Riformare la giustizia è sviluppo economico.

I pilastri fondamentali su cui costruire lo sviluppo economico di una società civile sono due: equità fiscale ed osservanza delle regole e dunque una giustizia efficace.

Nel precedente mio articolo pubblicato su questo blog dal titolo “Ipertassati” mi sono soffermato sul primo dei due, individuando nell’attuale inequità del prelievo fiscale esistente in Italia tra il reddito delle famiglie e quello delle imprese, la causa dell’inevitabile “recessione” che già ci coinvolge e che il tiepido processo di “liberalizzazione” avviato in questi ultimi giorni dal governo Monti, non potrà fermare né attenuare.   
In questo, mi soffermo sull’altro pilastro ovvero il carente funzionamento della giustizia, il non rispetto delle regole e della conseguente nascita di regole sbagliate che determinano un alto costo per l’economia italiana e ne impedisce il suo sviluppo.
Prendiamo ad esempio il mondo del lavoro. Nel mondo del lavoro, qualunque nuova regola non funzionerà mai, senza una giustizia veloce. I lavoratori e le imprese oggi sono penalizzati dalla lentezza della giustizia quanto l’osservanza di regole sbagliate.
Se un’impresa vuole licenziare un lavoratore assenteista, prima deve provare che c’è la “giusta causa”. Se il lavoratore può esibire certificati medici anche per patologie senza riscontri oggettivi (per esempio un esaurimento nervoso) diventa difficile, per l’impresa, avere ragione in tribunale. Poi, se perde la causa, con l’art.18 l’impresa deve riassumere il lavoratore dipendente. E se la causa dura 15 anni, l’impresa dovrà pagare 15 anni di stipendi arretrati.
Ma soffrono anche i lavoratori e i precari che hanno pochissime possibilità di farsi valere. Possono subire minacce e ricatti e chi è pagato in nero o meno di quanto dovrebbe ricevere, rischia di avere ragione quando ormai l’azienda ha già chiuso i battenti.
Anche la lotta all’evasione ha bisogno di una giustizia fiscale rapida.
Se qualunque contenzioso può trascinarsi per anni per essere giudicato sui cavilli di una legislazione fiscale intricatissima, fare ricorso conviene sempre.
Esiste anche un legame tra giustizia e liberalizzazioni perché liberalizzare non vuol dire solo più concorrenza, ma significa spesso cambiare le regole e farle rispettare.
Come nel caso delle assicurazioni, dove per ridurre le tariffe non bisogna avere più concorrenza tra le società assicuratrici, ma ridurre le frodi dai “colpi di frusta”, che da noi sono da record mondiale.
Dunque, un cambiamento della giustizia civile italiana avrebbe un ruolo enorme nell’evitare che i costi creati dai furbi si scarichino sul resto dei consumatori (es. gli automobilisti onesti).
Riformare la giustizia quindi non significa solo riformare il “rito”. Occorre riformare l’intera organizzazione del settore della giustizia, incominciando dalla professione dell’avvocato. Questa non può essere “liberalizzata” introducendo l’obbligo dei “preventivi” da esibire al cliente né può essere liberalizzata come ruolo, perché in Italia di avvocati ce ne sono già 4 volte più che in Francia ma incentivando l’associazionismo e riducendo l’ipergarantismo della giustizia italiana, (si può andare in appello per una multa ricevuta per una infrazione al “codice della strada”) che causa l’intasamento dei tribunali da migliaia di piccole cause inutili.
Racconto di seguito una storia realmente accaduta per le opportune riflessioni.
Un mio amico eredita un appartamento da una zia. Valore di mercato: 300 mila euro. Nelle pieghe dell’eredità, scopre che l’Agenzia delle Entrate aveva aperto un contenzioso contro la zia e perso i due ricorsi, in primo grado ed in Appello. Non paga, l’Agenzia delle Entrate era ricorsa in Cassazione contro le due sentenze e la Cassazione conferma le sentenze già emesse quando la zia è già scomparsa. Argomento chiuso? Manco per sogno. L’avvocato difensore dell’Agenzia delle Entrate, chiede all’erede mio amico, 19 mila euro di spese processuali per un ricorso che né la zia né lui avevano fatto e che spetterebbe all’Agenzia delle Entrate pagare avendolo perso. Ma, poiché la sentenza parla di “compensazione delle spese di giudizio” (l’Agenzia delle Entrate non è mai condannata a pagarle), con una di quelle decisioni che sollevano sistematicamente la Pubblica Amministrazione dalle sue responsabilità e ne scaricano i costi sui cittadini, a pagarle dovrebbe essere l’erede al quale non è restato altro che sborsare 19 mila euro.
 
Io mi chiedo, quale effetto positivo si avrà sullo sviluppo economico del nostro Paese con l’aumento del numero dei taxi e delle farmacie se continueremo a mantenere in vita una giustizia fiscale balorda come questa ?
 
Sebastiano Tangorre

Ipertartassati.

Da qualche mese a questa parte il tema dell’evasione fiscale è tornato alla ribalta. A differenza di un tempo, in cui la lotta all’evasione fiscale era una bandiera della sinistra, mentre la destra mostrava una certa indulgenza, oggi il tema dell’evasione fiscale (120 miliardi ogni anno sottratti al fisco) è diventato uno strumento di agitazione politica universale, da sinistra a destra passando anche attraverso la Chiesa che impartisce lezioni di moralità.

Gli evasori sono visti sempre più come la causa di tutti i nostri mali, la loro individuazione, sopratutto se spettacolare, diventa una missione morale e non è distante il pensiero di fare gettito mediante la delazione.

Meno male, verrebbe da dire. Era ora, finalmente ci decidiamo a combattere questa piaga. Quando avremo vinto questa battaglia, l’Italia sarà finalmente un Paese civile e prospero.
Come caccia alle streghe va benissimo, ma se vogliamo rimettere in carreggiata l’Italia, penso che occorre fare un’altro pensiero.
In Italia l’evasione fiscale è un fenomeno a due facce. La prima è quella che fa incazzare i lavoratori dipendenti regolarmente assunti: c’è chi potrebbe benissimo pagare le tasse e non lo fa semplicemente perchè vuole guadagnare di più. Questo tipo di evasione, da mancanza di senso civico, si combatte con due strumenti: più controlli e aliquote fiscali ragionevoli. Se la si combatte solo con più controlli, il risultato è sopratutto un aumento dei prezzi al consumo, come sa chiunque abbia a che fare piccoli artigiani, ristoratori ecc.. Per inciso è il ragionamento che fanno milioni di cittadini di fronte alla domanda: preferisci pagare 100 senza fattura o 140 con fattura ?
 
C’è poi un secondo tipo di evasione fiscale, di sopravvivenza o di autodifesa. E‘ l’evasione di quanti, se facessero interamente il loro dovere fiscale, andrebbero in perdita o dovrebbero lavorare a condizioni così poco remunerative da rendere preferibile chiudere l’attività. In questo caso quel che serve è innanzitutto una drastica riduzione delle aliquote che gravano sui produttori, altrimenti il risultato della lotta all’evasione è semplicemente la distruzione sistematica di posti di lavoro, che peraltro si sta già verificando: le regioni in cui Equitalia ha ottenuto i maggiori successi sono le stesse in cui ci sono stati più fallimenti (vedi vicende della Sardegna).
Per cui l’idea di risolvere i nostri problemi economici intensificando la lotta all’evasione fiscale è una misera idea. Quello di far pagare gli evasori è solo il sogno degli onesti, ma purtroppo è l’ultima zattera di uno Stato gestito nell’ultimo ventennio da un ceto politico che non sapendo più che pesci pigliare cerca di salvare se stesso e sfuggire alle proprie responsabilità. Incapaci di varare le promesse più volte ripetute, inadatti nel prendere decisioni importanti, irresoluti a tutto, hanno trovato nell’evasore fiscale il capro espiatorio con il quale distrarre l’opinione pubblica. 
 
E’ un grande inganno. Se la lotta all’evasione viene condotta unicamente per aumentare le entrate, è inevitabile che essa produca effetti recessivi: disoccupazione, aumenti di prezzo, contrazione dei consumi. E inoltre non è certo che l’obiettivo di far cassa venga raggiunto, non è detto che il gettito che si recupera grazie a nuove regole e più controlli superi il gettito che si perde a causa dei fallimenti e dei passaggi all’economia sommersa. Tanto più in un periodo come questo, in cui è già in corso una drammatica riduzione della base produttiva.
Se però ogni euro recuperato dall’evasione fiscale fosse destinato, per legge, a rendere meno difficile la vita a lavoratori ed imprese, allora otterremmo almeno due risultati, uno economico e uno morale. Il risultato economico è che, poco per volta, i produttori di ricchezza che le tasse le pagano potrebbero finalmente rialzare la testa, consentendo all’Italia di tornare a crescere. Il secondo è che, con aliquote sempre più ragionevoli, l’evasione fiscale non solo diventerebbe meno conveniente, ma perderebbe ogni giustificazione morale.
 
