L’occhio della Poesia
12 maggio 2012 Autore: Giacomo Leronni
Categorie: Acculturi@moci
A mio parere l’arte (e, naturalmente, assieme alle altre forme d’arte, la poesia) è anche una risposta o una viva reazione all’omologazione sociale e culturale, purtroppo oggi imperante. È sempre stato così, a ben vedere, nel corso dei secoli. Ma oggi questa funzione dell’arte risalta ancora di più, anche grazie allo sfondo francamente deprimente da cui cerca, non sempre con successo, di staccarsi. Più o meno consciamente, a seconda della maturità e delle capacità di chi la propaga, l’arte ribadisce dunque il diritto imprescindibile di ogni creatura di fare storia a sé, di rivendicare la propria unicità e irripetibilità che si manifesta in modo lampante proprio attraverso l’atto creativo: ogni creatura è diversa in quanto capace di dar vita ad altre creature sempre differenti, mai riproducibili in fotocopia o con gli stampi (e infatti chi ricorre a tecniche di assoluta riproducibilità non può dirsi artista fino in fondo). Aggiungo che, contrariamente a ciò che comunemente siamo portati a credere, proprio riaffermando costantemente l’evidente e straordinaria singolarità di ciascuno, riusciamo poi a riconoscerci come portatori di un destino comune a tutti gli altri esseri umani e, dunque, compresi nel tortuoso, sofferente ma anche affascinante percorso dell’umanità. In definitiva: siamo tutti uguali proprio perché tutti diversi.L’occhio della poesia
25 gennaio 2012 Autore: Giacomo Leronni
Categorie: Acculturi@moci
La poesia, come tutte le arti, annuncia una sfida lancinante alla perfezione e, nello stesso tempo, nega che la perfezione sia possibile. Quello della scrittura, infatti, è in sé un gesto perfetto. Ma la perfezione in nuce presente nelle intenzioni del poeta, quando sente erompere dentro di sé una forza capace di afferrare la verità e di rivelarla in tutta la sua evidenza, viene poi subito smentita dalla forma raggiunta, che è certo meno perfetta del gesto in sé e del vigore che l’ha creato. Ogni poeta, una volta portato a compimento quel gesto, sperimenta dunque una sensazione duplice, in cui sono comprese emozioni contrapposte.
Da un lato percepisce un senso di pieno appagamento, poiché è stato in grado di misurarsi con la parola sul terreno acuminato rappresentato da ciò che sente essere una qualche forma di verità. Nello stesso momento, però, a questa soddisfazione, che talvolta sconfina nell’euforia, fa da contraltare una insoddisfazione legata alla forma raggiunta dalla sua scrittura, che sta lì a dirgli, talvolta con estrema crudezza, che non era esattamente quello ciò che avrebbe voluto scrivere.
Di conseguenza, il poeta alberga in sé un dramma, che deve imparare a riconoscere e ad accettare. Una forza impetuosa lo costringe a vedere chiaro, a portare il suo sguardo su ciò che lo circonda andando ben oltre le comuni percezioni, ad aprire una sorta di vista interna a cui nulla sembra sfuggire e grazie alla quale ogni cosa, ogni situazione, ogni vicenda acquista il suo definitivo significato.
Tuttavia, quando questo occhio segreto si spegne, il poeta si accorge che la redazione di quell’esperienza che il suo braccio ha preparato, per quanto accurata e profonda, non è all’altezza della visione che lo ha posseduto. Gli è sembrato di portare la sua mente ovunque, ha travalicato tutto, gli ostacoli presenti nell’esperienza quotidiana di ciascuno si sono spontaneamente dissolti per consentirgli di arrivare dove mai avrebbe sperato, ma ne ha riportato – e trascritto – un pallido sogno, in cui le immagini si susseguono in una nebbia indistinta, in cui le parole sembrano poter dire e non dicono o, perlomeno, non riescono a dire tutto ciò che si dovrebbe e vorrebbe.
