli e mezzi di trasporto ( traino, calesse, carri agricoli… ), vani per deposito di derrate alimentari ( granai… ), vani per le diverse lavorazioni di prodotti agricoli ( ricotta, formaggi… ), vani per frantoi ( i  trappeti ) per la lavorazione dell’uva e delle olive, cantine. 

La presenza del forno e di grosse cisterne per la raccolta dell’acqua piovana completavano quelle strutture, conferendo loro  una completa   indipendenza dal paese. Un altro elemento costante in questi nuovi complessi agricoli è costituito dall’aia, dove si svolgevano numerose attività agricole ( trebbiatura e  cernita di vari tipi di cereali secchi ).
Spesso nelle masserie più importanti era presente una cappella, quasi a simboleggiare l’autonomia del luogo anche nei bisogni spirituali che ordinariamente erano soddisfatti nel paese.

L’immagine che balzava da questa complessa struttura era, quindi, quella di un piccolo sobborgo, autonomo in tutti i suoi bisogni.
Spesso le masserie vengono ampliate o costruite su due piani indipendenti; quello a livello del suolo viene utilizzato  come abitazione del massaro o come deposito o utilizzato come stalle, mentre quello del livello superiore o è abitato dal signore, che ci vive abitualmente oppure, se questo ha una fissa  dimora in  città, è dallo stesso utilizzato nei periodi in cui va a vivere in campagna anche per sorvegliare e seguire il buon andamento di alcuni lavori stagionali.

Alcune masserie sembrano dei veri e propri fortilizi, per la presenza di  mura che la circondano, di torrette e saiettiere e perché sono ornate di merli, per difendere gli abitanti e lavoratori da eventuali assalti di briganti o di malintenzionati.
Oggi con il termine masseria si intende una costruzione rurale di dimensioni ridotte rispetto a quelle settecentesche o ottocentesche, fatta costruire da modesti proprietari terrieri, che l’abitano durante tutto l’anno e dove essi svolgono quotidianamente le diverse attività agricole.

Tra le numerose masserie dell’agro gioiese si segnalano:

- la settecentesca Masseria D’Aprile con jazzo monumentale (via provinciale Gioia-Turi, vicinale Macchia del Campo), 
- la Masseria Il Fattore del primo Ottocento (via provinciale Gioia-Laterza); 
- la medievaleggiante Masseria Soria della seconda metà dell’Ottocento (via provinciale Gioia-Castellaneta), 
- la Masseria Vallata con la chiesa a doppio campanile a vela (via Vecchia Matera), 
- la settecentesca Masseria Gigante (via provinciale Gioia- Acquaviva), 
- l’ottocentesca Masseria Villa Scozia (via provinciale Noci- Castellaneta), 
- la scenografica Masseria La Villa (via Cinque Parieti), dei primi anni dell’Ottocento, con la serra del Marangiare, 
- la seicentesca Masseria S. Candida con la suggestiva cappella (vicinale S. Candida).

Masseria  La  Villa

Si trova in località  Cinque Parieti. La  masseria è compatta ed è caratterizzata da costruzioni complesse  con un numero di ambienti superiore  a quelle delle masserie di altri tipi. I vani del piano superiore sono riservati all'abitazione della famiglia del massaro o del proprietario coltivatore diretto. E’ al centro di una vasta estensione di terreni interessati sia a coltivazione intensiva che diversificata e specializzata: piantagioni arboree, ulivo, mandorlo, vigneto, seminativi.

Una tale forma di economia ha richiesto attrezzature e ambienti indispensabili alla lavorazione e conservazione delle olive, dell'uva, delle mandorle, dei cereali, come trappeto ( frantoio costruito nel 1883 ), cantine, magazzini, depositi. In questa masseria assume particolare rilevanza anche l'allevamento del bestiame, principalmente bovini. Tutta la costruzione, dunque, nonostante il suo nome, è sorta come una vera e propria masseria con attrezzature e strutture da utilizzare per fini rurali.       

