Il Campo di internamento nell’ex Mulino-Pastificio “A. Pagano”
5 marzo 2010 Autore: Francesco Giannini
Categorie: Acculturi@moci, La Gioia di Ieri, Primo Piano, Storia
Quest'anno ricorre il 70° anniversario dell'istituzione, a Gioia del Colle, di un campo di internamento per ebrei.
Con il Regio Decreto 8 giugno 1938, n. 1415, si dava mandato al Ministro dell'Interno di disporre con ulteriore proprio decreto l'internamento dei cittadini nemici, in grado di portare armi o che comunque potessero svolgere attività dannose nei confronti dello Stato italiano.
A seguito delle leggi razziali del 1938 ( Regio Decreto Legge 5 settembre 1938-XVI, n. 1390, Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista e Regio Decreto Legge 17 novembre 1938-XVI, n.1728, Provvedimenti per la difesa della razza italiana ), ad emulazione di quanto stava accadendo in Germania, in Italia si dà avvio alla discriminazione degli ebrei qui residenti, ad iniziare dalla proibizione di matrimoni, dalla revoca della cittadinanza nel caso fosse stata ottenuta posteriormente al 1° gennaio 1919 e dall’obbligo dell'abbandono del territorio del Regno italiano.
Il 6 ottobre 1938 il Gran Consiglio del fascismo approva la Dichiarazione sulla razza, nota anche come Carta della Razza. Essa, tra l'altro, prevedeva il divieto di ingresso nel Regno degli ebrei stranieri e l'espulsione di quelli ritenuti indesiderabili. Continua la Lettura
Gli Archi Parte II
24 febbraio 2010 Autore: Francesco Giannini
Categorie: Acculturi@moci, Gioia Nota, La Gioia di Ieri, Storia, Turismo
Vi sono degli archi che, piuttosto che fungere da chiusura, con portone attraverso il quale si entra nella corte, sono delle volte a botte che reggono una abitazione soprastante. Anche questi archi hanno la funzione di immettere in un largo.
Alcuni archi, quelli più antichi ed in pietra sono di particolare pregio architettonico, altri costruiti in tempi a noi più recenti, sono in tufo, costituiscono la base di edifici sovrastanti e non sono di particolare pregio. Tra questi sono da segnalare: Arco San Nicola, Arco Paradiso, Arco su Vico Spada, Arco di Vico Sardella, Arco di Vico Serpente, Arco Arcobaleno, Arco di Via Palude.
ARCO SAN NICOLA
E' localizzato nell'omonimo antico rione, che venne così chiamato perché Gioia faceva parte della diocesi della Chiesa di San Nicolò di Bari e nel secolo XII e nei successivi nel nostro Comune risiedeva una rappresentanza della Basilica barese.
Si affaccia su una piazzetta, delimitata da via Carlo III di Borbone, vico Santa Maria Maddalena e vico Chiuso e addossato a due edifici, che presenta complessivamente cinque scalinate per accedere ad altrettante abitazioni. L'arco immette in un cortile di modeste dimensioni, in cui esisteva un forno, detto di San Nicola, un tempo proprietà del Comune, che lo utilizzava per la cottura del pane necessario alla popolazione che viveva in quel vecchio borgo gioiese. Il cortile presenta tre abitazioni, alle quali si accede attraverso due scalinate, e alcuni locali che sono sottoposti al livello stradale.
E' unico tra tutti gli altri per la sua struttura. E' affiancato da una scalinata che porta al di sopra dell'arco, il quale viene utilizzato come ponte e via di passaggio per accedere ad una abitazione. E' costruito in tufo e porta in alto la scritta Arco San Nicola. Qualcuno avanza l'ipotesi che in quel punto in passato fosse presente un'antica chiesa. Continua la Lettura
Gli Archi Parte I
22 febbraio 2010 Autore: Francesco Giannini
Categorie: Acculturi@moci, Gioia Nota, La Gioia di Ieri, Primo Piano, Storia, Turismo
Il primo nucleo di Gioia risale al periodo bizantino e normanno, in pieno periodo medievale.
Nel nostro centro storico sono tuttora presenti numerosi archi. Essi fungevano, caratteristica che mantengono ancora oggi, da porta di accesso in uno spiazzo, che in tempi recenti è stato chiamato " Largo ". Tale spiazzo, che è caratterizzato dalla presenza di una serie di scale esterne e di piccoli loggiati, nel periodo medievale era chiamato " corte ", perché racchiudeva alcuni edifici di proprietà di un unico signore, tra i quali spiccava quello, più ampio e artisticamente più raffinato, abitato dal signore stesso.
La funzione della corte era anche quello di difesa dell'abitazione del nobile ( come dimostra il portone ligneo o metallico originariamente presente e che fungeva da chiusura dell'arco ), la quale era già difesa dai primi assalti nemici dalle esistenti mura cittadine.
In tempi più vicini a noi la corte perde la connotazione di unica proprietà e di luogo di residenza del signore, per diventare un piccolo borgo o caseggiato di proprietà di più famiglie; ciò è evidenziato dalla scomparsa del portone che originariamente serviva a chiudere l'arco e dalla presenza al suo interno di costruzioni abitate da diverse famiglie.
