Il Campo di internamento nell’ex Mulino-Pastificio “A. Pagano”
5 marzo 2010 Autore: Francesco Giannini
Categorie: Acculturi@moci, La Gioia di Ieri, Primo Piano, Storia
Quest'anno ricorre il 70° anniversario dell'istituzione, a Gioia del Colle, di un campo di internamento per ebrei.
Con il Regio Decreto 8 giugno 1938, n. 1415, si dava mandato al Ministro dell'Interno di disporre con ulteriore proprio decreto l'internamento dei cittadini nemici, in grado di portare armi o che comunque potessero svolgere attività dannose nei confronti dello Stato italiano.
A seguito delle leggi razziali del 1938 ( Regio Decreto Legge 5 settembre 1938-XVI, n. 1390, Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista e Regio Decreto Legge 17 novembre 1938-XVI, n.1728, Provvedimenti per la difesa della razza italiana ), ad emulazione di quanto stava accadendo in Germania, in Italia si dà avvio alla discriminazione degli ebrei qui residenti, ad iniziare dalla proibizione di matrimoni, dalla revoca della cittadinanza nel caso fosse stata ottenuta posteriormente al 1° gennaio 1919 e dall’obbligo dell'abbandono del territorio del Regno italiano.
Il 6 ottobre 1938 il Gran Consiglio del fascismo approva la Dichiarazione sulla razza, nota anche come Carta della Razza. Essa, tra l'altro, prevedeva il divieto di ingresso nel Regno degli ebrei stranieri e l'espulsione di quelli ritenuti indesiderabili. Continua la Lettura
Gli Archi Parte II
24 febbraio 2010 Autore: Francesco Giannini
Categorie: Acculturi@moci, Gioia Nota, La Gioia di Ieri, Storia, Turismo
Vi sono degli archi che, piuttosto che fungere da chiusura, con portone attraverso il quale si entra nella corte, sono delle volte a botte che reggono una abitazione soprastante. Anche questi archi hanno la funzione di immettere in un largo.
Alcuni archi, quelli più antichi ed in pietra sono di particolare pregio architettonico, altri costruiti in tempi a noi più recenti, sono in tufo, costituiscono la base di edifici sovrastanti e non sono di particolare pregio. Tra questi sono da segnalare: Arco San Nicola, Arco Paradiso, Arco su Vico Spada, Arco di Vico Sardella, Arco di Vico Serpente, Arco Arcobaleno, Arco di Via Palude.
ARCO SAN NICOLA
E' localizzato nell'omonimo antico rione, che venne così chiamato perché Gioia faceva parte della diocesi della Chiesa di San Nicolò di Bari e nel secolo XII e nei successivi nel nostro Comune risiedeva una rappresentanza della Basilica barese.
Si affaccia su una piazzetta, delimitata da via Carlo III di Borbone, vico Santa Maria Maddalena e vico Chiuso e addossato a due edifici, che presenta complessivamente cinque scalinate per accedere ad altrettante abitazioni. L'arco immette in un cortile di modeste dimensioni, in cui esisteva un forno, detto di San Nicola, un tempo proprietà del Comune, che lo utilizzava per la cottura del pane necessario alla popolazione che viveva in quel vecchio borgo gioiese. Il cortile presenta tre abitazioni, alle quali si accede attraverso due scalinate, e alcuni locali che sono sottoposti al livello stradale.
E' unico tra tutti gli altri per la sua struttura. E' affiancato da una scalinata che porta al di sopra dell'arco, il quale viene utilizzato come ponte e via di passaggio per accedere ad una abitazione. E' costruito in tufo e porta in alto la scritta Arco San Nicola. Qualcuno avanza l'ipotesi che in quel punto in passato fosse presente un'antica chiesa. Continua la Lettura
Gli Archi Parte I
22 febbraio 2010 Autore: Francesco Giannini
Categorie: Acculturi@moci, Gioia Nota, La Gioia di Ieri, Primo Piano, Storia, Turismo
Il primo nucleo di Gioia risale al periodo bizantino e normanno, in pieno periodo medievale.
Nel nostro centro storico sono tuttora presenti numerosi archi. Essi fungevano, caratteristica che mantengono ancora oggi, da porta di accesso in uno spiazzo, che in tempi recenti è stato chiamato " Largo ". Tale spiazzo, che è caratterizzato dalla presenza di una serie di scale esterne e di piccoli loggiati, nel periodo medievale era chiamato " corte ", perché racchiudeva alcuni edifici di proprietà di un unico signore, tra i quali spiccava quello, più ampio e artisticamente più raffinato, abitato dal signore stesso.
La funzione della corte era anche quello di difesa dell'abitazione del nobile ( come dimostra il portone ligneo o metallico originariamente presente e che fungeva da chiusura dell'arco ), la quale era già difesa dai primi assalti nemici dalle esistenti mura cittadine.
In tempi più vicini a noi la corte perde la connotazione di unica proprietà e di luogo di residenza del signore, per diventare un piccolo borgo o caseggiato di proprietà di più famiglie; ciò è evidenziato dalla scomparsa del portone che originariamente serviva a chiudere l'arco e dalla presenza al suo interno di costruzioni abitate da diverse famiglie.
Lo spiazzo che si apre al di là dell'arco, quindi, da essere un luogo privato diventa proprietà pubblica, è accessibile a tutti i cittadini e a volte finisce per innestarsi con le altre strade e vicoli cittadini attraverso un altro arco opposto a quello principale. Inoltre il pozzo che era quasi sempre presente all'interno della corte dopo aver varcato l'arco, diventa anch'esso da privato, di uso pubblico e quindi viene utilizzato da quei cittadini che abitano nel Largo o che ne avvertono il bisogno. Continua la Lettura
Giuseppe Labrocca
16 febbraio 2010 Autore: Francesco Giannini
Categorie: Acculturi@moci, Foto, Gioia Nota, Primo Piano
Figlio di Giacomo e di Camilla Cuscito, nasce il 23 giugno 1908 a Gioia del Colle.
Rimasto subito orfano, manifesta una naturale inclinazione per l'arte pittorica e inizia giovanissimo l'attività artistica. Studia inizialmente nell'Istituto Vittorio Emanuele II di Giovinazzo e, successivamente, per l'interessamento del principe Borromeo, viene ammesso a frequentare l'Accademia di Brera a Milano, dove completa la sua formazione artistica.
Giovanissimo si impone all'attenzione della critica, tanto che ottiene subito successi ed elogi e raggiunge una vasta notorietà sia a livello nazionale che internazionale.
Ha svolto la sua attività pittorica nella città natale, dalla quale si è allontanato solo per partecipare a mostre e concorsi nazionali e internazionali.
Tra tutte le sue esperienze professionali va segnalato un un episodio che ci fa comprendere il suo animo e il suo costante impegno nella ricerca e nell'affermazione del bello che è presente nel creato e del bene che è nel Creatore. Il 23-11-1962 la Giunta comunale delibera un contributo a Giuseppe Labrocca perché lo stesso partecipi, come pittore, alla Mostra Artistica del Concilio Ecumenico Vaticano II con un quadro da donare alle Chiese povere.
Dopo una vita profusa in una lunga attività artistica si è spento a Gioia il 17 marzo 1994.
