Gesù, il Crocifisso.

22 aprile 2011 Autore: Rossana D'Addabbo  
Categorie: Acculturi@moci, Primo Piano

Specialmente nella Settimana Santa, pensando a Gesù, alla Sua terribile “Passione” e morte in croce, almeno una volta nella vita ci siamo chiesti: perché uccidere proprio Lui, che predicava l’amore di Dio e l’amore per il prossimo?
crocifisso ligneo del '600Da un punto di vista strettamente umano ciò avvenne per due motivi, uno religioso ed uno politico. Il motivo religioso presenta molteplici sfaccettature. Innanzitutto Gesù era contrario all’osservanza puramente formale della legge mosaica, come dimostra l’episodio della prostituta salvata dal linciaggio: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”, disse Gesù, rivolgendosi ai presenti, ma nessuno ebbe il coraggio di farlo… Per le sue parole sul Tempio, che avrebbe ricostruito in tre giorni, riferendosi con esse al suo corpo e non al Tempio di Gerusalemme, il luogo sacro degli Ebrei per eccellenza (per cui una tale affermazione appariva loro pari ad una bestemmia). Per il suo atteggiamento, che destava scandalo: frequentava peccatori e mangiava con loro.
In sostanza Gesù con i suoi insegnamenti ed il suo esempio avrebbe capovolto la visione religiosa della gente e abbattuto i privilegi di una ristretta cerchia di persone, che detenevano il potere; andava, dunque, eliminato.
Anche per un motivo politico, perché per ucciderlo occorreva l’intervento dello Stato (cioè dei Romani, i dominatori, che non sarebbero mai intervenuti in questioni messianiche o teologiche locali, a cui non erano interessati), di qui l’accusa pretestuosa mossa contro Gesù di fomentare disordini pubblici, rivolgimenti sociali, accusa poi riportata sul titulus crucis, la tabella fissata sulla sommità del palo e recante la motivazione della condanna: la sigla I.N.R.I. (Iesus Nazarenus rex Iudaeorum: Gesù di Nazareth, re dei Giudei).
Eppure Gesù abbracciò volontariamente la Passione, e di certo non per dare una prova di coraggio e di ribellione al potere romano, ma per aderire al progetto di salvezza di Dio su di noi, suoi figli. Si parla sempre di consegne: Giuda, con il bacio del tradimento nell’Orto degli Ulivi, consegnò Gesù ai Sommi Sacerdoti, questi a loro volta lo consegnarono ad Erode ed Erode a Pilato, tanto che quel giorno i due divennero amici. Ma fu in realtà un’autoconsegna: Gesù non fuggì e prima di spirare, “Abbà (papà)” – disse – “nelle tue mani consegno il mio Spirito”, parola che qui indica non solo l’alito di vita, ma la sua divinità, il sostegno del Padre, che glielo restituirà con la Resurrezione.
Gesù ha sofferto atrocemente, in quanto vero uomo (oltre che vero Dio) e poiché si accanirono su di Lui con una crudeltà spietata, diabolica, che racchiudeva in sé tutto il male del mondo. Perché mai? Per riscattarci da quello stesso male! Della Sua atroce sofferenza abbiamo le prove, scientifiche e storico antropologiche.
Mosaico (Monreale, cattedrale)Prova scientifica è la Sindone (appena un anno fa, nel 2010, l’ostensione a Torino), ne è convinto Donato Ogliari, abate del monastero benedettino “Madonna della Scala” di Noci: la Sindone non è un dogma di fede, ma rivela in dettaglio le cause delle sofferenze di un uomo del I secolo; anche il noto film “Passion” di Mel Gibson è vicino alla realtà.
Prova storico antropologica è la flagellazione, che poteva essere praticata in misure diverse: era più pesante, se inflitta a scopo di punizione; più leggera, consistente all’incirca in venti frustate, se precedeva la crocifissione, per non debilitare il corpo che doveva portare il patibulum (il braccio orizzontale della croce) e affinché la morte fosse più lenta e straziante, in modo da dare spettacolo… e fungere da deterrente.
Ebbene dalla Sindone risultano centoventi frustate (cento più del previsto!): il numero, esorbitante, dimostra che Pilato intendeva “solamente” punire Gesù, per poi liberarlo, ma al tempo stesso conferma che Gesù ha sofferto molto più dei compagni condannati alla stessa sorte.
Il flagello, inoltre, atroce strumento di tortura, aveva all’estremità strisce di cuoio su cui erano fissati quadratini di legno o frammenti di osso, che laceravano le carni, fino a far emergere le ossa e le viscere. Si aggiunga che la corona di spine non era un cerchietto, come usualmente si vede sulle sculture dei crocifissi, ma un vero e proprio casco che copriva la testa, a mo’ di copricapo orientale o di mitra indossata dai vescovi e dagli abati attuali, per giunta conficcato a furia di colpi di mazza.libro di p. Donato Ogliari
Gesù, inchiodato nudo sulla croce e fuori città, come un animale destinato ad un antico sacrificio di espiazione, ha subito un’umiliazione ulteriore a quella della condanna in sé, riservata a coloro che non erano cittadini romani, agli schiavi ribelli e ai delinquenti. La follia della croce, appunto, come la definisce l’apostolo Paolo: “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani”, ma che “per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio”.
L’umanità del Figlio di Dio emerge tutta sulla croce. “Papà, perché mi hai abbandonato?” ovvero “perché permetti che si accaniscano così su di me?”: malgrado l’apparenza, questa è un’invocazione fiduciosa, poichè il termine del linguaggio familiare, “abbà”, corrispondente al nostro “papà”, sta ad indicare che Dio è vicino nella sofferenza, che è presente, non lontano, come emotivamente si ritiene, quando ci si trova in difficoltà. 
A conferma di questa consolante verità della fede, padre Donato Ogliari cita nel suo libro, Crux. Meditazioni sul Venerdì Santo”, edito nel 2010, alcuni episodi eloquenti, realmente accaduti, attraverso i racconti dei rispettivi protagonisti.
In un campo di concentramento nazista alcuni prigionieri venivano impiccati sotto lo sguardo dei compagni, costretti ad assistere all’esecuzione, ma un bambino impiegava di più a morire perché leggero; tra il pubblico allora si udì un lamento reiterato: “Dov’è Dio?!”, e qualcuno rispose tra sé e sé: “è appeso a quella fune”, sentendo intimamente che Dio era lì presente e soffriva con loro nel suo amore paterno, ma anche che la morte non sarebbe stato l’ultimo atto.
Ed ancora: un ragazzo francese, non battezzato, abitava in una comunità di tossicodipendenti, che considerava la sua famiglia, non avendo conosciuto la propria; nelle situazioni più difficili, il giovane traeva forza abbracciando ogni sera in un angolo della città un misterioso “palo energetico”, che scoprì poi essere la Croce, simbolo di Cristo. Fuggito dalla comunità, per salvarsi dall’ennesima minaccia di un’iniezione di eroina, che volevano somministrargli contro la sua volontà, e salito a bordo di una macchina con un “autostop”, il ragazzo notò infatti lo stesso simbolo al collo del conducente, che alla sua domanda “Cos’è quello che porti al collo?”, gli rispose: “è l’amore di Dio per me”.   
Persino nel culmine della sofferenza Gesù non inveì contro i suoi aguzzini, né invocò vendetta dal Padre, ma piuttosto perdono, “perché non sanno quello che fanno”! è la più alta manifestazione d’amore, così come il Calvario è la “massima manifestazione del desiderio di Dio di condividere – portandole su di sé – le pene dell’umanità ferita”.
 