Lo spiazzo che si apre al di là dell'arco, quindi, da essere un luogo privato diventa proprietà pubblica, è accessibile a tutti i cittadini e a volte finisce per innestarsi con le altre strade e vicoli cittadini attraverso un altro arco opposto a quello principale. Inoltre il pozzo che era quasi sempre presente all'interno della corte dopo aver varcato l'arco, diventa anch'esso da privato, di uso pubblico e quindi viene utilizzato da quei cittadini che abitano nel Largo o che ne avvertono il bisogno. Continua la Lettura
Angelo Signorelli, il medico “ribelle” appassionato d’arte – Le passioni
11 febbraio 2010 Autore: Rossana D'Addabbo
Categorie: Acculturi@moci, Gioia Nota, La Gioia di Ieri, Storia
Il collezionismo archeologico, una passione "atavica"
"Le radici del mio essere affondano nell'humus della Magna Grecia dove fiorì l'arte e la vita. E i documenti di quell'arte e di quella vita ci sono significati dai vasi, dalle terrecotte, dalle monete".
Vero polo d'attrazione per gli ospiti di Angelo Signorelli erano le grandi vetrine del salotto con i reperti archeologici della sua terra in bella mostra. Da piccolo, durante le vacanze estive, la sua occupazione preferita era, infatti, assistere alla ricerca di oggetti antichi in località Monte Sannace. Ciò che emergeva dal "ventre della madre terra" lo estasiava. Quei reperti costituirono il primo nucleo della sua collezione, che in seguito egli avrebbe arricchito con la partecipazione a vendite all'asta, su consiglio di clienti e antiquari, tra cui i fratelli Jandolo di Roma, Vincenzo Fioroni di Tarquinia e Ceppaglia di Gioia, lasciandosi persino guidare nelle ricerche, tra il 1911 e il 1914, da un archeologo suo amico, Wolfang Helbig. Le monete antiche erano riposte, invece, nello studio, dove fino agli ultimi anni soleva ritirarsi la sera, a rimirarle, dopo un'estenuante giornata di lavoro. Lo ricordava così Maria, la sua primogenita, alla quale si deve un'interessante biografia e la pubblicazione postuma di vari scritti paterni.
La "Medicina sociale" (1914-1926)
Angelo Signorelli si adoperò in modo particolare per il progresso e la cura della sofferenza umana: nel 1914 inaugurò un servizio di "assistenti sanitarie" a domicilio, compiendo il primo giro di visite con la marchesa di Roccagiovane, e nel 1919 fondò, come direttore e docente, una scuola che, da semplice istituzione privata, sarebbe diventata una delle più importanti attività assistenziali femminili, tanto da fargli meritare una medaglia d'oro della Croce Rossa. Continua la Lettura
Angelo Signorelli, il medico “ribelle” appassionato d’arte – Gli ideali e la carriera
10 febbraio 2010 Autore: Rossana D'Addabbo
Categorie: Acculturi@moci, Gioia Nota, La Gioia di Ieri, Storia
La giovinezza nel segno della "ribellione" ovvero al servizio degli ideali
I ricordi paterni di imprese eroiche, sedimentatisi sin dalla fanciullezza nel suo animo irrequieto, facevano, intanto, emergere impetuosamente in lui il desiderio di difendere gli oppressi. Quando nel 1897 scoppiò la guerra tra Grecia e Turchia, Angelo si arruolò come volontario garibaldino in una legione di studenti, la "colonna Bertet", ma quello stesso anno i giovani vennero sbarcati a Bari, "sicuri di essere tutti arrestati. Eravamo in prevalenza socialisti e anarchici. Invece ci accolse una folla di popolo festante e ci portarono in trionfo e ci acclamarono ovunque passammo. Io mi distaccai dagli altri e andai a casa, al mio paese che dista appena due ore da Bari. Fui festeggiato dalla mamma. Mio padre era morto da quattro mesi. Alla fanciulla che allora amavo e che non si fece vedere, lasciai partendo sulla soglia di casa sua un fiore che avevo raccolto sui campi di Grecia e una cartuccia di fucile".
Lo ritroveremo a Roma, nel 1899, implicato in disordini studenteschi, scatenati da alcune discriminazioni del Rettore dell'Università. Angelo pagò a caro prezzo il suo idealismo: prima fu escluso dalla sessione estiva di esami con una delibera del Senato Accademico, poi fu tenuto d'occhio dalla Questura come "anarchico e socialista", finché nell'agosto del 1900, dopo l'assassinio di re Umberto I a Monza ad opera dell'anarchico Gaetano Bresci, fu imprigionato nel carcere romano di "Regina Coeli". Non si lasciò prendere dallo sconforto, anzi si sforzò di impegnare utilmente il suo tempo: scriveva poesie su frammenti di carta, ma soprattutto chiese libri per continuare a studiare, tanto da riuscire a laurearsi dopo un anno, il 21 luglio 1901, in Medicina e Chirurgia, e con il massimo dei voti! Continua la Lettura
Angelo Signorelli, il medico “ribelle” appassionato d’arte – La famiglia e l’adolescenza
9 febbraio 2010 Autore: Rossana D'Addabbo
Categorie: Acculturi@moci, Gioia Nota, La Gioia di Ieri, Primo Piano, Storia
Angelo Signorelli (Gioia del Colle, 1876 – Roma, 1952)
Un'originalità che viene da lontano
"Sento perfettamente fuse in me le due nature dei miei genitori, la semplicità, la bontà, la resistenza al lavoro di mio padre e la vivacità, l'impetuosità di mia madre: e l'uno era del nord, e l'altra del sud" (lettera di Angelo Signorelli, 1906).