Le Confraternite a Gioia Parte II
4 febbraio 2010 Autore: Francesco Giannini
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Le Confraternite gioiesi attualmente in vita sono sette: Maria SS.ma del Rosario, Immacola Concezione di Maria, Purgatorio, San Filippo Neri, San Rocco, Maria SS.ma del Monte Carmelo, Santa Lucia.
CONFRATERNITA DI MARIA SS. DEL ROSARIO
La seconda Confraternita, in ordine cronologico di fondazione, è quella del Maria SS. del Rosario; essa viene citata nella Visita Pastorale del 1593. Ha sede nella Chiesa di San Domenico sul cui altare maggiore in una nicchia è collocata una statua lignea della Madonna del Rosario, che viene portata in processione in occasione della solennità del 7 ottobre. Nella chiesa è anche presente una tela che raffigura la Madonna del Rosario, circondata da riquadri in cui sono raffigurati i Misteri.
La prima testimonianza della sua presenza è datata 1593, epoca della Visita Pastorale dell'Arcivescovo di Bari Ricciardi, durante la quale si parla espressamente di una compagnia e confraternita della Madonna del Rosario. In una successiva Visita del 1623 la Confraternita viene nuovamente menzionata. Poiché in epoca successiva non figura tra le confraternite che chiedono il Regio Assenso, si potrebbe ipotizzare che si sia estinta. Questa ipotesi sarebbe suffragata dalla constatazione che in mancaza di autorizzazione la Confraternita non avrebbe potuto continuare a svolgere le attività e i compiti previsti dallo statuto e che solo nel 1883 il re Ferdinando II di Napoli concede alla confraternita il Regio Assenso ed approva lo statuto dell'associazione. Nel 1884 la Confraternita si stabilisce nella Chiesa di San Domenico. Continua la Lettura
Le Confraternite antiche a Gioia Parte I
3 febbraio 2010 Autore: Francesco Giannini
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Ancora oggi si è soliti parlare indifferentemente di congrega o di confraternita, come di un'unica entità. In realtà, a differenza delle congreghe o congregazioni religiose, i membri delle Confraternite, in passato come anche oggi, non emettono voti né vivono in comunità. La Chiesa cattolica, infatti, definisce Congregazione religiosa un istituto religioso i cui membri emettono i voti in forma semplice; questa differisce dall' ordine religioso perché in quest'ultimo i voti sono emessi in forma solenne.
Il termine medievale confraternitas stava ad indicare una realtà associativa, solo in parte coincidente con la moderna definizione di 'confraternita', cioé un gruppo composto da uomini e da donne, da laici e chierici, che si consociavano per scopi di edificazione religiosa, di solidarietà, di impegno liturgico, di pratica penitenziale ed assistenziale. Queste associazioni nelle fonti antiche vengono indicate con termini diversi: confraternitas, fraternitas, schola, consortium, fratria, societas, universitas, gilda e con differenze semantiche, a seconda delle diverse aree geografiche di origine.
Pur se è molto incerta la data di nascita delle Confraternite in Italia, sicuramente l'origine può essere fatta risalire alle prime comunità cristiane, per cui si può affermare che la storia delle Confraternite è intimamente connessa alla storia della Chiesa stessa, in quanto l'associazionismo laicale è stato una esigenza avvertita dai cristiani per realizzare la fratellanza e il messaggio cristiano: se due o tre si riuniscono per invocare il mio nome io sono in mezzo a loro.
Alcuni ritengono, dunque, che le Confraternite Continua la Lettura
L’insediamento peuceta di Santo Mola
25 gennaio 2010 Autore: Francesco Giannini
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Il territorio di Gioia del Colle è ricco di reperti archeologici, segno tangibile della presenza dell'uomo nel nostro Comune già in età antica. Il sito archeologico più consistente e più conosciuto è quello di Monte Sannace, uno dei più antichi ed importanti insediamenti dei Peuceti in Puglia, risalente all'Età del Neolitico, che, oltre alle necropoli ha portato alla luce i resti delle dimore degli antichi abitanti.
Altri siti minori, ma tali solo per estensione, per sviluppo cronologico e per scarsità di reperti urbanistici, non per importanza, sono presenti nel nostro territorio comunale, quasi tutti in direzione Sud Ovest e poco distanti tra loro, ulteriore segno della posizione favorevole all'insediamento dell'uomo su un pianoro che domina la fertile zona circostante, ancora oggi attraversata da lame con piccoli torrenti o con presenza di laghetti artificiali.
Essi sono insediamenti risalenti all'Età dei Metalli Continua la Lettura
L’illuminazione elettrica a Gioia
15 gennaio 2010 Autore: Francesco Giannini
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A Gioia si incomincia a parlare di illuminazione pubblica il 6 aprile 1826, allorquando il Signor Intendente della Provincia, durante la riunione del Decurionato da lui stessa indetta, afferma: Essendo Gioia un Paese rispettabile per la sua situazione, e pel numero degli abitanti, non conduce che le strade siano all'oscuro nella notte, tanto più, ch'essendovi la Strada Consolare, molti mancano dei passeggieri; è d'uopo quindi che le strade abbiano de' riverberi.
Il suggerimento dell'Intendente non trova seguito perché i Decurioni nella seduta del 6 agosto seguente riconoscono lo stato deplorevole del Comune a causa dell'inclemenza delle stagioni e richiede alle Autorità Superiori la sospensione delle pubbliche imposte. Il 13 agosto il Decurionato chiede di fare economie, rimandando a miglior tempo le spese per il maestro pubblico e la maestra, per il Chirurgo dei poveri e chiede altresì la sospensione dei lavori pubblici e della guardia rurale, la riduzione degli stipendi e di non imporre nuovi balzelli, date le tristi condizioni della popolazione.
L’illuminazione serale e notturna di una città oltre a permettere di svolgere regolarmente e con discreta sicurezza alcune attività era dettata anche da motivi di ordine pubblico; infatti una ordinanza del Ministero di Polizia del 1829 imponeva, per coloro che circolavano in paese durante le ore notturne specialmente nella stagione invernale, l’obbligo di portare con sè delle lanterne per evitare furti o altri inconvenienti che sogliono verificarsi nelle tenebre.
Probabilmente a seguito di tale disposizione nel nostro Comune Continua la Lettura
Ricoveri antiaerei
12 gennaio 2010 Autore: Francesco Giannini
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Durante la seconda guerra mondiale Gioia era considerata un obiettivo sensibile, un luogo di notevole importanza strategica, in quanto era un importante snodo stradale ( diramazioni per Taranto, Bari. Matera, Brindisi ) e ferroviario ( collegamenti con Bari, Taranto, Foggia, Matera ) ed anche sede di un aeroporto militare ( o meglio, come allora veniva chiamato, Campo di Aviazione ).
Dal primo Campo di Aviazione la notte tra il 4 e il 5 ottobre 1917 partirono 15 biplani con piloti italiani che seguirono Gabriele D'Annunzio nell'eroica impresa del bombardamento e della distruzione della flotta nemica nelle Bocche di Cattaro. Nel 1940, dopo essere stato ampliato il Campo prende la denominazione di Regio Aeroporto Militare.
