Autonomia locale e promozione della sviluppo territoriale.

La 10^ lezione svoltasi il 20 febbraio 2010 nell’ambito del programma del II° anno 2009/2010 della scuola sociopolitica di Gioia del Colle organizzata del Centro Studi Erasmo Onlus, ha trattato un tema focale per le autonomie locali: “Autonomia locale e promozione dello sviluppo territoriale". La lezione è piuttosto articolata e composita, piena e pregnante di territorialità, illuminante ai fini del ruolo e del compito delle autonomie locali.
Per affrontare questo tema vitale la nostra scuola ha chiamato il docente ing. Cafagno Angelantonio, conterraneo di Modugno (Ba), impegnato socialmente e politicamente, già assessore al comune di Modugno. Il docente è un informatico, libero professionista, legato da sempre all’impegno sociale.
Salutandoci dice: “Sono onorato di fare il relatore in questo tipo di scuola, conosco don Rocco d'Ambrosio da quando non era neanche sacerdote. Sono particolarmente soddisfatto di mettere a frutto una sintesi delle mie esperienze di amministratore”.
 
Per rendere maggiormente fruibile la lettura ho pensato di dividere la lezione in quattro parti.
 
Auguro a coloro che leggeranno i testi  una buona lettura.
 
Carlo Antonio Resta
 

PARTE  I

PARTE II 

PARTE III 

PARTE IV

La provincia: proviamo a capire come funziona (Parte 2 di 2)

La provincia, ente intermedio tra comune e regione ha il compito di curare e di promuovere lo sviluppo della comunità provinciale.
 
Gli organi fondamentali della provincia sono tre: il Consiglio, la Giunta e il Presidente. Il presidente viene eletto direttamente dal popolo; la giunta di fatto viene nominata dal presidente della provincia inoltre viene presentata e approvata dal consiglio provinciale. E poi il consiglio provinciale che viene eletto dal popolo.
Questo il compito dei vari organi: il consiglio provinciale viene eletto normalmente ogni cinque anni, c'è stato un periodo in cui veniva eletto ogni quattro anni poi portato a cinque.
 
Il consiglio provinciale è un organo di indirizzo e di controllo politico amministrativo, anche qui dice il prof. Nicola Occhiofino: “permettetemi di sottolineare che non è più tanto organo di controllo politico amministrativo, io ho assistito ad annate in cui il consiglio provinciale poteva parlare di tutto, però si limitava solo ad un solo compito di controllo politico amministrativo, quello del bilancio. Per il resto era come se non ci fosse, come se non avesse responsabilità diretta. E qualche volta anche sullo stesso bilancio che è rimasto l'unico atto sul quale il consiglio provinciale decide, attraverso tanti meccanismi interni spostato dalla sua approvazione. Se il bilancio non viene approvato bisogna andare a casa. Ma ripeto è l'unico atto di controllo politico amministrativo vero che un organo come il consiglio oggi ha. Si possiamo richiamare tante altre cose che il consiglio può fare, però di fatto dal punto di vista del controllo politico vero rimane l’unico atto e basta”.
 
Il consiglio ha competenza su atti fondamentali che sono quelli indicati dall'articolo 42 del testo unico. Il consiglio può essere sciolto nei seguenti casi: se compie atti contrari alla costituzione, per gravi violazioni di legge, per gravi motivi di ordine pubblico, quando non viene assicurato il normale funzionamento dello stesso organo ed infine per la mancata approvazione del bilancio.
 
La giunta: collabora con il presidente della provincia nell'amministrazione dell'ente, è competenza dei componenti della giunta tutto ciò che non è di competenza del consiglio. La giunta è un organo collegiale, molte volte è un ente che non vive di luce propria ma vive di luce riflessa rispetto alle scelte che il presidente compie nell'attuale fase.
I compiti del presidente della provincia sono quelli di rappresentare l'ente, sovrintendere al funzionamento dei servizi e degli uffici e alle emanazioni degli atti. Nomina e revoca gli assessori, adesso potremmo dire gli assessori non rispondono più al consiglio ma al presidente. Il presidente è libero di sostituire un assessore, poi comunicherà al consiglio l'avvenuta sostituzione.
 
