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Le domande della Redazione di “cercasi un fine” sul come uscire dalla crisi e se esistono soluzioni alternative hanno impegnato la Redazione nella ricerca di trovare alcune piste di possibili risposte.
La prima risposta consiste nella ridefinizione del paradigma che ha caratterizzato il periodo 1980-2008, il periodo che ha inaugurato il periodo del primato assoluto del mercato. Per uscire da questa forma di dominio è necessario rileggere la “Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta” di L.M. Keynes, l’opera posta a fondamento della ricostruzione, già sottoposta all’attenzione dei lettori di “cercasi un fine”, del secondo dopoguerra ha nell’incipit la fine del lasciar fare, egli sostiene: la concezione degli affari pubblici che si può chiamare “individualismo” e il “lasciar fare” trasse il proprio sostegno da molte diverse correnti di pensiero e di fonti di sentimento. I filosofi dominarono per più di 100 anni perché, miracolosamente, erano tutti d’accordo, o sembravano esserlo, sull’unico fine. Né le cose sono oggi diverse, ma un cambiamento è nell’aria. Si odono solo confusamente quelle che furono un tempo le voci più chiare e distinte che abbiano educato politicamente gli uomini: L’orchestra di strumenti diversi, il coro di suoni distinti, recede infine in lontananza. Alla fine del sec. XVII il diritto divino dei monarchi dava luogo alla libertà naturale e al contratto, e al diritto divino della Chiesa subentrava il principio di tolleranza e il concetto di una Chiesa come “società volontaria di uomini”, i quali si riuniscono “in modo assolutamente libero e spontaneo. 50 anni dopo l’origine divina e la voce assoluta del dovere davano luogo ai calcoli dell’utilità. Nelle mani di Locke e di Hume queste dottrine originavano il primato dell’individualismo. E’ nostro compito verificare la Teoria keynesiana con gli avvenimenti che si sono succeduti dal 2008 ai nostri giorni. La prima considerazione è di verificare se le scelte compiute dai governi degli stati hanno abbandonato il “lasciare fare” o sono ancora ad esso incatenati permettendo ai mercati finanziari di effettuare operazioni speculative?
L’abbandono del lasciar fare come presupposto è il primo passaggio per uscire dalla crisi, in quanto gli automatismi del mercato hanno generato la società del debito. Lasciando agli automatismi la regolazione di tutti gli aspetti della vita umana ci ha rilevato il passaggio dalla condizione di consumatore a quello di debitore. Tutti siamo diventati debitori. La genesi del debitore ha visto crollare le illusioni affermatatesi nell’ultimo cinquantennio e che abbiamo tenacemente inseguito: la new economy, la società dell’informazione, il capitalismo cognitivo, la finzione del trionfo della democrazia e la caduta del comunismo, l’aver concesso lo spazio pubblico e istituzionale al Fondo Monetario Internazionale e alle Banche Centrali dove le decisioni per le sorti dell’umanità sono nelle mani di pochi funzionari e di pochi politici. Man mano che la crisi finanziaria avanza crollano i miti dell’iperliberismo: tutti azionisti; tutti proprietari; tutti imprenditori. Gli attacchi speculativi ci rivelano di essere entrati nella condizione esistenziale dell’uomo debitore. Il capitalismo finanziario ha abbandonato tutte le narrazioni epiche che sono state elaborate intorno ai personaggi concettuali dell’imprenditore, dei creativi, del lavoratore cognitivo o autonomo, fiero di essere padrone di se stesso, tutti che perseguono il proprio interesse personale.
La finanza con le sue manovre speculative ha raggiunto gli obiettivi fissati dagli inizi degli anni ’80.: 1)ridurre i salari e le pensioni al livello minimo, 2) tagliare i servizi sociali per favorire il decollo del welfare di mercato, 3)privatizzare tutto quello che non è ancora venduto ai privati. Il paradigma sociale non è più dato dallo scambio economico ma dal credito. A fondamento della relazione sociale non c’è l’uguaglianza dello scambio ma l’asimmetria del debito/credito che precede storicamente e teoricamente quello del lavoro salariato. Il debito è un rapporto economico indissociabile dalla produzione del soggetto debitore e dalla sua moralità. L’economia del debito aggiunge al lavoro in senso classico del termine un lavoro su di sé in modo che economia ed etica funzionano congiuntamente. L’economia del debito fa coincidere la produzione economica e la produzione di soggettività.
Per poter uscire dal contesto della società del debito è necessario che le grandi politiche europee siano ripensate in modo da fermare l’incremento del volume del debito. L’Europa per non essere la causa dell’incremento del debito deve lasciarsi alle spalle le due fasi che hanno contribuito alla crescita del debito degli stati nazionali. Questo è identificabile nelle due fasi: 1) dal 1950 al 1970 politiche per superare i dualismi territoriali attraverso l’utilizzo dei Fondi Strutturali e delle politiche sociali comunitarie; 2) dal 1980 al 2010, con l’affermarsi della Globalizzazione, il dualismo ha assunto caratteri nuovi- marginalizzazione economica ed esclusione sociale – ai quali si è tentato di far fronte con nuove politiche e nuovi programmi (Interreg, Adapt, Leader, Equal, Progress..). L’inadeguatezza di questi interventi è misurabile con il fatto che al termine del processo la distribuzione del reddito procapite (rispetto al PIL) rivela che l’8% delle regioni più povere e il 10% delle più ricche sono rimaste le stesse ai 20 anni precedenti. Un indice macro di ineguaglianza che esprime, oltre alla diseguaglianza sociale, il fatto che la dislocazione dei sistemi produttivi ha continuato nel suo processo di concentrazione nelle regioni forti dell’UE indebolendo le potenzialità dei 4/5 del territorio europeo, esponendoli agli interventi della speculazione. E’ necessario aggiungere che il dualismo rendendo fragili i sistemi produttivi li espone all’indebitamento con i risvolti sopra illustrati.
Anche dall’analisi delle politiche comunitarie agricole (PAC) rileviamo la crescita del dualismo territoriale e l’esposizione alla crescita del debito. Dopo il 1989 si preannunciava una nuova era di cooperazione e di superamenti dei dualismi attraverso: 1) la trasformazione nella politica estera ed interna dei Paesi dell’Europa orientale; 2)l’unificazione della Germania; 3)le nuove spinte verso la Comunità Europea dei Paesi dell’EFTA; 4) l’allargamento ad est della Comunità Europea; 5) l’aspirazione a riequilibrare le diseguaglianze tra le aree del nord e sud Mediterraneo. Questi cambiamenti avvennero in un contesto nel quale, nonostante la retorica dell’integrazione e della coesione sociale, le differenze tra i 12 Paesi prima e dei 27 dopo registrano un basso livello di sviluppo, queste oggi sono travolte dalla crescita del debito. Possiamo sostenere che i disegni di sviluppo disegnati dal “lasciar fare” non comporta una crescita economica in senso tradizionale, ma corrisponde ad una visione comprensiva della necessità di migliorare le condizioni di produzione e di vita di tutti i Paesi UE che non offrono in partenza le medesime condizioni accettabili. In questo contesto è stato facile ai fautori dell’utilizzo del debito favorirne la crescita. Dobbiamo convenire che l’approccio dell’UE monocentrico perseguito ( Trattato di Mastricht (1992), Accordo di Lisbona (2000); Trattato di Lisbona (2009) è andato in rotta di collisione con quello opposto policentrico previsto dai Programmi UE.
L’orientamento e le scelte adottate nelle politiche regionali nazionali ed europee, elaborate sui principi astratti di competizione ed efficienza ed in modo centralizzato, hanno prodotto i successivi fallimenti nel raggiungimento degli obiettivi, e le risorse finanziarie investite hanno contribuito al rafforzamento degli ostacoli esistenti per i sistemi produttivi locali frustrandone ulteriormente le capacità di riprese e aprendo la strada alla società del debito. Attraverso la delocalizzazione è stato reso più facile. Abbiamo richiamato alcuni aspetti per comprendere il fallimento delle politiche liberiste che di decennio in decennio hanno creato danni favorendo una penetrazione della Globalizzazione nell’economia e nelle istituzioni nazionali e in quelle del Mezzogiorno hanno generato coinvolgimenti e collusioni che fanno da freno al cambiamento. Oggi ci ritroviamo da un lato a vivere nella società del debito attraverso le crisi finanziarie e dall’altro in sistemi produttivi frammentati.
Esistono soluzioni ?
A questa domanda è possibile rispondere sulle base delle argomentazioni svolte: Il sistema delle imprese è necessario valorizzare il sistema sociale delle imprese; studiare le nuove forme di cooperazione territoriale; riprendere il trinomio colture-natura-culture per favorire nuove forme di partecipazione; riorientare le politiche europee e nazionali dall’atlantico verso il Mediterraneo, il medio e lontano oriente. Questo ri-orientamento porterà a bilanciare lo squilibrio che si è creato nell’UE a tutto favore dei Paesi e mercati atlantici, che favorisce solo alcune aree e alcuni sistemi produttivi europei ed anche ad evitare che la cooperazione con le nuove aree della crescita economica mondiale (la Cina, l’India, il sud est asiatico e presto il mondo arabo-islamico) che possono favorire e stabilizzare le nostre comunità e sistemi produttivi locali si trasformi in una competizione selvaggia tra centri finanziari e tecnologici all’interno della quale il ruolo assegnato alle me-regioni europee divenga quello di vettovagliamento civile e militare al servizio delle aree forti. L’uscita dalla società del debito è possibile con una forte rigenerazione delle comunità e di sistemi produttivi locali e regionali insieme alla più ampia autonomia e autosufficienza che questo richiede. La soluzione alessandrina dovrebbe quindi capovolgere l’obiettivo della globalizzazione dominata dalla finanza “dal globale al locale” nel suo contrario.