Era quindi naturale che Gioia potesse subire bombardamenti aerei e che alla popolazione gioiese fosse data l'opportunità di proteggersi da tali evenienze. In effetti bombardamenti aerei furono effettuati su Gioia ed ebbero come obiettivi il Campo d'aviazione, la stazione ferroviaria e il cavalcaferrovia, che subirono gravi danni.
Per impedire stragi di civili inermi fu decisa la costruzione di ricoveri antiaerei, l'acquisto di maschere antigas, la posa in opera e in funzione di una sirena di allarme sulla torre dell'orologio in Piazza Plebiscito e l'oscuramento serale e notturno con lampade azzurrate, schermate da cappellotti metallici.
Per costruire un ricovero sotto Piazza Plebiscito si decise di sacrificare un simbolo della città e cioè la Cassa Armonica che era stata impiantata lì per permettere al glorioso Gran Concerto Musicale Città di Gioia del Colle di suonare durante la festa patronale ed in altre importanti festività religiose e civili. Continua la Lettura
Le neviere
3 gennaio 2010 Autore: Francesco Giannini
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Dai tempi antichi l'uomo ha avvertito l'esigenza di procurarsi refrigerio durante la calura estiva e, non avendo i mezzi di cui oggi disponiamo, ha utilizzato ciò che la natura gli offriva: la neve.
La neve in passato da qualcuno era considerata una maledizione divina, perché rovinava alcune colture agricole, pregiudicando i raccolti. Come ogni moneta ha una doppia faccia, così anche per questo fenomeno atmosferico l'uomo col passare del tempo ha apprezzato il lato positivo, vedendo in esso un beneficio per la natura, poiché la neve rallentava la crescita dei semi e delle piante e contribuiva alla distruzione degli insetti nocivi all'agricoltura. Inoltre ha imparato a considerarla una merce preziosa anche per lui e ad utilizzarla sia per scopo alimentare ( per la preparazione di sorbetti e bevande fresche e per conservare cibi, come riserva di acqua potabile nei periodi di siccità ) che per uso ospedaliero e medico ( cura di ascessi, contusioni, febbre ). La neve era anche utilizzata da comunità monastiche, specialmente per la conservazione di prodotti caseari.
Nei tempi passati, quando non erano state ideate e prodotte apparecchiature refrigeranti, per contrastare gli effetti del caldo estivo la popolazione faceva ricorso all'utilizzo della neve, che veniva recuperata e stipata in luoghi adatti durante le abbondanti precipitazioni invernali.
Potrà sembrare strano alle nuove generazioni ( abituate ai giorni nostri a gustare un buon gelato, dissetarsi con una bevanda fresca, rinfrescarsi, avere un po' di refrigerio durante la stagione estiva ) la pratica in uso nel secolo scorso di ricorrere all'utilizzo della neve, conservata durante l'inverno, per conseguire tali finalità.
Il consumo della neve presso alcuni popoli nei tempi antichi era considerato un segno di ricchezza e di raffinatezza. Anche nella Villa dell'imperatore romano Adriano a Tivoli una grossa galleria scavata nel tufo sembra essere stata utilizzata come deposito di neve.
In genere la neve veniva deposta in luoghi esposti a nord, quindi freschi e umidi, come sotterranei, grotte, scantinati, fosse oppure in locali appositamente costruiti.
La neviera ( o niviera, forma che ricalca più fedelmente l'etimologia latina ) è una struttura semplice, ma funzionale, indispensabile per assicurarsi l'utilizzo del ghiaccio nei caldissimi mesi estivi.
Queste strutture, ormai quasi tutte distrutte o dal tempo o dalla mano dell'uomo, prendono il nome di neviere perché sono dei veri e propri depositi di neve, che col tempo si trasforma in ghiaccio. Le uniche strutture sopravvissute sono state dismesse a seguito dell'installazione e del funzionamento di impianti per la produzione industriale di ghiaccio, le cosiddette " fabbriche di ghiaccio ".
Gioia è stato uno uno dei pochi paesi del circondario a dotarsi di una fabbrica di ghiaccio sin dai primi decenni del Novecento e questo soprattutto perché la stessa forniva le cosiddette " bacchette" di ghiaccio da 25 chilogrammi, che principalmente servivano per refrigerare i prodotti agro-industriali locali ( essenzialmente ortofrutta e mozzarelle ) che venivano spediti sia al Nord che nel resto dell'Italia per mezzo di vagoni ferroviari attrezzati per quel trasporto o con autotreni. La costruzione fu realizzata in contrada Acquaro, nei pressi del cavalcaferrovia, luogo ricco di falde acquifere, da cui si poteva prelevare grandi quantità di acqua, elemento indispensabile per il funzionamento della fabbrica. Funzione non secondaria che la " fabbrica industriale " espletava era quella che precedentemente veniva svolta dall'artigianale neviera.
Nella nostra zona murgiana spesso le neviere erano situate presso le masserie, nei declivi dei campi, per facilitare la conservazione della neve. I locali adibiti a neviera erano costituiti da costruzioni interrate abbastanza profonde per consentire la conservazione della neve e impedirne lo scioglimento. Tali locali erano molto simili alle attuali cisterne di accumulo di acqua piovana che ritroviamo nelle aziende agricole locali. Si distinguono dalle cisterne o dalle piscine per alcune caratteristiche: la maggiore profondità, la minore altezza dal piano di calpestio e l'assenza di pile, contenitori in pietra nelle quali si versava l'acqua per abbeverare gli animali.
Le neviere avevano la forma di un parallelogramma, con volta prevalentemente a botte. Il piano di calpestio delle neviere non risulta lastricato, come nelle cisterne, ma presentava una superficie formata da terriccio, che ricopriva le lastre calcaree adagiate sulla volta, per ridurre l'incidenza dei raggi solari e neutralizzare il calore, nocivo alle finalità cui era adibita la struttura. La copertura a volta era sporgente rispetto al livello del suolo e presentava sulla sua sommità un'apertura attraverso la quale la neve veniva introdotta per essere conservata nel periodo invernale o veniva prelevata per essere utilizzata nel periodo estivo.
Esse avevano, inoltre, una o due aperture laterali, che restavano murate o chiuse con porte di legno fino al momento del prelievo del ghiaccio. Allorquando si verificavano delle nevicate, atteso che non si registrava né la presenza di inquinamento atmosferico né di piogge o nevicate acide ( basti pensare che la neve appena caduta veniva tranquillamente raccolta e assaporata con il vincotto ), la neve, dopo essere stata " tagliata " , per mezzo di badili, nella parte superficiale, per evitare danni alle culture sottostanti, era trasportata nelle neviere, che non erano molto distanti dal paese, con una specie di portantina a mano a quattro portatori, chiamata vaiardo.
Solo la neve raccolta lontano dalle neviere era trasportata su carri trainati da cavalli; i traini, però, erano ingombranti e potevano provocare danni agli erbaggi. D'inverno, dopo un'abbondante precipitazione nevosa gli operai, detti "nevierai", si recavano al lavoro presso la neviera, che generalmente si trovava nelle vicinanze dei centri abitati, anche se alcune di esse venivano costruite all'interno del paese. Siccome spesso le neviere erano costruite nelle vallate i nevierai formavano delle grosse palle di neve, che facevano rotalare dal pendio, le quali si ingrossavano lungo la discesa nei campi sottostanti, per essere infine spinte all'interno della neviera.