Con le parole del protagonista introduco, per poi accompagnare nel suo svolgersi, il racconto biografico di un uomo vissuto a cavallo dei secoli XIX e XX, tra Gioia del Colle, Roma ed il resto d'Europa, partendo ab origine, dal matrimonio contrastato dei genitori.
Giuseppe, di origini contadine, era nato nel 1838 a Villongo (BG), nel Regno Lombardo Veneto, sotto la dominazione austriaca. Dopo aver compiuto il servizio di leva a 21 anni (la maggiore età), nel 1861 era entrato nel corpo dei Carabinieri Reali a cavallo: aveva combattuto ad Ancona e nel Meridione nella guerra per l'indipendenza e l'unità italiana, quindi in congedo a Bari nel 1867 si era trasferito a Gioia del Colle, dove conobbe Maria.
Nonostante i meriti guadagnati sui campi di battaglia, quando la ragazza confidò alla madre, Antonietta, d'essersi innamorata di lui, nella famiglia Laera scoppiò lo scandalo: i genitori, proprietari terrieri benestanti, con buona probabilità borbonici, minacciarono di diseredarla, pur di non vederla sposata ad un carabiniere, forestiero, e per giunta combattente per l'Unità d'Italia. Continua la Lettura
Le Confraternite a Gioia Parte II
4 febbraio 2010 Autore: Francesco Giannini
Categorie: Acculturi@moci, Associazioni, Gioia Nota, La Comunità, La Gioia di Ieri, Storia
Le Confraternite gioiesi attualmente in vita sono sette: Maria SS.ma del Rosario, Immacola Concezione di Maria, Purgatorio, San Filippo Neri, San Rocco, Maria SS.ma del Monte Carmelo, Santa Lucia.
CONFRATERNITA DI MARIA SS. DEL ROSARIO
La seconda Confraternita, in ordine cronologico di fondazione, è quella del Maria SS. del Rosario; essa viene citata nella Visita Pastorale del 1593. Ha sede nella Chiesa di San Domenico sul cui altare maggiore in una nicchia è collocata una statua lignea della Madonna del Rosario, che viene portata in processione in occasione della solennità del 7 ottobre. Nella chiesa è anche presente una tela che raffigura la Madonna del Rosario, circondata da riquadri in cui sono raffigurati i Misteri.
La prima testimonianza della sua presenza è datata 1593, epoca della Visita Pastorale dell'Arcivescovo di Bari Ricciardi, durante la quale si parla espressamente di una compagnia e confraternita della Madonna del Rosario. In una successiva Visita del 1623 la Confraternita viene nuovamente menzionata. Poiché in epoca successiva non figura tra le confraternite che chiedono il Regio Assenso, si potrebbe ipotizzare che si sia estinta. Questa ipotesi sarebbe suffragata dalla constatazione che in mancaza di autorizzazione la Confraternita non avrebbe potuto continuare a svolgere le attività e i compiti previsti dallo statuto e che solo nel 1883 il re Ferdinando II di Napoli concede alla confraternita il Regio Assenso ed approva lo statuto dell'associazione. Nel 1884 la Confraternita si stabilisce nella Chiesa di San Domenico. Continua la Lettura
Le Confraternite antiche a Gioia Parte I
3 febbraio 2010 Autore: Francesco Giannini
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Ancora oggi si è soliti parlare indifferentemente di congrega o di confraternita, come di un'unica entità. In realtà, a differenza delle congreghe o congregazioni religiose, i membri delle Confraternite, in passato come anche oggi, non emettono voti né vivono in comunità. La Chiesa cattolica, infatti, definisce Congregazione religiosa un istituto religioso i cui membri emettono i voti in forma semplice; questa differisce dall' ordine religioso perché in quest'ultimo i voti sono emessi in forma solenne.
Il termine medievale confraternitas stava ad indicare una realtà associativa, solo in parte coincidente con la moderna definizione di 'confraternita', cioé un gruppo composto da uomini e da donne, da laici e chierici, che si consociavano per scopi di edificazione religiosa, di solidarietà, di impegno liturgico, di pratica penitenziale ed assistenziale. Queste associazioni nelle fonti antiche vengono indicate con termini diversi: confraternitas, fraternitas, schola, consortium, fratria, societas, universitas, gilda e con differenze semantiche, a seconda delle diverse aree geografiche di origine.
Pur se è molto incerta la data di nascita delle Confraternite in Italia, sicuramente l'origine può essere fatta risalire alle prime comunità cristiane, per cui si può affermare che la storia delle Confraternite è intimamente connessa alla storia della Chiesa stessa, in quanto l'associazionismo laicale è stato una esigenza avvertita dai cristiani per realizzare la fratellanza e il messaggio cristiano: se due o tre si riuniscono per invocare il mio nome io sono in mezzo a loro.
Alcuni ritengono, dunque, che le Confraternite Continua la Lettura
L’insediamento peuceta di Santo Mola
25 gennaio 2010 Autore: Francesco Giannini
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Il territorio di Gioia del Colle è ricco di reperti archeologici, segno tangibile della presenza dell'uomo nel nostro Comune già in età antica. Il sito archeologico più consistente e più conosciuto è quello di Monte Sannace, uno dei più antichi ed importanti insediamenti dei Peuceti in Puglia, risalente all'Età del Neolitico, che, oltre alle necropoli ha portato alla luce i resti delle dimore degli antichi abitanti.