 
 
 Rossana D’Addabbo

Novità dal Museo Nazionale Archeologico di Gioia del Colle.

7 aprile 2011 Autore: Rossana D'Addabbo  
Categorie: Acculturi@moci, Primo Piano

In occasione della XIII “Settimana della Cultura” (9-17 aprile 2011), che prevede sull’intero territorio nazionale ingressi gratuiti nei luoghi della cultura statali e molteplici iniziative di valorizzazione dell’immenso patrimonio culturale italiano, è stata allestita nel castello normanno-svevo di Gioia del Colle una nuova mostra archeologica dal titolo: “Agamennone e gli altri. Gli eroi di Omero nella cultura figurativa della Puglia antica”.
 
Alcune pregevoli ceramiche attiche, importate nella Magna Grecia tra il VI ed il V sec. a. C., ed italiote di V sec. a. C. (vasi a figure nere da Taranto e a figure rosse da Gravina in Puglia, da Gioia del Colle e da Taranto) illustrano il tema della guerra trasferito nel mondo mitico degli eroi, cantati da Omero e dai grandi tragici greci, in particolare il mito di Agamennone, la saga troiana e la loro sopravvivenza in Occidente, ovvero l’adesione al modello greco di stampo eroico da parte delle élites magnogreche e di quelle indigene ellenizzate della Puglia antica.
 
La mostra, inaugurata il 4 aprile 2011, è visitabile tutti i giorni fino al 30 aprile, in orario continuato dalle 8.30 alle 19.30, con ingresso gratuito esteso alle restanti sale del museo e del castello.
 
Per ulteriori informazioni: tel. 080 3481305. 

Angelo Signorelli, il medico “ribelle” appassionato d’arte – Le passioni

Angelo Signorelli (anni '30,probabilmente)Il collezionismo archeologico, una passione "atavica"

"Le radici del mio essere affondano nell'humus della Magna Grecia dove fiorì l'arte e la vita. E i documenti di quell'arte e di quella vita ci sono significati dai vasi, dalle terrecotte, dalle monete".