Anche qui viene fuori la pericolosità di questo meccanismo rispetto al quadro oggettivo di riferimento e di controllo che una democrazia richiede. Le dimissioni implicano la decadenza della giunta, lo scioglimento del consiglio e il ricorso obbligatorio a nuove elezioni. Vediamo ora quali sono i compiti e le funzioni della provincia, i quali ci permetteranno di comprendere meglio circa l’utilità o meno di questo ente.
 
Ai sensi dell'articolo 19 del testo unico degli enti locali (che riprende la 142/90 integralmente perché appunto è il testo unico), alle province spettano le funzioni amministrative che riguardano la sezione intercomunale o l'intero territorio provinciale nei seguenti settori: difesa del suolo (mi fermerei qui perché questo nostro paese sulla difesa del suolo è proprio messo male. È una delle più grandi omissioni che sono state compiute in questo paese, e i compiti della provincia incominciano proprio con la difesa del suolo), tutela e valorizzazione dell'ambiente, prevenzione delle calamità, tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche, valorizzazione dei beni culturali, viabilità e trasporti, protezione della flora della fauna, parchi e riserve naturali, caccia e pesca nelle acque interne, organizzazione dello smaltimento dei rifiuti a livello provinciale, rilevamento disciplina e controllo degli scarichi delle acque e delle emissioni atmosferiche e sonore, servizi sanitari di igiene e profilassi pubblica attribuiti dalla legislazione statale o da quella regionale, compiti connessi alla istruzione secondaria di secondo grado ed artistica, la formazione professionale compreso l'edilizia scolastica attribuita dalla legislazione statale e regionale.
 
Poi raccolte le elaborazioni dati, con l’assistenza tecnico amministrativa e gli enti locali, la provincia in collaborazione con i comuni sulla base di programmi, promuove e coordina attività nonché realizza opere di rilevante interesse provinciale sia nel settore ecologico, produttivo, commerciale e turistico sia in quello sociale, culturale e sportivo.
 
Dalla semplice lettura di tali funzioni, credo che si possa dedurre che non sia un ente che non ha da fare, dipende da come certe cose vengono affrontate e risolte, dipende dalla statura della classe dirigente. Molte volte nella provincia basta fare quattro o cinque cose di grande portata per caratterizzare la vita di un ente locale, questo vale anche per le amministrazioni comunali, per le città metropolitane e per le aree metropolitane.
Alla provincia spettano entrate tributarie, tasse dovute a trasferimenti. Anche qui ci troviamo dal punto di vista formale di fronte a delle contraddizioni: un governo centrale che nel programma col quale si è presentato al popolo diceva che bisognava sopprimere le province, di fatto con questo stesso governo sono nate altre province. Ecco le contraddizioni enormi e negli ultimi tempi, giustamente, vengono date dalla regione alla provincia alcune funzioni che non erano state attribuite, come la formazione professionale, questo nella nostra regione.
 
Questo è il quadro degli enti locali che il prof. Nicola Occhiofino ci descrive, al quale secondo lui vanno aggiunte alcune riflessioni. Il riferimento è alla politica rispetto alle Istituzioni: il nostro docente ritiene che sia giunto il tempo per costruire una nuova stagione degli enti locali, rappresentata e costituita dalla sapienza istituzionale e dal cuore generoso.
 
Cioè le Istituzioni e quindi gli enti locali devono avere un cuore come le persone, altrimenti non sarebbero in grado di comprendere la vita delle persone. Dovrebbero avere un cuore dice il prof. Occhiofino: “E dovrebbe essere un cuore di carne, non un cuore di pietra”.
 
E’ necessario compierlo oggi questo sforzo se vogliamo che le istituzioni poi non siano gusci vuoti, ma siano le case nelle quali le cittadine e i cittadini possono stare, sentirsele proprie con le cittadinanze attive sempre presenti. Situazione difficile da costruire, ma non dobbiamo dimenticare quello che è avvenuto prima di noi, non dobbiamo dimenticare le stagioni diverse dalle nostre.
 