La masseria fu fatta  edificare dall'abate Francesco Saverio Indellicati nei primi dell'Ottocento su  una preesistente costruzione. Le caratteristiche architettoniche dell’edificio sono simili a quelle di un  palazzo urbano. Intorno alla prima metà  dell’Ottocento davanti al fabbricato è stata aggiunta una serie di vani, tra cui  due bracci laterali curvi con arcate cieche  che hanno creato un effetto scenografico simile a quello del porticato delle ville patrizie e delle barchesse tipiche delle ville venete. 

L'ingresso presenta un grande portone ad arco sovrastato da un balcone. 

Vicino al corpo di fabbrica principale  vi è una costruzione  che sembra una specie  di serra. Presenta sulla facciata due belle arcate murate di gusto neoclassico.  Da ammirare una finestra ad occhio ovale ed il fregio sull'architrave della porta d'ingresso al trappeto.  

Masseria Santa Candida a Gaudella

Si trova in contrada Santa Candida, da cui prende il nome. E’ una masseria di grandi dimensioni, inserita ai margini di ampie zone boschive, ed è chiusa perimetralmente. La dimora padronale,  in pietra calcarea, posta in zona quasi centrale, è la costruzione di maggiore rilievo. La  facciata principale è arricchita dalla presenza di un campanile a vela. L'angolo che si protende verso est è chiuso da una cappella sulla cui facciata una iscrizione in latino ci ricorda l’anno della sua fondazione, il 1639. 

Nel Settecento, probabilmente nel 1740, subisce un ampliamento, mentre nell’Ottocento è oggetto di restauri o ristrutturazione, soprattutto per quanto attiene alla dimora padronale sita al primo piano e alla facciata principale. Tutto il complesso rurale e la sottostante grotta, di vaste dimensioni, che ha portato alla luce  resti della presenza remota dell'uomo, provano che questa masseria è stata abitata da contadini sin da tempi remoti. La masseria è composta di vari ambienti. Il primo piano comprende due edifici bassi; al centro è presente un grande arco rientrante che immette nella masseria, che si svluppa su   due piani.

E' una delle  più antiche tra le masserie presenti nel territorio gioiese.

Masseria Perniola a Corvello

L’impianto rurale iniziale, che è molto antico,  era costituito da modeste costruzioni a piano terra. Presentava  originariamente una forma quadrangolare con cortile, su cui si affacciavano le costruzioni a piano terra. In tempi più recenti a questo primo nucleo abitativo si è affiancata una costruzione più grande, che si sviluppa su due livelli con ambienti a primo piano ed altri ambienti rurali, tutti prospicienti sulla vasta aia antistante la masseria. Il primo piano presenta un balcone, al posto delle tradizionali finestre, elemento architettonico rivelatore di una costruzione più recente. L’ingresso nella masseria si effettua attraverso un'ampia porta ad arco.

Masseria Villa Scozia in contrada Mandorlamara      

La masseria è composta da due distinti corpi di fabbrica, siti  a poca distanza l'uno dall'altro. La costruzione della villa,  più propriamente denominato  casino, come risulta dall'iscrizione sulla porta della chiesa  risale al 1849 e rispecchia in pieno tutte le caratteristiche costruttive di un palazzo urbano.

Infatti era l'abitazione padronale dei signori De Luca Resta, antichi proprietari della masseria. Le  costruzioni di pertinenza, come trulli, jazzi e lamie, sono  distaccate dalla masseria e risultano più antiche rispetto alla stessa. In un locale a piano terra della villa è stata ricavata una cappella. 

La facciata della villa si presenta lineare, squadrata, semplice e bicolore con portone d'ingresso ad arco  e quattro piccole finestre al piano terra  e cinque finestre più ampie al piano superiore.

Masseria Gigante in  contrada Gigante
 
E’ sita sulla via per Acquaviva, in contrada Gigante.

