L’occhio della Poesia

12 maggio 2012 Autore: Giacomo Leronni  
Categorie: Acculturi@moci

A mio parere l’arte (e, naturalmente, assieme alle altre forme d’arte, la poesia) è anche una risposta o una viva reazione all’omologazione sociale e culturale, purtroppo oggi imperante. È sempre stato così, a ben vedere, nel corso dei secoli. Ma oggi questa funzione dell’arte risalta ancora di più, anche grazie allo sfondo francamente deprimente da cui cerca, non sempre con successo, di staccarsi. Più o meno consciamente, a seconda della maturità e delle capacità di chi la propaga, l’arte ribadisce dunque il diritto imprescindibile di ogni creatura di fare storia a sé, di rivendicare la propria unicità e irripetibilità che si manifesta in modo lampante proprio attraverso l’atto creativo: ogni creatura è diversa in quanto capace di dar vita ad altre creature sempre differenti, mai riproducibili in fotocopia o con gli stampi (e infatti chi ricorre a tecniche di assoluta riproducibilità non può dirsi artista fino in fondo). Aggiungo che, contrariamente a ciò che comunemente siamo portati a credere, proprio riaffermando costantemente l’evidente e straordinaria singolarità di ciascuno, riusciamo poi a riconoscerci come portatori di un destino comune a tutti gli altri esseri umani e, dunque, compresi nel tortuoso, sofferente ma anche affascinante percorso dell’umanità. In definitiva: siamo tutti uguali proprio perché tutti diversi.
 
Quali le conseguenze, nel campo della poesia, di questa importante premessa? Le conseguenze sono numerose e, almeno in un paio di casi, decisamente da non sottovalutare. In primo luogo, possiamo affermare che la poesia aiuta a ripetere all’infinito che ognuno di noi non può essere mai incapsulato in definizioni o interpretazioni di comodo, formulate in un preciso momento e valide una volta per tutte. Che ci piaccia o no, nessuno di noi è uguale a qualcun altro né lo sarà mai. La poesia, pertanto, non serve a globalizzare né, tantomeno, ad appiattire o a semplificare. Chi scrive non è tenuto ad attuare alcuna “semplificazione normativa”, come si usa dire oggi a proposito di qualcosa di cui, in altri ambiti, tanto si parla (e poco si realizza). Chi scrive piuttosto sottolinea, con i mezzi a sua disposizione e dalla specola che gli consente di raggiungere il cammino fin lì percorso, l’estrema irriducibilità (anche – e non è constatazione da poco – linguistica) di ogni vicenda umana, mai sovrapponibile con esattezza (soprattutto per quanto riguarda, appunto, la lingua scelta e utilizzata da ciascuno) alle altre. La poesia, quindi, si orienta in direzione opposta all’univoca mercificazione che sembra possedere il mondo e ci insegna a diffidare, in particolar modo di coloro che, predicando da scanni o pulpiti di prestigio, servono in maniera più o meno conscia proprio l’omologazione e l’omogeneizzazione dominante, ad esempio cercando di insegnare a tutti come si dovrebbe scrivere e perché. Abbiamo appena ricordato che non esistono due persone perfettamente uguali. Potrebbero mai essere perfettamente uguali due poeti? Certamente no. E più facile sarebbe, sicuramente, trovarne due che per tempra, esperienza, visione del mondo e uso del linguaggio siano diametralmente opposti. Continua la Lettura

L’occhio della poesia

25 gennaio 2012 Autore: Giacomo Leronni  
Categorie: Acculturi@moci

La poesia, come tutte le arti, annuncia una sfida lancinante alla perfezione e, nello stesso tempo, nega che la perfezione sia possibile. Quello della scrittura, infatti,  è in sé un gesto perfetto. Ma la perfezione in nuce presente nelle intenzioni del poeta, quando sente erompere dentro di sé una forza capace di afferrare la verità e di rivelarla in tutta la sua evidenza, viene poi subito smentita dalla forma raggiunta, che è certo meno perfetta del gesto in sé e del vigore che l’ha creato. Ogni poeta, una volta portato a compimento quel gesto, sperimenta dunque una sensazione duplice, in cui sono comprese emozioni contrapposte.

