Cantina Polvanera

In contrada Marchesana, al confine  tra i Comuni di Gioia del Colle ed Acquaviva delle Fonti, agli inizi del Terzo Millennio si è insediata un’azienda che è lustro e vanto non solo del nostro Comune, ma che è conosciuta e apprezzata in Italia e nel mondo: è la cantina  Polvanera, i cui vigneti si estendono […]

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PolvaneraIn contrada Marchesana, al confine  tra i Comuni di Gioia del Colle ed Acquaviva delle Fonti, agli inizi del Terzo Millennio si è insediata un’azienda che è lustro e vanto non solo del nostro Comune, ma che è conosciuta e apprezzata in Italia e nel mondo: è la cantina  Polvanera, i cui vigneti si estendono su un comprensorio che abbraccia i due citati territori comunali.

Questo  connubio, questa pacifica  comunanza, unitamente alla circostanza che i conduttori dell’azienda, i signori Cassano, sono originari di Acquaviva, sfata ampiamente la diceria che tra i due paesi non corre buon sangue.

      LA CONTRADA MARCHESANA

Il nome dell’azienda è legato alla storia della masseria, chiamata masseria Antonietta, la cui costruzione risale al 1820.

Non bastarono per l’abolizione della feudalità la legge 2-8-1806 di Giuseppe Napoleone e la successiva legge dell’1-9-1806 , con cui si ordinò la ripartizione dei demani, ma si dovette giungere alla sentenza del 3-3-1810 n. 17  per decidere definitivamente che le terre usurpate o chiuse dall’ex feudatario Principe di Acquaviva dovessero essere restituite al Comune di Gioia del Colle ed entrare a far parte dei demani comunali.

La Marchesana faceva parte sia delle usurpazioni del Principe di Acquaviva, sia  era possesso del Sovrano Ordine Militare dei Cavalieri di Malta, rappresentato dalla Commenda di Santa Maria  di Picciano ( Matera ). Con decreto del 1808 si stabiliva che le terre demaniali dovevano essere distribuite con preferenza ai non possidenti e possidenti minori e che tale ripartizione doveva concludersi entro il 1809. 

Per la Marchesana bisognerà attendere il 31-8-1879  per l’assegnazione delle quote,  pari ad ettari 211,69 ai contadini  e successivamente il 15-10-1882 per completare le operazioni di sorteggio e assegnazioni delle 624 quote dell’estensione di circa 60 are ad altrettanti quotisti.

Fino al 1815 si parla di Marchesana vecchia, quella dei signori feudali per intenderci, mentre da quella data in poi, a seguito della divisione di quelle terre demaniali,  si parla di Marchesana nuova, quasi a voler scrivere una pagina nuova nella storia della conduzione di quelle terre.

Il termine Marchesana, infatti sembrerebbe  abbia avuto tale denominazione dal fatto che quelle terre   appartenevano ai Marchesi di Acquaviva e  di Gioia, costituendo le stesse un Marchesato. Gran parte di questo loro territorio era zona boschiva o destinata al pascolo per cui i quotisti per ottenere terre da coltivare sia cereali che alberi da frutta cominciarono a disboscare, a spietrare le terre con cui costruirono muretti a secco, trulli e lamie dotate anche di mangiatoie e di pozzi.  MARchesanaCe lo ricorda lo svizzero Carlo Ulisse  De Salis Marschlins allorché alla fine del Settecento nel suo viaggio  nel Regno di Napoli ( 1789 ), passando  da Bari per recarsi a Taranto  descrive il territorio di Acquaviva ancora boschivo e quello di Gioia composto di terre trasformate in coltivazioni  di vario genere.
Seguitando da Canneto, arrivammo ai grandi boschi di querce, che circondano Gioia. In questa foresta, che misura 50 miglia di circonferenza, e 24 nella sua massima larghezza, i due paesetti Gioia ed Acquaviva, hanno dissodato un buon tratto di terra, che oggi ( 1789 ) produce grano e grandi quantità di fave, le quali, insieme a poco pane, formano l’alimento abituale dei lavoratori di queste campagne.