La masseria è probabilmente d'impianto settecentesco, come si legge nell’iscrizione V.G.G.F. AD 1753, che è incisa su una pietra oggi murata nel corpo di fabbrica delle cantine che furono costruite   nel 1884. Fu completamente ristrutturata e riadattata  dalla famiglia Cassano nella seconda metà dell'Ottocento. Fa parte del complesso rurale anche una  chiesa, che è esterna all'insieme  della struttura principale.   Da ammirare la preziosa doppia scalinata  in pietra con passamani in pietra lavorata e traforata e l’imponente scalinata interna.

 

 

 

 

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Le fotografie sono tratte da : Agrodolce – masserie a Gioia del Colle di Franco Marvulli – Foglio d'Identità Territorale – Comune di Gioia del Colle – Assessorato alla Cultura – 1998.

Foto di : Nunzio Ponte

La controversa costruzione del lebbrosario

14 dicembre 2010 Autore: Domenico Paradiso  
Categorie: La Gioia di Ieri, Storia

Le recenti polemiche riguardanti il futuro della colonia hanseniana dell’ospedale “Miulli”, comunemente nota come “lebbrosario”, non sono che le ultime di una lunga serie in cui la struttura è stata coinvolta durante la sua pluridecennale esistenza. Difatti le controversie ne hanno segnato il cammino fin dalla nascita, come riportano alcuni articoli di giornale e numerosi documenti d’archivio, in particolare una riunione del consiglio comunale gioiese tenutasi la mattina del 15 novembre 1951 e dedicata, per l’appunto, alla spinosa questione dell’impianto di un nosocomio per i malati di lebbra nel nostro comune. Ad essa presero parte i consiglieri dott. Francesco Girardi, dott. Vito Carano, avv. Francesco Surico, dott. Giovanni Boscia, dott. Marziantonio Boscia, sig. Leonardo Losito, sig. Filippo Addabbo, dott. Leonardo Losito, sig. Donato Pavone, sig. Eustacchio Surico, sig. Francesco Marchitelli, sig. Giovanni Angelillo, sig. Saverio Buttiglione, sig. Giovanni De Bellis, sig. Filippo Gatti, sig. Pasquale Donvito, sig. Raffaele Donvito, sig. Filippo Fasano, sig. Vito Milano, sig. Donato Giampietruzzi, sig. Savino De Nigris, sig. Tommaso Lillo, sig. Federico Brunetti, avv. Costantino Colacicco, sig. Nicola Capozzi, sig. Donato Villanova, sig. Michele Larizza, sig. Luigi Campanelli, prof. Raffaele Birra; presidente fu nominato il sindaco, dott. Angelo Lattarulo, assistito dal segretario, sig. Salvatore Chiarello (cfr. Archivio Comunale di Gioia del Colle, Busta 137, Sanità e igiene, Fascicolo 2, prot. n. 9.727).
 
Prese per primo la parola il dott. Losito, che ricordò come già da qualche anno si parlava di Gioia come sede idonea ad ospitare un lazzaretto, per la cui edificazione era stato individuato un terreno di contrada Vallata, ad una decina di chilometri ad ovest dell’abitato, sulla strada provinciale per Laterza. Ma la notizia era stata accolta tra le “vive proteste da parte della cittadinanza, dell’Amministrazione Comunale e particolarmente degli abitanti di detta zona Vallata”, tanto che l’asta per l’appalto dei lavori era andata deserta, costringendo la autorità provinciali ad abbandonare l’iniziativa, almeno temporaneamente. Infatti l’area prescelta, “trasformata in rigogliosissime colture”, risultava popolata all’epoca da “centinaia di famiglie con una forte popolazione”, la quale temeva per la propria salute, oltre che per la svalorizzazione dei prodotti agricoli e zootecnici; e ciò a dispetto delle rassicurazioni degli esperti, secondo i quali non vi era alcun pericolo di contagio. Ma, si sa, la paura è il più risoluto dei tiranni e le proteste degli abitanti avevano sortito l’effetto desiderato! Continua la Lettura

L’atto di maggior coraggio compiutosi in Puglia (seconda parte)