Da un lato percepisce un senso di pieno appagamento, poiché è stato in grado di misurarsi con la parola sul terreno acuminato rappresentato da ciò che sente essere una qualche forma di verità. Nello stesso momento, però, a questa soddisfazione, che talvolta sconfina nell’euforia, fa da contraltare una insoddisfazione legata alla forma raggiunta dalla sua scrittura, che sta lì a dirgli, talvolta con estrema crudezza, che non era esattamente quello ciò che avrebbe voluto scrivere.

Di conseguenza, il poeta alberga in sé un dramma, che deve imparare a riconoscere e ad accettare. Una forza impetuosa lo costringe a vedere chiaro, a portare il suo sguardo su ciò che lo circonda andando ben oltre le comuni percezioni, ad aprire una sorta di vista interna a cui nulla sembra sfuggire e grazie alla quale ogni cosa, ogni situazione, ogni vicenda acquista il suo definitivo significato.

Tuttavia, quando questo occhio segreto si spegne, il poeta si accorge che la redazione di quell’esperienza che il suo braccio ha preparato, per quanto accurata e profonda, non è all’altezza della visione che lo ha posseduto. Gli è sembrato di portare la sua mente ovunque, ha travalicato tutto, gli ostacoli presenti nell’esperienza quotidiana di ciascuno si sono spontaneamente dissolti per consentirgli di arrivare dove mai avrebbe sperato, ma ne ha riportato – e trascritto – un pallido sogno, in cui le immagini si susseguono in una nebbia indistinta, in cui le parole sembrano poter dire e non dicono o, perlomeno, non riescono a dire tutto ciò che si dovrebbe e vorrebbe.

Continua la Lettura

L’occhio della poesia

22 novembre 2011 Autore: Giacomo Leronni  
Categorie: Acculturi@moci

Come preannunciato nel nostro ultimo incontro, anche questo mese trarremo utile spunto per la riflessione da un articolo di Paolo Di Stefano apparso nel luglio scorso sul “Corriere della Sera”. In un contesto più generale – che sembra intessuto apposta per stimolare una vera messe di approfondimenti – Di Stefano, citando l’opinione del poeta ticinese Fabio Pusterla, si schiera con coloro (me compreso) che ritengono innegabile, oggi, in Italia, un livello medio della produzione poetica del tutto superiore a quanto viene proposto in campo narrativo.
 
E, argomentando per sostenere la sua posizione, scrive: “… La poesia punta essenzialmente sulla parola, su una parola non (necessariamente) comunicativa. La semplificazione dei linguaggi, l’abbassamento del livello stilistico hanno inciso sulle sorti di molta narrativa di ricerca: alla letteratura si chiede trasparenza, un’espressività ridotta al minimo, una riproduzione dell’oralità quotidiana, ma se ciò è tollerabile in ambito narrativo, chiederlo alla poesia significherebbe azzerarne la sua stessa essenza, che è la sfida della parola. «La scrittura poetica – ha scritto Cesare Viviani – è l’esperienza che, insieme a poche altre, può essere più minacciata da questa nuova forma mentis». Viviani alludeva a quella «comunicazione unificante» che permette a tutti noi di sentirci tecnici di tutto (e di niente): nulla di più lontano dalla irriducibilità del linguaggio della poesia. Va ricordato, d’altro canto, che per anni siamo stati schiacciati dall’autocompiacimento di un’oscurità impermeabile, più o meno giocosa, comunque fine a se stessa”. Autocompiacimento, mi limito ad obiettare, che non sempre è stato tale (come ho già avuto modo di spiegare mesi addietro in questa stessa sede), anche se è vero che, sull’oscurità gratuita, qualcuno ci ha marciato a lungo.
 
Chiedo scusa ai lettori per la lunga citazione. Ma la sua estrema chiarezza circa i meccanismi che consentono la nascita della vera poesia m’imponeva questa scelta. Credo che una delle esperienze più gratificanti sia quella di riscontrare nelle parole altrui il nostro esatto pensiero, che un’altra persona è riuscita a rendere al posto nostro con un’assolutezza che spesso cerchiamo invano. Ecco: con le sue parole, Di Stefano, per l’ennesima volta, mi ha reso possibile questa esperienza.
 
Come ho già cercato di dire altre volte, la poesia ha ben poco a che vedere con la comunicazione, per come siamo soliti intenderla. Ben venga la narrativa trasparente (purché la troppa trasparenza non comporti – come spesso succede – intollerabili cadute di tono) e ancor più l’esercizio di una critica attenta alle motivazioni profonde della scrittura e in grado di dialogare con un pubblico desideroso di approfondimenti e, anche, di comprensione.
 