Altri siti minori, ma tali solo per estensione, per sviluppo cronologico e per scarsità di reperti urbanistici, non per importanza, sono presenti nel nostro territorio comunale, quasi tutti in direzione Sud Ovest e poco distanti tra loro, ulteriore segno della posizione favorevole all'insediamento dell'uomo su un pianoro che domina la fertile zona circostante, ancora oggi attraversata da lame con piccoli torrenti o con presenza di laghetti artificiali.
Essi sono insediamenti risalenti all'Età dei Metalli Continua la Lettura
L’illuminazione elettrica a Gioia
15 gennaio 2010 Autore: Francesco Giannini
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A Gioia si incomincia a parlare di illuminazione pubblica il 6 aprile 1826, allorquando il Signor Intendente della Provincia, durante la riunione del Decurionato da lui stessa indetta, afferma: Essendo Gioia un Paese rispettabile per la sua situazione, e pel numero degli abitanti, non conduce che le strade siano all'oscuro nella notte, tanto più, ch'essendovi la Strada Consolare, molti mancano dei passeggieri; è d'uopo quindi che le strade abbiano de' riverberi.
Il suggerimento dell'Intendente non trova seguito perché i Decurioni nella seduta del 6 agosto seguente riconoscono lo stato deplorevole del Comune a causa dell'inclemenza delle stagioni e richiede alle Autorità Superiori la sospensione delle pubbliche imposte. Il 13 agosto il Decurionato chiede di fare economie, rimandando a miglior tempo le spese per il maestro pubblico e la maestra, per il Chirurgo dei poveri e chiede altresì la sospensione dei lavori pubblici e della guardia rurale, la riduzione degli stipendi e di non imporre nuovi balzelli, date le tristi condizioni della popolazione.
L’illuminazione serale e notturna di una città oltre a permettere di svolgere regolarmente e con discreta sicurezza alcune attività era dettata anche da motivi di ordine pubblico; infatti una ordinanza del Ministero di Polizia del 1829 imponeva, per coloro che circolavano in paese durante le ore notturne specialmente nella stagione invernale, l’obbligo di portare con sè delle lanterne per evitare furti o altri inconvenienti che sogliono verificarsi nelle tenebre.
Probabilmente a seguito di tale disposizione nel nostro Comune Continua la Lettura
Ricoveri antiaerei
12 gennaio 2010 Autore: Francesco Giannini
Categorie: Acculturi@moci, La Gioia di Ieri, Primo Piano, Storia
Durante la seconda guerra mondiale Gioia era considerata un obiettivo sensibile, un luogo di notevole importanza strategica, in quanto era un importante snodo stradale ( diramazioni per Taranto, Bari. Matera, Brindisi ) e ferroviario ( collegamenti con Bari, Taranto, Foggia, Matera ) ed anche sede di un aeroporto militare ( o meglio, come allora veniva chiamato, Campo di Aviazione ).
Dal primo Campo di Aviazione la notte tra il 4 e il 5 ottobre 1917 partirono 15 biplani con piloti italiani che seguirono Gabriele D'Annunzio nell'eroica impresa del bombardamento e della distruzione della flotta nemica nelle Bocche di Cattaro. Nel 1940, dopo essere stato ampliato il Campo prende la denominazione di Regio Aeroporto Militare.
Era quindi naturale che Gioia potesse subire bombardamenti aerei e che alla popolazione gioiese fosse data l'opportunità di proteggersi da tali evenienze. In effetti bombardamenti aerei furono effettuati su Gioia ed ebbero come obiettivi il Campo d'aviazione, la stazione ferroviaria e il cavalcaferrovia, che subirono gravi danni.
Per impedire stragi di civili inermi fu decisa la costruzione di ricoveri antiaerei, l'acquisto di maschere antigas, la posa in opera e in funzione di una sirena di allarme sulla torre dell'orologio in Piazza Plebiscito e l'oscuramento serale e notturno con lampade azzurrate, schermate da cappellotti metallici.
Per costruire un ricovero sotto Piazza Plebiscito si decise di sacrificare un simbolo della città e cioè la Cassa Armonica che era stata impiantata lì per permettere al glorioso Gran Concerto Musicale Città di Gioia del Colle di suonare durante la festa patronale ed in altre importanti festività religiose e civili. Continua la Lettura
Angelo Lamanna. Un artista ignorato.
11 gennaio 2010 Autore: La Redazione
Categorie: Acculturi@moci, La Gioia di Ieri, Lettere alla Redazione
Paestum, domenica 30 giugno 2009; con le retine ancora impressionate dai millenari templi, torniamo in albergo; ma ad un certo punto restiamo bloccati, qualcuno del posto ci avverte che ne avremo per molto, perchè c'è la classica processione! non ci resta che aspettare; il fastidio però, va via in un attimo, quando nell'aria sentiamo risuonare imperiose le note di "Cinesina"; non mi sorprendo, ma la soddisfazione è tanta.
Negli stessi giorni su L'ora del Salento veniva pubblicato un bellissimo articolo, ancora su Cinesina.
Siamo contenti che qualcuno ne parli e che la sua musica continui ad essere suonata dagli Abbruzzi alla Sicilia; però dopo qualche anno dalla morte, di cui tra qualche giorno cade il quinto anniversario, torno a chiedermi: perchè Gioia lo ha sempre ignorato?
Certo la musica per banda è una musica minore.
Certo in vita lui amava starsene in disparte essendo incapace di qualsiasi interessata relazione e non credo che da anima si dia troppa pena che i suoi concittadini non lo abbiano granchè considerato.