Il prof. Occhiofino ci ricorda che durante il periodo fascista quando qualcuno parlava di democrazia e di libertà si rispondeva che erano utopie, per di più pericolose, si rispondeva che non potevano mai accadere. La storia ci dice che grazie alla lotta popolare, alla resistenza, abbiamo conquistato la democrazia e la libertà.
 
Così per queste stagioni abbiamo il dovere di costruire, non è chiuso il capitolo del far fiorire la democrazia nel nostro paese. Dobbiamo impegnarci tutti per la costruzione di questa stagione, incominciando dagli enti locali per poi arrivare anche ad altri livelli.
 
In alcuni incontri pubblici che la scuola sociopolitica di Gioia Del Colle ha organizzato, da alcuni magistrati seriamente impegnati nella lotta contro la mafia, è venuta fuori questa indicazione: “Non aspettatevi nessun cambiamento dalle Istituzioni, noi magistrati siamo disponibili a partecipare a questi incontri, dove coltivare un germoglio,una speranza di cambiamento che può venire solo dal basso”.
 
Certo sono sfide difficili, ma sono sfide che possono essere affrontate solo da amministratrici e amministratori dotati di grande statura, formati, aperti a sapienza, competenti e che abbiano scelto questa strada (senza fare nessuna retorica dice il prof. Occhiofino) come una missione. Queste amministratrici e questi amministratori hanno bisogno di un calibrato itinerario formativo, che prepara la fatica delle conoscenze, dei saperi e delle scelte.
 
Questo paese ha un'estrema necessità di una nuova classe dirigente, non andremo da nessuna parte senza una nuova classe dirigente, anche qui ci insegna il passato dice il prof. Occhiofino: “Questo percorso formativo che state compiendo voi che frequentate queste scuole indica la speranza in questa direzione. Parlando con degli amici dicevo, noi dobbiamo fare ciò che fecero negli ultimi anni della resistenza, costruirono questa classe dirigente che ci ha dato la Costituzione, che ci ha dato la Repubblica”.
 
Il docente ci tiene a non differenziare fra prima e seconda Repubblica, perché dice: “Nel nostro paese la Repubblica è una ed è nata dalla resistenza. Quella Repubblica e quella classe dirigente che faceva dire ad un grande uomo come Giorgio La Pira, sindaco di Firenze nel 1955 in consiglio comunale a Firenze: Fino a quando voi mi lasciate questo posto – rivolgendosi ai consiglierimi opporrò con energia massima a tutti i soprusi dei ricchi e dei potenti, non lascerò senza difesa la parte debole della città, chiusure di fabbriche, licenziamenti e sfratti troveranno in me una diga non facilmente abbattibile, tuttavia la vera politica sta qui, difendere il paese, difendere il pane per la parte più grande del popolo italiano, il pane e quindi il lavoro è sacro, la casa è sacra non si tocca impunemente ne' l'uno ne' l'altro, che ad essere senza casa e senza lavoro è la peggiore delle calamità”.
 
Chiede scusa e aggiunge il prof. Occhiofino: “Non credo sia peccato di irriverenza chiederci quanti sindaci oggi nel nostro paese dicono e operano in questa direzione, di fronte alla mancanza del lavoro soprattutto per le giovani e per i giovani. Non solo i giovani, tormentati nel lungo elenco di diritti negati, soprattutto per questo diritto fondamentale che appunto è il lavoro, un diritto primario io ritengo che la classe dirigente debba avere l'ossessione di costruire giorno dopo giorno fonti di lavoro per il paese! L'ossessione!!”.
 
Alla costruzione di questo tipo di classe dirigente si riferisce il nostro docente, una classe dirigente che per ogni atto amministrativo anche il più piccolo, in qualsiasi sede istituzionale, giunta, consiglio e in qualsiasi livello si chieda: questo atto che stiamo per approvare, questa delibera va in direzione di chi non ha?
 
Perché proprio la crisi finanziaria che stiamo attraversando, ha dimostrato chiaramente cos'è accaduto quando corsari e falsari sotto mentite spoglie hanno fatto operazioni che hanno sconvolto l'economia mondiale, famiglie, popoli, persone.
 
Quante persone si sono tolte la vita fino ad oggi in questa ultima crisi finanziaria? E non mi riferisco a persone proprietari d’aziende, mi riferisco a persone come lavoratori dipendenti con reddito mediobasso!
 