Ma non si può chiedere tutto questo alla poesia che, appunto, ipostatizza un linguaggio irriducibile e intangibile, un linguaggio che è sfida pura e assoluta, evidenza fugace e irriproducibile. La nostra società, rosa dai consumi, prostrata agli imperativi della globalizzazione e della mercificazione, porta i suoi tentacoli anche nel campo dell’arte e della letteratura, imponendo una pletora di libri bolsi, depauperati di qualunque ardore, esenti da qualsiasi rischio, sia di tipo economico sia – quel che è peggio – relativi alla nostra umanità. Lo fa espandendo ovunque un linguaggio privo di espressione, senza sfumature, povero e barbaro, disposto ad inoculare la violenza sottile e devastante dell’omologazione generale e dell’incuria.
 
E tuttavia la sperduta guarnigione dei poeti resiste, scommettendo proprio sul linguaggio: ma su un linguaggio altro, connesso all’essenza di ciò che siamo da sempre, incorruttibile e sovrano. Una parola che non viene al mondo per essere confusa con le altre parole – in modo da tenere a freno l’inquietudine – ma che trasforma la sua preziosa solitudine e il suo rigore nell’invito più pressante a diventare esploratori dell’inesplorabile, conoscitori di ciò che mai sarà interamente detto o conosciuto.
Giacomo Leronni
Tratto da "la Piazza" ottobre 2011

L’Occhio della Poesia

9 agosto 2011 Autore: Giacomo Leronni  
Categorie: Acculturi@moci

Alcune settimane fa ho partecipato, in una libreria del centro di Roma, alla presentazione di un’antologia di testi inediti (fra cui qualche mia poesia) di alcuni poeti appartenenti a varie generazioni, accomunati – oltre che da una sostanziale identità di vedute – dal tema proposto come stimolo per la scrittura (poi divenuto il titolo dell’antologia: Quanti di poesia. Nelle forme la cifra nascosta di una scrittura straordinaria) e dallo sforzo meritorio compiuto dalla casa editrice (L’Arca Felice di Salerno) e dal curatore del volume, il poeta romano Roberto Maggiani.
 
L’operazione compiuta con questa antologia meriterebbe un adeguato approfondimento, che non è possibile effettuare nello spazio che ho a disposizione. Posso, invece, riferire in questa sede un episodio che mi sembra molto utile e stimolante per far compiere un altro passo avanti a questa nostra comune riflessione sulla poesia e sulla sua importanza per gli uomini e le donne del nostro tempo.
 
Un incontro di poeti, che si stimano sinceramente e si sorreggono a vicenda, partecipando poi a un’impresa comune senza soggiacere a invidie e vanagloria, è cosa piuttosto rara, al di là di tutte le apparenze. A Roma, dunque, ci si è arricchiti reciprocamente nel corso di un bel pomeriggio dedicato non solo alla letteratura, ma anche all’arte (significativi sono stati, infatti, gli inserti relativi alla musica e alla pittura). Ma c’è di più. Al termine degli interventi e delle letture degli autori è stato dato spazio al pubblico, come si fa in questi casi.
 
E uno dei presenti, interagendo al meglio con alcune affermazioni fatte da me in precedenza, è ritornato brillantemente sul concetto di parola poetica, fornendo sostegno alla mia tesi che, a sua volta, rafforzava e confermava alcune sue intuizioni. Continua la Lettura

L’occhio della poesia

14 giugno 2011 Autore: Giacomo Leronni  
Categorie: Acculturi@moci

Una delle più importanti (e brave) poetesse italiane di oggi racconta in un’intervista apparsa in rete di essere stata recentemente criticata, tramite un messaggio su Facebook, da una sua amica virtuale la quale, lamentando che la poetessa in questione usasse una scrittura “pesante” e “volutamente arzigogolata”, si schierava con convinzione dalla parte di uno stile semplice e pienamente comprensibile. Questo episodio mi fornisce l’occasione per ritornare, ancora una volta, sull’annosa questione della comprensibilità di ciò che si scrive che, si badi bene, alcuni arrivano persino a pretendere. Di fronte a una scrittura impegnativa, non immediatamente assimilabile agli intendimenti più comuni, è sempre frequente l’atteggiamento di chi, invece di interrogarsi e di porsi, magari, in discussione, è portato ad accusare l’autore di propendere consciamente per un’oscurità gratuita, che non si capisce, tra l’altro, quali vantaggi potrebbe procurare. Chi sposa questa tesi dimostra un’evidente superficialità nell’affrontare una questione che, di per sé, è oggettivamente complessa. E non sa che quasi nessuno (tanto meno un poeta serio e rigoroso) si permette di scrivere cose volutamente incomprensibili, per partito preso o per ubbidire a mode più o meno passeggere. Continua la Lettura