Prima d'iniziare a riempire di neve il vano sotterraneo si stendeva sul fondo un consistente strato di fasci di sarmenti per facilitare il distacco dello strato di ghiaccio dal fondo, per eliminare la possibilità alla neve di sciogliersi e di inquinarsi e per costituire un'intercapedine tra il pavimento e la neve in grado di isolarla dal fondo. Poiché una piccola quantità di acqua si formava sempre, in seguito allo scioglimento di parte della neve o del ghiaccio, questa, filtrando attraverso i fasci di sarmenti, confluiva sul fondo della neviera. L'acqua veniva raccolta in apposite vasche attraverso alcune canalizzazioni oppure si infiltrava nel terreno o attraverso un tubo calato sul fondo della neviera era pompata all'esterno, per consentirne il deflusso. Tra le pareti e il terreno, con funzione di intercapedine, c'era uno spazio che si riempiva di paglia per mantenere il freddo nella neviera.
In quel luogo la neve veniva ammassata e costipata, per farne fuoriuscire l'aria e consentirne una conservazione ottimale fino a tutta la stagione estiva. La neve veniva compressa con le pale anche perché la neviera potesse contenerne grandi quantità, affinché si compattasse uniformemente e assumesse, con l'ausilio delle basse temperature notturne e del modestissimo irraggiamento diurno, le caratteristiche del ghiaccio.
Dopo l'operazione di battitura la neviera veniva chiusa per essere riaperta con l'arrivo della stagione calda. La neve, diventata ghiaccio, veniva tagliata da operai specializzati in pezzi regolari e abbastanza ampi ( a volte del peso di quatto o cinque quintali ) e, dopo essere stata ricoperta di paglia e avvolta in teli, per evitarne lo scioglimento, veniva trasportata con carri per essere venduta in paese.
Era acquistata da chi aveva bisogno di conservare i cibi freschi, come i gestori di bar, e dava vita ad un vera e propria industria che offriva un'opportunità di lavoro a coloro che si occupavano di questa primordiale catena del freddo. La neve, oltre che nei bar per preparare gelati, per rinfrescare bibite, per preparare granite, per essere mescolata a sciroppi o vincotto, era utilizzata anche in macelleria. Il ghiaccio non serviva solo per i piaceri della gola, per uno sfizio nei giorni delle feste, ma veniva utilizzato tra le mura domestiche per alleviare le sofferenze derivanti da alcuni malanni fisici o in ospedale, per curare alcune malattie.
Una cura particolare era riservata alla raccolta della neve sia per motivi commerciali che di durata del prodotto; occorreva evitare il deprezzamento della neve e lo scioglimento del ghiaccio. La neve doveva esere di ottima qualità o, come di diceva, " neve da bicchiere ", cioè trasparente come il vetro, simbolo di purezza e di qualità, e abbastanza compatta, in modo da sciogliersi lentamente.
La neve venduta, infatti, era di due tipi: quella bianca venduta per uso alimentare e medico, la più richiesta e più costosa, e quella grezza o nera destinata ad altri usi, più economica e di seconda scelta.
I manuali di architettura ottocenteschi danno indicazioni precise sulle tecniche di stivaggio delle neviere. In uno di tali manuali si legge: Per riempirla di ghiaccio si scelga un giorno freddo e asciutto; prima di riporvelo vi si deve mettere al fondo un denso strato di paglia lunga incrocicchiata in tutti versi, e devesi pur rivestire di paglia tutto l'interno, in guisa che il ghiaccio posi sulla paglia e non tocchi le pietre.
Il Comune di Gioia durante la stagione estiva concedeva delle sovvenzioni a coloro che in quel periodo offrivano il servizio del " freddo ". Si stabiliva annualmente le basi per l' appalto per il servizio e la vendita della neve. Nell'Archivio Storico del Comune di Gioia si conservano le deliberazioni e i contratti di appalto delle neve, che risalgono al 1879 e vanno fino alla prima metà del Novecento. L'appaltatore si impegnava a vendere la neve pulita, ovvero il ghiaccio, in quantità sufficiente ai bisogni del paese durante il periodo estivo, di una determinata qualità e ad un prezzo politico, assoggettandosi ad una serie di osservanze, pena il ritiro della concessione o il pagamento di forti penalità. Di seguito sono riportati due contratti di appalto per il servizio della neve nel nostro Comune.
Poiché nell'inverno del 1878-79 non si erano verificate nevicate e la neve difettava in modo assoluto per cui non era stato possibile raccoglierla, per far sì che la popolazione di Gioia nella imminente stagione estiva non fosse privata di un elemento tanto necessario, massima in vista delle non poche malattie che da parecchi anni affliggono questa Provincia e stantecché da parte di non pochi cittadini pervengono istanze perché fossero presi dei provvedimenti atti ad impedire il monopolio, il Sindaco, Vincenzo Castellaneta, nella riunione del Consiglio comunale del 31 maggio 1879 propone che il Municipio incoraggi la vendita di questo genere col deliberare a titolo di premio una somma qualsiasi a beneficio di colui il quale offrirà le migliori condizioni di vendita e nel contempo si obbliga di non far mancare la neve al paese durante la stagione estiva. Il Consiglio delibera: 1° Che fosse dal Municipio pagato a titolo di premio la somma di lire 200 a colui il quale assumesse l'obbligo di non far mancare la neve in questo Comune per tutta la stagione estiva, cioè sino a tutto settembre dovendo però fornire neve bianca mangiabile e per quanto più possibile scevra di corpi estranei, nella quantità necessaria al consumo giornaliero del paese ed al prezzo di centesimi dodici a chilogrammi. 2° Che per accordarsi la preferenza al premio fosse tenuta una licitazione privata tra tutti i concorrenti, e dovrà essere ritenuto migliore offerente colui il quale apporta maggiore ribasso sul citato prezzo di vendita, dovendo tutte le altre condizioni che riflettono la quantità e la qualità della neve e della durata dello spaccio rimanere inalterate. 3° Il pagamento del premio sarà fatto all'avente diritto al termine della vendita e dietro l'esibizione di un certificato di buon servito da rilasciarsi dall'Assessore Delegato alla Polizia Urbana.
Nella deliberazione del Consiglio del 10 aprile 1889 vengono esplicitati meglio i rapporti tra Comune e futuro appaltatore del servizio della neve. Art. 1 I concorrenti dovranno obbligarsi di vendere la neve al pubblico di qualità buona, mangiabile al prezzo di centesimi cinque al chilogrammo. Art. 2 Il deliberatario avrà l'obbligo di aprire due spacci di vendita al pubblico uno alla piazza e l'altro al largo Vittoria ( oggi Piazza XX Settembre ), dal giorno dell'approvazione degli atti d'appalto fino a tutto il mese di ottobre. Detti spacci saranno costantemente aperti per l'intera giornata e fino alle ore tre di notte. Dovranno anche riaprirsi nelle altre ore della notte per fornire la neve necessaria per urgente causa di malattia. Art. 3 Per ogni mancanza di neve durante le ore di vendita e per ogni rifiuto a fornire la neve di notte, giusto l'articolo precedente, l'appaltatore pagherà al Comune una penale di lire due, la quale gli sarà applicata con verbale dell'Assessore Delegato alla Polizia Urbana, in seguito a rapporto degli agenti comunali. Art. 4 Seguita la definitiva aggiudicazione il deliberatario dovrà presentare analoga garantia solidale con persone solvibili e di fiducia dell'Amministrazione. Art. 5 La gara per la concessione del sussidio sarà aperta sulla base di lire 400. I concorrenti dovranno offrire il ribasso su detta somma, ad ogni modo non potrà essere minore dell'uno per cento. Art. 6 Per garentia dell'asta e per le relative spese che andranno tutte a carico dell'aggiudicatario, i concorrenti dovranno fare nelle mani del Presidente dell'asta medesima un deposito di lire 30. Art.7 Il premio depurato del ribasso d'asta e delle multe comminate allo appaltatore sarà pagato per metà a fine agosto e per l'altra metà a fine ottobre.