Voi che frequentate la scuola sociopolita dice il prof. Occhifino non dimenticate queste indicazioni: “Delineate una nuova società con una giustizia distributiva più equa e fatela diventare linea portante. Certo non è facile, c’è tanta cattiveria, ma c’è anche tanta gente che ha un cuore grande e buona volontà. Bisogna sentire sulle proprie spalle le sofferenze degli altri e bisogna impegnarsi per liberare la gente dalla miseria e dalla povertà, bisogna far sì che la gente possa sentirsi a suo agio ovunque svolga il proprio essere. Certo le difficoltà ci sono ma le difficoltà ci sono perché si superino e nel passato sono state superate! Non vorrei riscaldare gli animi, i cuori ma io che ho vissuto nel passato tempi bui ed ho vissuto già una volta il cambiamento, dico che il cambiamento è possibile ancora! Anche oggi!”.
 
Il prof. Nicola Occhiofino chiude la sua lezione con una frase di don Tonino Bello, convinto che fosse rivolta a chi in una situazione di necessità di cambiamento, affrontasse l’impegno con spirito di sacrifici. Le scuole sociopolitiche possono rappresentare questo impegno e quindi possono essere i destinatarie di quella frase che diceva: “Coraggio profeti della primavera, la terra per non rabbrividire ha bisogno di vestali della speranza”.
 
Io credo che la speranza sia, conclude il prof. Nicola Occhiofino, sia per chi ha il dono della fede sia per chi vive una sana laicità, un elemento fondamentale per la trasformazione e per la liberazione.
  
Carlo Antonio Resta

La provincia: proviamo a capire come funziona (Parte 1 di 2)

La 7^ lezione svolta il 5 dicembre 2009 della scuola sociopolitica di Gioia del Colle del Centro Studi Erasmo Onlus, parla della Provincia. Il docente è il prof. Nicola Occhiofino già assessore provinciale. Quello della Provincia è un argomento molto dibattuto negli ultimi tempi con due scuole di pensiero, una propende per la continuità del ruolo e dell'esistenza dell'ente provinciale l'altra ritiene che i compiti, le funzioni e il ruolo della provincia possano essere sostituiti da altri livelli istituzionali come: le aree metropolitane, dalle città metropolitane o addirittura anche dalla stessa regione.

La mia esperienza dice il prof. Nicola Occhiofino: “Mi porta a dire che dipende da come vengono date risposte ai problemi, alle attese, ai bisogni del territorio. Dipende dall’ente se legittima la propria esistenza oppure non la legittima. Un assessorato in una provincia o in un comune che fa della programmazione la linea portante, si ritrova dei risultati, e quella parte del territorio sarebbe una parte di territorio ben governata. Là dove invece, si ha un assessorato che non fa programmazione, un presidente di provincia che non ha tempo, allora ci troveremo di fronte ad un ente che non risponde ad esigenze, ai compiti precipui della provincia, in questo caso può essere considerato un ente inutile. Personalmente ritengo che l'ente in quanto tale possa assolvere a funzioni e possa continuare ad esistere”.

Il prof. Occhiofino evidenzia come un'area vasta, composta da più comuni, molte volte non può essere sostituita facilmente della città metropolitane, (in numero ben limitato nel nostro paese, 10 individuate dal Parlamento: Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Torino, Reggio Calabria, Roma, Venezia; 5 individuate dalle Regioni a statuto speciale: Cagliari, Catania, Messina, Palermo, Trieste) o da aree metropolitane.

Il nostro docente asserisce che, se a monte c’è la politica come esercizio delle migliori virtù della persona, se c'è la politica che è la forma più esigente della carità, come ricordava Papa Paolo VI, la risposta umana programmata ai bisogni della gente viene esercitata in modo concreto.

Questa è la linea centrale di ogni discorso, questo è il contenuto rispetto al contenitore, se manca questa politica, i contenitori falliscono, abbiamo la crisi della politica la crisi delle istituzioni come questo particolare momento della vita del nostro paese.

La tutela e il riconoscimento delle autonomie locali sono elementi fondamentali della Costituzione e dell'aspetto istituzionale del nostro paese, i più importanti sono due: la Provincia e il Comune.