8 novembre 2010 Autore: Domenico Paradiso  
Categorie: La Gioia di Ieri, Storia

Leggi la Prima Parte
A dispetto dei tanti limiti dello stato borbonico, tra gli amministratori gioiesi del periodo ve n’erano alcuni che ad esso rimasero apparentemente fedeli, come testimonia quella che G. Carano-Donvito definisce una “filastrocca dettata dalle superiori autorità”, ossia un discorso che il sindaco, Don Carlo Rosati, tenne davanti al decurionato solo due giorni dopo la suddetta riunione, il 22 maggio 1860.
Eccone le parti più significative: “Sire, Iddio che di lassù l’umane cose regola e governa con arcana sapienza, volle disfatte le bande di un pubblico nemico in Calatafimi e Partinico. La storia tramanderà alle future generazioni sì fausto avvenimento, e Vostra Maestà che nulla trascura per rendere felici i suoi Popoli, merita a giusta ragione il titolo di padre amoroso di tutti i suoi sudditi. Ed è a nome di questo titolo che il Municipio, gli Ecclesiastici, i primati e tutti i cittadini di Gioia in Terra di Bari implorano perché la Maestà Vostra accolga gli attestati della riconoscenza pubblica per un fatto il di cui felice risultato è interamente dovuto alle provvide cure di un Magnanimo Sovrano, secondato dall’energico zelo delle valorose reali truppe, rivolte ad allontanare dai Popoli il flagello della discordia e procurare la pace e la felicità dei suoi sudditi”. Concludeva poi il relatore: “Per nuova sì prosperevole [sic], mentre il popolo di Gioia nel suo più fervido entusiasmo rende voti all’Altissimo per la conservazione e felicità della Maestà Vostra, si protesta di una fedeltà indeclinabile […], accompagnato dal più sentito amore e devozione al migliore dei Re, Francesco II”. Firmatari erano, oltre al sindaco, i decurioni Pantaleo Oricchio, Beniamino Lippolis, Giovanni Montanaro, Giuseppe Musci, Giovanni Campanella, Michele Indellicati, Francesco Giove, Giannantonio Bruno, Andrea Castellaneta, Donatantonio Losito, Fedele Buttiglione, Sigismondo Romano, Angelo Lopinto, Giuseppe Parisi, Eugenio Buttiglione, Teodorico Iacobellis, Donato Milano (Cfr. Archivio Comunale di Gioia del Colle, Registro delle Deliberazioni Decurionali, 1860, pag. 52; rip. In G. Carano-Donvito, STORIA DI GIOIA DAL COLLE, Ed. De Robertis, Putignano, 1966, pagg. 88-89). Continua la Lettura

L’Acquedotto Pugliese e Gioia

La  costruzione

Sono trascorsi pochi anni dalla celebrazione del centenario della nascita dell’Acquedotto Pugliese.

Gran parte dell’acqua piovana delle precipitazioni invernali, a causa della conformazione del suolo pugliese, scorre verso il mare mentre quel poco che resta penetra rapidamente nelle fratture del sottosuolo.

Il sottosuolo pugliese è ricco di acqua; questa, a causa della profondità della falda, fino a qualche tempo fa non era facilmente estraibile, per cui da sempre è stata utilizzata l'acqua piovana, che veniva raccolta in cisterne. Queste ultime queste, però, non garantivano quantità sufficienti specialmente nel periodo estivo né la necessaria prevenzione da malattie o epidemie. La stagione delle piogge, limitata al periodo ottobre-aprile, con precipitazioni assai modeste tra 1400 e 600 mm., la mancanza di veri corsi d'acqua, la conformazione carsica del suolo, le elevate temperature estive causano eccessiva evaporazione, rendono il territorio arso e carente di acqua per gli usi domestici.

Il poeta latino Orazio già in passato descriveva la Puglia siticulosa, terra assetata: siderum insedit vapor siticulosae Apuliae ( arriva alle stelle l'afa della Puglia sitibonda ).