FRANCO FERRARA
Ho avuto la gioia di aver conosciuto Mario Gozzini, autore della famosa legge sull’alternativa al carcere. Ero assiduo ascoltatore delle sue trasmissioni televisive intitolate: “Il dialogo alla prova” che settimanalmente conduceva, alla metà degli anni ’60, sui temi più scottanti posti al centro dal concluso Concilio Vaticano II (1965), editi in seguito dalla Casa Editrice Vallecchi. Il suo linguaggio diretto ci inchiodava su storici confronti con i protagonisti della politica e della cultura. Ricordo il confronto tra Benigno Zaccagnini e Pietro Ingrao sulla “Populorum Progressio” di Paolo VI (1967). Mario Gozzini facilitava, coordinava e rilanciava, non chiudeva mai i discorsi, in modo da dissecare i confronti sterili tra l’anticomunismo dogmatico sostenuto dai cattolici e il fideismo e ateismo idolatrico dei comunisti, per rompere gli steccati ideologici e scoprire nuove forme di liberazione della persona. Egli cercava instancabilmente soluzioni ai problemi quotidiani, al fine di tradurre nei vissuti delle persone le indicazioni conciliari. La sua biografia ci fa cogliere l’humus culturale di Firenze dove operavano: Giorgio La Pira, Gian Paolo Meucci,Don Milani, Geno Pampaloni, Don Mazzi, Don Leone. Grazie a lui abbiamo scoperto le riviste “Testimonianze” e “L’Ultima”. A Taranto, un operaio dell’Arsenale, rappresentante volontario della casa Editrice Vallecchi mi fece acquistare l’Enciclopedia delle Religioni in 6 volumi. Quest’opera coordinata da Mario Gozzini e Alfonso di Nola ci accosta con metodo scientifico alle fonti di tutte le religioni (l’approccio era già storico-religioso e etno-religioso) con metodo interdisciplinare scevro da ogni accademia e con l’obiettivo di sostenere le ragioni del dialogo. Prima degli anni ’70 lo incontrai personalmente ad Assisi ai convegni della Pro Civitate Christiana (fondata da don Giovanni Rossi). La mano del coordinamento di Gozzini era discreta. In questi convegni di studio si incontravano i principali protagonisti del Concilio: i cardinali Pellegrino e Lercaro, padre Turoldo, don Luigi della Torre (grande riformatore della liturgia) , il vescovo Bettazzi, Raniero La Valle, Aldo Moro, Franco Basaglia, Pietro Ingrao. La conoscenza diretta di queste persone ha contrassegnato la ricerca e le prime scelte di vita di credenti e non. E’ in questo ambiente che Pasolini decide di girare il film: “Il Vangelo secondo Matteo” (1964).Nella primavera del 1976 a Roma a casa di Raniero La Valle ho incontrato Gozzini e il pastore Tullio Vinay, per discutere la proposta del PCI, di candidarsi come indipendenti di sinistra nelle sue liste e aprire una nuova fase storica per il laicato cattolico e per la politica italiana. La discussione partiva dai risultati rinunciatari dell’incontro di Firenze, dove importanti rappresentanti dell’area cattolica si erano confrontati con la proposta del PCI. Sembrava che tutto fosse naufragato. Gozzini sosteneva che avrebbe accettato la candidatura anche da solo. A conclusione della serata: Il sì di Vinay sciolse tutte le riserve e la scelta “fu semplice” come sostiene R. La Valle nel suo “Prima che l’amore finisca” (2003). Gozzini inizia la sua storia di parlamentare durata 4 legislature legando il suo nome alla legge sulla legalizzazione dell’aborto (L.194/78) ma soprattutto alla legge sulla “decarcerizzazione della pena”. La legge N.663/1986 viene approvata dal Parlamento con il solo voto contrario del MSI. Il suo obiettivo è applicare il 3° comma dell’art.27 della Costituzione: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. L’opposto di quanto fatto dal fascismo con la legge del 1930, che accostò il regime delle pene a quelle delle misure della sicurezza: le prime comminate perché “giuste” e riservate al delinquente responsabile, le seconde inflitte perché “utili” a chi era ritenuto socialmente pericoloso. La pena manteneva apparentemente la sua cristallina purezza di retribuzione.L’impegno di Gozzini mirava a superare le impostazioni del fascismo che sopravvivevano nello stato democratico, e anche a consolidare i varchi aperti dalla legge N.354/1975 precedente alla sua, che introduceva nell’ordinamento penitenziario percorsi alternativi al carcere. La legge Gozzini, N.663/1986, si articola in 7 punti: 1) permessi premio per i condannati a meno di 3 anni o a più di 3 anni ma ne abbiano scontati il 25%; 2) affidamento al servizio sociale con un programma di riabilitazione, di inserimento nel mondo del lavoro e disintossicazione da eventuali dipendenze; 3) detenzione domiciliare quando restano 2 anni da scontare; questa misura vale anche per: a)donna incinta o che allatta la propria prole per pene inferiori a 3 anni; b) chi ha più di 65 anni se inabile parzialmente; c) minori per comprovate esigenze di salute, di studio, di lavoro e di famiglia; 4) semilibertà per le persone affidate ai servizi sociali e che passano in carcere solo le ore notturne; 5) libertà anticipata e calcolo della pena fatto su 9 mesi invece di 12, in determinate circostanze; 6) non menzione: per chi tiene una condotta esemplare e gode di uno sconto di pena può uscire dal carcere con la fedina penale pulita, in modo da favorirne il reinserimento nella società civile e nel mondo del lavoro; 7) istituzione dell’art.41/bis per le situazioni di emergenza è prevista la sospensione dell’applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti. La legge Gozzini ha fatto da apripista all’approvazione della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che per tutti i cittadini europei recita: “Nessuno può essere sottoposto a torture, né a pene o trattamenti inumani o degradanti” e all’art.49 sottolinea : “la proporzionalità dei reati e delle pene “ e stabilisce che “le pene inflitte non devono essere sproporzionate rispetto al reato”. Nel VIII Rapporto Nazionale dell’Associazione “Antigone” del 2011 vengono i riportati i dati del sistema penale italiano. Al 30.9.2011 i detenuti sono 67.428 a fronte di una capienza in Istituti di 45.817, Nel Rapporto dell’Associazione “Granello di senape” di Padova sono 1093 i suicidi dal 1999 al 2010, 1 suicidio su 3 avviene nelle celle d’isolamento. I tentati suicidi, nello stesso arco temporale di 21 anni sono stati 15.974 con una frequenza media di 150 casi ogni 10.000 detenuti. Questa situazione più che drammatica: sovraffollamento, reinserimento e mortalità, dimostrano la non piena applicazione della legge Gozzini. Infatti i Tribunali di Sorveglianza non hanno un comportamento univoco nell’applicare le misure di decarcerizzazione : solo Perugia supera il 20%, Venezia (18,44%), Milano (5,67%), Napoli (8,25%), Roma (8,76%) e Torino (8,82%). Gozzini è venuto a mancare a gennaio del 1999, io non l’ho più incontrato, ma la sua legge ha dato speranza di una vita degna di essere vissuta a tanti. Mi auguro che dopo le grida sulla giustizia il ritorno della ragione permetta di riscoprire le potenzialità e le risorse dell’ordinamento democratico per fermare il dilagare della disperazione violenta.
MARIO GOZZINI
(Firenze, 18 aprile 1920 – Firenze, 2 gennaio 1999)
Franco Ferrara
La risposta alla domanda sono i 6 Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) presenti in Italia. Essi sono dislocati nel territorio da Nord a Sud: Castiglione delle Stiviere (Mn), Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino (FI), Napoli, Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto (Me). Di questi soltanto quello di Castiglione rientra negli standard previsti dalla legge. La situazione di questi Ospedali è stata narrata dalla trasmissione “Presa Diretta” andata in onda il 20 giugno 2011 su RAI3 e la stampa quotidiana e settimanale ne hanno fatto conoscere lo stato delle strutture e la condizione dei pazienti ospitati. Ecco alcune storie: Andrea, 25 anni fa, si è vestito da donna ed è andato davanti a una scuola; Mario nel 1992, ha compiuto una rapina da 7.000 lire fingendo di avere una pistola in tasca; Luca ha iniziato a star male quando è morto suo padre, nel 1997; Fabio sarebbe dovuto uscire alla fine del 2009, ma non ha fatto in tempo è morto prima. I nomi sono di fantasia, le storie no: sono tutte storie di uomini e donne rinchiusi negli OPG, strutture prodotte dal codice Rocco del 1930, che mandano le persone all’inferno attraverso l’abbandono e l’isolamento in strutture che sono peggio del carcere iracheno Abu Ghraib, appunto l’inferno dei viventi. La Commissione Parlamentare d’Inchiesta, istituita dal Senato il 30 luglio 2008 e presieduta dal senatore Ignazio Marino, da parte sua ha concluso i lavori con la Relazione approvata dalla Commissione il 20 luglio 2011. E’ stato accertato: 1) le condizioni igienico- sanitarie, organizzative e clinico – psichiatriche delle strutture; 2) gli interventi da mettere in atto con peculiare urgenza per completare l’attuazione del passaggio di competenze al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ; 3) ha fornito una riflessione critica sulle problematiche della contenzione nell’ambito dell’OPG; 4) ha tracciato le linee per una riforma legislativa del settore. I punti di convergenza della Relazione approvata all’unanimità, sono stati : a) “gravi e inacettabili le carenze strutturali e igienico sanitarie in tutti gli OPG, salvo quello di Castiglione delle Stiviere (MN) e,, in parte quello di Napoli; b) un assetto strutturale in tutti totalmente diverso da quello riscontrabile nei servizi psichiatrici del SSN; c)una disponibilità di competenze specialistiche globalmente insufficienti in tutti gli OPG rispetto al numero dei pazienti in carico; d) una pratica delle contenzioni fisiche e ambientali che lasciano intravedere interventi clinici inadeguati e in alcuni casi lesivi della dignità della persona, nonché la mancanza di puntuale documentazione degli atti contenitivi”. Inoltre la lettura dei verbali ci fa cogliere la situazione drammatica delle persone oramai prive della dignità e totalmente isolate. Leggiamo: “il degrado derivante dalle pessime condizioni strutturali e igienico sanitarie; evidenti macchie di umidità e muffe; presenza di sporcizia ovunque; presenza di letti metallici con spigoli vivi, vernice scrostata e ruggine, pavimenti danneggiati; coperte e lenzuola strappate , sporche e insufficienti.. Ovunque si avvertiva un lezzo nauseabondo per la presumibile presenza di urine sia sul pavimento che sugli effetti laterecci. Ogni paziente in alcune celle ha meno di 3 metri quadrati a disposizione,in netta violazione delle norme”. Nelle 6 strutture sono ospitate 1500 persone, di queste il 40% (600) sono internate solo a causa delle infinite proroghe delle misure cautelari. Secondo il sen. Marino: “negli OPG ci sono due tipologie di detenuti: quelli che hanno commesso un reato e quindi sono condannati al carcere, ma avendo manifestato anche problemi psichiatrici sono stati internati con il cosiddetto “fine pena”; e quelli tecnicamente prosciolti, in quanto incapaci di intendere e volere. Persone che potrebbero essere dimesse e affidate ai servizi sanitari territoriali. Ci troviamo di fronte al fatto che il paziente psichiatrico è una persona non condannata ma rinchiusa, perché ritenuta socialmente pericolosa, in luoghi privi di cure psichiatriche. Gli obiettivi della Commissione entro la fine dell’anno sono di chiudere almeno tre OPG – Barcellona Pozzo di Gotto, Aversa e Montelupo Fiorentino. Le tre strutture rimanenti essere oggetto di interventi per omogeneizzarle a Castiglione delle Stiviere, quindi, passare i pazienti e personale al SSN, perseguendo intese con gli Assessori Regionali alla Sanità e con il Ministero della Giustizia per utilizzare i piccoli ospedali dismessi come strutture del Dipartimento d’igiene Mentale delle ASL (DSM). Questi passaggi previsti dall’aprile del 2008 sono a tutt’oggi paralizzate.Con queste conoscenze è possibile rompere i l’isolamento di questo girone dell’inferno?