L’occhio della poesia
22 novembre 2011 Autore: Giacomo Leronni
Categorie: Acculturi@moci
Come preannunciato nel nostro ultimo incontro, anche questo mese trarremo utile spunto per la riflessione da un articolo di Paolo Di Stefano apparso nel luglio scorso sul “Corriere della Sera”. In un contesto più generale – che sembra intessuto apposta per stimolare una vera messe di approfondimenti – Di Stefano, citando l’opinione del poeta ticinese Fabio Pusterla, si schiera con coloro (me compreso) che ritengono innegabile, oggi, in Italia, un livello medio della produzione poetica del tutto superiore a quanto viene proposto in campo narrativo.L’Occhio della Poesia
9 agosto 2011 Autore: Giacomo Leronni
Categorie: Acculturi@moci
Alcune settimane fa ho partecipato, in una libreria del centro di Roma, alla presentazione di un’antologia di testi inediti (fra cui qualche mia poesia) di alcuni poeti appartenenti a varie generazioni, accomunati – oltre che da una sostanziale identità di vedute – dal tema proposto come stimolo per la scrittura (poi divenuto il titolo dell’antologia: Quanti di poesia. Nelle forme la cifra nascosta di una scrittura straordinaria) e dallo sforzo meritorio compiuto dalla casa editrice (L’Arca Felice di Salerno) e dal curatore del volume, il poeta romano Roberto Maggiani.L’occhio della poesia
14 giugno 2011 Autore: Giacomo Leronni
Categorie: Acculturi@moci
Una delle più importanti (e brave) poetesse italiane di oggi racconta in un’intervista apparsa in rete di essere stata recentemente criticata, tramite un messaggio su Facebook, da una sua amica virtuale la quale, lamentando che la poetessa in questione usasse una scrittura “pesante” e “volutamente arzigogolata”, si schierava con convinzione dalla parte di uno stile semplice e pienamente comprensibile. Questo episodio mi fornisce l’occasione per ritornare, ancora una volta, sull’annosa questione della comprensibilità di ciò che si scrive che, si badi bene, alcuni arrivano persino a pretendere. Di fronte a una scrittura impegnativa, non immediatamente assimilabile agli intendimenti più comuni, è sempre frequente l’atteggiamento di chi, invece di interrogarsi e di porsi, magari, in discussione, è portato ad accusare l’autore di propendere consciamente per un’oscurità gratuita, che non si capisce, tra l’altro, quali vantaggi potrebbe procurare. Chi sposa questa tesi dimostra un’evidente superficialità nell’affrontare una questione che, di per sé, è oggettivamente complessa. E non sa che quasi nessuno (tanto meno un poeta serio e rigoroso) si permette di scrivere cose volutamente incomprensibili, per partito preso o per ubbidire a mode più o meno passeggere. Continua la LetturaL’Occhio della Poesia
15 gennaio 2011 Autore: Giacomo Leronni
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È arrivato il momento di porci alcune domande importanti. In primo luogo: quale potrebbe essere la funzione della critica nei confronti della poesia che si produce oggi, sotto i nostri occhi? E di conseguenza: il critico (quello avvertito e consapevole e non quello improvvisato che oggi va purtroppo di moda) funge da giudice/valutatore o è piuttosto un compagno di percorso? Infine: la critica, quando accosta la poesia, lo fa con occhio aperto e libero da pregiudizi oppure si fa in qualche modo condizionare da paure e preconcetti? Si tratta di domande di largo respiro, a cui certo non è possibile dare una risposta esauriente in poche righe. Ma sono domande che vanno poste, perché non si può ragionare – come cerco di fare in questa sede – sul mistero della creazione poetica senza interrogarsi sulla prospettiva e sul metodo di lavoro di coloro che selezionano (o dovrebbero selezionare) il frutto di tale creazione, al fine precipuo di indirizzare i lettori e di contribuire a una prima sistemazione del canone contemporaneo, in attesa che valutazioni ben più ponderate vengano fatte col tempo e con il necessario approfondimento delle indagini.L’occhio della poesia