E in fondo anche a noi in famiglia è sufficiente ricordarlo nelle sue parole e nei suoi gesti quotidiani.
Ma forse, anche attraverso queste poche righe, la Comunità gioiese che alla sua Banda musicale assegna un posto importante nella storia della città, potrebbe (o dovrebbe?), dopo tanti anni di ottuso silenzio ricordare colui che – della musica per bande - è stato un grande compositore.
In memoria di mio padre.
Leggi l'articolo su Angelo Lamanna
20 dicembre 2009, Rocco Lamanna.
Il maritaggio delle donzelle povere
6 gennaio 2010 Autore: Domenico Paradiso
Categorie: Acculturi@moci, La Gioia di Ieri
Tante sono state le forme di mutua assistenza che, nel corso del tempo, hanno cercato di soccorrere i più poveri, alleviandone le sofferenze sia materiali sia morali. Ne facevano parte quasi sempre persone facoltose, talvolta mosse da un certo opportunismo che le portava a vedere nella carità una forma di promozione della propria immagine; qualche volta, magari, spinte dal bisogno di riparare con l'altruismo a comportamenti contrari alla morale cattolica, come per esempio le scappatelle extra-coniugali; non di rado, comunque, animate da una sincera filantropia, all'insegna del famoso motto di San Paolo: "Chi ha avuto tanto deve dare tanto". In ogni caso questi benefattori vanno considerati i progenitori dei tanti volontari che animano quello che oggi si chiama "Terzo settore", sicuramente tra le realtà più positive del nostro tempo. A livello locale, l'ente benefico che oltre un secolo fa era maggiormente attivo si chiamava "Congregazione di Carità", un sodalizio che comprendeva i cittadini più in vista della Gioia dell'epoca: nel 1882 ne facevano parte il futuro pioniere dell'industria gioiese, Paolo Cassano – allora poco più che ventenne -; il sindaco, notaio Domenico Susca, l'avvocato Francesco Calabrese e i sig.ri Giuseppe Diomede ed Enrico Soria (cfr. Archivio Comunale di Gioia del Colle, Registro delle opere pie, numero 2, anno 1882). Suo compito era l'aiuto alle persone meno abbienti, che si esplicava attraverso iniziative di vario tipo, delle quali la più importante interessava le donzelle povere, cui veniva offerta la dote per il matrimonio: una pratica che, per quanto possa sembrare strano, era caldeggiata dalle autorità, in quanto si riteneva che una donna nubile producesse un duplice danno, uno a carico della famiglia d'origine, su cui gravava l'onere di una bocca in più da sfamare vita natural durante; l'altro alla collettività, che veniva privata dell'apporto di forze fresche, ovvero di nuove generazioni. Continua la Lettura
Le neviere
3 gennaio 2010 Autore: Francesco Giannini
Categorie: Acculturi@moci, La Gioia di Ieri, Primo Piano, Storia
Dai tempi antichi l'uomo ha avvertito l'esigenza di procurarsi refrigerio durante la calura estiva e, non avendo i mezzi di cui oggi disponiamo, ha utilizzato ciò che la natura gli offriva: la neve.
La neve in passato da qualcuno era considerata una maledizione divina, perché rovinava alcune colture agricole, pregiudicando i raccolti. Come ogni moneta ha una doppia faccia, così anche per questo fenomeno atmosferico l'uomo col passare del tempo ha apprezzato il lato positivo, vedendo in esso un beneficio per la natura, poiché la neve rallentava la crescita dei semi e delle piante e contribuiva alla distruzione degli insetti nocivi all'agricoltura. Inoltre ha imparato a considerarla una merce preziosa anche per lui e ad utilizzarla sia per scopo alimentare ( per la preparazione di sorbetti e bevande fresche e per conservare cibi, come riserva di acqua potabile nei periodi di siccità ) che per uso ospedaliero e medico ( cura di ascessi, contusioni, febbre ). La neve era anche utilizzata da comunità monastiche, specialmente per la conservazione di prodotti caseari.
Nei tempi passati, quando non erano state ideate e prodotte apparecchiature refrigeranti, per contrastare gli effetti del caldo estivo la popolazione faceva ricorso all'utilizzo della neve, che veniva recuperata e stipata in luoghi adatti durante le abbondanti precipitazioni invernali.
Potrà sembrare strano alle nuove generazioni ( abituate ai giorni nostri a gustare un buon gelato, dissetarsi con una bevanda fresca, rinfrescarsi, avere un po' di refrigerio durante la stagione estiva ) la pratica in uso nel secolo scorso di ricorrere all'utilizzo della neve, conservata durante l'inverno, per conseguire tali finalità.
Il consumo della neve presso alcuni popoli nei tempi antichi era considerato un segno di ricchezza e di raffinatezza. Anche nella Villa dell'imperatore romano Adriano a Tivoli una grossa galleria scavata nel tufo sembra essere stata utilizzata come deposito di neve.
In genere la neve veniva deposta in luoghi esposti a nord, quindi freschi e umidi, come sotterranei, grotte, scantinati, fosse oppure in locali appositamente costruiti.
La neviera ( o niviera, forma che ricalca più fedelmente l'etimologia latina ) è una struttura semplice, ma funzionale, indispensabile per assicurarsi l'utilizzo del ghiaccio nei caldissimi mesi estivi.