Sebastiano Tangorre

La S.M. Carano visita la tomba di Don Peppe Diana.

Domenica 4 dicembre noi alunni delle classi terze della scuola “E. Carano” ci siamo recati in alcuni paesi della Campania per “toccare con mano” quelle che sono le conseguenze della Camorra, nell’ambito del nostro progetto PON C3 sulla Legalità nel mondo del lavoro.
 
La prima tappa è stata il cimitero di Casal di Principe, in provincia di Caserta, dove ci siamo recati sulla tomba di Don Peppe Diana, prete assassinato sull’altare da camorristi casalesi per aver denunciato pubblicamente i loro atti illegali, durante l’omelia intitolata “In nome del mio popolo non tacerò”.
 
Da quel momento è sorta l’associazione “Comitato di Don Peppe Diana”, che si occupa di continuare la sua opera contro la Camorra.
Appena usciti dal cimitero, siamo andati a visitare uno dei beni confiscati al boss mafioso Giuseppe Setola, soprannominato “’o’ cecato” e condannato a ventinove anni di carcere; una casa in cui, attualmente, alloggiano ragazzi diversamente abili ed ex tossico-dipendenti in fase di riabilitazione che non hanno un tetto su cui contare. Un fatto importante: mentre i muri delle case vicine erano alte più di tre metri e con recinzioni metalliche e portoni enormi di ferro, questa struttura era completamente aperta e una scritta su tutte: Buchiamo i muri e liberiamo le idee”.
 
Lì delle guide che fanno parte dei progetti di volontariato, ci hanno raccontato che in estate l’associazione “Libera contro le mafie” contribuisce all’iniziativa “eState liberi”, che consiste nella scelta volontaria di ragazzi dai sedici anni in poi, di rinunciare ad una vacanza della durata di una settimana per contribuire alla ristrutturazione dei beni confiscati.
 
Per il pranzo, siamo stati ospitati a San Cipriano d’Aversa dall’associazione “Nuova Cucina Organizzata” (N.C.O) che prende il nome dall’ex “Nuova Camorra Organizzata” e che utilizza prodotti locali provenienti dalle terre un tempo di proprietà dei camorristi.
 
Subito dopo pranzo siamo andati a visitare un bene confiscato ad Assunta Maresca (detta Pupetta), vedova di Simonetti Francesco Pasquale (detto Pascalone E’ Nola), situato a Castelvolturno e al momento adibito a sartoria sociale, nella quale quattro sarti extra-comunitari e con forti problemi sociali, insieme a donne fortemente disagiate, imparano a confezionare abiti e organizzano sfilate di moda utilizzando soprattutto stoffe provenienti dall’Africa.
 
Recentemente è stato concretizzato il progetto “Facciamo un Pacco alla camorra” che consiste nella fabbricazione di prodotti da destinare alla vendita in una borsa confezionata dalla sartoria sociale e il cui ricavo andrà ai più bisognosi.
All’interno della sartoria abbiamo avuto il piacere di conoscere Pat, una ragazza simpatica che fa parte del gruppo dei sarti. Ci ha raccontato di avere tanta voglia di lavorare, soprattutto per assicurare alla figlia di pochi mesi la vita agiata e felice che meriterebbe.
Durante il ritorno con il pullman abbiamo riflettuto su quanto la vita possa essere difficile e su quanto dovremmo impegnarci per promettere a tutti una realtà spensierata quanto la nostra.
 
Nicla Galante e Paola Palmisano.

Socialismo e antifascismo a Gioia del Colle. (Nicola Capozzi)

Le lotte del movimento bracciantile, l’antifascismo, le delusioni e le speranze della Puglia nelle contraddizioni del Novecento: le vicende biografiche di Vito Nicola Capozzi (1889-1976), antifascista gioiese e personalità di rilievo del socialismo pugliese, ci consentono di riflettere su alcuni passaggi nodali che emergono dall’intreccio che lega la storia locale agli avvenimenti della “grande storia”.
 
Alle nuove generazioni si può dire che Capozzi ha saputo interpretare e dare voce alle esigenze di un’Italia povera e dimenticata ed ha combattuto la sua lotta contro il fascismo e per la giustizia sociale, pagandone di persona le conseguenze più dolorose. In un momento storico in cui chi alza la voce sembra farlo solo per perseguire interessi personali, la figura di Nicola Capozzi ci ricorda che sono gli ideali di giustizia e solidarietà sociale a dare senso e significato alla storia di una comunità.
 
 
Nelle edicole di
Bari: librerie Feltrinelli, Laterza, Roma, La Goliardica, Egafnet
Gioia del Colle: librerie Minerva, Arcadia, Aretusa, Librelulla, Agorà, Pegaso, Curione, Carmen; edicole Dafne, Eureka, Il Giocattolaio
Sammichele di Bari: Suma editore, cartoleria Fortunato, Casa In
Noci: libreria Trisolini

 

  

Crisi economica, povertà e miseria.

Lo hanno sottolineato in molti, senza essere tuttavia ascoltati: la profonda crisi economica di questi anni avrebbe potuto favorire ed in verità lo potrebbe ancora, una seria e rigorosa riflessione sulla natura stessa dell’economia e sul contenuto di alcuni concetti di fondo, come ad esempio quelli di “ricchezza” e di “povertà”.
 
Si è preferito invece scegliere altre strade, insistendo in particolare solo sulla necessità di rilanciare i consumi per salvaguardare un sistema che si continua a considerare senza alternative.
 
In Italia, poi, ci si è accontentati di denunciare i costi dei pranzi dei parlamentari per provare il brivido della “lotta contro gli sprechi e dimostrarsi a favore della povera gente”. Diciamoci la verità, sono cose  che possono tutto al più incrementare le vendite di qualche libro, perché questa crisi bisognerebbe invece tentare di comprenderla, se non proprio di risolverla con ben altro coraggio e ben altre intelligenze.
 
Tra i concetti che a tale riguardo meriterebbero un approfondimento vi sono quelli già citati di “ricchezza” e di “povertà”. La questione è semplice da formulare ma estremamente complessa da affrontare:  che cosa fa di un uomo un essere “ricco” o “povero” ? Secondo quale criterio noi percepiamo e definiamo un uomo come “ricco” o come “povero” ?
 
E’ necessario quindi svolgere, oggi più di ieri, una riflessione attorno a un concetto, quello di povertà, che si tende spesso a relegare a oggetto di interesse solo di alcune “buone persone”.
 
Com’è ovvio, se ne fa esperienza tutti i giorni, l’uomo comune, il povero, l’umile, colui che non ha alcun tratto del cosiddetto “uomo di successo” , può senz’altro essere un uomo felice, realizzato, in pace con se stesso e con gli altri. E’ lui stesso l’artefice di un’arte di vivere ricca e piena di soddisfazioni.
 
Questa idea di povertà connessa ad uno stato e non a un possesso, come propria di un certo modo di essere e di vivere  e non come relativa al possesso o meno di oggetti, è una delle costanti della tradizione umanistica di cui Seneca, ad esempio, è certamente uno dei padri nobili: “la povertà, se è bene accolta, non è più povertà. E’ povero non chi possiede poco, ma chi brama di avere di più.
 
Accanto a questa concezione della povertà, che coincide anche con una certa idea di ricchezza (ciò che basta non è mai poco), c’è un’altra, quella moderna,  che ha poi finito per imporsi: povero sarebbe colui che manca di qualcosa, che non possiede determinate cose e oggetti. Il povero è un essere caratterizzato da ciò che non ha piuttosto che da ciò che è.
 
Questa certezza economica moderna è quella che alimenta il consumismo di cui la parola d’ordine è la seguente: bisogna vendere tutto, bisogna vendere tutto a tutti, ma soprattutto tutti devono consumare. Per cui “il povero” è identificato sulla base delle sue presunte carenze piuttosto che delle sue capacità.
 
Oggi l’economia va male, bisogna aiutare l’economia e per far questo è necessario consumare di più, bisogna trovare il modo di incrementare a ogni costo i consumi. E come fare?
 
Seguendo la logica del “consumismo”, occorre cerare di incrementare la domanda ovvero di inculcare nelle coscienze il bisogno di consumare, creare i cosiddetti “bisogni indotti”.
 