A fronte del lavoro della Commissione corrisponde il movimento “STOPOPG”, promosso da più di 20 Organizzazioni ( tra i promotori: ANTIGONE, FORUM SALUTE MENTALE, CIGL, CITTADINANZATTIVA,SOS SANITA’, UNASAM, GRUPPO ABELE, CONFERENZA NAZIONALE VOLONTARIATO GIUSTIZIA….) con la seguente piattaforma:
1. Il governo deve rispettare gli impegni per il passaggio della medicina penitenziaria al SSN e assicurare il finanziamento previsto dal Patto Salute;
2. Le Regioni devono assumere l’onere dei trattamenti, delle cure, dei reinserimento, attribuendo ai DSM le necessarie risorse se carenti;
3. La presa in carico degli internati da parte dei DSM deve avvenire attraverso progetti individualizzati di cura e re inclusione, ma altresì i Dipartimenti devono attuare interventi preventivi e di assistenza adeguata negli Istituti;
4. Va previsto un meccanismo di incentivazione o di sanzione, da definire al tavolo Stato-Regioni, per favorire la piena applicazione del Decreto Presidente Consiglio Ministri (DPCM) del 1 aprile 2008. Devono essere messe a punto iniziative e incentivanti nei confronti delle Regioni con il relativo monitoraggio rigoroso degli effetti da parte dello Stato e meccanismi incentivi nei confronti dei DSM con il monitoraggio rigoroso degli effetti da parte delle Regioni.
5. La magistratura di sorveglianza deve cessare, nel riesame della pericolosità sociale al termine della misura di sicurezza, di valutare in maniera prevalente le condizioni socio-economiche della persona. Se l’intervento sulle stesse è dovuto, e va ricercato il loro miglioramento , la carenza non può in alcun modo giustificare la continuazione dell’internamento. Cosa accadrebbe se analoga prassi venisse seguita per il carcere?
6. La magistratura deve cessare di utilizzare l’OPG per interventi diversi da quelli previsti per le misure di sicurezza per rei prosciolti (gli interventi cioè di cui agli artt.212 cpp e 312 cpp; 148 cp e 219cp). Si sono sollevati inoltre molti dubbi sulla costituzionalità di un sistema che consente misure repressive assolutamente sproporzionate al reato, come esemplificato da innumerevoli episodi di internamento infinito, a seguito di reati di scarso rilievo;
7. La magistratura di sorveglianza non può confermare la pericolosità sociale di un internato perché manca il consenso da parte del DSM di competenza di farsi carico dello stesso.
Uscire dall’inferno è possibile, riconoscere i diritti della persona è la cifra di un Paese civile, condividere il dolore di grandi solitudini ci rende più umani.
Articolo pubblicato sul n. 65 di "Cercasi un fine"
Franco Ferrara*
* [presidente Centro Studi Erasmo]
I lumini si sono spenti, le corone di fiori sono state bruciate, i riti hanno chiuso nel silenzio eterno: Matilde, Antonella, Giovanna, Tina e Mariella, le giovani operaie morte nel crollo di Via Roma a Barletta. Il sindaco di Barletta di fronte al disastro ha detto di non sentirsi di “criminalizzare chi, nel momento di crisi come questo viola la legge assicurando, però, lavoro, a patto che non si speculi sulla vita delle persone. Qualora venga accertato che le operaie morte nel crollo della palazzina di via Roma, lavoravano in nero o in condizioni di sicurezza precarie, questo significherebbe soltanto di un fenomeno diffuso anche da noi, qui in città”. Per Maffei sarebbe un “paradosso se i titolari della maglieria che si trovava nel palazzo crollato, dopo aver perso una figlia e il lavoro, venissero denunciati”. Mariella Fasanella è l’unica sopravissuta che può raccontare la storia del maglificio Cinquepalmi di Barletta, ora sepolto sotto le macerie. Nell’intervista al Corriere della Sera (6.10.2011) Mariella dice: “Ma cosa volete sapere voi che venite da fuori? Per voi contano le regole…ci davano 4€ all’ora, è vero. Ma adesso non ho nemmeno quelli. E quando esco da qui (dall’ospedale n.d.r.) devo cercarmi subito un altro lavoro, ho 3 figli e l’affitto da pagare”. Due interventi che non possono essere lasciati nell’oblìo o soltanto affidati ai fascicoli giudiziari. Il disastro di Barletta ha sollevato il velo sul lavoro che continua a mancare ma anche su come funzionano le Istituzioni che stabiliscono le regole. In primo luogo è necessario che il sindaco Maffei coerente con la sua dichiarazione effettui una valutazione più ampia. Non è sufficiente la relazione dovuta al giudice da parte dell’Ufficio Tecnico Comunale, serve invece un valutazione più ampia, quindi politica, del disastro. Non possiamo tacere sul perché Barletta si ritrovi sotto il ricatto del lavoro nero attribuendo le responsabilità alla globalizzazione. Barletta vantava un polo manifatturiero di notevole dimensioni con oltre 10.000 addetti, con una zona industriale attrezzata e sicura. Nel 2011 si contano poche ditte e qualche migliaio di lavoratrici. Il resto del settore “tessile-calzaturiero” è transitato nei sottoscali del centro cittadino. Ma locali destinati ad abitazioni non possono essere trasformati in laboratori, né possono essere messi in sicurezza dalla statica dell’edificio. Il Sindaco deve accertare quale livello di omissione sia stato violato e da quali organismi (Comune, ASL, Ufficio dell’Impiego) preposti alla conoscenza delle forme di lavoro nero.. Secondo il Corriere della Sera (5.10.2011) nella sola Barletta la Guardia di Finanza ha chiuso 13 opifici per irregolarità. E’ stato scritto che la tragedia di Barletta non solo anticipa la Cina che verrà, ma rivela quella che c’è già. Ma se Barletta piange Prato non ride. L’organizzazione del lavoro per i cinesi non è una variabile dipendente dalla produzione ma come accade nelle latitudini globali il salario è dipendente dall’arbitrio della proprietà. Nulla di nuovo sotto il cielo. La Cina applica alla lettera il verbo della competizione basato sull’abbattimento dei prezzi per le merci prodotte, riducendo il costo del lavoro al disotto dei minimi stabiliti dall’OIL. Ritroviamo l’espansione del modello produttivo in Italia che in assenza di sistemi di controllo spinge i piccoli laboratori a seguirne l’esempio o a chiudere del tutto. A Prato un pantalone costa 2€ questo è possibile grazie all’antica pratica del lavoro a cottimo, che viene accettato e reso possibile con l’uso di droghe e stimolanti, altrimenti come si fa a reggere 16 ore di lavoro? Chi ricorda la scoperta dei 2 cadaveri che giacevano nel laboratorio causati dall’uso di droghe e stimolanti? Quindi il dato che accomuna il lavoro nero è il costo del lavoro, più basso è il costo del lavoro più il lavoro nero si espande e si giustifica.
E’ trascorso un secolo dall’incendio americano della fabbrica Triangle Shirtwaist Company avvenuto a New York il 25 marzo 1911, fu il più grave incidente industriale della storia di New del lavoro e causò la morte di 146 giovani operaie di origine italiana e dell'est europeo. Quel tragico evento fu l’inizio delle rivoluzioni che hanno cercato la “liberazione del lavoro e dal lavoro”. All’alba del nuovo secolo c ritroviamo di nuovo sotto il segno della maledizione del lavoro nero che inchioda le persone alle catene produttive.
Le vittime di Barletta attendono giustizia, non è possibile lasciare l’ultima parola soltanto al giudice, il quale potrà offrirci una verità giudiziaria ma non potrà avviare una storia futura senza lavoro nero. In piena crisi economica, sociale ed etica , la scarsità del lavoro, per tutte le generazioni, deve spingerci a trovare risposte capaci di estirpare le forme del caporalato, dello sfruttamento del lavoro minorile e femminile. Per questo è necessario che alcune parole siano valutate fino in fondo . Parole come: “ ripresa”, “rilancio”, “crescita”, “progresso” necessitano di essere svelate in quanto portatrici delle diverse forme di lavoro nero. Se il lavoro è cambiato nei suoi contenuti, si è ridotto quantitativamente , resta comunque una dimensione della persona per la sua realizzazione. Per poter sconfiggere il lavoro nero è necessario che il “lavoro” ritorni a essere bene universale, fonte di liberazione. Questo richiede che il sistema delle imprese cambi, non può continuare a inseguire la lepre della globalizzazione. La divisione internazionale del lavoro ha subito da un lato il processo d’informatizzazione, dall’altro la de-regolazione spinta in più fasi storiche. Risultato: il lavoro si è separato dai processi produttivi. Il lavoro nero non è un aspetto marginale anzi diventa il fulcro principale per poter agire nel mercato. Il lavoro diventato merce a buon mercato affida la realizzazione di sé alla competizione selvaggia.