La necessità di provvedere a un adeguato rifornimento idrico si presentava come un problema di difficile soluzione. La regione è  isolata dalle province occidentali dalla catena montuosa appenninica e le pendici adriatiche di queste montagne sono totalmente prive di adeguate sorgenti di acqua. Continua la Lettura

L’atto di maggior coraggio compiutosi in Puglia

9 agosto 2010 Autore: Domenico Paradiso  
Categorie: La Gioia di Ieri, Storia

Mercoledì 6 del’attuale mese di maggio sono cominciate le celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità nazionale, in ricordo dell’impresa di Garibaldi, che in quello stesso giorno di un secolo e mezzo fa salpò da Quarto per raggiungere la Sicilia e cominciare da qui la conquista della parte meridionale della penisola.
 
Una ricorrenza importante, dunque, sulla quale si abbatte però la forbice dell’indifferenza leghista da una parte, ben documentata dalle imbarazzanti dichiarazioni rilasciate persino da qualche esponente del governo e del revisionismo neo-borbonico dall’altra, pronto a raffigurare l’annessione di Napoli al Regno d’Italia meramente come una conquista militare dei Savoia, perpetrata per saccheggiare le pingui casse erariali borboniche. Paradossalmente, un avvenimento che avrebbe dovuto rinsaldare l’unità del Paese, peraltro in un momento in cui la crisi economica internazionale rende più evidenti gli squilibri che ancora sussistono al suo interno, ha finito col provocare l’esasperazione dei due opposti micro – nazionalismi, entrambi insofferenti non solo a qualsiasi forma di esaltazione di quel periodo che una volta era chiamato retoricamente Risorgimento (e transeat); ma anche dei vantaggi che la nascita di una nazione grande e vasta come l’Italia, la cui estensione è delimitata da confini naturali ben precisi – le Alpi e il Mediterraneo – ha comportato alla lunga per le tre grandi aree geografiche che ne delineano la fisionomia, e che oggi qualcuno vorrebbe vedere separate. Continua la Lettura

Spazzamento e fognatura a Gioia

Un tempo, quando i paesi non erano molto estesi e densamente abitati, i rifiuti domestici erano abbandonati nelle pubbliche strade o nelle immediate vicinanze del paese, utilizzati quindi come naturale concime. Non vi era un servizio di spazzamento del paese, in quanto le strade erano polverose o in terra battuta, ragion per cui non era possibile provvedere ad una idonea pulizia delle stesse.

Le acque sporche erano versate nei campi e negli orti presenti nelle vicinanze del paese e utilizzate quindi  anch'esse come concime per le culture ortofrutticole.

Nell'attuale Piazza Plebiscito un tempo vi era il cosiddetto " monterrone " un rialzo creato dal deposito di rifiuti e da terrreno; quest'ultimo  serviva per ricoprirli e compattarli.

Motivi igienici portano il Decurionato di Gioia il 21 novembre 1859 a stabilire i punti dove buttare la spazzatura e a deliberare sulla gestione della fogna. La popolazione gioiese a quel tempo contava circa 17.000 abitanti.

Il 1 luglio 1862 i Decurioni  discutono sulla richiesta di costruzioni di navette per immondizia, in quanto il paese si è ingrandito.

Il 22 novembre 1865 si delibera sull’esito da pagare per il 1866 a chi dovrà prestarsi per la spazzatura dell’intero paese; è approvata una norma che vieta ai cittadini di spazzare per le strade, poiché tale lavoro dovrà essere effettuato dal vincitore dell’appalto. Continua la Lettura

Gabriele D’Annunzio e Gioia

Fiumi di inchiostro sono stati versati per riassumere la figura di D'Annunzio letterato, poeta, vate, eroe.

D'Annunzio è stato un uomo aperto alla modernità, anche se apparentemente legato alla tradizione e alla cultura classica.

Un aspetto del suo modernismo è attestato in campo aeronautico; a qualche anno di distanza dal pionieristico tentativo di volo dei Fratelli Wright del 1903, D'Annunzio crede in questo nuovo mezzo tecnologico, il velivolo, che può segnare una tappa importante nella storia dei trasporti.