Queste strutture, ormai quasi tutte distrutte o dal tempo o dalla mano dell'uomo, prendono il nome di neviere perché sono dei veri e propri depositi di neve, che col tempo si trasforma in ghiaccio. Le uniche strutture sopravvissute sono state dismesse a seguito dell'installazione e del funzionamento di impianti per la produzione industriale di ghiaccio, le cosiddette " fabbriche di ghiaccio ".
Gioia è stato uno uno dei pochi paesi del circondario a dotarsi di una fabbrica di ghiaccio sin dai primi decenni del Novecento e questo soprattutto perché la stessa forniva le cosiddette " bacchette" di ghiaccio da 25 chilogrammi, che principalmente servivano per refrigerare i prodotti agro-industriali locali ( essenzialmente ortofrutta e mozzarelle ) che venivano spediti sia al Nord che nel resto dell'Italia per mezzo di vagoni ferroviari attrezzati per quel trasporto o con autotreni. La costruzione fu realizzata in contrada Acquaro, nei pressi del cavalcaferrovia, luogo ricco di falde acquifere, da cui si poteva prelevare grandi quantità di acqua, elemento indispensabile per il funzionamento della fabbrica. Funzione non secondaria che la " fabbrica industriale " espletava era quella che precedentemente veniva svolta dall'artigianale neviera.
Nella nostra zona murgiana spesso le neviere erano situate presso le masserie, nei declivi dei campi, per facilitare la conservazione della neve. I locali adibiti a neviera erano costituiti da costruzioni interrate abbastanza profonde per consentire la conservazione della neve e impedirne lo scioglimento. Tali locali erano molto simili alle attuali cisterne di accumulo di acqua piovana che ritroviamo nelle aziende agricole locali. Si distinguono dalle cisterne o dalle piscine per alcune caratteristiche: la maggiore profondità, la minore altezza dal piano di calpestio e l'assenza di pile, contenitori in pietra nelle quali si versava l'acqua per abbeverare gli animali.
Le neviere avevano la forma di un parallelogramma, con volta prevalentemente a botte. Il piano di calpestio delle neviere non risulta lastricato, come nelle cisterne, ma presentava una superficie formata da terriccio, che ricopriva le lastre calcaree adagiate sulla volta, per ridurre l'incidenza dei raggi solari e neutralizzare il calore, nocivo alle finalità cui era adibita la struttura. La copertura a volta era sporgente rispetto al livello del suolo e presentava sulla sua sommità un'apertura attraverso la quale la neve veniva introdotta per essere conservata nel periodo invernale o veniva prelevata per essere utilizzata nel periodo estivo.
Esse avevano, inoltre, una o due aperture laterali, che restavano murate o chiuse con porte di legno fino al momento del prelievo del ghiaccio. Allorquando si verificavano delle nevicate, atteso che non si registrava né la presenza di inquinamento atmosferico né di piogge o nevicate acide ( basti pensare che la neve appena caduta veniva tranquillamente raccolta e assaporata con il vincotto ), la neve, dopo essere stata " tagliata " , per mezzo di badili, nella parte superficiale, per evitare danni alle culture sottostanti, era trasportata nelle neviere, che non erano molto distanti dal paese, con una specie di portantina a mano a quattro portatori, chiamata vaiardo.
Solo la neve raccolta lontano dalle neviere era trasportata su carri trainati da cavalli; i traini, però, erano ingombranti e potevano provocare danni agli erbaggi. D'inverno, dopo un'abbondante precipitazione nevosa gli operai, detti "nevierai", si recavano al lavoro presso la neviera, che generalmente si trovava nelle vicinanze dei centri abitati, anche se alcune di esse venivano costruite all'interno del paese. Siccome spesso le neviere erano costruite nelle vallate i nevierai formavano delle grosse palle di neve, che facevano rotalare dal pendio, le quali si ingrossavano lungo la discesa nei campi sottostanti, per essere infine spinte all'interno della neviera.
Prima d'iniziare a riempire di neve il vano sotterraneo si stendeva sul fondo un consistente strato di fasci di sarmenti per facilitare il distacco dello strato di ghiaccio dal fondo, per eliminare la possibilità alla neve di sciogliersi e di inquinarsi e per costituire un'intercapedine tra il pavimento e la neve in grado di isolarla dal fondo. Poiché una piccola quantità di acqua si formava sempre, in seguito allo scioglimento di parte della neve o del ghiaccio, questa, filtrando attraverso i fasci di sarmenti, confluiva sul fondo della neviera. L'acqua veniva raccolta in apposite vasche attraverso alcune canalizzazioni oppure si infiltrava nel terreno o attraverso un tubo calato sul fondo della neviera era pompata all'esterno, per consentirne il deflusso. Tra le pareti e il terreno, con funzione di intercapedine, c'era uno spazio che si riempiva di paglia per mantenere il freddo nella neviera.
In quel luogo la neve veniva ammassata e costipata, per farne fuoriuscire l'aria e consentirne una conservazione ottimale fino a tutta la stagione estiva. La neve veniva compressa con le pale anche perché la neviera potesse contenerne grandi quantità, affinché si compattasse uniformemente e assumesse, con l'ausilio delle basse temperature notturne e del modestissimo irraggiamento diurno, le caratteristiche del ghiaccio.
Dopo l'operazione di battitura la neviera veniva chiusa per essere riaperta con l'arrivo della stagione calda. La neve, diventata ghiaccio, veniva tagliata da operai specializzati in pezzi regolari e abbastanza ampi ( a volte del peso di quatto o cinque quintali ) e, dopo essere stata ricoperta di paglia e avvolta in teli, per evitarne lo scioglimento, veniva trasportata con carri per essere venduta in paese.