L'importanza attribuita nel passato alla neve e alle neviere è testimoniata, ancora oggi, dalla presenza in numerose città di chiesette consacrate alla Madonna della Neve. Infatti era molto diffusa l'usanza, e non solo nel Meridione, d'invocare la protezione divina sulle neviere. Tra le varie denominazioni che sono state attribuite in passato alla Chiesa Madre di Gioia c'è anche quella di Santa Maria della Neve.
La nostra moderna società, abituata all'uso dei frigoriferi, ha completamente dimenticato la preziosa e umile opera svolta in passato da questi depositi del freddo.
Tra le neviere in discreto stato di conservazione nel territorio di Gioia va segnalata quella sita a circa tre chilometri dal paese, nella proprietà Svelto, lungo la strada vicinale Cinque Parieti nei pressi dello svincolo autostradale, risalente all'Ottocento. Si compone di due distinti e adiacenti corpi di scavo con copertura in pietra e due aperture laterali sovrastanti, rispettivamente l'una per il carico e l'altra per lo scarico del ghiaccio. Un'altra neviera in discreto stato di conservazione è quella sita a circa quattro chilometri in direzione Taranto sulla statale 100, presso la masseria di proprietà della famiglia Ninni, sulla cui apertura di accesso è ben visibile la data del 1852. Essa è composta da un unico corpo e, come la precedente, sfrutta il declivio del terreno per ottenere due aperture, poste su due diversi livelli, che erano utilizzate per lo stivaggio e per il prelevamento del ghiaccio.
Un'altra grossa neviera, costituita da più locali, si trovava nella zona di fronte alla ex distilleria Cassano, all'uscita del casello autostradale; questa durante i lavori di allargamento della circonvallazione di via Milano, probabilmente è stata interrata perché insisteva sul tracciato del tronco stradale.
Con l'avvento delle nuove " tecnologie del freddo ", come l' installazione e funzionamento di impianti per la produzione industriale di ghiaccio, le cosiddette " fabbriche di ghiaccio ", e successivamente con la vendita di frigoriferi e di congelatori, questi depositi hanno perso la loro funzione e sono diventati monumenti dell'ingegnosa civiltà contadina, veri e propri monumenti dell'archeologia agricolo-industriale.
Le neviere che oggi sopravvivono all'incuria del tempo o alla distruzione operata dall'uomo sono completamente abbandonate a se stesse, sono state dismesse dalla primitiva finalità per essere trasformate in cisterne o trovare utilizzo come deposito di acqua o depositi di paglia oppure sono andate in rovina.
Il loro studio e la loro salvaguardia sono importanti se vogliamo tramandare alle future generazioni un frammento di storia locale, una preziosa testimonianza di un settore lavorativo dei nostri avi e inoltre un prezioso esempio di archeologia agricolo-industriale nel nostro Comune.
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Bernardo Terio
28 dicembre 2009 Autore: Francesco Giannini
Categorie: Acculturi@moci, Gioia Nota
Nasce nel 1911 a San Pietro Vernotico, in provincia di Lecce, da genitori di origine gioiese.
La sua famiglia dopo qualche anno si trasferisce a Gioia, dove il giovane Bernardo frequenta le scuole elementari, quelle medie, le ginnasiali ed infine le liceali.
Sin dall'infanzia e per il periodo della sua carriera scolastica manifesta interesse per tutte le discipline, ma predilige particolarmente quelle scientifiche. La sua innata inclinazione per le materie scientifiche lo porta, nei momenti liberi, a catturare animaletti di specie diverse, dei quali osserva attentamente sia i movimenti che le diverse reazioni alle sue sollecitazioni.
Come studente si segnala e si distingue per il suo spirito vivace e critico, tanto da essere additato ad esempio agli altri coetanei.
Nel 1937 consegue brillantemente la laurea in Scienze Naturali presso l'Università di Napoli, ottenendo il massimo dei voti, la lode e la pubblicazione della tesi.
Si avvia subito alla carriera universitaria , insegnando a Napoli in qualità di assistente presso l'Istituto di Istologia, diretto dal Professor Stefanelli. Quando nel 1940 quest'ultimo si trasferisce a Bari, come Direttore dell'Istituto di Istologia e Anatomia comparata della locale Università, anche il professor Terio lo segue e lo affianca nel suo lavoro, segnalandosi soprattutto per le ricerche riguardanti le terminazioni dell'apparato nervoso periferico, studi che ancor oggi sono considerati validi e sono molto apprezzati. Continua la Lettura
Fiere e Mercati a Gioia
21 dicembre 2009 Autore: Francesco Giannini
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Le Fiere, sorte in età medievale, erano veri e propri mercati che si svolgevano in occasione di importanti feste religiose e duravano alcuni giorni; gran parte del settore espositivo era riservato alle fiere, cioè agli animali, mentre il resto riguardava attrezzi agricoli. La loro importanza nel passato è attestata dalla circostanza per cui , se durante il loro svolgimento erano in corso delle guerre, queste venivano temporaneamente sospese e durante tale tregua i visitatori godevano di particolari privilegi, come la protezione durante il viaggio, l'esenzione o la riduzione dei dazi, il diritto di ospitalità o di asilo. I mercati, invece, avevano una durata più breve, una cadenza più ravvicinata nel loro svolgimento e permettevano la vendita di prodotti molto vari, non limitati al solo settore agricolo.
Anche in Gioia, città medievale, è attestata la presenza di fiere e mercati nei secolo scorsi.
Nell' Apprezzo di Gioia del 1611 del tabulario Federico Pinto si legge: Nella detta Terra di Gjoia alli otto di settembre vi si fa una Fiera, dove vi concorrono infinite genti con copia d'animali d'ogni sorte non solo dallo lontano, ma anco da lunghe parti.
Nell' Apprezzo del 1640 del tabulario Honofrio Tangho si dice: In detta Piazza si svolge la fiera alli 7 di settembre nel giorno di Santa Sofia dove si vendono tutte sorte d'animali e dura otto giorni. Continua la Lettura
Il Macello Comunale
7 dicembre 2009 Autore: Francesco Giannini
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Fino agli anni che precedono la proclamazione dell'Unità d'Italia era prassi comune in quasi tutti i paesi del Sud macellare gli animali nelle pubbliche strade. In tale circostanza i cittadini si aiutavano vicendevolmente e gratuitamente. Sembrava quasi di partecipare alla celebrazione di un rito sacro, durante il quale le strade erano affollate, pullulanti di un andirivieni di gente, specie di bambini che curiosavano, come se si trattasse della folcloristica celebrazione della festa del Santo Patrono.