La creazione di quelli che giustamente sono stati definiti “bisogni indotti” avviene secondo due momenti strettamente connessi tra loro: innanzitutto bisogna rendere molto appetibile, fino a farlo percepire come necessario, il bene da consumare (è questa l’opera che vede impegnata tutta la pubblicità e gran parte del sistema dell’informazione); contemporaneamente bisogna anche indurre l’idea che chi con possiede quel determinato bene è in qualche modo un fallito, un mancante, insomma un miserabile.
 
Si tratta, in altre parole di convincere il soggetto consumatore che il mancato possesso e consumo di quel determinato bene (povertà) ha lo statuto di una vera e propria colpa (miseria). La qualificazione dl mancato possesso di un bene come “miseria” è funzionale alla creazione di quel senso di colpa che è il grande strumento attraverso il quale si riesce a trasformare il consumo in una sorta di dovere morale.
 
La povertà è quindi percepita da tutti come miseria.
 
E’ doveroso tuttavia chiedersi:  il mancato possesso di qualche cosa può essere realisticamente interpretato come il sintomo di una possibile “miseria” ?
 
Io penso, non da romantico sognatore o adolescente impegnato nel volontariato ma semplicemente da uomo, che l’esperienza della vita quotidiana mostra come la vera ricchezza sia quella formata soprattutto da affetti, legami, amicizie, tradizioni, fedi, in fondo tutte non cose che non si inventano da un giorno all’altro e che non si possono acquistare in un centro commerciale.
 
Sebastiano Tangorre

STOP ALL’INDIFFERENZA.

Domenica 20 novembre, in Piazza Plebiscito alle ore 19.30, l’Associazione Obiettivo Gioia invita tutti i cittadini gioiesi a partecipare ad un Sit-In/Dibattito sul tema “Individualismo vs Bene Comune” con la partecipazione di Frà Ettore Marangi.
 
Scendere in Piazza per dimostrare di essere cittadini consapevoli, vigili e desiderosi di occuparsi del proprio futuro, parlandone insieme.
Vi aspettiamo numerosi.

Il nuovo libro di Raniero La Valle: quel nostro Novecento.

5 novembre 2011 Autore: Sebastiano Tangorre  
Categorie: Acculturi@moci, Primo Piano

Racconto e glosse su fatti e figure del Novecento
 
«Oggi, passato più di un decennio dall’inizio del nuovo Millennio, siamo preoccupati per i giovani e per i figli dei loro figli che vivranno in questo secolo. Quello che possiamo fare è trasmettere loro gli attrezzi e le speranze che noi abbiamo avuto nel Novecento, sapendo però che saranno loro a decidere cosa farne, e anche come dotarsi di attrezzi nuovi. Ogni generazione ha le sue vie. Non si tratta perciò di lasciare ai nostri figli degli altarini alla Costituzione, al Concilio e alla contestazione, ma di dire il senso che queste cose hanno avuto per noi. E forse, riecheggiando una vecchia parola, potremmo dirlo così: queste sono le tre cose che rimangono: il diritto, la fede la libertà; ma di tutte più grande è l’amore».
 
Un percorso politico, un percorso di vita: Raniero La Valle ripercorre qui le tappe fondamentali della sua vita – dalla nascita sotto il fascismo alla democrazia, dalla direzione del giornale più autorevole della comunità ecclesiale italiana alla battaglia dei «cattolici del no» per il divorzio, dall’elezione come parlamentare della Sinistra Indipendente alle leggi sull’aborto e sull’obiezione di coscienza, dalle lotte per la difesa della Costituzione all'impegno per il rinnovamento della Chiesa – che hanno incrociato le grandi vicende della storia politica dell’Italia, e anche dell’Europa e del mondo. Continua la Lettura

Cantieri aperti su: Welfare e Federalismo dopo la crisi.

L’associazione “Centro Studi Erasmo onlus” in collaborazione con l’associazione “Cercasi un fine”, dopo aver concluso il percorso triennale previsto dalle Scuole di formazione socio-politica,presenta un nuovo corso sperimentale che vuole affrontare temi di grande attualità: il federalismo, la crisi economica e le conseguenze sullo stato sociale. Sono stati individuati alcuni “Cantieri”attraverso i quali approfondire le questioni ancora aperte su queste grandi tematiche. Il nuovo percorso formativo si pone l’obiettivo di fornire non solo le basi teoriche per comprendere questi fenomeni, ma attraverso simulazioni, esercitazioni e letture collettive farne comprendere gli aspetti più pratici e diretti sulla società.
In Italia si parla da anni di federalismo, ma forse senza capirne a pieno il vero significato e dunque a dieci anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione, che ha ridisegnato i rapporti tra enti locali e stato centrale, occorre fare chiarezza su che cosa sia davvero cambiato per i cittadini al di là di ogni posizione politica. Ecco perché il corso vuole offrire una formazione completa, spiegando anzitutto quali siano le caratteristiche della vera forma di Stato Federale, cosa ha comportato la riforma costituzionale e quali siano i contenuti della legge delega n. 42/2009 e dei successivi decreti delegati.
Gli incontri sono previsti una volta al mese, di sabato pomeriggio, presso la Biblioteca Comunale di Gioia del Colle.
 

LEGGI LE NOTE ORGANIZZATIVE

 

Un passo avanti? Quattro passi indietro.

11 ottobre 2011 Autore: Sebastiano Tangorre  
Categorie: Politica & Società, Primo Piano

Sono sempre più le Pubbliche Amministrazioni , che vietano ai propri dipendenti, l’utilizzo di Internet o social network come Facebook durante il lavoro.  
Gli Amministratori ed alti dirigenti, dimostrano così l’incapacità di gestire la meritocrazia dei propri dipendenti con mezzi e tecniche di valutazione moderne.
Il divieto manifesta appunto l’incapacità, di gestire il personale dipendente e la loro produttività. E’ noto a tutti, infatti, che nella Pubblica Amministrazione sempre più raramente nella valutazione professionale si applica il principio della meritocrazia anzi, con la complicità di parte dei sindacati,  la cosiddetta produttività è distribuita come si suol dire “a pioggia”.
Mi chiedo quale differenza c’è  tra chi svolge la pausa di lavoro per fumare una sigaretta e chi impiega quel tempo per collegarsi a Facebook ?
Perché la prima è consentita e l’altra no? In effetti, a pensarci bene  c’è una grossa differenza tra la prima e la seconda. La prima è dannosa per l’uomo, la seconda relaziona ed accultura l’uomo.
Da ciò si evince che molti alti dirigenti ed amministratori della Pubblica Amministrazione sono esperti in danni e posseggono poca cultura.

Seconda serata della Festa regionale democratica dell’agricoltura.