La pianta della Marchesana riportata a  dx è tratta da A. Donvito, L’abolizione della feudalità e la formazione della piccola e grande proprietà terriera a Gioia del Colle, in ‘ Gioia una città nella storia e civiltà di Puglia ‘, Schena, Fasano 1986.      

      L’AZIENDA  POLVANERA

La famiglia Cassano è giunta alla quarta generazione nel tramandare in famiglia la tradizione vitivinicola; anche il suocero dell’attuale titolare, sig. Carnevale,  produceva vino che vendeva ai suoi compaesani e corregionali che si erano trasferiti al nord, consegnandolo a domicilio in apposite damigiane.

L’azienda agricola, denominata Antonietta, è stata acquisita  agli inizi del terzo millennio dal sig. Filippo Cassano, il quale dopo aver completato gli studi in un istituto tecnico agrario  si era specializzato in enologia. Dopo aver lavorato nel settore dell’ortofrutta, probabilmente affascinato dal lavoro e dalla passione  del suocero ha deciso di scommettere nel settore vitivinicolo.

La costruzione dell’azienda risale al 1820, periodo in cui  era inizialmente una lamia utilizzata come carbonaia e successivamente come masseria. Infatti la struttura è costruita in pietra, quella ottenuta dallo scasso per bonificare il suolo da coltivare, e presentava  sulla parte superiore delle volte una botola dalla quale veniva inserita la legna da ardere per ottenere carbone; inoltre le pareti un tempo presentavano una colorazione nera a causa della combustione della legna. Quindi i primi proprietari erano dei carbonari che producevano carbone e lo vendevano  andando in giro per i paesi, trasportandolo in sacchi caricati su carri. Poiché questi venditori presentavano il volto annerito dalla fuliggine, polvere nera che si sprigionava dal contatto con i carboni, gli attuali proprietari  a ricordo dei primi utilizzatori della struttura,  hanno deciso di chiamare la loro azienda POLVANERA.

Oltre ad utilizzare alcuni vigneti di famiglia  e dopo aver rilevato alcuni ettari di vigneto di primitivo di Gioia del Colle, che avevano una cinquantina di anni di vita, i conduttori dell’azienda hanno acquistato altri ettari di terreno e hanno impiantato  altri ceppi di primitivo. La coltivazione del primitivo Polvanera si estende su circa 75 ettari. Il quantitativo di vino riesce a garantire  un riempimento di 300 mila bottiglie, l’80% delle quali è destinato al mercato estero ed il restante 20% serve a soddisfare il mercato nazionale.

L’azienda è classificata come biologica quindi non utilizza prodotti chimici, ma concimi naturali, con abbattimento di costi e conseguente genuinità del prodotto finale.  Per evitare gli effetti negativi dei parassiti sulla vite si utilizzano dei laccetti di ferormoni.  Lo scopo è quello di disorientare o confondere gli insetti e i parassiti: il maschio non va alla ricerca della femmina, non riconosce la femmina, non raggiunge l’individuo di sesso opposto, non si accoppia e il parassita non nidifica sulla vite con le inevitabili conseguenze che comporterebbe.  

Tali ferormoni possono essere anche sciolti in acqua e utilizzati attraverso irrigazione aerea.

Per i trattamenti dei vitigni si può utilizzare solo lo zolfo e il rame, elementi permessi  dalla normativa sul biologico; questi elementi durante i travasi del vino si depositano e vengono facilmente eliminati consentendo una produzione pienamente biologica.

Polvanera1Nel 2003 il titolare ha provveduto ad effettuare uno scavo di circa 8 metri. Infatti nel punto in cui insiste l’azienda, dopo uno strato di terra di circa venti centimetri, la conformazione del suolo presenta uno spesso strato di roccia calcarea, che adeguatamente  ricoperto crea un ambiente con un  microclima ideale per la maturazione dell’ottimo vino. Anche in questo caso si ottiene un notevole risparmio energetico.

Dopo l’acquisto dell’azienda il terreno è stato messo a riposo per tre circa  anni; il primo vino è stato ottenuto nel 2005 e messo in commercio nel 2008. Infatti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare occorrono dai due ai tre anni per commercializzare il prodotto, dopo una serie di affinamenti e travasi.