Vero polo d'attrazione per gli ospiti di Angelo Signorelli erano le grandi vetrine del salotto con i reperti archeologici della sua terra in bella mostra. Da piccolo, durante le vacanze estive, la sua occupazione preferita era, infatti, assistere alla ricerca di oggetti antichi in località Monte Sannace. Ciò che emergeva dal "ventre della madre terra" lo estasiava. Quei reperti costituirono il primo nucleo della sua collezione, che in seguito egli avrebbe arricchito con la partecipazione a vendite all'asta, su consiglio di clienti e antiquari, tra cui i fratelli Jandolo di Roma, Vincenzo Fioroni di Tarquinia e Ceppaglia di Gioia, lasciandosi persino guidare nelle ricerche, tra il 1911 e il 1914, da un archeologo suo amico, Wolfang Helbig. Le monete antiche erano riposte, invece, nello studio, dove fino agli ultimi anni soleva ritirarsi la sera, a rimirarle, dopo un'estenuante giornata di lavoro. Lo ricordava così Maria, la sua primogenita, alla quale si deve un'interessante biografia e la pubblicazione postuma di vari scritti paterni.

La "Medicina sociale" (1914-1926)

Angelo Signorelli si adoperò in modo particolare per il progresso e la cura della sofferenza umana: nel 1914 inaugurò un servizio di "assistenti sanitarie" a domicilio, compiendo il primo giro di visite con la marchesa di Roccagiovane, e nel 1919 fondò, come direttore e docente, una scuola che, da semplice istituzione privata, sarebbe diventata una delle più importanti attività assistenziali femminili, tanto da fargli meritare una medaglia d'oro della Croce Rossa. Continua la Lettura

Angelo Signorelli, il medico “ribelle” appassionato d’arte – Gli ideali e la carriera

Olga Resnevic (www.russinitalia.it)La giovinezza nel segno della "ribellione" ovvero al servizio degli ideali

I ricordi paterni di imprese eroiche, sedimentatisi sin dalla fanciullezza nel suo animo irrequieto, facevano, intanto, emergere impetuosamente in lui il desiderio di difendere gli oppressi. Quando nel 1897 scoppiò la guerra tra Grecia e Turchia, Angelo si arruolò come volontario garibaldino in una legione di studenti, la "colonna Bertet", ma quello stesso anno i giovani vennero sbarcati a Bari, "sicuri di essere tutti arrestati. Eravamo in prevalenza socialisti e anarchici. Invece ci accolse una folla di popolo festante e ci portarono in trionfo e ci acclamarono ovunque passammo. Io mi distaccai dagli altri e andai a casa, al mio paese che dista appena due ore da Bari. Fui festeggiato dalla mamma. Mio padre era morto da quattro mesi. Alla fanciulla che allora amavo e che non si fece vedere, lasciai partendo sulla soglia di casa sua un fiore che avevo raccolto sui campi di Grecia e una cartuccia di fucile".

Lo ritroveremo a Roma, nel 1899, implicato in disordini studenteschi, scatenati da alcune discriminazioni del Rettore dell'Università. Angelo pagò a caro prezzo il suo idealismo: prima fu escluso dalla sessione estiva di esami con una delibera del Senato Accademico, poi fu tenuto d'occhio dalla Questura come "anarchico e socialista", finché nell'agosto del 1900, dopo l'assassinio di re Umberto I a Monza ad opera dell'anarchico Gaetano Bresci, fu imprigionato nel carcere romano di "Regina Coeli". Non si lasciò prendere dallo sconforto, anzi si sforzò di impegnare utilmente il suo tempo: scriveva poesie su frammenti di carta, ma soprattutto chiese libri per continuare a studiare, tanto da riuscire a laurearsi dopo un anno, il 21 luglio 1901, in Medicina e Chirurgia, e con il massimo dei voti! Continua la Lettura

Angelo Signorelli, il medico “ribelle” appassionato d’arte – La famiglia e l’adolescenza

Angelo Signorelli in un'immagine del 1906Angelo Signorelli (Gioia del Colle, 1876 – Roma, 1952)

Un'originalità che viene da lontano

"Sento perfettamente fuse in me le due nature dei miei genitori, la semplicità, la bontà, la resistenza al lavoro di mio padre e la vivacità, l'impetuosità di mia madre: e l'uno era del nord, e l'altra del sud" (lettera di Angelo Signorelli, 1906).

Con le parole del protagonista introduco, per poi accompagnare nel suo svolgersi, il racconto biografico di un uomo vissuto a cavallo dei secoli XIX e XX, tra Gioia del Colle, Roma ed il resto d'Europa, partendo ab origine, dal matrimonio contrastato dei genitori.

Giuseppe, di origini contadine, era nato nel 1838 a Villongo (BG), nel Regno Lombardo Veneto, sotto la dominazione austriaca. Dopo aver compiuto il servizio di leva a 21 anni (la maggiore età), nel 1861 era entrato nel corpo dei Carabinieri Reali a cavallo: aveva combattuto ad Ancona e nel Meridione nella guerra per l'indipendenza e l'unità italiana, quindi in congedo a Bari nel 1867 si era trasferito a Gioia del Colle, dove conobbe Maria.