In questo contesto il lavoro è ridotto ad essere la clava agitata per dominare anche i rapporti interpersonali.
Franco Ferrara
[Presidente Centro Studi Erasmo, Gioia del Colle]
Non era mai accaduto. che il Parlamento si esprimesse su un decreto, per il quale il Governo aveva ottenuto il potere delegato. La situazione sembra riproporre una scena del teatro dell’assurdo: il Governo, dopo aver incassato un parere contrario della Commissione bicamerale, con il voto di fiducia lo ha imposto al Palamento. La legge delega (N.42/2009) aveva individuato un percorso per l’attuazione dei Decreti del federalismo fiscale, che richiedeva un’ampia partecipazione parlamentare. Trattandosi di una riforma istituzionale, amministrativa e finanziaria, occorreva una condivisione allargata all’opposizione e non ristretta alla maggioranza residuale del centro destra. Per soddisfare le richieste della Lega il Governo ha rinunciato alla convergenza parlamentare registrata all’atto di approvazione della legge delega. Miseria politica. Così sono andati in ombra i principi cardini del federalismo fiscale: -la responsabilità degli amministratori nei confronti degli amministrati; le entrate dei Comuni ridotte a compartecipazioni e alle quote del fondo perequativo. Inoltre avremo l’IMU (Imposta Municipale unificata) la quale colpirà i non residenti , le imprese persone giuridiche e si potrà aumentare l’ICI, con buona pace della Lega. L’autonomia impositiva è tutta qui. Degli impegni relativi alla semplificazione, e alla razionalizzazione della amministrazione locale non si notano tracce. L’aggregazione dei Comuni già avviata dalla programmazione del welfare, necessaria in un tempo di vacche magre, è scomparsa. Quindi il federalismo fiscale agirà necessariamente sui tagli dei servizi ma non migliorerà l’organizzazione di questi e le tasse varate dai Comuni serviranno a coprire il fabbisogno di spesa ordinaria. Cioè tanto rumore per nulla. Avremo il volto perverso del federalismo, che si allontanerà dal profilo dello stato federale tracciato nella vigente Costituzione, che trova nella riduzione della spesa dello stato centrale il suo cardine, al contrario Regioni e Comuni avranno licenza di imporre nuove tasse sul sistema locale delle imprese e sugli esercizi commerciali. Insomma il decreto del federalismo fiscale approvato dalla maggioranza di centro destra preannuncia già dal 2012 un ulteriore aggravio fiscale sia sul lavoro dipendente che sui pensionati in quanto le Regioni si troveranno a sopperire alla rinuncia dei trasferimenti dello stato centrale, facendo ricorso alle addizionali IRPEF per coprire una parte del Fondo mancante. Sul N.36 di “Cercasi un fine” dedicato alla Costituzione, sono stati già sottoposti ai nostri lettori gli effetti del processo federale in corso. Intanto, il percorso dei decreti delegati, conferma che la Lega è obbligata a rivedere i suoi paradigmi fondativi, in quanto essa persegue di fatto il secessionismo e non il federalismo. Non esiste un solo esempio al mondo di uno stato unitario che abbia ,successivamente all’unificazione, adottato la struttura federale. Al contrario la Federazione jugoslava costruita e imposta con la forza è rotolata nelle ceneri della storia. L’Italia potrà diventare stato federale se sarà capace di essere quella Repubblica tracciata dalla combinazione degli articoli della Costituzione:. La “Repubblica democratica fondata sul lavoro” ( Art.1), “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” ( Art.5). In questa Repubblica, che è una e indivisibile, sono riconosciute e garantite le autonomie locali: “la Repubblica è costituita da un insieme di istituzioni – I Comuni, le Province, le città metropolitane e le Regioni” ( Art.114 nuova versione), sono tutti sullo stesso piano, sono autonomi con i propri Statuti, poteri e funzioni secondo i principi della Costituzione, che distribuisce e conforma le modalità di esercizio della sovranità popolare. Lo Stato citato nell’art.114 non è ente sovrano, come si potrebbe pensare in ragione della sua contrapposizione agli altri Enti, considerati solo autonomi: la sovranità è attributo del popolo e non dello Stato. Ad oggi, nonostante la Lega sbandieri che il Federalismo è compiuto, ci è dato di conoscere solo i tre Decreti varati. La data di scadenza per il Governo è il 21 maggio prossimo. Il Governo ne ha preparati altri 6 ma dalle notizie di stampa sono il alto mare, in quanto devono passare l’esame della Conferenza Unificata e della Commissione bicamerale. La Lega ha intenzione di chiedere una proroga. Rimane aperta la partita dei “costi standard”. Segnaliamo il sito
www.lavoce.info per seguirne giornalmente il percorso; è necessario che anche le Scuole di Formazione socio politica affrontino le questioni di fondo sollevate dalle mutazioni istituzionali. Tutte le culture, chiamate a misurarsi sugli effetti delle nuove leve fiscali, devono entrare nel merito e dire come le nuove norme attuino la giustizia fiscale. E’ indispensabile e perciò conveniente uscire dal proprio orto politico e affrontare la distribuzione della ricchezza con la leva fiscale del federalismo .
Franco Ferrara
Il rapporto giudici/popolo in Italia è attualmente in crisi a causa di un imputato speciale che rappresenta l’altro potere, quello esecutivo dello stato. Nonostante la lunga storia della separazione dei poteri, allo stato attuale è necessario, ri-comprendere il significato dell’essere giudice nell’attuale contesto sociale. La figura del magistrato che emerge dalla storia del pensiero è strettamente legato alle vicende del popolo nel quale è inserito. Egli non è una figura neutra né culturalmente, né socialmente ma per poter essere imparziale nel giudicare deve aver molto studiato, effettuato ricerche e ascoltato, non a caso inizia la sua carriera facendo l’uditore giudiziario. L’arte classica lo ha spesso rappresentato come un leone sotto il trono del re anche se quella metafora si è autodissolta e la giustizia è raffigurata simbolicamente dalla bilancia, grandi sono le tentazioni dei governi a ripristinarne la dipendenza del potere giudiziario da quello esecutivo.
Nella Bibbia la figura del giudice è strettamente connessa alle vicende storiche del popolo ebraico. E’ citato 47 volte . Nei libri fondativi d’Israele quali l’ Esodo e il Deuteronomio hanno il compito di far rispettare le leggi mosaiche. In questo contesto si configura in nuce la sua autonomia rispetto alle guide del popolo. Nel Libro dei Giudici lo troviamo all’opera con una funzione bivalente: condottiero militare contro i nemici d’Israele (Sansone) e amministratore di giustizia. Un libro poco conosciuto ma rilevante per comprendere l’evoluzione verso l’autonomia e il suo distacco dagli altri poteri. I fatti narrati nei 21 capitoli di questo Libro riguardano i Giudici vissuti tra la morte di Giosuè (circa 1200 a.C.) e l’inizio dell’era monarchica per un periodo di 160-180 anni. Il giudice biblico viene chiamato direttamente da Dio per svolgere una missione di salvezza: deve liberare Israele dalla violenza dei popoli che ostacolavano il suo ingresso e la sua permanenza nella Terra Promessa. Tra i 6 grandi giudici spicca la figura di Jefte, chiamato a difendere Israele dagli Ammoniti, per poterli sconfiggere non esita a sacrificare la propria figlia. L’altra figura è Debora, la prima donna che esercita la funzione di giudice. Nel testo il titolo di Giudice, è il risultato della composizione del Libro che ha fuso insieme gli elementi di imprese eroiche con l’amministrazione quotidiana della giustizia. Ai giudici tra i compiti assegnati figura in primo luogo il contrasto all’idolatria. Missione eseguita con scarsi risultati in quanto la “prostituzione agli idoli stranieri ha sopravvisuto (Giud. 2,17). Il Libro dei Giudici ha lo scopo di insegnare agli israeliti che l’oppressione è un castigo causato dall’infedeltà e che la vittoria è una conseguenza del ritorno a Dio. Al giudice viene richiesto di essere uomo giusto cioè fedele solo alla Legge. I Giudici sono testimoni dell’amore di Dio per il suo popolo, essi non amministrano soltanto la giustizia ma esercitano anche l’arte del governo. Il giudice nella Bibbia, non è ancora separato dagli altri poteri. Secondo studi biblici recenti il giudice è una “istituzione intermedia” tra il regime tribale e quello monarchico. Con l’avvento della monarchia descritta nei Libri di Samuele troviamo l’ufficio del giudice sottomesso al potere assoluto. E’ lo stesso profeta ad assumere il ruolo di giudice per distruggere il culto idolatrico. Ma è proprio in questa trasformazione del governo che troviamo un suo nuovo ruolo. Il profeta Samuele nominò giudici di Israele i suoi figli. “I figli di lui però non camminavano sulle sue orme, perché deviavano dietro il lucro, accettavano regali e sovvertivano il giudizio” (I Sam.8,7). E’ in questa circostanza che gli Anziani chiedono a Samuele un re, un potere assoluto che assorbisse anche il potere giudiziario. Se guardiamo i tre re: Saul, Davide e Salomone, possiamo notare a prima vista che la figura del magistrato viene asservita al potere regale. Ma è lo stesso Davide a ripristinare la funzione giudiziaria quando distribuisce gli incarichi per la costruzione del Tempio: “Davide disse: Ventiquattromila di questi siano addetti a dirigere l’opera della casa del Signore; seimila siano magistrati e giudici” (I Cr.23,4). Salomone stabilisce i giudici nell’amministrazione della giustizia “città per città” (2 Cr 19,5). Saranno i giudici ad esempio a dirimere le situazioni matrimoniali generate dai matrimoni misti e a partecipare alla ricerca del perdono per “allontanare l’ira del nostro Dio, per questa infedeltà” (Esd 10,14). Ci troviamo di fronte alle domande della coscienza sia dell’accusato sia del giudice stesso: “Egli manda scalzi i consiglieri colpisce di demenza i giudici” (Gb:12,17). I profeti non sono teneri con i giudici corrotti: “I suoi capi, in mezzo a lei, sono leoni ruggenti; i suoi giudici sono lupi della sera, che non serbano nulla la mattina” (Sof.3,3). La qualità richiesta per la sua autonomia è la sua incorruttibilità. Nel NT l’autonomia si rafforza notevolmente. Per Paolo il giudice dev’essere ricercato al di fuori della cerchia dei fedeli per poter essere imparziale: “Quando dunque avete da giudicare su cose di questa vita, costituite come giudici persone che nella Chiesa non sono tenute in alcuna considerazione” ((I Cor.6,4).