Era acquistata da chi aveva bisogno di conservare i cibi freschi, come i gestori di bar, e dava vita ad un vera e propria industria che offriva un'opportunità di lavoro a coloro che si occupavano di questa primordiale catena del freddo. La neve, oltre che nei bar per preparare gelati, per rinfrescare bibite, per preparare granite, per essere mescolata a sciroppi o vincotto, era utilizzata anche in macelleria. Il ghiaccio non serviva solo per i piaceri della gola, per uno sfizio nei giorni delle feste, ma veniva utilizzato tra le mura domestiche per alleviare le sofferenze derivanti da alcuni malanni fisici o in ospedale, per curare alcune malattie.
Una cura particolare era riservata alla raccolta della neve sia per motivi commerciali che di durata del prodotto; occorreva evitare il deprezzamento della neve e lo scioglimento del ghiaccio. La neve doveva esere di ottima qualità o, come di diceva, " neve da bicchiere ", cioè trasparente come il vetro, simbolo di purezza e di qualità, e abbastanza compatta, in modo da sciogliersi lentamente.
La neve venduta, infatti, era di due tipi: quella bianca venduta per uso alimentare e medico, la più richiesta e più costosa, e quella grezza o nera destinata ad altri usi, più economica e di seconda scelta.
I manuali di architettura ottocenteschi danno indicazioni precise sulle tecniche di stivaggio delle neviere. In uno di tali manuali si legge: Per riempirla di ghiaccio si scelga un giorno freddo e asciutto; prima di riporvelo vi si deve mettere al fondo un denso strato di paglia lunga incrocicchiata in tutti versi, e devesi pur rivestire di paglia tutto l'interno, in guisa che il ghiaccio posi sulla paglia e non tocchi le pietre.
Il Comune di Gioia durante la stagione estiva concedeva delle sovvenzioni a coloro che in quel periodo offrivano il servizio del " freddo ". Si stabiliva annualmente le basi per l' appalto per il servizio e la vendita della neve. Nell'Archivio Storico del Comune di Gioia si conservano le deliberazioni e i contratti di appalto delle neve, che risalgono al 1879 e vanno fino alla prima metà del Novecento. L'appaltatore si impegnava a vendere la neve pulita, ovvero il ghiaccio, in quantità sufficiente ai bisogni del paese durante il periodo estivo, di una determinata qualità e ad un prezzo politico, assoggettandosi ad una serie di osservanze, pena il ritiro della concessione o il pagamento di forti penalità. Di seguito sono riportati due contratti di appalto per il servizio della neve nel nostro Comune.
Poiché nell'inverno del 1878-79 non si erano verificate nevicate e la neve difettava in modo assoluto per cui non era stato possibile raccoglierla, per far sì che la popolazione di Gioia nella imminente stagione estiva non fosse privata di un elemento tanto necessario, massima in vista delle non poche malattie che da parecchi anni affliggono questa Provincia e stantecché da parte di non pochi cittadini pervengono istanze perché fossero presi dei provvedimenti atti ad impedire il monopolio, il Sindaco, Vincenzo Castellaneta, nella riunione del Consiglio comunale del 31 maggio 1879 propone che il Municipio incoraggi la vendita di questo genere col deliberare a titolo di premio una somma qualsiasi a beneficio di colui il quale offrirà le migliori condizioni di vendita e nel contempo si obbliga di non far mancare la neve al paese durante la stagione estiva. Il Consiglio delibera: 1° Che fosse dal Municipio pagato a titolo di premio la somma di lire 200 a colui il quale assumesse l'obbligo di non far mancare la neve in questo Comune per tutta la stagione estiva, cioè sino a tutto settembre dovendo però fornire neve bianca mangiabile e per quanto più possibile scevra di corpi estranei, nella quantità necessaria al consumo giornaliero del paese ed al prezzo di centesimi dodici a chilogrammi. 2° Che per accordarsi la preferenza al premio fosse tenuta una licitazione privata tra tutti i concorrenti, e dovrà essere ritenuto migliore offerente colui il quale apporta maggiore ribasso sul citato prezzo di vendita, dovendo tutte le altre condizioni che riflettono la quantità e la qualità della neve e della durata dello spaccio rimanere inalterate. 3° Il pagamento del premio sarà fatto all'avente diritto al termine della vendita e dietro l'esibizione di un certificato di buon servito da rilasciarsi dall'Assessore Delegato alla Polizia Urbana.