L’Occhio della Poesia

15 gennaio 2011 Autore: Giacomo Leronni  
Categorie: Acculturi@moci

È arrivato il momento di porci alcune domande importanti. In primo luogo: quale potrebbe essere la funzione della critica nei confronti della poesia che si produce oggi, sotto i nostri occhi? E di conseguenza: il critico (quello avvertito e consapevole e non quello improvvisato che oggi va purtroppo di moda) funge da giudice/valutatore o è piuttosto un compagno di percorso? Infine: la critica, quando accosta la poesia, lo fa con occhio aperto e libero da pregiudizi oppure si fa in qualche modo condizionare da paure e preconcetti? Si tratta di domande di largo respiro, a cui certo non è possibile dare una risposta esauriente in poche righe. Ma sono domande che vanno poste, perché non si può ragionare – come cerco di fare in questa sede – sul mistero della creazione poetica senza interrogarsi sulla prospettiva e sul metodo di lavoro di coloro che selezionano (o dovrebbero selezionare) il frutto di tale creazione, al fine precipuo di indirizzare i lettori e di contribuire a una prima sistemazione del canone contemporaneo, in attesa che valutazioni ben più ponderate vengano fatte col tempo e con il necessario approfondimento delle indagini.
 
Per provare a dire qualcosa di sensato sull’argomento restringo la mia analisi, come dicevo all’inizio, alla contemporaneità e cito il parere in merito di un critico notissimo, Alfonso Berardinelli. Il quale, in un libro di grande spessore, in gran parte condivisibile e sicuramente consigliabile (Poesia non poesia, Einaudi 2008, pp. 12-13) fa questa affermazione: “Leggere poeti italiani contemporanei è quasi sempre esasperante. Non si capisce perché quella parola sta lì, non si capisce perché dopo quella frase c’è quell’altra, non si capisce perché si va a capo… non si capisce perché il testo finisce a quel punto, non prima, non dopo”. Estrapolo da un discorso più ampio e rifletto su questa frase dando per scontato che, in alcuni casi, Berardinelli ha ragione (ma questo dipende anche dal fatto che oggi nessuno seleziona più nulla – neppure i critici e tantomeno gli editori – e tutti pubblicano senza aver mai sudato sangue sulle proprie carte, grazie alla mercificazione imperante anche nel campo dell’arte). Continua la Lettura

L’occhio della poesia

5 dicembre 2010 Autore: Giacomo Leronni  
Categorie: Acculturi@moci

Non è infrequente oggi imbattersi, sui giornali o in televisione, nel tema della presunta assenza degli intellettuali rispetto ai tanti avvenimenti (anche scottanti e dolorosi) che il quotidiano ci mette sotto gli occhi. È dunque necessario porsi, in questa sede, una domanda che non può essere ignorata: il poeta deve apertamente e pubblicamente schierarsi in favore di questa o quella opinione, deve far sentire la sua voce e usare la sua autorevolezza (quando la possiede) pro o contro una determinata causa?
 
Anche se non si può mai generalizzare, personalmente credo che la cosa migliore, sempre e comunque, è fare bene il proprio mestiere. Naturalmente rispettando le regole e le leggi, più che la prassi. Nel caso del poeta, rispettare le regole interne alla poesia, le sue leggi imprescindibili, più che quelle esterne, che portano ad uniformarsi a quello che si pensa o si fa comunemente. La poesia, infatti, come abbiamo scritto più volte, è fuori dal senso comune delle cose, è altro dal modo consueto di intenderle: costituisce, per così dire, un surplus di vitalità, un vigore differente comunicato alle cose che, di conseguenza, non sono più quelle di prima o, comunque, non possono più essere viste sotto la stessa luce a cui siamo abituati.
 