Nonostante i meriti guadagnati sui campi di battaglia, quando la ragazza confidò alla madre, Antonietta, d'essersi innamorata di lui, nella famiglia Laera scoppiò lo scandalo: i genitori, proprietari terrieri benestanti, con buona probabilità borbonici, minacciarono di diseredarla, pur di non vederla sposata ad un carabiniere, forestiero, e per giunta combattente per l'Unità d'Italia. Continua la Lettura

Tra antico e moderno in onore di Maria

2. Simulacro dell'Immacolata  Concezione (Chiesa di S. Andrea)Quest'anno ho seguito per intero la novena dell'Immacolata in S. Andrea: è stata una bellissima esperienza e vorrei condividerla con i lettori; è vero che quella festa è ormai trascorsa, ma è strettamente legata al Natale, così come ha un carattere abbastanza natalizio il mio nuovo contributo, perciò ho pensato di inviarlo comunque. Se il mio dono è gradito, spero che possa essere al più presto pubblicato. Mi ha incantata la lettura dell'articolo di quel nostro concittadino lontano sulla sua novena di Natale anni '50, anche per le analogie con l'idea e l'incipit del mio testo, che aveva già preso forma da qualche settimana (per impegni vari sono riuscita ad ultimarlo solo oggi). Spero che altri gioiesi emigrati vogliano renderci partecipi dei loro ricordi d'infanzia e di giovinezza. 
Grazie e auguri di buon Natale! 

Rossana D'Addabbo

Per nove giorni di seguito è stato un affrettare il passo, ansioso, giù per le scale di un anonimo condominio, in quella semiperiferia un tempo fuori le mura, solo fino a quarant'anni fa occupata da orti, pozzi d'acqua sorgiva e frutteti attorno ad abitazioni monofamiliari, e poi lungo strade interne, silenziose al primo calar del buio. Verso quale agognata meta? Il cuore del borgo bizantino, l'antica Chiesa di Sant'Andrea Apostolo. Dall'asfalto e dal cemento, che tutto soffocano, alle chianche sulla terra viva tra le case in pietra e tufo, l'impressione di aver percorso a ritroso qualche millennio di storia, con una sosta benefica tra il XVIII ed il XIX secolo, quando nacque e si affermò, per motivazioni spirituali ed assistenziali, uno di quei tanti sodalizi laici, tuttora vivi ed operanti.

Perché mai affannarsi? Per partecipare, assaporandone il gusto fino all'ultimo istante, ad una pia pratica, scoperta quasi "per caso", in occasione di un lavoro negli archivi confraternali. Non saprei datare quest'antica consuetudine in Gioia. Forse ebbe inizio nel 1721, per iniziativa di colui che istituì la Confraternita dell'Immacolata, il gesuita p. Domenico Bruno? Oppure nel 1780, l'anno del regio assenso alla fondazione e alle regole? O piuttosto nel 1888, quando la "bolla" papale di Leone XIII le conferì il titolo di "Arciconfraternita"? Continua la Lettura

Per una raccomandazione speciale…

1 novembre 2009 Autore: Rossana D'Addabbo  
Categorie: Acculturi@moci

I Santi Patroni S. Filippo e S. Sofia ai piedi della Vergine (Chiesa Madre, transetto)… conviene puntare molto in alto. Il fenomeno è sempre esistito, a maggior ragione in tempo di crisi e scarsità di mezzi. Nella società romana antica, ad esempio, molti uomini liberi, ma di modesta condizione sociale, per sopravvivere si riducevano allo stato di clientes, quotidianamente alla ricerca di uno o più generosi patroni. Tale fu anche Giovenale, autore latino della prima metà del I sec. d.C., dopo aver esercitato per un periodo l'avvocatura: nelle sue satire descrisse efficacemente la vita amara del cliente, che ogni giorno all'alba e con qualunque tempo era costretto ad aggirarsi per le strade della città, pur di essere tra i primi a salutare il suo signore. Il patronus, se particolarmente ricco, aveva infatti uno stuolo di clientes, i quali al mattino affollavano l'atrio della sua casa per il rituale saluto, la salutatio matutina, e per rendersi disponibili a svolgere incarichi di vario tipo (dal disbrigo di pratiche burocratiche alla cura degli affari economici e patrimoniali, all'organizzazione della campagna elettorale in caso di candidatura del patrono), ricevendone in cambio innanzitutto la sportula, una cesta piena di vivande per il vitto giornaliero, poi sostituita da piccole somme di denaro, quindi protezione e assistenza giuridica in tribunale.

Statua in pietra di S. Rocco, opera di Stefano da Putignano; 1530 (Chiesa di S. Rocco, navata destra)Una condizione decisamente umiliante quella del cliente romano, di totale subordinazione al patrono, per una pretesa superiorità di quest'ultimo dovuta a motivi di prestigio economico – sociale. Eppure non tutte le raccomandazioni sono uguali. Ve n'è una assolutamente dignitosa, anzi auspicabile, che non manca di avere buoni frutti, se abbinata ad onestà, impegno personale e spirito d'iniziativa, il tutto all'insegna di una fede sincera ed incondizionata, che comporti l'affidamento fiducioso della propria persona, in maniera diretta o indiretta, ad un'Entità trascendente, questa sì davvero superiore… L'intermediazione in questione è quella che definiamo "intercessione dei Santi", persone come noi, che ad un certo punto del loro percorso terreno hanno deciso di cambiare radicalmente rotta, facendosi guidare dal Sommo Bene nelle scelte della vita quotidiana.