5 dicembre 2010 Autore: Giacomo Leronni
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Non è infrequente oggi imbattersi, sui giornali o in televisione, nel tema della presunta assenza degli intellettuali rispetto ai tanti avvenimenti (anche scottanti e dolorosi) che il quotidiano ci mette sotto gli occhi. È dunque necessario porsi, in questa sede, una domanda che non può essere ignorata: il poeta deve apertamente e pubblicamente schierarsi in favore di questa o quella opinione, deve far sentire la sua voce e usare la sua autorevolezza (quando la possiede) pro o contro una determinata causa?L’occhio della Poesia
30 settembre 2010 Autore: Giacomo Leronni
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Qual è l’obiettivo più importante per chi inizia a scrivere poesia? La risposta, a mio giudizio, è una soltanto: essere se stessi. Può sembrare banale o scontato ma, in realtà, non lo è affatto. Non si tratta, infatti, di scrivere in modo spontaneo e immediato, genuino e semplice, come alcuni sono portati a credere, ma di scavare a poco a poco un solco, sempre più profondo, fino a trovare quella vena di poesia che ci attende da sempre e che è destinata solo a noi.L’occhio della poesia
23 giugno 2010 Autore: Giacomo Leronni
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L’ultima opera del poeta comasco Antonio De Marchi-Gherini (L’altro, pubblicato come e-book sulla rivista on-line www.larecherche.it) mi offre l’occasione per affrontare una questione che da sempre considero strettamente connessa al fare poesia: quella della posizione del poeta rispetto a ciò che crea come oggetto, dopo averlo venerato come suo signore (e, di conseguenza, quella del linguaggio particolarissimo e unico attraverso il quale il poeta veicola il suo amore assoluto per ciò che lo possiede e che si trasforma, poi, in oggetto artistico).L’occhio della poesia
22 aprile 2010 Autore: Giacomo Leronni
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Quando qualcuno chiede, in occasione di letture pubbliche o presentazioni, che cos’è la poesia si sente talvolta rispondere, anche da parte di illustri colleghi, che la poesia è una forma di comunicazione. Un’affermazione sicuramente condivisibile. Ma il punto è un altro: che cosa, esattamente, si comunica? Verrebbe da pensare (e molti lo fanno, infatti) che il poeta comunica ciò che conosce, ciò che vuole in qualche modo trasmettere ai suoi lettori. La realtà è però ben diversa: il poeta non comunica ciò che sa, ma ciò che gli accade, dunque, in parte, ciò che non conosce, ciò che non possiede. Amante del rischio, il poeta frequenta territori estremi, infidi. L’Occhio della Poesia – Febbraio 2010
17 febbraio 2010 Autore: Giacomo Leronni
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Mi è capitato spesso, in queste ultime settimane, di tornare sulla massima aristotelica primum vivere, deinde philosophari. E, paradossalmente, non l'ho fatto per addivenire a una filosofia spicciola (con tutto il rispetto per lo stagirita e per la portata di verità della sua affermazione), eminentemente pratica, che mi consentisse di districarmi fra i tanti assilli dell'esistenza, quanto per riflettere su un atteggiamento comune ai tanti che oggi si accostano alla poesia. Di fronte a un testo poetico, infatti, bisognerebbe applicare alla lettera il consiglio di Aristotele: prima vivere, poi fare filosofia. Invece, per esperienza, so che più o meno tutti facciamo esattamente il contrario: prima la filosofia, la riflessione, l'interpretazione, alla ricerca della spiegazione in grado di mettere il poeta con le spalle al muro (o capisco quello che mi stai dicendo o me lo devi spiegare) e poi, se c'è tempo e pazienza, se non ci siamo già stancati e demotivati, la vita e cioè la polpa del testo in quanto tale, addentata finalmente per sfamarsi o per rinfrescarsi, come si farebbe con un frutto maturo.