Se questo è vero, il poeta non ha bisogno di schierarsi pubblicamente a favore o contro qualcuno o qualcosa, perché è la sua opera che lo fa in vece sua. Se ci si sintonizza pienamente sulla lunghezza d’onda della poesia, che rimanda sempre a un ideale infranto da ricomporre, se ci si lascia guidare dalle sue leggi interne, in cui non c’è posto per le convenienze, l’accondiscendenza e gli altri scialbi ricatti cui siamo soliti sottostare nella vita di tutti i giorni, allora si riuscirà a dire solo ciò che è assolutamente necessario dire, senza aver bisogno di mettere in evidenza Continua la Lettura

L’occhio della Poesia

30 settembre 2010 Autore: Giacomo Leronni  
Categorie: Acculturi@moci, Leggi@mo & ...

Qual è l’obiettivo più importante per chi inizia a scrivere poesia? La risposta, a mio giudizio, è una soltanto: essere se stessi. Può sembrare banale o scontato ma, in realtà, non lo è affatto. Non si tratta, infatti, di scrivere in modo spontaneo e immediato, genuino e semplice, come alcuni sono portati a credere, ma di scavare a poco a poco un solco, sempre più profondo, fino a trovare quella vena di poesia che ci attende da sempre e che è destinata solo a noi.
 
In passato, per apprendere a muoversi nei territori dell’arte, si andava a bottega. Si pensi, a solo titolo di esempio, ai grandi artisti del Medioevo e del Rinascimento, formatisi presso i laboratori (in alcuni casi vere e proprie scuole) dei grandi maestri del loro tempo fino ad essere in grado di mettersi in proprio: cioè, in sostanza, fino ad essere riconoscibili per se stessi e non in quanto discepoli o seguaci di qualcun altro. La grande pittura dei secoli scorsi (si pensi al rapporto fra Cimabue e Giotto o a Raffaello, che rileva la bottega del padre e a sedici anni è già un maestro autonomo) si è formata così: prima il lavoro intenso a diretto contatto con l’opera del maestro di bottega o con quella dei modelli coevi o precedenti, poi, a poco a poco, la creazione della propria opera, che certo a quei modelli inevitabilmente si richiamava, ma che era in grado, nel contempo, di staccarsene, fino ad assurgere ad una dimensione del tutto propria, nuova, distinguibile di per sé da tutte le altre precedenti e conclamabile, finalmente, in quello che siamo soliti definire stile.
 
I poeti, diciamolo chiaramente, sono sempre stati in realtà dei solitari, poco inclini al clima da bottega. I grandi poeti molto raramente hanno aperto la loro fucina ai giovani talenti. Ed anche quando è stato possibile un interscambio, raramente ciò ha condotto ad un arricchimento reciproco. Spesso il rapporto maestro/discepolo è rimasto limitato nel tempo, quando non occasionale, oppure confinato solo in particolari aree geografiche, più aperte e stimolanti di altre. Così, molti poeti sono cresciuti da soli, leggendo in solitudine i contemporanei e gli autori della tradizione, spesso senza avere l’occasione (e, talvolta, l’umiltà) di imparare il mestiere da altri, più navigati ed esperti, per contatto diretto, per diretta trasmissione di esperienza.
 
Ecco dunque che l’esigenza di essere se stessi, vero imperativo per ogni poeta che si rispetti, non può che sposarsi, oggi a maggior ragione, con quella di andare a bottega, in senso proprio o figurato. Si deve iniziare un severo apprendistato che, senza alcuna concessione alla fretta e alle facilonerie tanto alla moda, consenta di distillare a poco a poco e faticosamente uno stile unico, non esattamente sovrapponibile a quelli degli altri compagni di viaggio e, pertanto, sempre distinguibile: caratterizzato, cioè, più da tratti del tutto personali che dalle immancabili tracce e influenze dell’opera altrui, per quanto nobili esse siano. Nella fase di apprendistato, il poeta che vuole essere se stesso imparerà a fondo tutti i trucchi e le sfumature di quella che potremmo definire la parola comune dell’epoca. Si concentrerà, poi, nel trovare la sua strada personale, elaborando con scrupolo instancabile la sua parola divergente, il linguaggio unico e nuovo che gli servirà per comunicare al mondo ciò che la poesia gli detta. Si tratta, naturalmente, di un lavoro lungo, paziente, meticoloso, non privo di insidie e cadute, ripensamenti, sconfitte. Ma è l’unica via che è possibile percorrere se si vuole portare a giusto compimento ciò a cui ciascuno è chiamato: diventare, in fondo, “… l’angelo del perdono che diviene parola / messa di fronte al limite: la ferita nel mondo”, come dice Maria Grazia Calandrone nella sua poesia “La luce su miracoli provvisori” (in La scimmia randagia, Crocetti 2003, p. 122). Essere se stesso, infatti, per un poeta, non è lasciarsi trasportare agevolmente dal quotidiano limitandosi a leggerne le trasparenze, ma compiere passo dopo passo il duro e mirabile miracolo provvisorio di quell’opera che solo a lui è dato di scrivere.     
 