A questi patroni celesti i genitori, spesso inconsapevolmente, affidano i propri neonati con l'attribuzione del nome di battesimo, proseguendo una tradizione che affonda le sue radici nel diritto romano, secondo cui il cliens ed il libertus, l'ex schiavo, assumevano accanto al loro nome quello del patronus, al quale restavano vincolati per il resto della vita.

Quando e perché sorse il culto dei Santi? Non subito, ma nel corso del IV-V secolo, un'epoca terribile, funestata dalle invasioni barbariche: ci si rivolgeva loro per invocare protezione e aiuto. Ambrogio, vescovo di Milano, e Paolino da Nola raccomandavano di affidarsi ai martiri e agli apostoli, perché straordinari difensori davanti al tribunale di Dio. In questo periodo si affermò l'usanza di farsi seppellire ad sanctos, cioè vicino alle tombe dei martiri, anche perché si riteneva che il loro sangue sarebbe fluito sulle proprie spoglie, purificandole.

Incoronazione della Madonna, con angeli e santi (Chiesa di S. Andrea, presbiterio; fine '700)Gradualmente il patrocinio del Santo si estese dalla sfera individuale a quella pubblica, sia religiosa, sia profana, coinvolgendo da un lato chiese ed istituzioni religiose, dall'altro associazioni di arti e mestieri e persino intere città. Si pensi in ambito profano alle vicende del culto di san Foca, che ha dato il suo nome ad una cittadina del Salento. Si diceva che Foca fosse figlio di un pescatore, per cui lo scelsero come protettore i pescatori, e forse anche i marinai: ciascuno gli offriva un pugno di farina durante la navigazione (ne portavano sempre un po' con sé sulla nave, da impastare e cuocere per i loro pasti frugali), e al termine del viaggio la farina così accumulata era donata ai poveri.

Nel Medioevo si fece incetta di reliquie di santi, una gara a chi ne possedesse di più, e gli altari pullulavano di reliquiari. Fu papa Urbano VIII (1623-1644) a fissare le modalità di scelta del Patrono: non un santo qualsiasi, ma qualcuno che fosse stato canonizzato dal Papa, se contemporaneo, o che fosse presente nel Martirologio romano universale, se vissuto in epoche passate; poteva essere scelto per antica tradizione o per legittima elezione, ottenuta a scrutinio segreto dei notabili e ratificata dalla Sacra congregatio dei riti, che si occupava anche delle cause dei santi. Per diventare Patrono di una città, la figura del Santo doveva, però, rispondere a determinati requisiti: in quella data città doveva esser nato, morto o aver compiuto un miracolo straordinario, oppure motivo della designazione poteva essere la presenza in loco di sue reliquie insigni (le parti nobili del corpo: testa, cuore, mani).

Al Santo prescelto si dedicava la porta della città, che poteva contare anche su più patroni, uno principale e gli altri secondari, come fu nel ‘600 a Napoli, a Lecce, a Matera. Quest'ultima situazione si riprodusse anche a Gioia: dal XIII secolo ne era patrona santa Sofia, alla quale si affiancò san Filippo come patrono secondario dal 1703, ma aequo principaliter, cioè sullo stesso piano, nel 1890. Qualche decennio prima, nel gennaio del 1860, il Decurionato (l'amministrazione locale) aveva chiesto a papa Pio IX e al re Francesco II il compatronato del sacerdote fiorentino, Filippo Neri, e del giovane laico francese, Rocco di Montpellier, entrambi invocati come protettori dalla popolazione gioiese, il primo dai terremoti, il secondo contro la peste, secondo la tradizione raccolta dall'abate Losapio.

Le motivazioni di queste due devozioni popolari non sembrano, però, corrispondere a verità storiche. Il culto di s. Rocco a Gioia, ad esempio, è anteriore all'epidemia di peste del 1656, cui si faceva risalire, poichè l'originaria cappella di S. Rocco "fuori le mura", nel sito dell'attuale chiesa, riedificata dalle fondamenta nel XIX secolo, esisteva già nel ‘500, come attestano gli Atti della Visita Pastorale, compiuta dall'arcivescovo Giulio Cesare Riccardi nel 1593, e la stessa statua di culto in pietra policromata del Santo, opera di Stefano da Putignano, scolpita nel 1530, come si legge nell'iscrizione alla base. Alla richiesta avanzata dai nostri amministratori, comunque, non seguì nessuna dichiarazione canonica; nel 1899 si ebbe la proclamazione del solo s. Filippo Neri a patrono di Gioia, mentre s. Rocco, pur venerato e solennemente festeggiato, non fu mai dichiarato compatrono.

Statua processionale di S. Filippo, sul sagrato dopo la consegna delle chiaviMomento qualificante di ogni festa patronale è la cerimonia simbolica della consegna al Patrono delle chiavi della città. Di quest'antica usanza non si conoscono le origini, né il promotore o il significato; si possono solo formulare alcune ipotesi. La relativa rappresentazione è frequente nell'arte cristiana antica, in pittura come nella scultura: Gesù consegna a Pietro le chiavi, a Paolo il libro; le chiavi d'oro simboleggiano il cielo, quelle d'argento la terra.