A grandi linee possiamo dire che la poesia è nata senza bisogno di particolari spiegazioni, in quanto poesia narrativa. Solo successivamente si è trasformata – e mai completamente – in lirica così come la intendiamo comunemente, cioè in espressione dell'io e dei suoi tormenti, dell'interiorità (talvolta tortuosa) del soggetto poetante. Ma la prima poesia lirica, quella greca dell'età arcaica, Continua la Lettura
“L’occhio della Poesia” di Giacomo Leronni
24 dicembre 2009 Autore: Giacomo Leronni
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Qualche settimana fa mi trovavo a casa di un amico poeta. La discussione è caduta sulla presentazione del suo ultimo libro, effettuata in un paese del circondario mesi prima. Poiché il poeta era impossibilitato a partecipare, all'incontro si sono recati due suoi amici che, assieme a un insegnante locale, avevano appunto il compito di presentare il libro. L'insegnante, al di là di altre discutibili opinioni sull'opera in questione e sulla poesia in generale, quella sera a un certo punto affermò che, tra l'altro, non sopportava le poesie senza titolo, come erano appunto quelle del poeta in questione.
Il fatto può sembrare, a prima vista, piuttosto banale. Invece, a rifletterci bene, nell'insofferenza del presentatore di turno è possibile riscontrare quello che è un grosso passo falso, compiuto piuttosto spesso, purtroppo, nell'accostare un testo poetico. In pratica, il tutto si manifesta con una sorta di ricatto: mi accosto a questo testo purché dica quello che voglio io. Questo atteggiamento preconcetto di fatto impedisce quel contatto vivificante che ogni vero lettore riesce a favorire nel momento in cui si confronta liberamente con la parola scritta. Continua la Lettura
L’occhio della poesia
28 ottobre 2009 Autore: Giacomo Leronni
Categorie: Acculturi@moci
"Guarnizioni, cinture, else di spada,/ scettri, armature, elmi, amuleti.// Medaglioni, orecchini, anelli, collane,/ calici, acquamanili, piatti, monete.// Protesi, scintillanti." Cominciamo questo nostro incontro entrando subito nel vivo della discussione, senza premesse o presentazioni inutili. E cominciamo confrontandoci con i versi di un poeta contemporaneo, ormai famoso, di cui ho citato la poesia "Smalti 2", tratta dal suo ultimo libro Pitture nere su carta (Mondadori, Lo Specchio, 2008). Di fronte a questi versi ci si può disporre in molti modi. Ma le posizioni principali credo siano due. Da un lato, coloro che prediligono e propugnano la tensione estrema (o la deriva) della poesia contemporanea verso le cose (verso un linguaggio, dunque, che sia il più oggettivo possibile e del tutto privo di sfumature emozionali o sentimentali) vedranno nei versi di Benedetti l'asciuttezza estrema di un percorso di ricerca di per sé già molto convincente che conferma, in versi aspri, scarni, essenziali fino al parossismo, l'impossibilità dell'atto poetico se non in presenza di un rapporto estremamente freddo e distaccato con la realtà, mediato dall'occhio del poeta che non fa che refertare ciò che cade nel suo campo visivo. Dall'altro lato, a qualcuno salterà in mente di dire, semplicemente, che quella di Benedetti non è poesia. Non lo è, perlomeno, se riferita al modo in cui, secondo la maggior parte di noi, la poesia si produce.
Personalmente ritengo che entrambi questi atteggiamenti siano rischiosi. La poesia, infatti, è una proposta fatta all'uomo, che viaggia però su binari tutti suoi. Sono ingenui, dunque, coloro che credono che l'arte, in qualche modo, si manifesti secondo quelle che sono le nostre intenzioni e che segua, nel farlo, i nostri sentieri consolidati. Per costoro tutto, anche l'arte, deve avere una spiegazione e questa spiegazione non solo deve essere razionale ma anche, possibilmente, deve volare basso, essere accessibile a tutti. Ma se così fosse, che funzione avrebbe mai l'arte, a cosa servirebbe la poesia? Tanto varrebbe parlare (e scrivere) come si fa comunemente (anche se nel linguaggio di tutti i giorni non credo ci si capisca più di tanto, mi viene da dire). D'altra parte, è pur vero che la poesia è nat Continua la Lettura