La Regione non è un ente locale, è una configurazione ed appartiene ad un'altra dimensione. La provincia e il comune sono dotati di autonomia normativa, autonomia statutaria e autonomia amministrativa. Le leggi che regolamentano gli enti locali sono tre: la 142/90 legge fondamentale che ha dato il via poi alla configurazione attuale, il decreto legislativo 267 del 2000 e la legge costituzionale n. 3 del 2001.

Sul versante della democrazia gli enti locali hanno un ruolo molto importante, intervengono sul piano della partecipazione e sul piano istituzionale come governo del popolo che si articola in primo luogo dal basso. Un paese che non ha una articolata democrazia di base ,un paese nella sua dimensione collettiva privata di questa partecipazione dal basso, non è un paese democratico.

Spesso ci fermiamo all’analisi delle grandi Istituzioni, dimenticando che le Istituzioni locali con la loro autonomia possono svolgere un ruolo determinante rispetto alle scelte da compiere, alle risposte da dare, agli obiettivi da raggiungere, ai nuovi orizzonti da delineare.Un esempio concreto è il ruolo che hanno svolto sul versante della costruzione della pace, tematica che normalmente si demanda a livelli internazionali, alla diplomazia a carattere universale planetario.

Proprio in questa città dice il prof. Nicola Occhiofino: “Potremmo dire di aver avuto una cosa molto bella della quale anche io diedi il mio modestissimo contributo, quando stavano per arrivare gli F16. Ci fu una grande partecipazione popolare, e a testo di questa partecipazione popolare ci fu un grande vescovo che abbiamo avuto, Monsignor Tonino Bello che lasciò un documento contro gli F16, una cosa bellissima, documento che forse non ne siete a conoscenza, venne addirittura discusso in sede Onu. A Gioia Del Colle gli F16 non vennero più, a dimostrazione di come in effetti non è formale il riferimento all'autonomia locale, compito che su determinate materie le autonomie locali possono svolgere insieme a movimenti, insieme alla società civile”.

Proprio sul lato della democrazia preoccupa l'attuale grave situazione politica, sul versante della partecipazione alla democrazia. Il parlamento del nostro paese come sede più alta dal punto di vista delle Istituzioni, non può vivere sempre di preoccupazioni per leggi da approvare sul versante della giustizia.

Moro diceva: "Non basta parlare per avere la coscienza a posto. Noi abbiamo un limite, noi siamo dei politici e la cosa più appropriata e garantita che noi possiamo fare è di lasciare libero corso alla giustizia". Nel nostro paese esiste un problema che ossessiona madri e padri quotidianamente, che è quello del lavoro.

Riflettiamo un attimo rispetto a ciò che abbiamo di fronte oggi dice il prof. Occhiofino: “E’ tutto l'opposto, la cosa che voglio sottolineare non solo la contrapposizione fra legge ad personam e giustizia da rispettare, che è una contrapposizione letale, ma quella concezione molto bella "noi siamo dei politici e noi abbiamo un limite" molte volte alcuni politici non hanno limiti, sembrano degli onnipotenti, sembra che tutto sia permesso, sembra che tutto possano fare, sembra che siano i migliori, sembra che sappiano tutto.Questo riferimento di Moro credo che sia un riferimento molto saggio del quale forse, noi dovremmo fare buon uso in questo periodo dove tutto è attraversata da questa questione della giustizia”.

Le autonomie locali oltre ad essere agenti di democrazia dal basso, hanno anche una funzione dialettica di più di altri livelli come può essere il parlamento, perché gli enti locali sono espressione diretta delle istanze, delle esigenze, dei problemi, dei bisogni delle cittadine e di cittadini.

Il sindaco in particolar modo è la figura istituzionale degli enti locali più coinvolto nell’immediatezza della risposta umana sui problemi. Per quanto riguarda la legislazione che attiene agli enti locali, fino al 1990 vigeva una legge che veniva dal 1934, ed era il testo unico della legge comunale e provinciale, era un testo del periodo fascista.