La circostanza per cui sia lui che il figlio, ingegnere, collaborano con l'industriale Gianni Caproni, consentendo di migliorare le prestazioni degli aeromobili che poi utilizzerà nelle sue missioni, è la testimonianza della veridicità di questa affermazione.

La presenza di D'Annunzio a Gioia è legata alla missione di Cattaro ed è circoscritta tra il 25 settembre e il 10 ottobre 1917.

D'Annunzio giunge a Gioia il 25 settembre da Taliedo ( quartiere periferico di Milano )sede dell'industria aeronautica Gianni Caproni, il cui aereo nel 1912 realizzò il primato mondiale di velocità 106 Km/ora e distanza nonché quello di altezza nel 1934 a 14433 metri ). Arriva insieme a 15 biplani trimotori divisi in due squadriglie: una è comandata da D'Annunzio e l'altra dal capitano Nardi. Tra gli uomini dell'equipaggio figurano anche due gioiesi: Pugliese e Lattanzio.

Il volo su Cattaro, spiccato da Gioia, era stato pianificato alcuni mesi prima della sua attuazione. Continua la Lettura

I sepolcri di tipo dolmenico di Masseria della Madonna

A sud-ovest di Gioia in località  Masseria della Madonna, a circa due chilometri da un analogo sito, Murgia Giovinazzi, il 1980 il prof. Antonio Donvito negli anni ottanta individua tra la vegetazione steppica e cumuli di pietre una zona interessata alla presenza di dolmen a galleria e sepolcri di tipo dolmenico a tumulo.
 
L’area colpisce l’attenzione del prof. Donvito perché si presentava come una grande specchia con un gran cumulo di pietre disposte in forma circolare ed enormi lastroni litici piatti che facevano pensare alla presenza di sepolcri dolmenici del tipo a tumulo circolare. Ben altri individui avevano precedentemente effettuato tale scoperta; infatti l’area appariva già violata da frettolosi e clandestini scavatori. 
 
Dopo averne ottenuta segnalazione il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali nel 1985 autorizza una campagna di scavi nella zona di proprietà del signor Giuseppe Serino e dai signori eredi Giannico. Continua la Lettura

Il risanamento del manto stradale

13 giugno 2010 Autore: Domenico Paradiso  
Categorie: La Gioia di Ieri

Tale problema è oggi quasi del tutto scomparso ma era invece assai grave fino alla metà del ‘900, allorché molte strade urbane ed anche talune extra-urbane non erano bitumate. Altre volte, in un certo senso, era proprio il progresso a creare problemi: tra la fine degli anni ’20 e l’inizio dei ’30 fu infatti costruita a Gioia la rete fognaria, il che migliorò di certo la qualità della vita cittadina, eliminando miasmi e cattivi odori, ma producendo nel contempo anche dei disagi, in quanto le strade oggetto dei lavori di interramento dei tubi non sempre erano sistemate in modo corretto dopo il termine dei lavori.
 
Dal che derivava la formazione di acque putride con conseguenti fastidi igienico-sanitari, acuiti nei mesi in cui le piogge erano più intense. Presto le lamentele dei cittadini, specie di quelli delle zone più penalizzate, si fecero così vibranti da spingere le autorità a prendere i dovuti provvedimenti.
 
Difatti, nel novembre del 1932 l’ufficiale sanitario del comune, dottor Vito Resta, ricevette l’incarico di ispezionare il manto stradale urbano, le cui condizioni in quegli anni dovevano esser davvero pessime, stando al resoconto che il medico presentò al podestà: “Informo V. S. che, nel giro delle varie ispezioni d’ordine igienico, ho osservato che non poche strade nell’abitato, a seguito dei lavori eseguiti per la fognatura e perché esse non sono state successivamente ribasolate, si trovano in stato deplorevole pel ristagno delle acque, che naturalmente non hanno in tal modo regolare deflusso, e per deposito di grosso strato di fango con grave discapito per l’igiene del suolo e dell’abitato. Prego perciò V. S. d’impartire ordine a che le strade, qui sotto elencate e quelle altre le quali dovessero venire a trovarsi nelle suindicate condizioni, siano sollecitamente sistemate in modo tale da eliminare qualsiasi inconveniente igienico” (Cit. Archivio Comunale di Gioia del Colle, Busta 137, Sanità e igiene, Fascicolo 4-5-1, prot. n. 1.008).
 