Con delibera del 6 novembre 1861, sindaco Antonio Taranto, il Decurionato di Gioia decideva di prendere un locale ad uso del Macello per uccidere gli animali lontano dalla vista e dalla curiosità delle persone, oltre che per motivi igienici.
Il 25 novembre 1871 Il Consiglio dei Decurioni delibera la costruzione del nuovo Macello nel giardino degli ex Francescani Riformati e conferisce l'incarico della progettazione all'architetto Giovanni D'Erchia di Monopoli.
La Giunta, però, in data 20-8-1872 delibera di far effettuare dei restauri al vecchio macello.
Il progetto del nuovo Macello viene approvato nella seduta del 31 gennaio 1874, durante la quale il Sindaco, Pompeo Lippolis, afferma che la costruzione del Macello si rendeva più che mai indispensabile per togliere lo sconcio di vedere uccidere gli animali in paese, quanto per procurare un po' di lavoro in questa triste stagione iemale. L'incarico di dirigere ed effettuare i lavori viene affidato all'architetto Vincenzo Castellaneta e al mastro muratore Angelo De Bellis. Continua la Lettura
L’ I.T.I.S., ex Lanificio Lattarulo
30 novembre 2009 Autore: Francesco Giannini
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Fino alla prima metà del Novecento Gioia è stato un paese florido non solo nel settore agricolo, ma anche in quello industriale; ciò è testimoniato sia dalla presenza di industrie di trasformazione di prodotti agricoli, come distillerie, frantoi oleari e enologici, mulini e pastifici, molte delle quali oggi fanno parte dei monumenti dell'archeologia industriale locale, sia dalla presenza di altri opifici, come il Lanificio Lattarulo.
Quest'anno ricorre il 50° anniversario dalla deliberazione del Comune di Gioia di acquisto dell'opificio ex Lattarulo, che successivamente verrà destinato a sede dell'ITIS.
Alla fine dell'Ottocento un giovane di Fasano divenuto ormai nostro concittadino, Angelo Lattarulo di Onofrio, dopo aver iniziato a lavorare come garzone nello stabilimento di Saverio De Bellis a Castellana Grotte, dà avvio alla sua attività lavorativa a Gioia come tintore, andando in giro per il paese con un carretto e chiedendo alla gente se avesse abiti e indumenti da tingere. Successivamente impianta anche una modesta tintoria a carattere artigianale in alcuni locali presi in fitto in via Monte Sannace.
Il 4 giugno 1885, dopo aver provveduto ad acquistare 60 fusi, cinque telai a mano e due piccole cardatrici, impianta anche un piccolo laboratorio tessile. Man mano che i suoi figli, Onofrio, Oronzo e Michele crescevano, questi, insieme al padre e allo zio Giuseppe Ciaccia, ampliano l'industria con l'aggiunta di nuovi reparti.
Nel 1908, dovendo ampliare ulteriormente l'azienda e quindi avendo necessità di nuovi locali, i proprietari decidono di acquistare un suolo edificabile, in Via Mazzini, per costruire un opificio per poi trasferirvi l'azienda.
Allorquando il fondatore, Angelo Lattarulo, decide di ritirarsi dall'attività lavorativa dona una metà del fabbricato del lanificio, compresi i macchinari, le attrezzature e gli impianti, ai figli e ai nipoti Angelo, Franca, Onofrio ed Oronzo. (Il figlio Michele muore tragicamente il 12 -4-1944 ).
Questi signori il 4 giugno 1944, esattamente 59 anni dopo la primitiva fondazione, costituiscono a Gioia una Società, che chiamano " Lanificio Lattarulo ".
Il fondatore del Lanificio, Angelo Lattarulo senior, per la sua costante operosità e per la sua intraprendenza nel suo settore lavorativo, sarà insignito dell'onorificenza di Cavaliere del Lavoro.
L'attività del Lanificio non si limita alla produzione di tessuti di lana, ma prevede altresì la lavorazione del cotone e della bambagia e la produzione di abiti, di costumi, di materassi, di coperte e di stoffe. Oltre ai lavori di tintoria l'attività dell'azienda sconfina anche nella produzione di divise per le Forze Armate. A tal proposito, come ricorda la Gazzetta del Mezzogiorno del 26-12-1938, il Lanificio, che forniva divise alle Forze Armate, viene visitato dalla fiduciaria del fascio femminile di Bari, che esprime parole di elogio sia per i proprietari che per gli operai impegnati in un meritorio e delicato compito e nella costruzione della nuova Patria.
Il ciclo di produzione del Lanificio era completo e andava dal lavaggio, alla filatura, alla cardatura, alla tessitura, alla tintura, al candeggio, all'asciugamento, al finissaggio per finire all'imballaggio, prima della definitiva spedizione dei tessuti lavorati.
E' probabilmente un errore ( un colore non perfettamente riuscito nella produzione di divise per la Marina, nonostante il nipote dell'industriale, anche lui di nome Angelo, fosse diplomato come Perito Chimico Colorista ) che costituisce l'inizio della crisi dell'azienda, in quanto quell'episodio comporta la mancata vendita dell'ordinativo richiesto, i mancati introiti per pagare materie prime ed operai e il mancato utile per i proprietari.
Il Lanificio, che aveva sede in via Mazzini n. 91, è stato ampliato alla fine degli anni quaranta a seguito dell'ampliamento dei reparti e per far fronte ai crescenti ordinativi richiesti da parte di operatori del settore tessile. Nella fase di massima espansione si estendeva su una superficie di circa mq. 6.500. Anche dopo la costruzione dell'ala sud, quella sita di fronte alla Chiesa dell'Immacolata di Lourdes, costituiva un unico corpo di fabbrica costruito a scopo industriale. Si sviluppava intorno ad un cortile centrale e comprendeva due livelli: il piano terra era costituito di quattro grandi vani, mentre il primo piano ne comprendeva undici. L'opificio era suddiviso in 5 reparti, ciascuno dei quali aveva uno specifico utilizzo.
Un primo padiglione, che aveva una superficie di circa mq. 745, era allocato su due livelli; quello inferiore era destinato al reparto lavaggio e tintoria, mentre quello superiore era utilizzato come deposito-magazzino. In questo modulo erano presenti diverse attrezzature: Una macchina Obermaier con cesto da Kg.140, un impianto per candeggio al cloro, due vasche per acidificare, un impianto Leviatan con 4 vasche in cemento e tre spremitoi, tre vasche in acciaio per la tintura delle matasse, due vasche in cemento con rivestimento a piastrelle, un forno-essiccatoio con attrezzature per l'asciugatura delle matasse.
Un secondo modulo, anch'esso disposto su due livelli, ma più ampio del primo, di circa mq. 1320, era adibito alla tessitura. La parte superiore, che non era edificata, ma solamente terrazzata, era utilizzata per far asciugare la lana. Nel modulo, oltre ad alcune attrezzature e vari contenitori erano installati 22 telai Jacquard ( per ottenere tessuti a maglia con disegni geometrici o variamente figurati, permette l'esecuzione di complessi disegni e intrecci sul tessuto), 18 telai a Raties, 13 telai per lana a doppia altezza, altri due telai, due ordinatoi a sezione per il cotone e tre per la lana.