L’uva sin dalla sua spremitura  assorbe le sostanze minerali e non abbisogna di botti di legno, così come avviene per i vini del nord, per stazionare e assumere gli aromi naturali della produzione barricata, per la presenza da noi del sole che contribuisce alla maturazione del frutto e a conferirgli l’aroma adeguato.  Subito dopo le iniziali fasi della pigiatura viene messo a riposo in cisterne di acciaio. Da questo momento il vino subisce alcune fasi di filtraggio e di travaso che durano circa due anni, al termine dei quali viene imbottigliato. Sul tappo si inserisce una capsula di plastica che presenta due forellini, attraverso i quali il vino respira e si affina, viene deposto nella grotta scavata nella roccia, dove si mantiene a temperatura costante, con grande risparmio energetico per l’azienda stessa.

La produzione Polvanera comprende i seguenti vini primitivo DOC Gioia del Colle bio: Polvanera 17 ( gradi 16,5 ), Polvanera 16,  Polvanera 14; i vini Primitivo IGT Puglia bio 14°: Primitivo, primitivo senza solfiti aggiunti 14°. La produzione comprende anche: Aglianico IGT Puglia bio 14°, Brut rosè IGT Puglia metodo classico 12°, Rosato IGT Puglia bio 12°, Minutolo IGT Puglia 12°, Moscato secco IGT Puglia bio 13°, Falanghina IGT Puglia bio 12°, Minutolo senza solfiti aggiunti IGT Puglia bio 12°, Moscato dolce IGT Puglia bio da uve stramature 13°, Aleatico dolce naturale IGT Puglia bio da uve stramature 12°, Polvanera 21 dolce naturale primitivo IGT Puglia bio 16°.

L’azienda Polvanera ha partecipato a numerosi concorsi, tra i quali quello Veronelli e di Luca Gardini conseguendo eccellenti risultati in campo internazionale ininterrottamente dal 2008, a coronamento di un ottimo lavoro condotto in appena tre lustri.

Tra questi sono da segnalare il primo posto per il Fiano Minutolo Puglia IGT 2014 tra i migliori 50 Best Price di PopWine, il 35° posto tra i migliori 100 vini del mondo per il Polvanera 17 Primitivo DOC Gioia del Colle vigneto Montevella 2011 allo Swin di Luca Gardini nel 2015 e il 28° posto nel 2016.

L’azienda  è inserita in un circuito turistico-alberghiero-gastronomico di grande rilevanza, essendo equidistante da località importanti sia della Puglia che della vicina Basilicata, alcune delle quali patrimonio dell’UNESCO, come i Sassi di Matera e i trulli di Alberobello, ma anche altri centri di rilevanza turistica come le Grotte di Castellana, le marine adriatiche e ioniche,  le orme dei dinosauri e l’uomo di Altamura, i centri di Ostuni, Cisternino, Martina Franca, senza voler dimenticare le bellezze locali tra le quali gli scavi archeologici del più grande centro peuceta, Monte Sannace, a pochi chilometri dal nostro centro abitato e il castello Normanno-Svevo di Gioia. L’azienda, nell’intento di promuovere l’enoturismo ha allestito nell’annessa masseria alla cantina una accogliente sala di degustazione, mantenendone l’aspetto rustico ed elegante, e promuove eventi con annessa ristorazione per i visitatori.

                                                             IL PRIMITIVO

L’azienda Polvanera, come altre aziende che si sono moltiplicate negli ultimi decenni, ha rispolverato un tipico prodotto gioiese: il primitivo.