NEL 2010 OLTRE IL 40% DEI PRODOTTI PUGLIESI ESPORTATI. MA IL MARCHIO PUGLIA NON SI REGALA ALLA GRANDE DISTRIBUZIONE SE NON AIUTA IL SETTORE AGRICOLO.
 GIOIA DEL COLLE – Seconda serata della Festa regionale democratica dell’agricoltura, organizzata dal Partito Democratico. A via Roma, a Gioia del Colle, l’Assessore regionale all’agricoltura Dario Stefano. Tanti ospiti in questa serata, tanta gente come uditorio e soprattutto, in prima fila, l’On. Enzo Lavarra (domani è previsto il suo intervento). Modera il tavolo del dibattito “L’agricoltura in Puglia” il giornalista di AntennaSud Gianvito Cafaro. Il primo intervento è di Matteo Antonicelli, Presidente GAL Barsento, il quale ritiene che l’esperienza aggregativa delle imprese agricole in Puglia sia buona ma non in tutti i settori, ad esempio tanta esperienza nei progetti di agriturismi ma non nelle nascite di masserie didattiche (o sociali)e pensa che sia un problema di mancanza di ‘appeal’ oltre che di crisi: 980 aziende pugliesi che si occupano di prodotti caseari ma negli ultimi tempi più del venti percento hanno chiuso i battenti. Oltre il settore caseario si parla anche del settore zootecnico, ci si domanda se può diversificare le sue attività per crescere. Francesco Mastrangelo, Presidente Consorzio primitivo di Gioia del Colle, si sofferma sulla burocrazia, una macchina che aumenta i problemi per gli agricoltori, soprattutto quando il passaggio delle carte passa da un ente ad un altro (ultimamente per il settore vinicolo, tenendo conto che la stagione della vendemmia è iniziata). Gennaro Sicolo, Presidente nazionale CNO, ringrazia il PD per aver organizzato una manifestazione che si occupa di agricoltura a 360°,poiché accade sempre meno e sempre meno sono gli spazi di discussione. Sofferma il suo intervento sulla differenza tra gli stati europei in interventi a sostegno dell’agricoltura: solo un esempio, la Spagna investe oltre 40milioni di euro, l’Italia (e soprattutto la Puglia) molto meno. Incalza le sue richieste dicendo all’Ass. Stefano che “se ci abbassano i soldi per gli investimenti noi ci ribelliamo, facciamo battaglia”. In particolare Sicolo riporta l’esempio dell’olio extravergine di oliva, un prodotto sempre più rivolto ai mercati del sottocosto, a causa di mancanza di controlli e di rintracciabilità dei prodotti, “e ciò non è più tollerabile”, conclude. Fabrizio Rossi, imprenditore, parla dei prodotti biologici e dell’agricoltura sostenibile ponendoli come settori in crescita ma diventati quasi un luogo comune a causa di mancanza di assistenza tecnica in settori apparentemente ‘controllati’. Non bastano i finanziamenti ma occorre seguire il settore e gli imprenditori, collaborare tutti per un mercato economico responsabile. Vito Moretti, produttore di uva da tavola, vuole porre l’attenzione sulla qualità dei prodotti agricoli e sul sapore dell’uva, delle pesche, delle albicocche… insomma, si tutto ciò che è sulla nostra tavola. Non dipende solo dai pesticidi, la mancanza di sapore (quante volte lo diciamo?) dei frutti che mangiamo ma anche dall’agricoltore che non sa fare il suo mestiere: molti si affacciano al settore agricolo ma pochi sono i veri agricoli, coloro che conoscono il mestiere. Non solo l’uva da tavola ma anche il grano, altro settore in crisi, che fa parte della nostra agricoltura seppure non lo ricordiamo spesso: pasta, pane, taralli, biscotti… altri prodotti immancabili sulla tavola dei pugliesi. Inoltre, incalza Moretti, quanti sono i giovani agricoltori pugliesi come generazione di ricambio dei ‘vecchi’ agricoltori? I dati statistici ci raccontano di terre pugliesi coltivate da over sessantenni mentre pochissimi sono gli under trenta. Questo è un altro tema di attualità. L’assessore Stefano dopo aver ascoltato tutti gli interventi dei presenti sul palco risponde e inizia col dire che la Puglia ha lavorato per una controtendenza culturale. Una Puglia che investe sui giovani agricoltori (i bandi sono stati snelliti nelle procedure proprio per aumentare la richiesta da parte delle giovani generazioni) e con un punto di assistenza tecnica stabile. Non è vero, ricorda Stefano, che i giovani pugliesi non sono interessati al settore agricolo poiché i dati degli atenei pugliesi dicono ben altro sugli iscritti alle facoltà agrarie. L’investimento della Regione Puglia è rivolto, da tempo, al recupero di un cinquantennio di storia che ha trascurato l’agricoltura per trovare lavoro nelle industrie siderurgiche o trovare fortuna altrove. Terre anche abbandonate. Ma la Puglia è sulla buona strada: con i TIF, sulla multifunzionalità del settore, con i programmi integrati di filiera, di protezione del marchio Puglia negato alla grande distribuzione contraffatta. Tutto questo nonostante le politiche nazionali del Governo Berlusconi (“e non lo dico solo perché sono alla Festa regionale democratica o vicino al partito democratico”, precisa Stefano) che ha tagliato, con il Ministro Tremonti, i fondi destinati all’agricoltura (soprattutto cancellato il DPCM Risorse agricole).Per concludere, la Puglia deve recuperare l’identità agricola ai suoi cittadini per conservare un patrimonio rurale e paesaggistico straordinario, e la Regione Puglia è sulla buona strada.   
 
Domani si parlerà della nuova PAC a farlo saranno il parlamentare europeo Paolo De Castro, l’on. Enzo Lavarra (responsabile nazionale Forum agricoltura Pd), l’on. Giusy Servodio e Giuseppe Brillante della Coldiretti. Mentre a Piazza Luca D’Andrano si parlerà di ricerca e divulgazione e nuove idee in agricoltura.   
Gioia del Colle, 9 settembre 2011
 
Ufficio Comunicazione Pd
Piazza Cesare Battisti, 18
70023 Gioia del Colle (BA)
E-mail pdgioia@libero.it

Mastrovito si oppone alla smidollata amministrazione Longo.

Cari amici,
con grande amarezza allego la lettera aperta inviata al Sindaco con la quale motivo le ragioni del mio abbandono della maggioranza di governo della città.
Cordiali saluti.
 
Mauro Mastrovito – Consigliere comunale
 

IL TESTO DELLA LETTERA

La lenta agonia del Referendum.

11 giugno 2011 Autore: Sebastiano Tangorre  
Categorie: Politica & Società, Primo Piano

Ho sempre creduto nel valore della nostra democrazia parlamentare che mi permette di delegare ad un individuo (il parlamentare) da me scelto (negli ultimi anni purtroppo questo non è più vero e sarebbe il caso di adoperarsi nel ripristino della preferenza) il potere di legiferare anche in nome e per conto mio. Per questo, ho sempre ritenuto i referendum popolari, svolti in una nazione con democrazia parlamentare,  il mezzo insostituibile attraverso il quale i  cittadini possono esprimere il proprio voto sull’abrogazione di leggi che toccano la coscienza dell’individuo (divorzio, aborto, eutanasia ecc..), che, com’è noto, sprigiona convinzioni assolutamente non delegabili.   Utilizzare perciò l’occasione referendaria,  al di fuori di questo ambito e ancor più per svolgere un’azione politica che, in quest’ultimo decennio si è contraddistinta più per battaglie “CONTRO” qualcuno che “PER” difendere i diritti di qualcuno, delegittima e mortifica il valore del referendum popolare, diffondendo tra i cittadini la convinzione della sua inutilità. E’ proprio questo aspetto, che a mio avviso ci deve preoccupare. Il referendum, a mio avviso, non può essere il binario sul quale far circolare l’azione politica dei partiti; l’occasione per consegnare ai cittadini la responsabilità di decidere su argomenti sui quali, quasi sempre, occorre avere una buona dose di conoscenza specifica. Il referendum non può essere lo strumento attraverso il quale chiedere di scegliere soluzioni a problemi che non sono gli stessi che i cittadini quotidianamente affrontano e purtroppo con armi spuntate. Perché addossare al cittadino la responsabilità di esprimersi sul legittimo impedimento, sull’acqua e sul nucleare, tutti temi che potrebbero essere disciplinati attraverso norme formulate e condivise da parlamentari che responsabilmente dovrebbero assumere comportamenti da “buoni padri di famiglia”. Insomma, se provassimo a chiedere ad uno dei tanti cittadini che hanno perso il lavoro e che da dieci anni hanno in essere una  causa di lavoro per il riconoscimento del danno economico subito, per aver lavorato senza contributi e malpagato, e per vivere si arrangia con lavori saltuari cosa ne pensa del legittimo impedimento  e se questo per lui è il “problema “ della sua vita. Ci risponderebbe dicendoci  che le ingiustizie che la “Giustizia” gli ha provocato con i suoi tempi biblici sono il suo problema.  
C’è confusione sull’utilizzo dello strumento referendario.  C’è la volontà di strumentalizzarlo,  personalizzarlo a proprio uso e consumo per poi demolirlo  confinandolo in soffitta in quanto strumento inutile che la gente non gradisce.
E' il caso che i referendari convinti (quei partiti, associazioni, movimenti politici che mettono facilmente al centro della propria azione politica l’istituzione referendaria, in quanto ritenuto da essi stessi massimo livello di democrazia) cominciassero a riflettere sull'uso consapevole e coscenzioso che occorre fare del referendum prima che sia troppo tardi.
 
Sebastiano Tangorre

L’indissolubilità del rapporto tra etica e politica.