Anche il terzo modulo, di circa mq. 615, era disposto su due livelli. Il primo piano, dove erano impiantate 4 macchine per classificare le diverse fibre tessili, era utilizzato come reparto cardatura, operazione effettuata con attrezzature brevettate dalla stessa ditta, mentre il primo piano era adibito per la filatura.
Anche il quarto modulo era composto di due parti. La prima, utilizzata come opificio, aveva una superficie di circa mq. 340; in essa erano presenti sia una sfilacciatrice, che produceva ogni ora 25 chili di ritagli di lana per panni militari che un aspiratore per la lana sporca, mentre l'altra zona, di circa mq. 680, era utilizzata come sede per uffici, come abitazione del custode e fungeva da magazzino e da autorimessa.
L'ultimo modulo, di circa mq. 290, era utilizzato per il finissaggio; in esso erano presenti due macchinari che rendevano uniforme il tessuto e una spazzolatrice- ripianatrice.
La struttura era dotata di due cabine di trasformazione di elettricità e di alta e bassa tensione per il funzionamento dell'opificio. Inizialmente aveva macchinari che sviluppavano una forza motrice di 40 cavalli vapore, 400 fusi e dieci telai meccanici per la lavorazione di diversi prodotti: cotone, lana, drappi, coperte e filati. Durante gli anni che vanno dal 1930 al 1940, in media lo stabilimento produceva 94.000 chili annui di tessuti di cotone e 71.250 chili di filati di lana cardata. Il buono stato di salute della fabbrica è confermato dal fatto che negli anni '40 il numero dei telai passa a 42, i fusi diventano 1200 e la potenza complessiva dei motori arriva a 190 cavalli vapore.
A pieno regime tra operai ed impiegati lavoravano circa 250 persone; gran parte della manodopera era costituita da donne.
Nel 1954 lo stabilimento presenta una situazione delicata, tanto che la proprietà è costretta a licenziare 220 operai. L'allora Sindaco di Gioia, Pietro Rubino, in una lettera al Prefetto evidenzia le preoccupazioni sue e della cittadinanza per la perdita del posto di lavoro per 220 famiglie gioiesi e per l'economia locale, anche a seguito dell'aumento della disoccupazione, sottolineando che il fallimento era divenuto esecutivo a causa del mancato fido da parte delle banche.
Non si riesce a scongiurare il fallimento, nonostante la missiva che il Presidente dell'Assoindustria di Bari invia il 17-1-1956 al curatore fallimentare del Tribunale di Bari, con la quale chiedeva che il Lanificio Lattarulo fosse mantenuto in vita, perché ritenuto ancora valido, produttivo e necessario per l'economia di Gioia e della Provincia.
Nonostante pressioni operate da più parti, dopo il periodo di commissariamento, affidato a Severino Cavallone, il fallimento viene deliberato il 25-6-1955.
Il fallimento interessa anche altre aziende della famiglia Lattarulo: una fabbrica di ghiaccio, un opificio di produzione di manufatti per l'edlizia, una società operante nel settore dei lavori pubblici, il mulino pastificio ex Alfredo Pagano.
L'eco di questa tragica conclusione giunge anche in Parlamento; infatti il 13-7-1955 il Sottosegetario di Stato risponde alla Camera dei Deputati alla seguente interpellanza presentanta dall'Onorevole Ernesto De Marzio ai Ministri del Tesoro e del Lavoro e della Previdenza Sociale: Per conoscere se non ritengano opportuno d'intervenire per la grave situazione verificatasi nel lanificio Lattarulo di Gioia del Colle ( Bari ) per la mancata concessione di un prestito di £. 50 milioni da parte del Banco di Napoli, richiesto in base alla legge Sturzo; si tratta di un'azienda che dispone di un complesso industriale del valore di circa 700 milioni e che ha dovuto cessare la sua attività per i debiti veramente modesti in confronto al valore reale e potenziale di cui dispone, con la conseguenza della disoccupazione nelle famiglie dei suoi 200 dipendenti.
La risposta è la seguente: Il predetto lanificio ebbe a presentare alla sezione di Credito industriale del Banco di Napoli una domanda di finanziamento per lire 50 milioni, ai sensi della legge 16 aprile 1954, n. 135. Tale domanda fu sottoposta alla normale istruttoria prevista, al termine della quale il Banco fece presente alla ditta che il suo accoglimento doveva considerarsi subordinato ai seguenti adempimenti: 1°) accordo con i maggiori creditori per una ratizzazione dei debiti fluttuanti in atto; 2°) concretizzazione di impegni per l'assorbimento della produzione al fine di assicurarne il rapido collocamento. La ditta, con sua lettera del 9 maggio scorso, assicurò il Banco di Napoli che entro breve tempo avrebbe fornito la prova sia delle transazioni concordate con i creditori sia degli impegni contratti per l'assorbimento della produzione e si impegnò inoltre ad espletare le formalità necessarie per la sua trasformazione da " in nome collettivo " in " società per azioni ". Il 24 dello stesso mese, poi, la stessa ditta comunicò al Banco che la documentazione richiesta era in corso di approntamento, e precisò che avrebbe presentato i relativi incartamenti entro breve termine. Pertanto, non appena detti documenti saranno stati prodotti, la domanda di finanziamento sarà sottoposta al Comitato tecnico amministrativo della sezione, per le determinazioni di competenza.
Ancora l'11-7-1967 l'onorevole Genco, durante la discussione per l'approvazione del programma economico-nazionale per il quinquennio 1966-70, in Senato afferma: Che cosa ne è, per esempio, del lanificio Lattarulo, che stava a Gioia del Colle, con 250 operai e che si chiuse solamente perché l'istituto di credito temeva per i 70 milioni che aveva erogato? Oggi, i soli suoli di quello stabilimento valgono il triplo o il quadruplo; se l'istituto avesse atteso, si sarebbe rifatto largamente della somma anticipata.
I macchinari, perfettamente funzionanti, dopo la dichiarazione di fallimento vengono smontati, trasferiti in un'industria al Nord per essere lì utilizzati.
Il 19-4-1956 il Comune di Gioia approva l'istituzione di Corsi di qualificazione professionale per operai tessili della fallita Lattarulo. Il 12-10-1956 il Commissario Prefettizio, dott. Emanuele Loperfido, delibera il pagamento del fitto di 6 telai per 4 corsi di qualificazione per operai tessili della fallita Lattarulo, tenuti a Gioia. Tali corsi erano finalizzati ad un reintegro degli operai in una nuova azienda tessile.
Infatti, da una deliberazione dello stesso Commissario del 4-3-1959 apprendiamo che da accordi tra l'Amministrazione comunale e l'Amministratore delegato della Società per Azioni Lanificio Gioia del Colle sarà costruito un lanificio industriale e che il Comune si impegna a costruire la condotta della fogna all'opificio da costruirsi.
Cinquant'anni fa, esattamente il 24-10-1959, per evitare che la fabbrica finisse in mano di privati, a seguito del processo di liquidazione, l'Amministrazione comunale, guidata dal Sindaco Tommaso Surico, con deliberazione consiliare decide di acquistare l'immobile contraendo un mutuo di 50 milioni di lire.