Questa legge assegnava un ruolo non soltanto inadeguato agli enti locali ma anche antiquato rispetto ai problemi storici, ed era in sintonia con i venti del tempo. Questa legge del 1934 di fatto ha governato dal punto di vista normativo gli enti locali fino all'entrata in vigore della legge 142/90 (possiamo definirla regina delle amministrazioni locali), che è la riforma degli enti locali.

Con la 142/90 si incomincia a valorizzare il contributo, il ruolo, la presenza delle cittadine e di cittadini, e anche delle associazioni che possono dare un apporto in quanto le città siano sempre più immagine del sentire delle persone. Dalla legge 142/90 in poi, c'è stato un susseguirsi di leggi in pieno campo di autonomie: la 81 del '93 che riguarda l'elezione diretta del sindaco e l'elezione diretta del presidente della provincia.

Su questa legge ci sono due interpretazioni: c’è chi dice che è meglio oggi, e che dice che sarebbe meglio oggi qualora non ci fossero stati dei condizionamenti molto forti. Questo discorso vale sia per la figura del sindaco come per il presidente della provincia, in quanto spesso si sentono sganciati dalle varie esigenze, si rapportano al popolo, si rapportano a chi li ha eletti e dicono: "io sono stato eletto dal popolo e quindi decido io".

Però bisogna ricordare che questa legge venne fatta in un tempo in cui si invocava con forza il decisionismo, si diceva che c’era molto assemblealismo e non si decideva mai, e bisognava invece decidere. Proviamo a ricordare come gli enti locali perdevano molto tempo a discutere, il nostro paese con il monocolore Dc era impantanato con le giunte che duravano pochi mesi, e poi il commissariamento.

Quella legge e quella politica non rispondeva e non faceva rispondere alla concretezza fondamentale di un'azione politica, le crisi erano galoppanti. Tutte queste motivazioni vennero portate per avere l’attuale legge dell'elezione diretta del presidente della provincia e del sindaco.

Ma vi garantisco dice il prof. Occhiofino : “Per mia esperienza diretta, ho visto l'una e l'altra, vi posso dire che oggi è molto difficile condizionare la vita di un presidente di provincia o di un sindaco. Dando molto peso a queste figure si sono svuotati gli altri organi, e quando gli organi si svuotano come potere di controllo è pericoloso sul versante della democrazia. Oggi parlando con degli amici si è detto abbiamo di nuovo i prefetti, prefetti che la costituzione di fatto nata dalla resistenza aveva tolto nella sostanza. Ma oggi che cos'è un presidente di giunta regionale? A rifletterci sopra, rispetto alla prefettura, se vogliamo guardare bene. E’ stata data questa capacità libera, di poter interpretare determinate questioni con il sigillo "mi ha eletto il popolo". Anche qualche altro dice lo stesso, mi ha eletto il popolo. Pochi ricordano che anche Hitler venne eletto dal popolo, direttamente, non è che non venne eletto, venne eletto dal popolo, poi fece ciò che tutti conosciamo disgraziatamente. Il controllo è sempre un fatto positivo, il controllo di un organo su un altro, il controllo che sarebbe la cosa più bella del popolo rispetto a gli organi, che non può essere solo quello di andarlo a votare ogni cinque anni per intenderci ma anche altro. Quindi io non appartengo a coloro che dicono è meglio così, io so che nel passato prendevano determinate decisioni, c'erano anche crisi di governo certamente a livello locale però avevamo assemblee avevamo comuni che erano veramente centri di democrazia, dibattiti su questioni rilevanti, il sindaco prima di muoversi avrebbe dovuto ascoltare sia le forze politiche sia diverse altre fonti, oggi tutto questo è messo da parte con grande preoccupazione. Anche se con un poco di attenzione, vediamo dal basso dei movimenti, certe cose a livello nazionale si capiscono facilmente”.

Poi abbiamo avuto altre leggi nel '97 la Bassanini bis e le successive modifiche, poi la 267 che è stato il testo unico grandissimo passo in avanti dal punto di vista della legislatura degli enti locali. Poi abbiamo avuto una legge costituzionale la n.3 del 2001 sulle modifiche apportate alla costituzione, e poi la legge finanziaria del 2007 la composizione degli organi, i compensi dei consiglieri e le componenti di aziende partecipate degli enti locali.