La comprensione della figura del giudice nella Bibbia permette di focalizzare l’importanza della piena autonomia del giudice dagli altri poteri. Una separazione storicamente irreversibile in quanto è frutto della grande maturità del pensiero e della cultura dei diversi popoli. E’ la strada obbligata per ripristinare l’equilibrio dopo le rotture operate dal potere esecutivo.
Meditando di Franco Ferrara
[presidente Centro Studi Erasmo]
Ieri 19 febbraio un testimone del novecento , Raniero La Valle, amico fraterno, ha compiuto 80 anni, condivido con tutti voi la gioia di aver avuto il dono della sua illuminante amicizia , pensando di farvi cosa gradita vi invio il suo scritto " Il mio novecento".
Con molti saluti.
Franco Ferrara.
Dopo la laurea in
giurisprudenza, diventa direttore de
Il Popolo, fino a quando, nel
1961 viene chiamato a dirigere
L'Avvenire d'Italia, quotidiano cattolico bolognese che, durante gli anni del
Concilio Vaticano II, diventa uno dei più prestigiosi organi di informazione sull'evento. Si dimette dalla direzione del giornale nel
1967, negli anni difficili del post-Concilio, in cui iniziò la spinta "normalizzatrice" delle tendenze progressiste che si riconoscevano nel magistero del card.
Giacomo Lercaro e della "scuola di Bologna". Continua tuttavia la sua attività giornalistica, producendo per la
RAI documentari e inchieste sui più scottanti temi dell'attualità, con un occhio sempre rivolto ai temi della pace e della giustizia internazionale (guerra in
Vietnam,
Cambogia,
Palestina; dittature in
America Latina, marcia dei pacifisti a
Sarajevo).
Nel
1976 diventa parlamentare della
Sinistra Indipendente, lavora nelle Commissioni Esteri e Difesa delle due
Camere fino al
1992, in particolare per la riforma della legge sull'
obiezione di coscienza. Nel
1978 fonda con alcuni amici la rivista
Bozze, vivace strumento del dibattito ecclesiale e civile, dirigendola fino al
1994. Buona parte del suo impegno è spesa a favore dei popoli oppressi, sia nelle istituzioni civili internazionali (è stato giudice al
Tribunale permanente dei Popoli), come nel racconto documentario confluito nelle sue numerose opere:
Dalla parte di Abele (1971),
Fuori dal campo (1978),
Dossier Vietnam-Cambogia (1981),
Marianella e i suoi fratelli (1983),
Pacem in terris, l'enciclica della liberazione (1987).
Attualmente è direttore di
Vasti - scuola di critica delle antropologie e presidente del
Comitato per la democrazia internazionale. Continua la sua attività giornalistica sulla rivista
Rocca, nonché la sua attività come conferenziere e scrittore: i suoi ultimi libri sono
Prima che l'amore finisca (2003) e
Agonia e vocazione dell'Occidente (2005). Nel 2008, per i tipi Ponte alle grazie, ha pubblicato il volume "Se questo è un Dio" (pp. 307), che costituisce una riflessione teologica di ampio respiro storico.
Nel luglio 2008 è stato promotore del "
Manifesto per la sinistra cristiana", che si propone anche il rilancio della partecipazione politica e dei valori fondanti del patto costituzionale del '48 e la critica della democrazia maggioritaria (tra i primi cento firmatari compaiono le firme di
Rita Borsellino,
Giovanni Galloni,
Giovanni Franzoni,
Adriano Ossicini, Roberto Mancini,
Mimmo Gallo,
Patrizia Farronato,
Nicola Colaianni, Giovanni Bianco,
Tonio Dell'Olio,
Giovanni Benzoni,
Giovanni Avena,
Giuseppe Campione,
Enrico Peyretti).
Nel
2009 La Valle si candida alle
elezioni europee con la lista anticapitalista
PRC-
PdCI nella circoscrizione Centro 14,come rappresentante di "Sinistra cristiana"
L’avvento è un tempo di attesa. Il tempo che viviamo non sembra caratterizzato dall’attesa, piuttosto dall’incubo dell’incertezza e dalla paura del domani. L’avvento che annuncia l’ingresso di Dio nella storia dell’uomo è sempre un tempo nuovo. Ogni anno il tempo dell’Avvento ci avvicina al Mistero dell’entrata di Dio nella storia umana. Ci separano pochi giorni dal Natale del 2010, i testi della Scrittura che ci vengono sottoposti passano in rassegna gli uomini e le donne dell’Avvento. Prima i profeti: Isaia e Giovanni, poi Maria e Giuseppe.
Vorrei sottoporre proprio il passaggio più delicato: quello della maternità della Vergine e le decisioni del suo promesso sposo Giuseppe. Maria è promessa sposa di Giuseppe. Giuseppe è figlio di un Giacobbe in linea con il re David. Si trova di fronte la sua promessa sposa incinta in modo misterioso. Giuseppe si trova in una situazione terribile. Secondo la legge vedi il Deuteronomio ( 22,20) e il Levitico (20,10), Giuseppe doveva accusare Maria di fronte ai suoi genitori di non essere più vergine. I genitori dovevano raccogliere le prove dell’accusa , mettere in un panno bianco le prove della verginità e presentarle agli anziani del popolo. Se risultava vergine l’accusatore veniva giustiziato con una pena pecuniaria di 100 sicli d’argento e con frustate altrimenti veniva lapidata la ragazza. Giuseppe sapeva a quale assurdo destino esponeva la sua promessa sposa.
Dentro di lui albergava il sogno messianico : il segno di Dio:” la vergine partorirà un figlio: che chiamerà Emanuele. Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e scegliere il bene” (Isaia, 7,10-14). L’incubo cede il passo al sogno, Giuseppe accetta di essere padre di un figlio che supera la stessa natura umana, la sua coscienza gli impone di essere giusto, ma l’essere giusto non paga in termini di popolarità da cambiare le leggi. Perciò prima decide di rimandare Maria ai suoi genitori in segreto poi invece accetta la realtà Giuseppe come Maria si coinvolge nell’avventura di dare la paternità a un figlio, certamente non suo, “speranza” per il Popolo. Quindi Giuseppe va oltre la legge. Salva Maria dalla lapidazione e dal processo umiliante degli anziani.
Grazie alla paternità di Giuseppe Gesù entra nella linea davidica ma soprattutto entra nella storia di Liberazione del popolo. Dopo la sua nascita Giuseppe è all’opera per salvarlo dalla furia omicida di Erode. Fugge, indica ai sapienti magi di non passare informazioni ad Erode, fugge in Egitto, come fuggono gli immigrati dalle guerre, perché ricorda la Promessa : “dall’Egitto ho chiamato il mio figlio” (Osea, 11,1). Le scelte di Giuseppe sono confortate dai sogni e da visioni che lo sostengono, vengono dall’alto perché ebreo in attesa dell’Avvento del Regno di Dio. All’uomo giusto non manca l’aiuto e il conforto di Dio. Da una lettura attenta del Vangelo di Matteo possiamo trarre alcune riflessioni ancora più ampie: Giuseppe con le sue scelte rassomiglia ad Antigone , la fanciulla greca che supera l’adempimento legalistico con l’amore. Grande è l’amore di questo giovane ebreo della Casa di Davide che salva prima la Madre, poi il Figlio. Troviamo Giuseppe nel periodo infanzia-adolescenza di Gesù. Giuseppe è l’esempio per i padri del nostro tempo di essere i primi testimoni di giustizia per i figli, appunto sull’esempio di Giuseppe.
Il Vangelo di Matteo Cap. 1, 18—24 integrato con i vv. dei due testi del V.T.
“Gesù nascerà da Maria, sposa di Giuseppe, figlio di Davide.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente (il Levitico prevede. “Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno essere messi a morte.(Lv. 201,10);
“ Se un uomo sposa una donna e, dopo aver coabitato con lei, la prende in odio, le attribuisce azioni scandalose e diffonde sul suo conto una fama cattiva, dicendo: Ho preso questa donna, ma quando mi sono accostato a lei non l’ho trovata in stato di verginità. Il padre e la madre della giovane prenderanno i segni di verginità della giovane e li presenteranno agli anziani della città, alla porta. Il padre della giovane dirà agli anziani: Ho dato mia figlia in moglie a quest’uomo; egli l’ha presa in odio ed ecco le attribuisce azioni scandalose, dicendo: Non ho trovato tua figlia in stato di verginità; ebbene, questi sono i segni della verginità di mia figlia, e spiegheranno il panno davanti agli anziani della città. Allora gli anziani di quella città prenderanno il marito e lo castigheranno e gli imporranno una ammenda di cento sicli d’argento, che daranno al padre della giovane, per il fatto che ha diffuso una cattiva fama contro una vergine d’Israele. Ella rimarrà sua moglie ed egli non potrà ripudiarla ,per tutto il tempo della sua vita. Ma se la cosa è vera, se la giovane non è stata trovata in stato di verginità allora la faranno uscire dall’ingresso della casa del padre e la gente della sua città la lapiderà, così che muoia, perché ha commesso un’infamia in Israele, disonorandosi nella casa del padre. Così toglierai il male di mezzo a te” (Deut. 22,13-21)
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emanuele»,
che significa «Dio con noi».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.