Si pensava inizialmente di utilizzare la struttura come sede di un mercato ortofrutticolo all'ingrosso, mentre il 24 novembre 1959 viene discussa la modifica della delibera di acquisto dell'edificio per uffici pubblici , acquisto, escluso il 2° lotto, da effettuare per la somma di £. 65 milioni attraverso il ricorso a un mutuo.
Neppure questa seconda destinazione trova attuazione perché l'utilizzo finale diventa quello di scuola e precisamente diventa sede dell'Istituto Tecnico Industriale Statale. Infatti il 17-6-1960 la Giunta delibera di richiedere al Ministero della P.I. l'istituzione in Gioia di una sezione staccata dell'Istituto Tecnico Industriale di Bari.
Il 20-12-1960 il Consiglio ratifica la delibera di Giunta del 17 giugno 1960 riguardante l'istituzione di una sezione staccata dell'Istituto Tecnico Industriale di Bari.
Il 6-4-1961 il Consiglio riduce da £. 65 milioni a £. 46 milioni il mutuo per l'acquisto dell'ex Lanificio.
Il 24-4-1961 il Consiglio delibera di assumere gli oneri ( acqua, illuminazione e riscaldamento) per i locali dell'istituendo ITIS.
Il 4 9- 1961 la Giunta approva il progetto di sistemazione del comprensorio immobiliare ex Lattarulo, per il mercato ortofrutticolo ed altri servizi pubblici, complesso che il 25 novembre 1959 il Consiglio comunale deliberava di acquistare dal Tribunale di Bari, escluso il 2° lotto, per un importo di £. 65 milioni. Il relativo mutuo con la Cassa di Risparmio di Puglia di £. 46 milioni per finanziare l'acquisto viene deliberato dalla Giunta il 18-2-1962.
Il 5-12-1961 la Giunta, in merito all'acquisto dal Tribunale di Bari dell'ex comprensorio Lattarulo, provvede alla nomina del legale del Comune, avv. Matarrese, per assistere il Sindaco.
Il 2-2-1962 la Giunta delibera di liquidare l'onorario all'avv. Matarrese e delibera il deposito presso la Cassa di Risparmio di Puglia della somma residua del mutuo di £. 46 milioni per l'adattamento dell'immobile ex Lanificio Lattarulo: £.35 milioni erano per l'acquisto e £. 11 milioni per l'adattamento dello stesso a mercato ortofrutticolo.
Il progetto di adattamento e trasformazione a scuola viene eseguito a cura dell'Ufficio Tecnico del Comune. Il 30-3-1962 la Giunta approva il progetto per i lavori di adattamento dell'opificio Lattarulo, 1° lotto, per l'Istituto Tecnico Industriale. I lavori sono appaltati all'impresa Nicola Antonio Putignano.
L'1-10-1962 la Giunta approva il preventivo di spesa EAAP ( Ente Autonomo Acquedotto Pugliese ) per la costruzione del tronco idrico e fognante all'immobile ex Lanificio Lattarulo e il pagamento del contributo alla SGPE ( Società Generale Pugliese di Elettricità ) per l'allacciamento elettrico allo stesso edificio. Il 26 ottobre vengono approvati i lavori di adattamento di due locali dell'opificio ad officina meccanica e palestra per l'ITIS.
L'ITIS inizia a funzionare il 1° ottobre 1961 in alcuni locali presi in fitto dalla parrocchia del Sacro Cuore, mentre la sede della Scuola viene inaugurata il 12-12-1962, come sezione staccata dell'Istituto tecnico Industriale " Marconi " di Bari. La Giunta comunale il 21-12-1962 delibera la liquidazione delle spese di rappresentanza per tale inaugurazione.
Il 27 novembre 1962 la Giunta approva il preventivo spese per la demolizione di un vano a piano terra e la sistemazione di un locale per il custode.
Nel 1965 viene completato un prefabbricato per ospitare nuovi corsi, vista l'affluenza di studenti che si iscrivevano a tale Istituto.
L'ITIS è diventato un Istituto autonomo dal 1-10-1966. Successivamente l'Istituto è stato dotato di una palestra coperta. Nell'anno scolastico 1972-73 è stata istituita ad Altamura una sezione staccata dipendente dall'ITIS di Gioia, con un'ulteriore specializzazione in Chimica. Dall'a.s. 2006-07 la sede di Altamura è diventata sede associata dell'ITG " Nervi " di Altamura.
Attualmente nell' ITIS " Galileo Galilei " di Gioia sono operative le specializzazioni in Meccanicanica, Elettrotecnica e Automazione, Elettronica e Telecomunicazioni, Informatica.
E' consentito l'uso del contenuto di questo articolo per soli fini non commerciali, citando la fonte e il nome dell'autore.
Foto tratte dal volume : Gioia del Colle … in bianco e nero – Storia fotografica degli ultimi cinquant'anni della "Città di Federico" a cura di Carlo Maria Tangorra. Suma Editore.
La Casa Torre
20 novembre 2009 Autore: Francesco Giannini
Categorie: Acculturi@moci, La Gioia di Ieri, Primo Piano, Storia, Turismo
Non solo al turista poco attento, ma anche al comune cittadino gioiese, se entrambi non prestano attenzione alla modesta segnaletica presente, può sfuggire, a causa dell'angusta strada in cui è ubicata, un'antica Torre sita in via Fontana n. 5.
E' difficile osservarla se non si alza gli occhi, proprio perché la costruzione è " costretta " da un'angusta strada e incassata tra altre abitazioni.
E' stata costruita probabilmente su una preesistente fortificazione medievale.
Tra Via Fontana ( nome del sacerdote Don Francesco Saverio Fontana, nato a Gioia il 1667 e morto Vescovo ad Ascoli Satriano nel 1736, il quale nel 1732 donò il suolo per edificare l'attuale Chiesa di San Francesco), Via Palude e Largo Cisterna, in una zona un tempo paludosa del centro cittadino, sembra che verso la fine del secolo XIII un nobile fiorentino, di nome Perrino, della famiglia De' Rossi ( casato che faceva parte della corte di Federico II a cui è stata intitolata una delle due torri superstiti del castello, quella più alta sul lato sud-ovest ), fece costruire una Torre.
Della Torre abbiamo notizie certe il 14 dicembre 1819 in occasione di una deliberazione con la quale il Decurionato accetta l'offerta di Vito Felice Monte, di Gioia, di prendere a censo capitaneo ( pagamento, da parte di un capo importante della comunità, di un tributo sull'immobile di cui il Comune vende la nuda proprietà, mantenendo il diritto alla rendita che ne deriva ), la Torre diruta di pertinenza del Comune sita alla Palude.
Il Decurionato nella seduta del giorno 11 agosto 1822 approva la richiesta Del Canonico Francesco Saverio Indellicati ( che stava realizzando una nuova costruzione ), per l'acquisto del fondo comunale detto " Torretta di Giuseppino ", perché la nuova costruzione da una parte toglieva lo sconcio e la sporcizia della diruta antichissima Torretta, dall'altra contribuiva anche all'abbellimento del paese con un nuovo e bel Palazzo. Tale alienazione ottiene l'approvazione reale nel 1824. Continua la Lettura