Non poche erano le vie interessate: “Via Catapano, via Centauro, via arciprete Gatti [sic], via Schiavoni, via Rossini, Arco Nardulli, Arco Paradiso, via Palude, via Glinni” (ibidem).  Si trattava di vie centrali, molte delle quali facenti parte del cosiddetto borgo slavo, tra il castello e piazza XX settembre, ma anche nelle aree periferiche si registravano dei problemi, dal momento che i resoconti tratti da altri atti dello stesso fascicolo riferiscono, per esempio, che grosse rimostranze furono presentate nello stesso periodo in via Corvello, non distante dalla stazione ferroviaria, “per i canali di scolo e per il pozzetto di raccolta” di un porcile di proprietà del sig. Francesco Romano.
 
Né va tralasciato che un’altra criticità si registrò con l’allaccio alla rete fognaria del lanificio Lattarulo, reso oltremodo necessario dall’importanza e dalla pluralità delle attività produttive ad esso collegate: la realizzazione delle condutture infatti comportò il prosciugamento di taluni pozzi di acqua sorgiva presenti in via Mazzini  e nelle strade contigue, i cui abitanti si videro privati della possibilità di avere acqua a buon mercato; anche perché tale azione venne eseguita, a detta dei querelanti, in modo non ortodosso, cioè con “lo scarico di pietrisco all’interno dei pozzi” (ivi, documenti vari).
 
Se poi si va più indietro nel tempo, si scopre che anche nell’800 i problemi connessi alla tutela del manto stradale erano i meno facili da affrontare poiché piuttosto costosi e mai definitivi, anche in considerazione del logorio cui la pavimentazione urbana veniva sottoposta dal continuo passaggio di carri e cavalli. Per questo motivo, nell’agosto del 1822 le autorità amministrative accettarono di buon grado la proposta del signor Francesco Saverio Indellicati di comperare il fondo comunale denominato “Torretta di San Giuseppino”, tra le attuali via Garibaldi e via Principe Amedeo, col proposito di costruirvi un bel palazzo che potesse eliminare lo sconcio della predetta torre, ormai abbandonata e “asilo d’azioni illecite”.
 
E’ curioso notare come anticamente quel piccolo bastione fosse stato eretto a mo’ di guardiola per la caccia degli uccelli del lago che si trovava in quel luogo; allo stesso tempo l’acquirente si impegnava a prosciugare ciò che restava dell’antico lago, ormai divenuta palude, che è poi il toponimo di quella via (via palude, una viuzza che si trova vicino alla chiesa di Santa Maria Maggiore, una zona che evidentemente doveva essere in passato ricca d’acqua, come conferma un altro toponimo vicino, largo Cisterna, cfr. STORIA DI GIOIA DAL COLLE, Ed. De Robertis, Putignano, 1966, pagg. 15-16).
 
Certo anche al giorno d’oggi la pavimentazione urbana costituisce un problema, pur se per motivi in parte differenti: sussiste ancora il fenomeno fastidioso degli allagamenti, che in caso di piogge copiose – come è successo nei giorni scorsi – rende oltremodo difficile la viabilità; ma è soprattutto il discorso della sicurezza che allarma maggiormente i cittadini, poiché non di rado motociclisti, ciclisti ed anche pedoni fanno le spese della presenza di buche sull’asfalto e marciapiedi. Se però si conoscessero meglio la topografia ed anche, come si è visto, la toponomastica del passato, si eviterebbe di incorrere in errori quali la costruzione sia di strade sia di edifici in siti ricchi d’acqua e quindi più esposti al rischio di cedimenti in caso di precipitazioni prolungate.
Domenico Paradiso
 
Tratto da “la Piazza” aprile 2010
 

 

 

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