Franco Ferrara
E’ trascorso oltre un decennio da quando nella Comunità di S. Maria delle Grazie, Rossano Calabro (CS), dal 1992 al 1997 i riuniva un gruppo di credenti e non, provenienti da varie parti d’Italia per avviare il primo percorso teologico nonviolento per eliminare il cuore violento delle città (La città di Caino, la città di Abele,1996). In quell’occasione è stato riletto in chiave post-moderna il delitto di Caino come atto fondativo delle città. Le origini della città trovano nella narrazione biblica il prototipo della fraternità umana fallita perché fondata secondo il sangue cioè secondo natura. Alla fraternità fallita è stata contrapposta la fraternità inaugurata da un altro sangue innocente, quello del Cristo, capace di contrastare e spezzare la spirale della vendetta. Il richiamo a Caino è servito per comprendere il nostro tempo contraddistinto dalla vendetta permanente. Nella città post-moderna è diventato difficile individuare le forme della fraternità come antitesi al diritto proveniente dal sangue e dal suolo che giustifica della violenza privata. Caino è padre di molti eredi che abitano nelle città. La sua eredità stabilisce un proprio ordine, detta le proprie regole, legittima una propria giustizia arbitraria. La giustizia dello stato moderno in questa prospettiva non può sussistere. L’assassinio di Abele contrassegnato nella carne d Caino sia in quella di coloro che amavano la vittima. Sono i segni necessari per ricordare, per fare memoria dell’accaduto, per non dimenticare. Il delitto lo devono ricordare tutti. Nella società dello spettacolo è stato necessario istituire le giornate della memoria altrimenti l’oblio sopravanzava inesorabilmente. La mafia e i poteri criminali, che perseguono il loro progetto anti-umano, non hanno mai accettato il fare memoria delle vittime, anzi essa pone radicalmente in discussione questi appuntamenti. Dimenticare è un verbo da preferire al ricordare. Le città diventano violente, anche con la rimozione dei segni della memoria, con il loro sovvertimento favoriscono la caduta identitaria. La modernità dopo aver generato mostruosità e orrori – Auschwitz, Hiroshima, Nagasaki, Gulag sovietici, auto genocidio cambogiano, Bagdad, Sarajevo, Rwanda, Gaza ……con danni ambientali irreversibili- giustifica l’annullamento dell’umano e la permanenza della logica amico-nemico nei corpi sociali.
Possiamo dire che la violenza nichilista, trova nella città il luogo principale per sopravvivere a tutte le stagioni della non-violenza. Nelle città violente regna la legge dell’espansione urbana e del consumo del suolo.
Non c’è più posto per i narratori, i poeti, gli storici, i bambini, gli anziani. Nelle città troviamo quartieri anonimi sempre più sensibili alla violenza permanente, quartieri che servono come dormitorio La città diventa sempre più violenta, quanto più la sovranità appartiene all’individuo-consumatore. L’isolamento generato dalla urbanizzazione selvaggia è incapace di generare relazioni ed è sempre alla ricerca di nuove forme di dominio. La domanda “dove è tuo fratello”, la dobbiamo rivolgere all’uomo post-moderno della globalizzazione. Nell’attuale contesto globale, lo spazio e il tempo sono annullati, i contatti virtuali, sono gli unici a produrre le connessioni tra le persone. I contatti all’istante. Nelle città globali prevalgono soltanto le funzioni. Alla pervasività globale si contrappone con forza, l’umanità nuova generata dalla resurrezione di Cristo, e l’umanità è così liberata dal vincolo del sangue e del suolo per essere non violenta, pacifica, aperta all’ascolto del diverso. L’appartenenza ad una città- comunità che avviene nella luce del Risorto, permette di superare l’antinomia individuo/città. Per essere alla sequela del Cristo risorto della città post-moderna, è necessario essere cittadini amanti della libertà di tutti e non di alcuni. In ogni città, a prescindere dalla dimensione demografica, operano donne e uomini che vivono per il superamento della frammentazione, della solitudine, dell’isolamento, dell’ indifferenza disgregatrice.
Se si opera la scelta dalla “parte di Abele il giusto”, si sceglie di essere costruttori di comunità, si possono percorrere le strade polverose e piene di rifiuti per creare forme di auto sviluppo coerenti con la storia del territorio e per essere costruttori di comunità per liberare la politica dalle forme del dominio. Le città liberate dall’incubo della democratura, cioè dalla finzione della democrazia, sono le città restituite alla profonda umanità. In altri termini sono le città sottratte al potere di Caino.
Soltanto le città liberate dalla radice della violenza, possono accogliere il diverso che viene da lontano, altrimenti questi è il nemico che giunge con tutti i mezzi per rubare, per compiere atti violenti, per togliere il lavoro e abitare nelle discariche della stessa città. Allora perché nelle città è stata estromessa la nonviolenza? Perché le pratiche nonviolente non costituiscono il codice genetico per la convivenza tra le generazioni? La settimana di Rossano terminava con il sogno delle città di Abele. In queste città non c’è posto per chi pratica, protegge e persegue fini mafiosi, per chi si arroga il diritto di dare la morte. Il diritto di cittadinanza si perde in assoluto se la violenza è il mezzo del dominio che permette di vivere o di morire. Le comunità di Abele potranno comparire in ogni città, come luoghi della speranza, dove si può prendere la parola, dove lo spettacolo cede il posto alla festa comune, dove il lutto e l’amore sono espressione di legami fraterni e di comunità. Nelle città di Abele i poeti, i narratori, gli scrittori e gli storici riprenderanno a cantare e a narrare e i bambini narreranno fiabe agli adulti, e i giovani non praticheranno più le arti della guerra. Il lamento cesserà e la politica sarà di nuovo l’arte che aiuta la nascita dell’auto-progettualità comune. Con questo sogno è iniziato il cammino di uomini e donne per sradicare il cuore violento delle città.
Franco Ferrara [presidente Centro Studi Erasmo]
Pubblicato sul n. 57 del periodico “Cercasi un Fine”

Il 2010 volge al termine, per la lotta alla povertà è tempo di verifiche. Ricostruire il percorso europeo attraverso i diversi Progetti non è impresa facile. E’ necessario farla per capire se l’Europa del XXI secolo sarà un continente senza povertà e senza esclusi, oppure è suo destino accettare l’indicazione evangelica “i poveri li avrete sempre con voi” (Mt.26,10). La sconfitta della povertà e dell’esclusione sociale per i 27 Stati membri dell’UE rappresenta il raggiungimento del livello di civiltà sognato e perseguito dai padri fondatori dell’Europa e del welfare sociale del secondo dopoguerra.
Le grandi organizzazioni non governative sono all’opera. In primis la Caritas Europa che ha lanciato la petizione:
“Noi cittadini europei consideriamo la povertà un problema che riguarda tutti“. Ad affrontare i diversi volti della povertà chiama in campo tutti i decisori, tutti i cittadini europei ad ingaggiare una lotta senza quartiere per sradicare la mala pianta della povertà e dell’esclusione.
Continua la Lettura

La Puglia è ancora una volta al centro della cronaca nazionale, per i fatti accaduti ad Avetrana dal 25 agosto a fine ottobre 2010, che toccano:minore-donna; anziano-uomo; giovane-donna, nucleo familiare. I media sono sempre accesi a tutte le ore. Partecipano alle inchieste della magistratura, minuto per minuto. Manca l’effetto di retroazione, cioè quella capacità di lettura che aiuta a rintracciare il filo rosso che collega gli eventi dalla storia particolare dell’accaduto con quella generale della società.
La Puglia, terra di poeti, di santi, di navigatori, di artisti e musicisti, è una regione che ha voluto affrontare simultaneamente il passaggio dalla modernità alla post-modernità. Si è ritrovata a essere terra benedetta, quando la Comunità è stata capace di generare solidarietà lunghe, non emotiva, capace di progettualità collettiva, e quindi, di cambiamento della politica; quando scompagina gli equilibri della illegalità ed infligge pesanti sconfitte ai poteri criminali che tentano tutte le vie per dominarla; quando rende possibile il futuro. E’ terra maledetta, invece, quando viene bagnata dal sangue innocente. L’interesse dei mass-media non è quello di capire il perché accadano alcuni fatti di grande violenza, si limitano a narrare gli eventi, in modo che l’indice degli ascolti batta i primati del nulla. Di fronte a eventi come quello di Avetrana, si sono scatenati tutti i media: televisioni, blog, reti, carta stampata. Tutti a girare intorno all’asse giudiziario-emotivo. Ma qual è l’altro volto dei fatti accaduti, nel piccolo centro della provincia di Taranto? La chiave antropologica può aiutarci a comprendere lo stadio di regressione raggiunto dall’uomo in piena post-modernità globale.
La giovane uccisa ad Avetrana dall’anziano zio con il concorso della stessa figlia esprime un livello di violenza inaccettabile ma quale violenza è accettabile? Nessuna per l’uomo libero.
La situazione che si è determinata ci permette di rivedere la visione del film di Igmar Bergman “La fontana della vergine” (1959), a capire la complessità della violenza compiuta.