3 giugno 2011 Autore: Sebastiano Tangorre  
Categorie: Politica & Società, Primo Piano

In questi anni difficili e tormentati dalla cosiddetta Seconda Repubblica si è andata sempre più affermando una’opinione alquanto bizzarra: vita privata e vita pubblica sono totalmente separate e indipendenti.
Da ciò si fanno derivare due postulati; ogni cittadino è libero di fare nella sua vita privata quello che vuole; l’impegno pubblico di ogni cittadino va considerato solo ed esclusivamente in relazione alla produttività del suo operato.
Questa opinione non è rivendicata tanto dalla gente comune, che per lo più stabilisce un rapporto di continuità fra la sua vita privata e la sua vita pubblica, quanto da tanti attori della politica, i quali sono fermamente convinti di avere diritto persino ad una vita di sfrenati piaceri, che può arrivare ad offendere il pubblico decoro, e contestualmente di poter amministrare e governare in modo virtuoso. Insomma, per tutti questi signori la politica non avrebbe niente in comune con l’etica, per cui a loro sarebbero consentiti comportamenti licenziosi che non invaliderebbero il giudizio sulla loro affidabilità politica.
Naturalmente, il livello del privilegio o della licenziosità è direttamente proporzionato alla potenza di un politico.
E così la cronaca in questi anni ci ha offerto con dovizia i privilegi e le infinite licenziosità di varia natura, di vario grado e di vario schieramento degli attori della politica nostrana: c’è quello che abita con un canone di affitto assai vantaggioso in una casa romana di un ente statale; c’è l’onorevole buon padre di famiglia, fuori Roma, che in una suite di albergo di Via Veneto in Roma impasta la sua notte romana con cocaina e due prostitute (allora non si chiamavano ancora escort), una delle quali finisce in stato confusionale in ospedale; c’è il governatore che si lascia sorprendere con i pantaloni abbassati nella casa di un trans, diventando così facile preda di un complotto, ordito contro di lui da alcuni carabinieri che lo ricattano; non manca il Presidente della Camera che da segretario di partito lascia che la casa di Montecarlo sia venduta ad un prezzo di favore e poi abitata da un suo cognato; e poi c’è “Lui”, il più “virtuoso” di tutti, un vecchio nonno di 74 anni, che non solo si circonda di giovani donne minorenni, che potrebbero essere sue nipotine, ma se ne vanta, dichiarando che a lui “piacciono le donne”.
La separazione fra comportamento etico e comportamento politico e fra vita privata e vita pubblica è rivendicata da tutti: quelli del centrodestra hanno più volte condannato con veemenza  quanti spiano dal buco della serratura; quelli del centrosinistra hanno sempre solennemente dichiarato che non hanno mai spiato dal buco della serratura; persino alti prelati, come mons. Rino Fisichella, mostrano comprensione per la separazione fra etica e politica, dichiarando, ad esempio, che una bestemmia-barzelletta detta da “Lui” vada “contestualizzata”, per cui non è sempre vero che nominando “il nome di Dio invano” si commetta peccato.
“Bisogna sempre in questi momenti contestualizzare le cose”, ha predicato ai fedeli mons. Fisichella, piegandosi, così, a quel relativismo etico che le numerose encicliche dell’attuale Papa presentano come il male dei mali del nostro tempo. Ma forse mons. Fisichella contestualizzava la bestemmia-barzelletta con la eccezionale politica di favore verso la Chiesa realizzata dall’attuale Governo, e per di più, all’interno di una situazione economica assai critica: esenzione IRES (50%) ed ICI (100%) sui beni ecclesiastici adibiti ad attività di impresa, che, provocando ogni anno un mancato introito di 2 MLD e 200 MLN di euro per lo Stato Italiano., ha determinato da parte della UE l’avvio contro l’Italia della procedura di infrazione alla legislazione fiscale comunitaria. 
Neppure la DC, negli ultimi anni del suo massimo potere, si era mai sognata di fare tanto.
A giustificazione della separazione, nella vita di una persona, fra azione etica e azione politica, molti invocano l’autorità di Macchiavelli, che, com’è noto, fondò la politica come scienza umana. A riguardo Macchiavelli, pur distinguendo la sfera della politica da quella dell’etica, ritiene che il principe debba sempre tendere alla virtù.
Virtù politica per quanto attiene alla sua azione di governo e virtù etica per quanto attiene alla vita privata.
E’ il caso di citare inoltre Benedetto Croce, massimo teorico del liberismo italiano, al quale diverse forze politiche dicono di ispirarsi. E’ lui che stabilisce un rapporto di continuità fra la politica e l’etica, perché la prima avendo come fine il perseguimento del bene comune è condizione della seconda; infatti non sarebbe possibile l’azione morale dell’individuo se all’interno di una comunità non ci fossero il diritto e lo Stato, di cui si occupa la politica.
Purtroppo concetti come questi non sono presenti nella politica e direi anche nella società italiana che rappresenta una reale anomalia all’interno dei Paesi occidentali.
Da cosa deriva questa anomalia tutta italiana? Dalla specificità della nostra Storia? Dal fatto che lo Stato italiano avendo solo 150 anni è assai più giovane di altri Stati occidentali? O come dicono alcuni autorevoli storici inglesi, per causa della scarsa influenza che ha avuto in Italia l’etica protestante, e in particolare quella calvinista, che com’è noto, stabilisce un rapporto di continuità e di coerenza di principi morali fra vita privata ed impegno pubblico, tanto da interpretare il successo ottenuto da una persona nella vita pubblica, in coerenza con i principi del Vangelo, come segno tangibile della sua predestinazione alla salvezza eterna?
Non è facile rispondere a questi interrogativi, mentre risultano del tutto evidenti le nefaste conseguenze della separazione fra etica e politica che è la principale causa di sciagure per la stessa politica.
Fra le sciagure determinate da questa separazione, forse la più nefasta è l’impossibilità (incapacità) per una comunità di poter selezionare una reale classe dirigente. Infatti, se per classe dirigente si intende quell’insieme di persone che con l’azione politica riescono ad assicurare ad una comunità le migliori condizioni di vita in un dato momento, come sarebbe possibile perseguire un tale obiettivo senza una buona dose di altruismo, che costituisce il fondamento di ogni etica?
Quello della mancanza di una reale classe dirigente è il problema dei problemi soprattutto nei nostri Comuni del Sud Italia, che pertanto, pur disponendo di risorse, non riescono ad avere amministrazioni capaci di promuovere serie ed efficaci programmazioni di sviluppo economico e sociale equo e solidale.
Riscoprire e praticare il rapporto fra etica e politica a partire dal voto del singolo cittadino, può rivelarsi oggi un atto realmente “rivoluzionario” che potrebbe modificare la storia delle nostre comunità.
Mi chiedo quindi se i tanto sperati successi elettorali delle appena passate elezioni amministrative possono essere interpretati come primo passo verso la presa di coscienza, da parte del cittadino italiano, dell’indissolubilità del rapporto tra etica e politica.
 
Spero di trovare la risposta giusta nei prossimi mesi.
 
Sebastiano Tangorre

Beatificazione di PAPA GIOVANNI PAOLO II.

30 aprile 2011 Autore: Sebastiano Tangorre  
Categorie: Politica & Società, Primo Piano

Ricordiamo PAPA GIOVANNI PAOLO II in occasione della Sua Beatificazione con una delle sue più belle lettere,
LETTERA DEL PAPA GIOVANNI PAOLO II ALLE DONNE
 
 A voi, donne del mondo intero, il mio saluto più cordiale!
 
1. A ciascuna di voi e a tutte le donne del mondo indirizzo questa lettera nel segno della condivisione e della gratitudine, mentre si avvicina la IV Conferenza Mondiale sulla Donna, che si terrà a Pechino nel prossimo mese di settembre.
Desidero innanzitutto esprimere il mio vivo apprezzamento all'Organizzazione delle Nazioni Unite, che ha promosso una iniziativa di così grande rilievo. Anche la Chiesa intende offrire il suo contributo a difesa della dignità, del ruolo e dei diritti delle donne, non solo attraverso lo specifico apporto della Delegazione ufficiale della Santa Sede ai lavori di Pechino, ma anche parlando direttamente al cuore e alla mente di tutte le donne. Recentemente, in occasione della visita che la Signora Gertrude Mongella, Segretaria Generale della Conferenza, mi ha fatto proprio in vista di tale importante incontro, ho voluto consegnarle un messaggionel quale sono raccolti alcuni punti fondamentali dell'insegnamento della Chiesa in proposito. È un messaggio che, al di là della specifica circostanza che lo ha ispirato, si apre alla prospettiva più generale della realtà e dei problemi delle donne nel loro insieme, ponendosi al servizio della loro causa nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. Per questo ho disposto che fosse trasmesso a tutte le Conferenze Episcopali, per assicurarne la massima diffusione.
Rifacendomi a quanto scrivevo in tale documento, vorrei ora rivolgermi direttamente ad ogni donna, per riflettere con lei sui problemi e le prospettive della condizione femminile nel nostro tempo, soffermandomi in particolare sul tema essenziale della dignità e dei diritti delle donne, considerati alla luce della Parola di Dio.
Il punto di partenza di questo ideale dialogo non può che essere il grazie. La Chiesa – scrivevo nella Lettera apostolica Mulieris dignitatem « desidera ringraziare la santissima Trinità per il "mistero della donna", e, per ogni donna, per ciò che costituisce l'eterna misura della sua dignità femminile, per le "grandi opere di Dio" che nella storia delle generazioni umane si sono compiute in lei e per mezzo di lei » (n. 31).
 