Secondo alcuni il primo ceppo del vitigno che successivamente prenderà il nome di primitivo fu introdotto ad opera dei Benedettini nel secolo XII. Spetta al canonico gioiese Francesco Filippo  Indellicati ( 1767- 1831 ) il merito di aver impiantato Gioia  il primo vitigno di primitivo alla fine del ‘700, anche se si suppone che già nei secoli VIII-III a. C. nel territorio nei dintorni di Gioia si producesse vino, come farebbe pensare il ritrovamento di numerosi contenitori in argilla, ritrovati nell’antico sito peuceta di Monte Sannace  a 5 Km. da Gioia, destinati a contenere vino.

stele primitivo Stele in pietra, realizzata dall'artista F. Cotrufo, su commissione dell'Amministrazione Comunale di Gioia del Colle, e posta a dimora il 19 maggio del 2004. Sul lato del cippo che guarda verso Gioia del Colle, in posizione centrale, sono scolpite le mani del primicerio gioiese, nell’atto di piantare una vite di primitivo. In alto  è riportato il seguente brano poetico, tratto da La ballata del vino generoso della prof.ssa Nunzia Sala Bianco:

Don Francesco Indellicati

dopo aver selezionato

quello che adatto fosse

alle terre dette ‘rosse’

in Contrada dei Liponti

fece lesto i suoi conti

e fissò che ottanta are

si dovesser coltivare

per produrre il vino eletto:

“Primitivo”esso fu detto

“Primativo” lo chiamò

che precoce gli sembrò.

In basso la scritta: A F. Indellicati ( 1767-1831) che qui impiantò il primo vigneto del primativo di Gioia del Colle frutto di anni di studio e ricerche. Maggio 2004 l’Amministrazione Comunale.

Dell’Indellicati sappiamo che nacque a Gioia del Colle nel 1767, che era un uomo  di grande cultura, un appassionato studioso di botanica e di agronomia e che divenne primicerio del capitolo della Chiesa Madre di Gioia. Morì a Gioia del Colle nel 1831 e fu sepolto nel locale cimitero.

Rientrando nelle sue disponibilità alcuni appezzamenti di terra e in seguito agli studi, osservazioni  e ricerche che effettuò su queste sue proprietà si accorse che alcuni vitigni avevano un germogliamento tardivo rispetto  agli altri vitigni, la qualcosa permetteva di limitare i danni conseguenti alle gelate primaverili, molto frequenti in queste zone. Poiché l’Indellicati si rese conto che l’uva di quei ceppi maturava con notevole anticipo rispetto agli altri vitigni  sembra che abbia lui stesso coniato il termine ‘ primativo ‘ o ‘ primaticcio ‘, derivato dal latino primativus. L’ampelografo  ( studioso  della morfologia esterna, dei differenti vitigni, che classifica secondo determinati criteri sistematici) Sannino, indica nel 1799 la data di inizio della coltivazione del primitivo da parte dell’Indellicati.

La paternità del primo cippo di primitivo e della sua denominazione al Primicerio Indellicati, di Gioia, è attribuita dal prof. Giuseppe Musci, Direttore dei Consorzi di Difesa della Viticoltura di Bari, nella  monografia ‘ Il primativo di Gioia ‘, pubblicata nel 1919. In essa afferma: Non ho la pretesa di rintracciare l'origine esatta di questa ottima varietà, che gode tanta viva simpatia e tanta buona reputazione presso i nostri viticoltori. Però dalle ricerche da me fatte in proposito è risultato che verso la fine del secolo XVIII il Primicerio Don Francesco Filippo Indelicati di Gioia del Colle. Nell' esaminare i vitigni, che alla rinfusa si coltivano in alcuni vecchi vigneti di quel territorio, notò che un vitigno si adattava – a preferenza di altri – alle terre rosse e che dava prodotto precoce, abbondante e ottimo.

Lo stesso Musci riferisce che, dopo un'accurata selezione, il primicerio gioiese piantò i tralci di primitivo in un appezzamento di terreno dell'estensione di otto quartieri (ognuno dei quali corrispondeva ad ettari 0,1575 e comprendeva circa 625 viti allevate a ceppo basso secondo il sesto di metri 1,50×0,80) in località Liponti (detta anche Carraro o delle Carrare), nella contrada Terzi di Gioia del Colle, a circa 1500 metri dalla via di Noci.

Dopo i primi esperimenti l’Indellicati selezionò alcune ‘ marze ‘  mise in coltura a primitivo altri ettari di sue terre.