Nella deliberazione del Consiglio del 10 aprile 1889 vengono esplicitati meglio i rapporti tra Comune e futuro appaltatore del servizio della neve. Art. 1 I concorrenti dovranno obbligarsi di vendere la neve al pubblico di qualità buona, mangiabile al prezzo di centesimi cinque al chilogrammo. Art. 2 Il deliberatario avrà l'obbligo di aprire due spacci di vendita al pubblico uno alla piazza e l'altro al largo Vittoria ( oggi Piazza XX Settembre ), dal giorno dell'approvazione degli atti d'appalto fino a tutto il mese di ottobre. Detti spacci saranno costantemente aperti per l'intera giornata e fino alle ore tre di notte. Dovranno anche riaprirsi nelle altre ore della notte per fornire la neve necessaria per urgente causa di malattia. Art. 3 Per ogni mancanza di neve durante le ore di vendita e per ogni rifiuto a fornire la neve di notte, giusto l'articolo precedente, l'appaltatore pagherà al Comune una penale di lire due, la quale gli sarà applicata con verbale dell'Assessore Delegato alla Polizia Urbana, in seguito a rapporto degli agenti comunali. Art. 4 Seguita la definitiva aggiudicazione il deliberatario dovrà presentare analoga garantia solidale con persone solvibili e di fiducia dell'Amministrazione. Art. 5 La gara per la concessione del sussidio sarà aperta sulla base di lire 400. I concorrenti dovranno offrire il ribasso su detta somma, ad ogni modo non potrà essere minore dell'uno per cento. Art. 6 Per garentia dell'asta e per le relative spese che andranno tutte a carico dell'aggiudicatario, i concorrenti dovranno fare nelle mani del Presidente dell'asta medesima un deposito di lire 30. Art.7 Il premio depurato del ribasso d'asta e delle multe comminate allo appaltatore sarà pagato per metà a fine agosto e per l'altra metà a fine ottobre.
L'importanza attribuita nel passato alla neve e alle neviere è testimoniata, ancora oggi, dalla presenza in numerose città di chiesette consacrate alla Madonna della Neve. Infatti era molto diffusa l'usanza, e non solo nel Meridione, d'invocare la protezione divina sulle neviere. Tra le varie denominazioni che sono state attribuite in passato alla Chiesa Madre di Gioia c'è anche quella di Santa Maria della Neve.
La nostra moderna società, abituata all'uso dei frigoriferi, ha completamente dimenticato la preziosa e umile opera svolta in passato da questi depositi del freddo.
Tra le neviere in discreto stato di conservazione nel territorio di Gioia va segnalata quella sita a circa tre chilometri dal paese, nella proprietà Svelto, lungo la strada vicinale Cinque Parieti nei pressi dello svincolo autostradale, risalente all'Ottocento. Si compone di due distinti e adiacenti corpi di scavo con copertura in pietra e due aperture laterali sovrastanti, rispettivamente l'una per il carico e l'altra per lo scarico del ghiaccio. Un'altra neviera in discreto stato di conservazione è quella sita a circa quattro chilometri in direzione Taranto sulla statale 100, presso la masseria di proprietà della famiglia Ninni, sulla cui apertura di accesso è ben visibile la data del 1852. Essa è composta da un unico corpo e, come la precedente, sfrutta il declivio del terreno per ottenere due aperture, poste su due diversi livelli, che erano utilizzate per lo stivaggio e per il prelevamento del ghiaccio.
Un'altra grossa neviera, costituita da più locali, si trovava nella zona di fronte alla ex distilleria Cassano, all'uscita del casello autostradale; questa durante i lavori di allargamento della circonvallazione di via Milano, probabilmente è stata interrata perché insisteva sul tracciato del tronco stradale.
Con l'avvento delle nuove " tecnologie del freddo ", come l' installazione e funzionamento di impianti per la produzione industriale di ghiaccio, le cosiddette " fabbriche di ghiaccio ", e successivamente con la vendita di frigoriferi e di congelatori, questi depositi hanno perso la loro funzione e sono diventati monumenti dell'ingegnosa civiltà contadina, veri e propri monumenti dell'archeologia agricolo-industriale.
Le neviere che oggi sopravvivono all'incuria del tempo o alla distruzione operata dall'uomo sono completamente abbandonate a se stesse, sono state dismesse dalla primitiva finalità per essere trasformate in cisterne o trovare utilizzo come deposito di acqua o depositi di paglia oppure sono andate in rovina.
Il loro studio e la loro salvaguardia sono importanti se vogliamo tramandare alle future generazioni un frammento di storia locale, una preziosa testimonianza di un settore lavorativo dei nostri avi e inoltre un prezioso esempio di archeologia agricolo-industriale nel nostro Comune.
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Fiere e Mercati a Gioia
21 dicembre 2009 Autore: Francesco Giannini
Categorie: Acculturi@moci, La Gioia di Ieri, Primo Piano, Storia
Le Fiere, sorte in età medievale, erano veri e propri mercati che si svolgevano in occasione di importanti feste religiose e duravano alcuni giorni; gran parte del settore espositivo era riservato alle fiere, cioè agli animali, mentre il resto riguardava attrezzi agricoli. La loro importanza nel passato è attestata dalla circostanza per cui , se durante il loro svolgimento erano in corso delle guerre, queste venivano temporaneamente sospese e durante tale tregua i visitatori godevano di particolari privilegi, come la protezione durante il viaggio, l'esenzione o la riduzione dei dazi, il diritto di ospitalità o di asilo. I mercati, invece, avevano una durata più breve, una cadenza più ravvicinata nel loro svolgimento e permettevano la vendita di prodotti molto vari, non limitati al solo settore agricolo.
Anche in Gioia, città medievale, è attestata la presenza di fiere e mercati nei secolo scorsi.
Nell' Apprezzo di Gioia del 1611 del tabulario Federico Pinto si legge: Nella detta Terra di Gjoia alli otto di settembre vi si fa una Fiera, dove vi concorrono infinite genti con copia d'animali d'ogni sorte non solo dallo lontano, ma anco da lunghe parti.
Nell' Apprezzo del 1640 del tabulario Honofrio Tangho si dice: In detta Piazza si svolge la fiera alli 7 di settembre nel giorno di Santa Sofia dove si vendono tutte sorte d'animali e dura otto giorni. Continua la Lettura