Si tratta di una storia della Svezia del XIV secolo, pieno medioevo. Tre pastori,tra cui un ragazzo che assiste solo alla scena,violentano e uccidono Karin, una giovane donna ancora vergine. L’ atto viene compiuto nel bosco mentre la ragazza inviata dal padre,portava per la rituale offerta i ceri votivi alla Santa Vergine. E’ accompagnata da Imger , una ragazza che aspetta un figlio illegittimo , nutre un forte rancore verso Karin e non esita ad abbandonarla per recarsi a casa di un vecchio dedito alle arti magiche . Karin dopo aver pregato con i tre pastori e mangiato con loro un pasto frugale viene violentata e uccisa, anche Imger nascosta tra gli alberi assiste al dramma. Ma come intervenire quando le forze oscure della natura umana sono in azione ? sono fuori controllo ? I tre malfattori dopo il crimine si recano dal padre della ragazza , dal quale, ignaro, ricevono ospitalità, durante la quale tentano di vendere alla madre la tonaca macchiata di sangue della figlia. L’abito viene riconosciuto e diventa la prova dell’assassinio. Il padre accecato dal dolore trasformato in odio , uccide i tre ,non risparmia neppure il più giovane. Il rimorso della vendetta compiuta diventa insopportabile. Accompagnato da Imger ritrova il cadavere della figlia e quando lo solleva dalla terra, da questa sgorga una sorgente di acqua limpida. Il regista ci fa intravedere l’assurdità della violenza che si scatena quando l’uomo è in balìa degli istinti. Tutti pensavamo conclusa la fase della preistoria degli istinti , Freud ci aveva fornito le chiavi per chiudere con il passato . Invece no,il passato ritorna attraverso i volti della nuova violenza di persone normali,pacifiche, educate. Si pensava di essere stati liberati dagli istinti animaleschi, ma il “ secolo della paura “ ce li ha restituiti integri . Mentre continuiamo ad interrogarci “ se questo è un uomo “, dopo lo scatenamento della grande violenza del ‘900 con il nazismo, la violenza ha ripreso a dilagare , dalle guerre ai delitti registrati puntualmente dalla cronaca. Lo stesso spazio familiare si trasforma in ambito violento. Ciò che non doveva , non poteva accadere , invece è accaduto . Una ragazza uccisa non dal degrado , ma dalla normalità. Ma è anche vero che tutto è diventato normale anche la guerra in Afganistan è fatta per evitare l’insediamento terroristico in Occidente. Ma esiste un intervallo temporale per capire il perché del trionfo della paura? La vergine di Bergman sfida la paura in forza della sua sicurezza , non teme il male , lo affronta , soccombe, ma dalle sue ceneri zampilla una sorgente di acqua pura. Non può essere diversamente nel tempo del “ corpo divenuto merce “ ritorna la promessa evangelica “beati i puri di cuore perché vedranno Dio”. La purezza ha una forza intrinseca per svelare la perversione quasi sacra della violenza, come la purezza chiama in causa le responsabilità ambientali, del contesto nel quale persona vive. La scissione della sessualità dal valore della persona sta comportando danni molto profondi. Il gesto sessuale è totalmente separato dalla persona generando fino al tremendo assurdo dell’atto sessuale con il cadavere della persona uccisa.
Nell’Omelia del sacerdote ai funerali di Sarah ad Avetrana, veniva riproposto un brano biblico del profeta Daniele: “A te conviene la giustizia, O Signore, a noi la vergogna sul volto” (Dan. 9,7ss.). Il profeta faceva la richiesta per gli “abitanti di Giuda e Gerusalemme e per tutto Israele vicini e lontani, in tutti i paesi dove tu li hai dispersi”. Portare la vergogna sul volto per quanto è accaduto riguarda per quanto non fatto per prevenire simili violenze. E’ vero la postmodernità ha cancellato il senso della vergogna, i volti sono sempre gaudenti o indifferenti, la responsabilità collettiva non coincide alcunché. Nel brano del profeta Daniele viene una richiesta di estendere “la vergogna sul volto a noi, ai nostri re, ai nostri principi, ai nostri padri perché abbiamo peccato contro di Te”. Il rischio è quello di una trasformazione della violenza nell’ambito sacro? Assolutamente no. Il profeta Daniele ci soccorra richiede di essere consapevoli della nostra ribellione per “non aver ascoltato la Parola del Signore Dio”.
Manca all’uomo della post-modernità la dimensione dell’ascolto, una mancanza che genera mostruosità indicibili.
Ottobre 2010
FRANCO FERRARA

Carissimo, questa è la terza lettera che ti scrivo. Le risposte tardano ad arrivare. Pensavo di farlo lo scorso maggio ma mi trovavo nella città di S. Caterina- a Siena . I motivi che mi spingo a scriverti sono diversi.
Credo che tu abbia saputo della tragedia della giovane madre che ha colpito a morte la sua creatura. La notizia si è diffusa con grande velocità attraverso la potenza mediatica. Ha suscitato stupore, sconcerto e rabbia. La durata di tali sentimenti è stato di qualche giorno, poi come al solito è calato il telo del silenzio. Decidendo di scriverti credo di sollevare di nuovo il velo. Voglio dirti che l’assenza dello scambio comunicativo nella coppia non può che generare problemi. Ma non basta stabilire la comunicazione tra la coppia, è necessario rifare le relazioni interne ed esterne, l’assenza di questa dinamica innesca fatti violenti e nessuno ne è immune. Se la mamma decide di compiere atti violenti sul proprio figlio significa che da tempo il suo animo è devastato dalla follia quotidiana. Gli atti che vengono compiuti superano la tenerezza e l’amore per approdare nel deserto della violenza fino a giungere alla soppressione della vita più cara. La cronaca purtroppo è ricca di esempi. Tu hai conosciuto le violenze compiute nel tuo tempo quando persino uccidere per vendicarsi era legittimo. La domanda che rivolgo è: “quando una persona ha tutti contro”? Ma aggiungo: “Dopo il fatto compiuto qual è il rapporto tra madre e figlia?” Il Tribunale risponde con la procedura di affido della bambina ai Servizi Sociali e la madre al carcere. Un abisso viene scavato, al padre spetta la paziente ricostruzione delle relazioni. E’ un ricominciare a imparare la difficile arte di vivere. Credo che la gravità dell’accaduto comporta diversi approfondimenti. Non è giustificabile discutere un giorno e poi il silenzio. Se guardiamo la situazione nazionale, quest’estate è stata caratterizzata da un incremento di violenza compiuta nei confronti delle donne. Molte donne sono state violentate dentro e fuori lo spazio familiare. Sono i lati oscuri della famiglia che si preferisce non vedere. La famiglia nonostante la grande retorica che la circonda resta sempre più isolata, sempre più ridotta. Sempre esposta a saltare in aria con la disgregazione. Nell’attuale situazione la famiglia diventa spazio per l’affermazione della violenza. Quando accadono fatti estremi di grande rilievo penale è troppo tardi. Il problema più grave è anche il silenzio della Chiesa, nonostante la grande responsabilità educativa che ha nei confronti della coppia e della famiglia. La domanda che la Chiesa locale deve porsi è: “Perché non si riesce a collegare l’annuncio del Vangelo e gli isolamenti delle esistenze? Perché continuare a moltiplicare lo sfarzo estetico delle feste e celebrazioni con l’illusione di rompere l’isolamento? Come mai a fronte della grande urbanizzazione compiuta ci ritroviamo sempre più relegati nelle braccia del consumismo e meno protagonisti di relazioni?
L’altro motivo della 3^ Lettera è quello che è avvenuto durante il caldo agosto. Da qualche giorno ti è stato eretto un monumento, per rafforzare il tuo ruolo patronale e per sostenere il consenso dell’attuale amministrazione comunale. Attore principale dell’opera è stato il sindaco che ha rinunciato al suo compenso in qualità di presidente del Consiglio Provinciale, per insediare vicino la Scuola che porta il tuo nome una statua che vuole rappresentarti.
Io credo che tu dovresti trovare il modo di ricordare alcuni passaggi della S. Scrittura, soprattutto il Salmo 115(113B): “Perché i popoli dovrebbero dire “dov’è il loro Dio”?…Gli idoli delle genti sono argento e opera delle mani dell’uomo. Hanno la bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano, dalla gola non emanano suoni. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida”. Il Libro della Sapienza è ancora più profondo: “Davvero stolti per natura sono tutti gli uomini che vivono nell’ignoranza di Dio…Infelici sono coloro le cui speranze sono in cose morte e che chiamiamo dèi, lavori delle mani d’uomo…l’invenzione degli idoli fu l’inizio della prostituzione, la loro scoperta portò la corruzione nella vita…(Sap.13,10;14.10).
Ho voluto riportare i brani della S. Scrittura che ci propongono cambiamenti profondi. Intanto balza evidente il contrasto tra la richiesta di programmi per prevenire la violenza e dall’altro lo sfarzo per un inutile monumento. Lo spirito della lettera vuole far rimbalzare l’abominio della idolatria anche quando si accosta alla santità. Nella società iperconsumista il culto delle immagini si moltiplicano e offuscano la realtà. L’amore del prossimo viene inesorabilmente cancellato. Tra qualche giorno nei cinema sarà proiettato un opera che vuole rappresentarti ancora una volta come colui che rideva di sé e degli altri; mi auguro che la tua fragorosa risata faccia capire che non hai mai cercato un monumento di pietra. Con molti saluti.
Agosto 2010
FRANCO FERRARA
Progetto Famiglie Accoglienti
Interventi a supporto e sostegno alle famiglie risorsa, all’infanzia e all’adolescenza
Ambito Territoriale n. 2
A Gioia del Colle, Casamassima, Sammichele di Bari e Turi
I Concorso di disegno
“La famiglia accogliente dei tuoi sogni”
PREMIAZIONE E MOSTRA DEGLI ELABORATI
Famiglia, Accoglienza, Amicizia e Affido Familiare di Minori le parole chiave del I concorso scolastico “La famiglia accogliente dei tuoi sogni”.
Voluto dalla rete operativa del Progetto – Cooperativa sociale Itaca (ente capofila), Centro Studi Erasmo, Cooperativa sociale Occupazione e solidarietà e Consorzio CASA – d’intesa con l’ufficio del Piano sociale di Zona dell’ambito, per sensibilizzare al tema dell’affido familiare.
Realizzato dal Progetto “Famiglie Accoglienti” – si è svolto il I concorso di disegno rivolto ai bambini di V delle scuole primarie dei Comuni di Gioia del Colle, Casamassima, Sammichele di Bari e Turi. In via sperimentale l’intento è stato quello di coinvolgere, circa 300 bambini delle classi V elementari e i loro insegnanti. Famiglie Accoglienti ha voluto parlare ai bambini e alle bambine affinché potessero insieme riflettere e conoscere il mondo dei loro coetanei che vivono momenti di fragilità familiare e difficoltà psicologica e sociale. Continua la Lettura

Il Centro Sudi Erasmo onlus di Gioia del Colle, si completa con un nuovo obiettivo, quello di dare impulso, privilegiando la nostra comunità, alla Società dell'Informazione, ovvero, a quel lungo processo di modernizzazione, in atto nel settore dell'informazione e della comunicazione, che ha profondamente cambiato, e che ancor più profondamente modificherà, la vita privata, sociale e professionale di ciascun individuo.