2. Il grazie al Signore per il suo disegno sulla vocazione e la missione della donna nel mondo, diventa anche un concreto e diretto grazie alle donne, a ciascuna donna, per ciò che essa rappresenta nella vita dell'umanità.
Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell'essere umano nella gioia e nel travaglio di un'esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita.
Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabilmente il tuo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita.
Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza.
Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l'indispensabile contributo che dai all'elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del « mistero », alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità.
Grazie a te, donna-consacrata, che sull'esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo, Verbo incarnato, ti apri con docilità e fedeltà all'amore di Dio, aiutando la Chiesa e l'intera umanità a vivere nei confronti di Dio una risposta « sponsale », che esprime meravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilire con la sua creatura.
Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna!Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.
 
3. Ma il grazie non basta, lo so. Siamo purtroppo eredi di una storia di enormi condizionamenti che, in tutti i tempi e in ogni latitudine, hanno reso difficile il cammino della donna, misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in servitù. Ciò le ha impedito di essere fino in fondo se stessa, e ha impoverito l'intera umanità di autentiche ricchezze spirituali. Non sarebbe certamente facile additare precise responsabilità, considerando la forza delle sedimentazioni culturali che, lungo i secoli, hanno plasmato mentalità e istituzioni. Ma se in questo non sono mancate, specie in determinati contesti storici, responsabilità oggettive anche in non pochi figli della Chiesa, me ne dispiaccio sinceramente. Tale rammarico si traduca per tutta la Chiesa in un impegno di rinnovata fedeltà all'ispirazione evangelica, che proprio sul tema della liberazione delle donne da ogni forma di sopruso e di dominio, ha un messaggio di perenne attualità, sgorgante dall'atteggiamento stesso di Cristo. Egli, superando i canoni vigenti nella cultura del suo tempo, ebbe nei confronti delle donne un atteggiamento di apertura, di rispetto, di accoglienza, di tenerezza. Onorava così nella donna la dignità che essa ha da sempre nel progetto e nell'amore di Dio. Guardando a Lui, sullo scorcio di questo secondo millennio, viene spontaneo di chiederci: quanto del suo messaggio è stato recepito e attuato?
Sì, è l'ora di guardare con il coraggio della memoria e il franco riconoscimento delle responsabilità alla lunga storia dell'umanità, a cui le donne hanno dato un contributo non inferiore a quello degli uomini, e il più delle volte in condizioni ben più disagiate. Penso, in particolare, alle donne che hanno amato la cultura e l'arte e vi si sono dedicate partendo da condizioni di svantaggio, escluse spesso da un'educazione paritaria, esposte alla sottovalutazione, al misconoscimento ed anche all'espropriazione del loro apporto intellettuale. Della molteplice opera delle donne nella storia, purtroppo, molto poco è rimasto di rilevabile con gli strumenti della storiografia scientifica. Per fortuna, se il tempo ne ha sepolto le tracce documentarie, non si può non avvertirne i flussi benefici nella linfa vitale che impasta l'essere delle generazioni che si sono avvicendate fino a noi. Rispetto a questa grande, immensa « tradizione » femminile, l'umanità ha un debito incalcolabile. Quante donne sono state e sono tuttora valutate più per l'aspetto fisico che per la competenza, la professionalità, le opere dell'intelligenza, la ricchezza della loro sensibilità e, in definitiva, per la dignità stessa del loro essere!
 
4. E che dire poi degli ostacoli che, in tante parti del mondo, ancora impediscono alle donne il pieno inserimento nella vita sociale, politica ed economica? Basti pensare a come viene spesso penalizzato, più che gratificato, il dono della maternità, a cui pur deve l'umanità la sua stessa sopravvivenza. Certo molto ancora resta da fare perché l'essere donna e madre non comporti una discriminazione. È urgente ottenere dappertutto l'effettiva uguaglianza dei diritti della persona e dunque parità di salario rispetto a parità di lavoro, tutela della lavoratrice-madre, giuste progressioni nella carriera, uguaglianza fra i coniugi nel diritto di famiglia, il riconoscimento di tutto quanto è legato ai diritti e ai doveri del cittadino in regime democratico.
Si tratta di un atto di giustizia, ma anche di una necessità. I gravi problemi sul tappeto vedranno, nella politica del futuro, sempre maggiormente coinvolta la donna: tempo libero, qualità della vita, migrazioni, servizi sociali, eutanasia, droga, sanità e assistenza, ecologia, ecc. Per tutti questi campi, una maggiore presenza sociale della donna si rivelerà preziosa, perché contribuirà a far esplodere le contraddizioni di una società organizzata su puri criteri di efficienza e produttività e costringerà a riformulare i sistemi a tutto vantaggio dei processi di umanizzazione che delineano la « civiltà dell'amore ».
 
5. Guardando poi a uno degli aspetti più delicati della situazione femminile nel mondo, come non ricordare la lunga e umiliante storia – per quanto spesso « sotterranea » – di soprusi perpetrati nei confronti delle donne nel campo della sessualità? Alle soglie del terzo millennio non possiamo restare impassibili e rassegnati di fronte a questo fenomeno. È ora di condannare con vigore, dando vita ad appropriati strumenti legislativi di difesa, le forme di violenza sessuale che non di rado hanno per oggetto le donne. In nome del rispetto della persona non possiamo altresì non denunciare la diffusa cultura edonistica e mercantile che promuove il sistematico sfruttamento della sessualità, inducendo anche ragazze in giovanissima età a cadere nei circuiti della corruzione e a prestarsi alla mercificazione del loro corpo.
A fronte di tali perversioni, quanto apprezzamento meritano invece le donne che, con eroico amore per la loro creatura, portano avanti una gravidanza legata all'ingiustizia di rapporti sessuali imposti con la forza; e ciò non solo nel quadro delle atrocità che purtroppo si verificano nei contesti di guerra ancora così frequenti nel mondo, ma anche con situazioni di benessere e di pace, viziate spesso da una cultura di permissivismo edonistico, in cui più facilmente prosperano anche tendenze di maschilismo aggressivo. In condizioni del genere, la scelta dell'aborto, che pur resta sempre un grave peccato, prima di essere una responsabilità da addossare alle donne, è un crimine da addebitare all'uomo e alla complicità dell'ambiente circostante.
 
6. Il mio grazie alle donne si fa pertanto appello accorato, perché da parte di tutti, e in particolare da parte degli Stati e delle istituzioni internazionali, si faccia quanto è necessario per restituire alle donne il pieno rispetto della loro dignità e del loro ruolo. In proposito non posso non manifestare la mia ammirazione per le donne di buona volontà che si sono dedicate a difendere la dignità della condizione femminile attraverso la conquista di fondamentali diritti sociali, economici e politici, e ne hanno preso coraggiosa iniziativa in tempi in cui questo loro impegno veniva considerato un atto di trasgressione, un segno di mancanza di femminilità, una manifestazione di esibizionismo, e magari un peccato!
Come scrivevo nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest'anno, guardando a questo grande processo di liberazione della donna, si può dire che « è stato un cammino difficile e complesso, e, qualche volta, non privo di errori, ma sostanzialmente positivo, anche se ancora incompiuto per i tanti ostacoli che, in varie parti del mondo, si frappongono a che la donna sia riconosciuta, rispettata, valorizzata nella sua peculiare dignità » (n. 4).
Occorre proseguire in questo cammino! Sono convinto però che il segreto per percorrere speditamente la strada del pieno rispetto dell'identità femminile non passa solo per la denuncia, pur necessaria, delle discriminazioni e delle ingiustizie, ma anche e soprattutto per un fattivo quanto illuminato progetto di promozione, che riguardi tutti gli ambiti della vita femminile, a partire da una rinnovata e universale presa di coscienza della dignità della donna. Al riconoscimento di quest'ultima, nonostante i molteplici condizionamenti storici, ci porta la ragione stessa, che coglie la legge di Dio inscritta nel cuore di ogni uomo. Ma è soprattutto la Parola di Dio che ci consente di individuare con chiarezza il radicale fondamento antropologico della dignità della donna, additandocelo nel disegno di Dio sull'umanità.
 