IndELLICATI Filippo Francesco Indellicati, ritratto d’autore ignoto

Dal suo primo impianto il primitivo ha riscosso un enorme successo tanto che la sua coltivazione si è diffusa rapidamente  non solo nel territorio di Gioia, ma anche nei paesi limitrofi dopo pochi decenni.
Numerose sono le motivazione del successo e della diffusione del primitivo. Oltre al ritardo del germogliamento che evitava i danni delle gelate primaverili e all’accennata maturazione precoce di tale vitigno, che permetteva di effettuare il raccolto sempre prima delle piogge o delle disastrose brinate e gelature autunnali,  che erano in grado di rovinare il raccolto, non trascurabile era anche la possibilità di effettuare due vendemmie, una  alla fine di agosto e l’altra alla fine di settembre, riuscendo ad ottenere due tipi di vini, piuttosto diversi: più potente, strutturato e complesso il frutto della prima vendemmia, mentre più fresco, beverino e simile ad un rosato il secondo.

Inoltre un grande impulso alla coltivazione del primitivo è venuto dal fatto che il vitigno, per il suo portamento modesto non richiede grandi quantità di acqua e attecchisce e si adatta a terreni collinari poco profondi e anche rocciosi, adattandosi ottimamente alle condizioni pedo-climatiche del territorio di Gioia e dei paesi limitrofi, la qualcosa fa registrare una produzione di uve che danno origine a vini rossi corposi. Tali vini, poiché raggiungono un elevato grado alcolico, garantiscono una buona remunerazione, la quale è proporzionata  alla gradazione raggiunta dal vino.

Il suo elevato grado alcolico ha permesso altresì una buona commercializzazione del primitivo gioiese, che è stato esportato sia nell’Italia settentrionale che in Francia e in altre nazioni per essere utilizzato  come vino da taglio di quegli industriali vinicoli per poter alzare il valore alcolico del loro prodotto o per produrre varianti come spumanti e champagne.

Secondo alcuni studiosi il primitivo proviene dallo Zinfandel americano ( California ), esportato e trapiantato dalla Puglia. Poiché  il californiano Zinfandel sembra essere geneticamente identico ad un vitigno originario della Croazia, la genetista Carole Meredith in attività presso la University of California, Davis ha confermato l’origine istriana dello Zinfandel. Sembrerebbe quindi che il primitivo sia stato esportato in California e che dall’America, dove la fillossera aveva fatto la sua prima comparsa, questa malattia della vite era stata introdotta in Europa, in particolar modo nella Francia meridionale a seguito della importazione di barbatelle di viti infette.  Tale importazione era motivata dalla necessità di introdurre alcune varietà più resistenti alle infezioni di ioidio che avevano distrutto i vigneti francesi verso la metà dell’Ottocento. Quella scelta si dimostrò infelice poiché con le ‘ mazze ‘ provenienti dal continente americano giunse in Europa il pericoloso parassita della fillossera, che portò alla distruzione della viticoltura europea. Anche  in Puglia la fillossera fece la sua comparsa nel 1899 e causò la completa distruzione di vigneti in numerosi Comuni a noi viciniori. Uno dei paesi più colpiti fu Santeramo in Colle, come testimonia il passaggio dalla stazione ferroviaria di Gioia dell’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, l’on. Antonio Salandra, che si recava a Santeramo per constatare di persona quella prima invasione fillosserica.

Sembra che per rinnovare gli impianti andati in rovina si ricorse al recupero delle ‘  mazze ‘ originarie di primitivo esportate in America, per reimpiantarle in Puglia.

Del Primitivo di Gioia del Colle hanno parlato con parole di elogio persone competenti , tra cui Garoglio, Bruni, Veronelli, Hugh Johnson.

Il Froio scrisse: Forma la coltura esclusiva di Gioia del Colle e se ne fa vino; da solo è di ottimo gusto e se introdotto in altri luoghi non vi riesce perfetto come a Gioia del Colle.

A proposito del primitivo il poeta Aldo  Morelli così scrive:

E il precoce Primitivo

che ci dà Gioia del Colle

dentro muscoli ribolle

sì che pare argento vivo.

Il Primitivo Gioia del Colle ha ottenuto il riconoscimento DOC con DPR dell’11-5-1987, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 23-10- 1987 n. 248.

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16 giugno 2016

  • Scuola di Politica

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