Giacomo Leronni
Tratto da “la Piazza” luglio 2010

L’occhio della poesia

23 giugno 2010 Autore: Giacomo Leronni  
Categorie: Acculturi@moci

 L’ultima opera del poeta comasco Antonio De Marchi-Gherini (L’altro, pubblicato come e-book sulla rivista on-line www.larecherche.it) mi offre l’occasione per affrontare una questione che da sempre considero strettamente connessa al fare poesia: quella della posizione del poeta rispetto a ciò che crea come oggetto, dopo averlo venerato come suo signore (e, di conseguenza, quella del linguaggio particolarissimo e unico attraverso il quale il poeta veicola il suo amore assoluto per ciò che lo possiede e che si trasforma, poi, in oggetto artistico).
 
“Se sono venuto da Dio sono una sua scintilla / un’onda dell’oceano della sua beatitudine. / Avrò la pace – pensa – quando tornerò ad / immergermi totalmente in lui. Questa è // la via della saggezza. Ustionato dalla febbre / disarticola come può l’inganno mistico. / Come fuggito da sé stesso rimane al margine. / Ripiega su visioni e voci per sopravvivere” (L’altro, XXIII). Continua la Lettura

L’occhio della poesia

Quando qualcuno chiede, in occasione di letture pubbliche o presentazioni, che cos’è la poesia si sente talvolta rispondere, anche da parte di illustri colleghi, che la poesia è una forma di comunicazione. Un’affermazione sicuramente condivisibile. Ma il punto è un altro: che cosa, esattamente, si comunica? Verrebbe da pensare (e molti lo fanno, infatti) che il poeta comunica ciò che conosce, ciò che vuole in qualche modo trasmettere ai suoi lettori. La realtà è però ben diversa: il poeta non comunica ciò che sa, ma ciò che gli accade, dunque, in parte, ciò che non conosce, ciò che non possiede. Amante del rischio, il poeta frequenta territori estremi, infidi.
E rende conto, nei versi, di ciò che gli capita in quelle situazioni ai limiti del conoscibile. La poesia, dunque, non è la consegna di un sapere certo da parte di qualcuno a qualcun altro, ma essenzialmente un’esperienza, così sconvolgente che, da un lato, non si può fare a meno di comunicarla e, dall’altro lato, resta in parte incomunicabile, in quanto il turbamento che il poeta si trova a vivere è così radicale e violento da sovvertire tutto: il linguaggio, in primis, e poi l’esperienza comune e il modo di testimoniarla; la vita, l’interiorità, il mondo esterno. Dopo l’evento della poesia, dopo la sua apparizione inattesa e la sua altrettanto inattesa sparizione, nulla è più come prima, nulla ritorna più al suo posto. Continua la Lettura

L’Occhio della Poesia – Febbraio 2010

17 febbraio 2010 Autore: Giacomo Leronni  
Categorie: Acculturi@moci

Giacomo LeronniMi è capitato spesso, in queste ultime settimane, di tornare sulla massima aristotelica primum vivere, deinde philosophari. E, paradossalmente, non l'ho fatto per addivenire a una filosofia spicciola (con tutto il rispetto per lo stagirita e per la portata di verità della sua affermazione), eminentemente pratica, che mi consentisse di districarmi fra i tanti assilli dell'esistenza, quanto per riflettere su un atteggiamento comune ai tanti che oggi si accostano alla poesia. Di fronte a un testo poetico, infatti, bisognerebbe applicare alla lettera il consiglio di Aristotele: prima vivere, poi fare filosofia. Invece, per esperienza, so che più o meno tutti facciamo esattamente il contrario: prima la filosofia, la riflessione, l'interpretazione, alla ricerca della spiegazione in grado di mettere il poeta con le spalle al muro (o capisco quello che mi stai dicendo o me lo devi spiegare) e poi, se c'è tempo e pazienza, se non ci siamo già stancati e demotivati, la vita e cioè la polpa del testo in quanto tale, addentata finalmente per sfamarsi o per rinfrescarsi, come si farebbe con un frutto maturo.