7. Consentite dunque, carissime sorelle, che insieme con voi io rimediti la meravigliosa pagina biblica che presenta la creazione dell'uomo, e che tanto dice sulla vostra dignità e la vostra missione nel mondo.
Il Libro della Genesi parla della creazione in modo sintetico e con linguaggio poetico e simbolico, ma profondamente vero: « Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò » (Gn 1, 27). L'atto creativo di Dio si sviluppa secondo un preciso progetto. Innanzitutto, è detto che l'uomo è creato « ad immagine e somiglianza di Dio » (cfr Gn 1, 26), espressione che chiarisce subito la peculiarità dell'uomo nell'insieme dell'opera della creazione.
Si dice poi che egli, sin dall'inizio, è creato come « maschio e femmina » (Gn 1, 27). La Scrittura stessa fornisce l'interpretazione di questo dato: l'uomo, pur trovandosi circondato dalle innumerevoli creature del mondo visibile, si rende conto di essere solo (cfr Gn 2, 20). Dio interviene per farlo uscire da tale situazione di solitudine: « Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile » (Gn 2, 18). Nella creazione della donna è inscritto, dunque, sin dall'inizio il principio dell'aiuto: aiuto – si badi bene – non unilaterale, ma reciproco. La donna è il complemento dell'uomo, come l'uomo è il complemento della donna: donna e uomo sono tra loro complementari. La femminilità realizza l'« umano » quanto la mascolinità, ma con una modulazione diversa e complementare.
Quando la Genesi parla di « aiuto », non si riferisce soltanto all'ambito dell'agire, ma anche a quello dell'essere. Femminilità e mascolinità sono tra loro complementari non solo dal punto di vista fisico e psichico, ma ontologico. È soltanto grazie alla dualità del « maschile » e del « femminile » che l'« umano » si realizza appieno.
 
8. Dopo aver creato l'uomo maschio e femmina, Dio dice ad entrambi: « Riempite la terra e soggiogatela » (Gn 1, 28). Non conferisce loro soltanto il potere di procreare per perpetuare nel tempo il genere umano, ma affida loro anche la terra come compito, impegnandoli ad amministrarne le risorse con responsabilità. L'uomo, essere razionale e libero, è chiamato a trasformare il volto della terra. In questo compito, che in misura essenziale è opera di cultura, sia l'uomo che la donna hanno sin dall'inizio uguale responsabilità. Nella loro reciprocità sponsale e feconda, nel loro comune compito di dominare e assoggettare la terra, la donna e l'uomo non riflettono un'uguaglianza statica e omologante, ma nemmeno una differenza abissale e inesorabilmente conflittuale: il loro rapporto più naturale, rispondente al disegno di Dio, è l'« unità dei due », ossia una « unidualità » relazionale, che consente a ciascuno di sentire il rapporto interpersonale e reciproco come un dono arricchente e responsabilizzante.
A questa « unità dei due » è affidata da Dio non soltanto l'opera della procreazione e la vita della famiglia, ma la costruzione stessa della storia. Se durante l'Anno internazionale della Famiglia, celebrato nel 1994, l'attenzione s'è portata sulla donna come madre, l'occasione della Conferenza di Pechino torna propizia per una rinnovata presa di coscienza del molteplice contributo che la donna offre alla vita di intere società e nazioni. È un contributo di natura innanzitutto spirituale e culturale, ma anche socio-politica ed economica. Veramente molto è quanto devono all'apporto della donna i vari settori della società, gli Stati, le culture nazionali e, in definitiva, il progresso dell'intero genere umano!
 
9. Normalmente il progresso è valutato secondo categorie scientifiche e tecniche, ed anche da questo punto di vista non manca il contributo della donna. Tuttavia, non è questa l'unica dimensione del progresso, anzi non ne è neppure la principale. Più importante appare la dimensione socio-etica, che investe le relazioni umane e i valori dello spirito: in tale dimensione, spesso sviluppata senza clamore, a partire dai rapporti quotidiani tra le persone, specie dentro la famiglia, è proprio al « genio della donna » che la società è in larga parte debitrice.
Vorrei a tal proposito manifestare una particolare gratitudine alle donne impegnate nei più diversi settori dell'attività educativa, ben oltre la famiglia: asili, scuole, università, istituti di assistenza, parrocchie, associazioni e movimenti. Dovunque c'è l'esigenza di un lavoro formativo, si può constatare l'immensa disponibilità delle donne a spendersi nei rapporti umani, specialmente a vantaggio dei più deboli e indifesi. In tale opera esse realizzano una forma di maternità affettiva, culturale e spirituale, dal valore veramente inestimabile, per l'incidenza che ha sullo sviluppo della persona e il futuro della società. E come non ricordare qui la testimonianza di tante donne cattoliche e di tante Congregazioni religiose femminili che, nei vari continenti, hanno fatto dell'educazione, specialmente dei bambini e delle bambine, il loro principale servizio? Come non guardare con animo grato a tutte le donne che hanno operato e continuano ad operare sul fronte della salute, non solo nell'ambito delle istituzioni sanitarie meglio organizzate, ma spesso in circostanze assai precarie, nei Paesi più poveri del mondo, dando una testimonianza di disponibilità che rasenta non di rado il martirio?
 
10. Auspico dunque, carissime sorelle, che si rifletta con particolare attenzione sul tema del « genio della donna », non solo per riconoscervi i tratti di un preciso disegno di Dio che va accolto e onorato, ma anche per fare ad esso più spazio nell'insieme della vita sociale, nonché di quella ecclesiale. Proprio su questo tema, già affrontato peraltro in occasione dell'Anno Mariano, ebbi modo di intrattenermi ampiamente nella menzionata Lettera apostolica Mulieris Dignitatem, pubblicata nel 1988. Quest'anno poi, in occasione del Giovedì Santo, alla consueta Lettera che invio ai sacerdoti ho voluto unire idealmente proprio la Mulieris Dignitatem,, invitandoli a riflettere sul significativo ruolo che nella loro vita svolge la donna, come madre, come sorella e come collaboratrice nelle opere di apostolato. È questa un'altra dimensione – diversa da quella coniugale, ma anch'essa importante – di quell'« aiuto » che la donna, secondo la Genesi, è chiamata a recare all'uomo.
La Chiesa vede in Maria la massima espressione del « genio femminile » e trova in Lei una fonte di incessante ispirazione. Maria si è definita « serva del Signore » (Lc 1, 38). È per obbedienza alla Parola di Dio che Ella ha accolto la sua vocazione privilegiata, ma tutt'altro che facile, di sposa e di madre della famiglia di Nazaret. Mettendosi a servizio di Dio, Ella si è posta anche a servizio degli uomini: un servizio di amore. Proprio questo servizio le ha permesso di realizzare nella sua vita l'esperienza di un misterioso, ma autentico « regnare ». Non a caso è invocata come « Regina del cielo e della terra ». La invoca così l'intera comunità dei credenti, l'invocano « Regina » molte nazioni e popoli. Il suo « regnare » è servire! Il suo servire è « regnare »!
Così dovrebbe essere intesa l'autorità tanto nella famiglia quanto nella società e nella Chiesa. Il « regnare » è rivelazione della vocazione fondamentale dell'essere umano, in quanto creato ad « immagine » di Colui che è Signore del cielo e della terra, chiamato ad essere in Cristo suo figlio adottivo. L'uomo è la sola creatura sulla terra « che Iddio abbia voluta per se stessa », come insegna il Concilio Vaticano II, il quale significativamente aggiunge che l'uomo « non può ritrovarsi pienamente se non attraverso il dono sincero di sé » (Gaudium et spes, n. 24).
In questo consiste il materno « regnare » di Maria. Essendo stata, con tutto il suo essere, dono per il Figlio, dono Ella diventa anche per i figli e le figlie dell'intero genere umano, destando la profondissima fiducia di chi si rivolge a Lei per essere condotto lungo le difficili vie della vita al proprio definitivo, trascendente destino. A questo finale traguardo ciascuno giunge attraverso le tappe della propria vocazione, un traguardo che orienta l'impegno nel tempo tanto dell'uomo quanto della donna.
 