Secondo il diritto romano le chiavi, spesso in riferimento ad un magazzino di merci, erano date dal proprietario ad una persona di fiducia, cui era affidata la mansione di custode. Risalendo indietro di parecchi secoli si ritrova una consuetudine simile nell'amministrazione patrimoniale della reggia o della casa greca aristocratica in epoca arcaica: se non proprio la moglie, era un'ancella di fiducia a ricevere in consegna dal padrone le chiavi della stanza del "tesoro", dove si conservavano le provviste alimentari e gli oggetti preziosi. Se ne deduce che da sempre le chiavi simboleggiano protezione e custodia, non potere.

S. Filippo accompagnato dai fedeliLe chiavi sottendono, inoltre, un rapporto quotidiano e continuo col Santo, una relazione che viene esaltata nella festa patronale in maniera simbolica e che è tuttora operante nell'immaginario collettivo: ne è una conferma la folla che ogni anno si accalca per assistere all'evento della consegna, che per giovani ed anziani assolve ancora la funzione di scandire la successione del tempo laico nel tempo ecclesiastico. Esse vengono non solo consegnate, ma anche "imposte" al Santo, cioè materialmente collocate sul simulacro, non dal parroco ma dal legittimo detentore del potere laico, il Sindaco o un suo delegato. Anche il luogo ed il momento in cui si svolge la cerimonia, sul sagrato della chiesa principale, prima dell'avvio della processione nelle vie cittadine, sono significativi: essi rappresentano la conferma dell'affidamento e della custodia della città; è come se inconsciamente la gente chiedesse il rinnovo della consegna, ed il passaggio fisico del Santo ne fosse la risposta.

Il Patrono non esce dallo spazio sacro, il sagrato appunto, se non con le chiavi che lo autorizzano a percorrere lo spazio laico. Ciò implica che le città furono sempre laiche ed autonome, e tali rimasero anche nel Medioevo, poiché il Santo patrono non era certo considerato il padrone della città, bensì il custode dell'integrità fisica e poi morale dei suoi abitanti. Il sagrato era allo stesso tempo parte integrante dello spazio profano. Tra l'altro, la piazza principale, ovvero il centro propulsore della cittadina di Gioia nei secoli passati, non era Piazza Plebiscito, ma il largo prospicente la Chiesa Madre, un tempo molto più esteso, tanto che, ad esempio nel ‘500, vi si svolgevano le assemblee cittadine ed il mercato.

Con questo contributo, estratto da appunti e ricordi personali, si è inteso riproporre, per condividere con un'utenza più ampia, il contenuto dell'entusiasmante relazione dal titolo "Il Santo Patrono cittadino: origini e significato di un rapporto millenario", tenuta dal prof. Mario Girardi ìl 26 febbraio 2009 nel salone parrocchiale della Chiesa Madre, con il patrocinio del Consiglio Pastorale, della Commissione Cultura e del Comitato Festa Patronale S. Filippo Neri.

Novità sul simbolo cristiano per eccellenza

12 ottobre 2009 Autore: Rossana D'Addabbo  
Categorie: Eventi & Tempo Libero, Primo Piano

Crocifisso Ligneo del '600La sera del 12 settembre 2009, nella Chiesa di S. Antonio, ha avuto luogo un interessante "fuori programma" nelle manifestazioni in onore del SS. Crocifisso: la presentazione del libro di Michele Loconsole, "Il segno della croce. Storia e liturgia", con cui il giovane autore ha illustrato i risultati delle sue indagini sulla devozione per la S. Croce nei primi secoli dell'era cristiana, sfatando alcuni luoghi comuni. Il pubblico, conquistato dalla semplicità, dall'immediatezza e dal fascino delle sue parole, ha così potuto conoscere un alacre studioso di storia delle maggiori reliquie della Passione di Gesù, come la Sindone, la corona di spine, il cartiglio con il titulus ovvero l'iscrizione identificativa del condannato, fissata sulla sommità della croce – per Gesù, con le lettere dell'acronimo I(esus) N(azarenus) R(ex) I(udeorum).

Studiare la storia delle reliquie ha un senso – ha sottolineato il relatore – in quanto è proprio la storia il fondamento della nostra fede: il Cristianesimo non è semplicemente una religione, ma un fatto, l'incarnazione del Figlio di Dio, che si fa uomo e muore (anzi si fa uccidere) per la nostra salvezza. La venerazione delle reliquie è appunto la naturale conseguenza di questo evento concreto, tanto straordinario quanto unico nel panorama delle religioni e dei culti di ogni epoca e luogo (nessun altro dio, infatti, è mai sceso al livello dell'uomo, condividendone la povertà, la sofferenza e la sorte mortale!), ma i cristiani odierni sembrano non rendersene conto… Da qui l'amarezza dello studioso, insegnante di religione, nel constatare l'ignoranza del fatto evangelico: gli episodi della vita di Gesù e le sue parabole sono pressocchè sconosciuti tra i cattolici, soprattutto tra i ragazzi.