A grandi linee possiamo dire che la poesia è nata senza bisogno di particolari spiegazioni, in quanto poesia narrativa. Solo successivamente si è trasformata – e mai completamente – in lirica così come la intendiamo comunemente, cioè in espressione dell'io e dei suoi tormenti, dell'interiorità (talvolta tortuosa) del soggetto poetante. Ma la prima poesia lirica, quella greca dell'età arcaica, Continua la Lettura

“L’occhio della Poesia” di Giacomo Leronni

24 dicembre 2009 Autore: Giacomo Leronni  
Categorie: Acculturi@moci

Giacomo LeronniQualche settimana fa mi trovavo a casa di un amico poeta. La discussione è caduta sulla presentazione del suo ultimo libro, effettuata in un paese del circondario mesi prima. Poiché il poeta era impossibilitato a partecipare, all'incontro si sono recati due suoi amici che, assieme a un insegnante locale, avevano appunto il compito di presentare il libro. L'insegnante, al di là di altre discutibili opinioni sull'opera in questione e sulla poesia in generale, quella sera a un certo punto affermò che, tra l'altro, non sopportava le poesie senza titolo, come erano appunto quelle del poeta in questione.

Il fatto può sembrare, a prima vista, piuttosto banale. Invece, a rifletterci bene, nell'insofferenza del presentatore di turno è possibile riscontrare quello che è un grosso passo falso, compiuto piuttosto spesso, purtroppo, nell'accostare un testo poetico. In pratica, il tutto si manifesta con una sorta di ricatto: mi accosto a questo testo purché dica quello che voglio io. Questo atteggiamento preconcetto di fatto impedisce quel contatto vivificante che ogni vero lettore riesce a favorire nel momento in cui si confronta liberamente con la parola scritta. Continua la Lettura

L’occhio della poesia

28 ottobre 2009 Autore: Giacomo Leronni  
Categorie: Acculturi@moci

Il poeta gioiese Giacomo Leronni"Guarnizioni, cinture, else di spada,/ scettri, armature, elmi, amuleti.// Medaglioni, orecchini, anelli, collane,/ calici, acquamanili, piatti, monete.// Protesi, scintillanti." Cominciamo questo nostro incontro entrando subito nel vivo della discussione, senza premesse o presentazioni inutili. E cominciamo confrontandoci con i versi di un poeta contemporaneo, ormai famoso, di cui ho citato la poesia "Smalti 2", tratta dal suo ultimo libro Pitture nere su carta (Mondadori, Lo Specchio, 2008). Di fronte a questi versi ci si può disporre in molti modi. Ma le posizioni principali credo siano due. Da un lato, coloro che prediligono e propugnano la tensione estrema (o la deriva) della poesia contemporanea verso le cose (verso un linguaggio, dunque, che sia il più oggettivo possibile e del tutto privo di sfumature emozionali o sentimentali) vedranno nei versi di Benedetti l'asciuttezza estrema di un percorso di ricerca di per sé già molto convincente che conferma, in versi aspri, scarni, essenziali fino al parossismo, l'impossibilità dell'atto poetico se non in presenza di un rapporto estremamente freddo e distaccato con la realtà, mediato dall'occhio del poeta che non fa che refertare ciò che cade nel suo campo visivo. Dall'altro lato, a qualcuno salterà in mente di dire, semplicemente, che quella di Benedetti non è poesia. Non lo è, perlomeno, se riferita al modo in cui, secondo la maggior parte di noi, la poesia si produce.

Personalmente ritengo che entrambi questi atteggiamenti siano rischiosi. La poesia, infatti, è una proposta fatta all'uomo, che viaggia però su binari tutti suoi. Sono ingenui, dunque, coloro che credono che l'arte, in qualche modo, si manifesti secondo quelle che sono le nostre intenzioni e che segua, nel farlo, i nostri sentieri consolidati. Per costoro tutto, anche l'arte, deve avere una spiegazione e questa spiegazione non solo deve essere razionale ma anche, possibilmente, deve volare basso, essere accessibile a tutti. Ma se così fosse, che funzione avrebbe mai l'arte, a cosa servirebbe la poesia? Tanto varrebbe parlare (e scrivere) come si fa comunemente (anche se nel linguaggio di tutti i giorni non credo ci si capisca più di tanto, mi viene da dire). D'altra parte, è pur vero che la poesia è nat Continua la Lettura