11. In questo orizzonte di « servizio » – che, se reso con libertà, reciprocità ed amore, esprime la vera « regalità » dell'essere umano – è possibile accogliere, senza conseguenze svantaggiose per la donna, anche una certa diversità di ruoli, nella misura in cui tale diversità non è frutto di arbitraria imposizione, ma sgorga dalle peculiarità dell'essere maschile e femminile. È un discorso che ha una sua specifica applicazione anche all'interno della Chiesa. Se Cristo – con libera e sovrana scelta, ben testimoniata nel Vangelo e nella costante tradizione ecclesiale – ha affidato soltanto agli uomini il compito di essere « icona » del suo volto di « pastore » e di « sposo » della Chiesa attraverso l'esercizio del sacerdozio ministeriale, ciò nulla toglie al ruolo delle donne, come del resto a quello degli altri membri della Chiesa non investiti del sacro ministero, essendo peraltro tutti ugualmente dotati della dignità propria del « sacerdozio comune » radicato nel Battesimo. Tali distinzioni di ruolo, infatti, non vanno interpretate alla luce dei canoni di funzionalità propri delle società umane, ma con i criteri specifici dell'economia sacramentale, ossia di quella economia di « segni » liberamente scelti da Dio per rendersi presente in mezzo agli uomini.
Del resto, proprio nella linea di questa economia di segni, anche se fuori dell'ambito sacramentale, non è di poco conto la « femminilità » vissuta sul modello sublime di Maria. C'è infatti nella « femminilità » della donna credente, e in specie di quella « consacrata », una sorta di « profezia » immanente (cfr Mulieris Dignitatem, , n. 29), un simbolismo fortemente evocativo, si direbbe una pregnante « iconicità », che si realizza pienamente in Maria e ben esprime l'essere stesso della Chiesa in quanto comunità consacrata con l'assolutezza di un cuore « vergine », per essere « sposa » del Cristo e « madre » dei credenti. In questa prospettiva di complementarietà « iconica » dei ruoli maschile e femminile vengono meglio poste in luce due dimensioni imprescindibili della Chiesa: il principio « mariano » e quello « apostolico-petrino » (cfr ibid., n. 27).
D'altra parte – lo ricordavo ai sacerdoti nella menzionata Lettera del Giovedì santo di quest'anno – il sacerdozio ministeriale, nel disegno di Cristo, « non è espressione di dominio, ma di servizio » (n. 7). È compito urgente della Chiesa, nel suo quotidiano rinnovarsi alla luce della Parola di Dio, metterlo sempre più in evidenza, sia nello sviluppo dello spirito di comunione e nella attenta promozione di tutti gli strumenti tipicamente ecclesiali della partecipazione, sia attraverso il rispetto e la valorizzazione degli innumerevoli carismi personali e comunitari che lo Spirito di Dio suscita ad edificazione della comunità cristiana e a servizio degli uomini.
In tale ampio spazio di servizio, la storia della Chiesa in questi due millenni, nonostante tanti condizionamenti, ha conosciuto veramente il « genio della donna », avendo visto emergere nel suo seno donne di prima grandezza che hanno lasciato larga e benefica impronta di sé nel tempo. Penso alla lunga schiera di martiri, di sante, di mistiche insigni. Penso, in special modo, a santa Caterina da Siena e a santa Teresa d'Avila, a cui il Papa Paolo VI di v.m. attribuì il titolo di Dottore della Chiesa. E come non ricordare poi le tante donne che, spinte dalla fede, hanno dato vita ad iniziative di straordinaria rilevanza sociale a servizio specialmente dei più poveri? Il futuro della Chiesa nel terzo millennio non mancherà certo di registrare nuove e mirabili manifestazioni del « genio femminile ».
 
12. Voi vedete, dunque, carissime sorelle, quanti motivi ha la Chiesa per desiderare che, nella prossima Conferenza, promossa a Pechino dalle Nazioni Unite, si metta in luce la piena verità sulla donna. Si ponga davvero nel dovuto rilievo il « genio della donna », non tenendo conto soltanto delle donne grandi e famose vissute nel passato o nostre contemporanee, ma anche di quelle semplici, che esprimono il loro talento femminile a servizio degli altri nella normalità del quotidiano. È infatti specialmente nel suo donarsi agli altri nella vita di ogni giorno che la donna coglie la vocazione profonda della propria vita, lei che forse ancor più dell'uomo vede l'uomo, perché lo vede con il cuore. Lo vede indipendentemente dai vari sistemi ideologici o politici. Lo vede nella sua grandezza e nei suoi limiti, e cerca di venirgli incontro e di essergli di aiuto. In questo modo, si realizza nella storia dell'umanità il fondamentale disegno del Creatore e viene alla luce incessantemente, nella varietà delle vocazioni, la bellezza - non soltanto fisica, ma soprattutto spirituale – che Dio ha elargito sin dall'inizio alla creatura umana e specialmente alla donna.
Mentre affido al Signore nella preghiera il buon esito dell'importante appuntamento di Pechino, invito le comunità ecclesiali a fare dell'anno corrente l'occasione per un sentito rendimento di grazie al Creatore e al Redentore del mondo proprio per il dono di un così grande bene qual è la femminilità: essa, nelle sue molteplici espressioni, appartiene al patrimonio costitutivo dell'umanità e della stessa Chiesa.
Vegli Maria, Regina dell'amore, sulle donne e sulla loro missione al servizio dell'umanità, della pace, della diffusione del Regno di Dio!
 
Con la mia Benedizione.
 
Dal Vaticano, 29 giugno 1995, Solennità dei Santi Pietro e Paolo.
 
GIOVANNI PAOLO II
 
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Missione sportiva per la scuola “San Filippo Neri”.

Giunto al termine il progetto mattutino che ha trascinato lo sport della pallacanestro nella Scuola Primaria San Filippo Neri.
Sabato 16 Aprile nella Palestra della scuola si sono svolti i tornei di mini-basket organizzati dall’associazione sportiva A.S.D.Basket Mission Gioia del Colle – Centro Mini-basket San Filippo Neri.
Come sabato scorso nella palestra del plesso scolastico distaccato di Via Eva anche alla centrale si sono sfidate le classi quarte e le classi quinte dell’istituto.
Momenti di gioia e intensità agonistica che racchiudevano ore e ore di allenamenti svolti in tutte le classi dei due plessi scolastici.
Alle ore 10.30 circa l’intervallo con l’intervento delle autorità scolastiche. Il preside dell’istituto scolastico Giovanni Stano si è complimentato con gli alunni ed ha sottolineato l’importante nesso che lega le attività sportive alle attività intellettive; lo sport, visto come mezzo attraverso il quale insegnare l’educazione e la disciplina, non può che giovare al mondo della scuola.
La manifestazione si è conclusa alle ore 13.20 con un applauso generale, foto e complimenti a tutti gli atleti.  
E’ stato concesso libero ingresso ai genitori che hanno potuto saggiare la tempra e l’abnegazione dei propri figli durante le gare.
Durante la settimana invece, a conclusione delle lezioni impartite ai più piccoli, si sono tenute le esibizioni di mini-basket delle classi prime, seconde e terze alla presenza dei genitori accorsi numerosi per visionare gli esercizi provati durante il corso dell’anno.
Complessivamente dallo scorso Novembre per le 37 classi dell’istituto sono state dedicate gratuitamente 230 ore di allenamento in orario curriculare sotto la supervisione della insegnante di educazione motoria. Inoltre la scuola sta offrendo settimanalmente un allenamento pomeridiano di mini-basket e mini-volley per prepararsi ai Giochi Sportivi del prossimo mese, dopo il gran successo dello scorso anno con gli altri pari-età nel Palazzetto dello Sport di Trani e presso il centro commerciale Auchan di Casamassima.
Un bagaglio veramente ampio quello offerto dalla associazione sportiva con esercizi di equilibrio, ball-handling (controllo della palla), percezione visiva ed in generale sensoriale, esercizi di squadra, sviluppo delle capacità motorie primarie: elevazione, corsa, cammino, flessioni…
La convinzione dell’associazione “Basket Mission” è che lo sport nella scuola debba essere “per tutti” e conseguenza di una sana motricità, di una corretta alfabetizzazione motoria, di un apprendimento gestito da personale qualificato.
L'ipocinesi, il male del terzo millennio, in Italia é un dato già rilevato nel secolo scorso e recenti ricerche statistiche hanno fissato spunti allarmanti:
-       Ad 8 anni, il 36% dei bambini italiani risulta obeso ed il 70% soffre di analfabetismo motorio.
-       L’Italia è la cenerentola delle nazioni, cosiddette moderne, in merito al monte ore di educazione fisica nella scuola.
Il basket è sicuramente il miglior gioco di squadra che insegna il rispetto delle regole.
Per questo motivo, grazie alla convenzione firmata con la scuola San Filippo Neri la società sportiva ha potuto coltivare con convinzione questi principi regalando momenti unici ai bambini.
L’”A.S.D. Basket Mission Gioia del Colle” concentrerà i propri sforzi nell'avvicinare i più piccoli alla pratica del basket anche per il prossimo futuro con le attività pomeridiane.
Per la stagione 2011-2012 si riapriranno le iscrizioni ai corsi di mini-basket e avviamento al basket dall’età di 5 anni in su. Con un contributo annuale di 100€ circa, con una maglia ed un pantaloncino da gioco, ma soprattutto tanta voglia di divertirsi con gli amici!
 
A.S.D.Basket Mission, Gioia del Colle, 70023, Bari.
Contatti telefonici della società: 0803434086; 3465124658.
Indirizzo e-mail ufficiale: asdbasketmission@libero.it

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