Quando la Croce da simbolo è divenuta oggetto di devozione? Quando al legno si è aggiunta l'immagine di Gesù crocifisso? Cercare una risposta a questi interrogativi era l'obiettivo dell'indagine. Significativo anche il rapporto individuato tra le due maggiori reliquie della Passione, la Croce e la Sindone: la prima accolse Gesù vivo e lo restituì morto, la seconda lo accolse morto e lo restituì vivo, fornendo la prima prova della Resurrezione (le bende di lino, con cui era stato avvolto il corpo, abbandonate a terra, come se chi le portava se le fosse lasciate cadere di dosso alzandosi, e il sudario, piegato a parte, furono infatti le prime cose che videro i discepoli accorsi al sepolcro, alla notizia che il grande masso, che chiudeva l'ingresso, era stato rotolato via). Continua la Lettura

Il Crocifisso di Gioia del Colle A. D. 1696. Storia, arte e devozione popolare

12 settembre 2009 Autore: Rossana D'Addabbo  
Categorie: Eventi & Tempo Libero

Manifesto SS CrocifissoIn occasione della festa del SS. Crocifisso, sabato 12 settembre alle ore 20.00 nella Chiesa di S. Antonio, si terrà la conferenza dal titolo:

"Il Crocifisso di Gioia del Colle A. D. 1696. Storia, arte e devozione popolare",

a cura di d. Carlo Lattarulo, del prof. Mario Girardi e del dott. Piero Longo.

Nella contemplazione del seicentesco crocifisso ligneo, uno dei più affascinanti ed antichi documenti storico artistici della nostra città, e nell'ascolto dei relatori, che si preannuncia interessante e fecondo di informazioni e spunti di riflessione, il mio personale invito a tutti i concittadini ed agli utenti del portale a condividere quest'occasione di crescita spirituale e culturale attraverso la riscoperta di un segmento di storia gioiese.

Partecipiamo numerosi!

Gioia del Colle – Polignano a Mare: un “gemellaggio” lungo secoli di storia

1. S. Vito di Stefano da Putignano (Polignano a Mare, ex cattedrale)I Gioiesi, che ai lidi sabbiosi e ai prodotti ittici del tarantino preferiscono le scogliere e il pescato di Polignano, o che ne gustano a casa le prelibatezze marinare, servendosi dal noto esercente presso l'arco nel centro storico, sono inconsapevolmente gli eredi di una millenaria tradizione!

Sappiano, infatti, che già in età preromana i loro "progenitori" peucezi si spingevano da Monte Sannace fino alle coste dell'Adriatico, proprio nei pressi dell'odierna Polignano a Mare, seguendo il letto del fiume Cana, che scorreva a N.-E. del pianoro dell'acropoli, o percorrendo uno dei tratturi rilevati decenni fa dalla fotografia aerea, che dal villaggio "sannacese", passando per i centri peucezi di Putignano e Conversano, conduceva al porto di Neapolis (Polignano).

Ugualmente doveva accadere in epoca medievale e poi moderna per svariati motivi: commerciali, patrimoniali, di mobilità sociale, cultuali o devozionali per san Vito martire, patrono di Polignano.

Ce lo rivelano i documenti raccolti dal prof. Mario Girardi nelle sue appassionate (e prolifiche) ricerche, sintetizzate nella conferenza su S. Vito a Gioia. Origini, sviluppi, iconografia di una devozione popolare (Parrocchia di S. Vito Martire, 1 febbraio 2009). La serata si è aperta con un riepilogo dell'incontro di giugno, dedicato a "San Vito nei documenti antichi e nella tradizione" italiana ed europea, per restringere man mano il campo alle manifestazioni del culto a Gioia, in un suggestivo intreccio di rimandi a Polignano.

Croce e delizia di ogni ricercatore e studioso di antichità, i documenti: mal conservati, lacunosi, di difficile lettura, o rari come quelli sulle origini e sugli sviluppi in loco dei culti più diffusi a livello nazionale. Molti, invece, e di varia tipologia ne sono stati recuperati sulla devozione per s. Vito, di cui sono noti persino i nomi dei promotori a Gioia. Continua la Lettura

Il Santo Patrono cittadino: origini e significato di un rapporto millenario

24 febbraio 2009 Autore: Rossana D'Addabbo  
Categorie: Eventi & Tempo Libero

Il Santo Patrono cittadino: origini e significato di un rapporto millenarioIl tema sarà sviluppato nella relazione che il prof. Mario Girardi terrà giovedì 26 febbraio 2009, alle ore 19.30 nel salone parrocchiale della Chiesa Madre, con il patrocinio del Consiglio Pastorale, della Commissione Cultura e del Comitato festa patronale s. Filippo Neri.

Sono lieta di segnalare questo nuovo appuntamento, imperdibile per gli appassionati e i cultori di storia locale, ma sicuramente degno di nota per l'intera cittadinanza, quale occasione di crescita culturale e di recupero dell'identità collettiva.