Partendo dalla consapevolezza che il cambiamento può venire solo dal coniugare fare e sapere, teoria e prassi, saperi “esperti” e senso comune, l’impegno che sarà profuso, trova fondamento nella convinzione che la rivoluzione tecnologica che interessa la nostra società è supporto fondamentale atto a favorire nei cittadini la conoscenza, l’efficienza e la competitività nel sistema produttivo.
Il Centro Studi Erasmo, per questo importante impegno, vuol riunire un gruppo di volontari, cittadini gioiesi professionisti dell’information tecnology, disponibili ad assumersi l’impegno di dedicarsi ad attività di consulenza, servizi e di ricerca scientifica, sulle problematiche che afferiscono la Società dell’Informazione con l’intento di allargare la partecipazione ad altri professionisti che intendono condividere ed adoperarsi nel superamento del Digital Divide.
Condizione indispensabile perché la società dell’informazione possa crescere è che ci siano “cittadini qualificati”. Ciò significa incentivare l’alfabetizzazione informatica in modo capillare e in tutte le fasce d’età e rendere accessibili nozioni, prodotti e servizi delle Tecnologie della Società dell’Informazione, con la certezza che si possano in tal modo ridurre gli squilibri esistenti tra aree sociali e tra individui.
In tale particolare contesto il Centro Studi Erasmo è interessato a:
- promuovere e realizzare attività di formazione e di aggiornamento sulle tematiche dell’information tecnology, rivolte ai singoli cittadini, lavoratori ed imprenditori di tutti i settori, Industria ed Agricoltura, Commercio, Terziario e Servizi, Terzo Settore e No-Profit, e del personale della Pubblica Amministrazione e della scuola;
- promuovere la crescita professionale e culturale dell’intero tessuto sociale locale, per una piena partecipazione al processo di sviluppo sociale ed economico che privilegia l’impiego delle moderne tecnologie dell’informazione;
- assistere e sostenere il territorio locale nella progettazione di sistemi di IT al fine di assicurare un coerente sviluppo sociale ed economico ed ottimizzare l’impiego delle risorse economiche pubbliche e private, per la realizzazione di beni e servizi pubblici.
I primi passi che il Centro Studi Erasmo intende compiere riguardano l’attivazione di sinergie con tutte le agenzie educative e formative, in particolar modo con la scuola pubblica, della quale si riconosce la necessità ed il primato nell’attività di formazione tesa al superamento delle nuove forme di analfabetismo e di esclusione socio-cultrale, determinate nel divario esistente tra chi può accedere alle nuove tecnologie (Internet, Computer), e chi non può farlo, per motivi diversi, quali un reddito insufficiente, l’ignoranza o la mancanza di formazione, l’assenza di infrastrutture.
Nell’immediato sarà oggetto di studio ed attenzione le azioni svolte o in itinere da parte Comune di Gioia del Colle, nell’ambito degli investimenti e spese effettuate a seguito di progetti tesi ad erogare servizi pubblici alla città, impiegando risorse economiche pubbliche.
Questa nota quindi è un invito a tutti coloro che, in possesso della professionalità idonea agli scopi su dichiarati, desiderano far parte del gruppo di lavoro con impegno e senza fini di lucro.
Coloro che intendono aderire all’iniziativa, devono inviare una mail a
info@gioiadelcolle.info, nella quale si dovranno indicare i dati anagrafici, riferimenti per contatti ed una breve descrizione della propria esperienza professionale.
Il Presidente del Centro Studi Erasmo
[Dott. Franco FERRARA]
Nulla sarà più come prima in Puglia, dopo la stagione politica dell'ultimo quinquennio. Quello che è avvenuto in Puglia, ha determinato una discontinuità con la storia della Regione. Nella primavera del 2005, la Puglia, presentava un "continuum" di pratica politica determinata dalle élite della rappresentanza istituzionale e politica, che fungevano da mediatori tra stato e società pugliese. Era evidente che la società civile non influenzava minimamente la politica.
Nel 2005, quello che era già avvenuto nelle autonomie locali, si realizza per la Regione; con le primarie di gennaio la società civile prende il sopravvento sui partiti. La scelta di Vendola, candidato alla presidenza della Regione, rappresentò la vittoria dei senza voce e dei senza rappresentanza. Per comprendere, quindi, la discontinuità, è bene non dimenticare le ragioni di quella scelta, alla vigilia di una nuova competizione elettorale, contrassegnata da un nuovo conflitto delle élite politiche. La chiave di lettura per comprendere la Puglia è quella dell'autonomia.
La domanda è: "cosa significa grado di autonomia di una Regione meridionale? E' una domanda necessaria per comprendere quanto è avvenuto e ci riporta nel cuore della "questione" del Mezzogiorno. Prima del 2005 l'immagine della Puglia risultava appiattita acriticamente sulle scelte del governo nazionale, mortificava le forze vive: – mondo sociale, mondo delle imprese, esperienze culturali, mondo scientifico-, queste risultavano "dipendenti" dalla politica non riuscivano a trovare ascolto direttamente con le proprie proposte. A questa complessità, faceva riscontro una attività regionale autolimitata sia sotto il profilo legislativo che regolamentare e finanziario; le forme della frammentazione bloccavano la partecipazione della cittadinanza attiva, qualsiasi proposta di cambiamento finiva nel nulla. Le risorse pubbliche – locali,regionali e comunitarie- per loro natura indisponibili ai fini personali delle élite di turno diventavano i mezzi per l'ascesa al potere di se stessi. E' stato difficile anche per Vendola invertire questa logica perversa che attraversa il sistema politico. Le risorse pubbliche amministrate con imparzialità, riescono a realizzare fatti di sviluppo coerenti, con la società regionale. Se invece prevale la ripartizione clientelare, si ritorna alla politica fatta per gli amici.
Nel 1993 comparve la ricerca fatta da R. Putnam - Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy, (Le tradizioni civiche nell'Italia Moderna), in questo studio agli inizi degli anni ‘90 si registrava l'assenza del senso civico della Regione Puglia. Un assenza dovuta al fatto che gli apparati della Pubblica Amministrazione regionale, erano contrassegnati dall'appartenenza alle élite politiche, un clientelismo difficile da estirpare e che a ogni tornante elettorale fa sentire il suo peso.
La Puglia che Vendola ci consegna è una Regione rovesciata. In tutti i settori che la Costituzione riconosce di competenza regionale la sfida è stata aperta ma non conclusa. La rivolta in atto delle élite, con la candidatura "concorrente" all'interno dello stesso schieramento di centro sinistra, è la dimostrazione che la strada aperta è molto lunga da percorrere. I cambiamenti prodotti dalle due Giunte di Vendola, richiedono l'esercizio responsabile dell'analisi critica, per afferrare la distanza tra obiettivi annunciati, risultati conseguiti e prospettive per il futuro. Così si può comprendere che la Puglia è una Regione che ha una sua specificità di proposte, sia per la politica nazionale che per quella internazionale/mediterranea. L'altro aspetto è verificare la qualità del cambiamento impresso, sia agli apparati interni sia nel dare risposte ad una società consapevole.
Partire dai macro-dati permette di comprendere l'opera di allineamento delle programmazioni settoriali a quelle europee, per sconfiggere i mali strutturali -disoccupazione, miseria, fuga dei cervelli, esclusione sociale-. Come le due programmazioni riferite ai periodi 2000/2006 e 2007/2013, entrambe con un disegno di sviluppo che richiede al Governo regionale un ruolo coeso e competente, non frammentato degli interessi territoriali.. Le scelte sono state fatte per far uscire la Puglia dagli schemi di sviluppo "ex Cassa del Mezzogiorno". A questo schema si sono allineate le diverse programmazioni – servizi sociali, ambiente, sostegni all'attività produttiva, agricoltura, piani salute, politiche migratorie, governo del territorio, dialogo culturale nell'area mediterranea, turismo,,sviluppo culturale delle comunità locali….- L'azione "trasparenza", dell'operato amministrativo, è stata avviata favorendo la partecipazione attiva. L'innovazione ha richiesto la mobilitazione dei corpi intermedi della società civile in termini di confronto progettuale, valga per tutti la riforma dei servizi sociali, a cui si tenta di integrare il "servizio sanitario". Ma alla dinamica positiva della programmazione, non ha corrisposto un cambiamento radicale della formazione professionale. Questo settore risulta ancora sconnesso dal nuovo sistema produttivo e istituzionale. Il nuovo sviluppo regionale richiede forti investimenti culturali e scientifici. Ma se da un lato si sono aperti "varchi" attraverso le politiche pubbliche, queste hanno rivelato limiti notevoli di fronte all'eredità pesante del passato. Il simbolo di questo aspetto è Taranto , la capitale dell'industrializzazione pubblica, la città più inquinata d'Europa. L'altra criticità è il "Servizio Sanitario", questo rappresenta un grande problema in quanto si è intersecato con la storia giudiziaria da oltre un decennio, senza venirne a capo. La programmazione sanitaria è un peso posto sulla strada dalla Giunta di centro destra, la quale impostò la riforma con il taglio secco dei posti letto senza valutare le conseguenze e senza comprendere la mutazione della professione medica. Quest'ultima richiede investimenti inediti per uscire dalla crisi che l'ha investita dopo l'avvento del Servizio Sanitario. L'altro aspetto della sanità pugliese è quella di attrezzarla ad affrontare il tempo del "federalismo fiscale". La Puglia del 2010 sarà una Regione che dovrà completare la "bonifica etica" degli apparati e delle forme della partecipazione attiva della società civile se saprà fermare gli appetiti delle èlite. Ma questa è storia comune con tutte le Regioni.
per cercasi un fine n. 47
Franco Ferrara
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