Rossana D'Addabbo

Invito alla conferenza: “Culto di San Vito a Gioia del Colle: tradizioni e iconografia”. Qualche buon motivo per esserci…

28 gennaio 2009 Autore: Rossana D'Addabbo  
Categorie: Eventi & Tempo Libero

La Parrocchoa di San Vito MartireLa conferenza che il prof. Mario Girardi terrà domenica 1 febbraio alle ore 19.00 nella Chiesa Parrocchiale di San Vito Martire, lungo l'ex S.S. 100, è il secondo appuntamento nel ciclo di incontri di carattere culturale, inaugurato nel giugno 2008 con la serata dal titolo "San Vito nei documenti antichi e nella tradizione" (su cui è disponibile il mio contributo di uditrice nell'archivio del portale del mese di dicembre). 

L'iniziativa rientra in un variegato programma di celebrazioni per l'"anno giubilare" della parrocchia, in occasione del 50° anniversario dell'erezione canonica avvenuta nel 1959.

Altre conferenze si sono già svolte nelle ultime settimane al fine di conoscere meglio, promuovere e valorizzare la realtà territoriale della parrocchia e del quartiere di San Vito: il 23 dicembre, "Vita della Parrocchia in questi cinquanta anni", relatore il prof. Antonio Notarnicola; l'11 gennaio, "La nuova struttura parrocchiale e l'espansione del territorio negli anni ‘80", relatori l'ing. Antonio Cirsella  ed il prof. Vito Mastrovito. Continua la Lettura

Vito: un nome, le origini di un culto

6 dicembre 2008 Autore: Rossana D'Addabbo  
Categorie: Storia, Turismo

1. Cartolina con iconografia tradizionale di s. Vito (collezione privata)Lo ritroviamo frequentemente nell'onomastica tradizionale, solo o associato in prima posizione a nomi come Antonio, Donato, Filippo, Leonardo etc. Chi lo porta, riceve gli auguri il 15 giugno, festa del suo patrono, forse un po' offuscata dai solenni festeggiamenti di appena due giorni prima in onore del francescano Antonio di Padova, ben noto e venerato in tutto il mondo. Cosa sappiamo, invece, di s. Vito, a parte la "qualifica" di martire, segnalata dai calendari, e la giovanissima età suggerita dalle statue di culto nelle nostre chiese, che lo rappresentano nelle fattezze di adolescente abbigliato da soldato romano? Continua la Lettura

“Arte e pietà popolare…”: l’eco di una scoperta nella Chiesa di Sant’Angelo

27 ottobre 2008 Autore: Rossana D'Addabbo  
Categorie: Storia, Turismo

1. Chiesa di Sant'AngeloPer "amore" di divulgazione trasmetto i miei ricordi personali dell'interessante conferenza, tenuta dal prof. Mario Girardi il 31 luglio 2003 nella Chiesa di S. Angelo.

La relazione dello studioso, in collaborazione con la Confraternita di S. Filippo Neri, era finalizzata a sensibilizzare la comunità gioiese al costoso restauro dell'organo a canne, settecentesco, e di tre tele ottocentesche riscoperte nella chiesa, per cui erano già disponibili i fondi, seppure insufficienti, della confraternita. Presenziarono all'incontro: don Franco Fanizza, allora parroco della Chiesa Matrice; l'assessore alla cultura, Pino Dentico; la restauratrice della Soprintendenza; alcuni confratelli, tra i quali l'attuale presidente Alfonso Turra.

2. Chiesa di Sant'AngeloSulle tele manca la firma dell'artista, come accade di solito nei casi (frequenti da noi) in cui l'opera non è un originale, ma si ispira ad opere di artisti noti. Il loro interesse consiste, quindi, non tanto nel valore artistico, sebbene siano di buona fattura, quanto nella capacità di documentare, grazie alla mediazione di un esperto, la storia religiosa e la pietà popolare della comunità gioiese, in un periodo in cui i fedeli possidenti contribuivano attivamente all'abbellimento e alla manutenzione dei luoghi sacri. Tutte le nostre chiese erano, infatti, adorne di tele, finchè, tra fine ‘800 e inizi ‘900, insorse la moda delle statue di cartapesta che le sostituirono nelle nicchie con singole figure di Santi.

Le tre tele, di grandi dimensioni, Continua la Lettura

Il “S. Antonio di Paolo Catalano”: dal restauro alla pietà popolare (ed altro ancora). Cronaca di un evento.

S. Antonio appena collocatoQuanto mai ricco e vario, per un pubblico eterogeneo, il contenuto della serata del 27 giugno nella Chiesa di S. Francesco, dedicata alla presentazione della statua di s. Antonio da Padova, fresca di restauro: le relazioni, brevi ed incisive, sono state introdotte in successione ordinata dalla dott.ssa Paola Girardi Isdraele Romano del Lions Club "Monte Johe", che ha inteso così celebrare la conclusione dell'anno associativo.

Al serafico saluto francescano, "Il Signore vi dia pace!", rivolto ai presenti dal padre provinciale di Lecce, Luigi De Santis dell'Ordine dei Francescani Minori, è seguito il discorso di benvenuto del parroco, d. Giuseppe Di Corrado, il quale ha ravvisato nei recenti restauri (le due tele ai lati del presbiterio dietro l'altare maggiore, presentate il 23 gennaio 2008; Continua la Lettura

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