Questo per quanto riguarda il quadro legislativo di oggi rispetto all'organo provinciale come dimensione istituzionale, finanziaria e nei ruoli dei vari organi.

 

Domani continua con la II^ ed ultima parte

 

 Carlo Antonio Resta

Dalla scuola di formazione socio politica di Gioia del Colle.

La 6^ lezione svolta il 28 novembre 2009 della scuola sociopolitica di Gioia del Colle del Centro Studi Erasmo Onlus, parla dell'alta Murgia. Poiché trattasi del nostro territorio, di come  sia intriso di storia, di cultura, di sacrifici, di fatti, di denunce  e di tante altre cose civili e meno civili, la lezione è piuttosto corposa. Ho cercato di sintetizzarla al massimo, ma questo comportava tagli piuttosto decisi e l'eliminazione di dettagli e particolari importanti, alla fine ho preferito non fare molti tagli e suddividere la lezione in cinque parti, vi posso assicurare che non c'è da annoiarsi. Giustamente il prof. Franco Ferrara definisce questa lezione "un caso concreto", aggiungo che per conoscere i casi concreti bisogna andare dai testimoni sul territorio e il prof. Piero Castoro, il nostro docente che ci ha deliziato con la lezione sulla "Tutela e lo sviluppo dell'alta Murgia" è un testimone del nostro territorio.

Buona lettura

Carlo Antonio Resta

Capitolo 01

Capitolo 02

Capitolo 03

Capitolo 04

Capitolo 05

 

 

IL COMUNE: proviamo a capire come funziona – III Parte

SindacoIl sindaco: il sindaco con la nuova legislazione se sa gestire nella correttezza ha straordinari poteri. Il sindaco prima di tutto deve essere il garante della correttezza di operato della sua amministrazione, deve essere garante della unità di indirizzo politico di quella maggioranza, deve essere garante della coerenza durante tutto il proprio mandato. Deve espletare il mandato con consapevolezza di ruolo che richiede una certa tensione, e deve avere anche il coraggio quando si accorge che vi è un momento in cui si deraglia per ragioni diverse, oppure la maggioranza non è più in grado di attendere eticamente, moralmente e amministrativamente quell'impegno assunto, di andare via.

Il sindaco nelle sue prerogative ha il grande potere di dire: se noi non riusciamo ad assolvere coerentemente i compiti che ci vengono, dall'alto mandato ricevuto, si va via. Questa però può rivelarsi un'accusa da utilizzarsi in termini ricattatori, perché c'è chi lo può utilizzare per esercitare pressioni indebite sulla squadra del sindaco.

Dice l'avv. Gentile: "Io credo che questo è un momento di nobilissimo esercizio di democrazia, e un sindaco perbene quando si accorge che le ragioni per cui è stato eletto, non possono essere più soddisfatte con compromissione del vincolo fiduciario con la popolazione, deve avere questo punto di caduta che secondo me non è un ricatto ma è un alto esercizio di democrazia da parte di un sindaco".

Il sindaco sappiamo è eletto direttamente dal popolo, dura in carica cinque anni, è rinnovabile soltanto una volta, quindi non è candidabile per un terzo mandato consecutivo. Il vincolo del divieto del terzo mandato dovrebbe negli intenti del legislatore, rispondere alla finalità di favorire il ricambio al vertice delle amministrazioni, evitare incrostazioni.

Quali sono le funzioni più importanti del sindaco, tra tutte quelle di sovrintendere al funzionamento dei servizi e degli uffici, quello di rappresentare la giunta, abbiamo detto presiedere la giunta, convocare le giunte ma sovrintendere al funzionamento dei servizi e degli uffici. Continua la Lettura

IL COMUNE: proviamo a capire come funziona – II Parte

MunicipioQuali sono le funzioni di un comune? Queste le dettaglia l'art. 13 del decreto legislativo 267/2000 che radica in capo al comune tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione e il territorio comunale, in particolare nei settori (lo dice l'art. 13) organici dei servizi alla persona e alla comunità, all'assetto e utilizzazione del territorio e dello sviluppo economico, facendo salvo quando non sia attribuito da altri soggetti dalla legge statale o regionale nel rispetto delle reciproche competenze.

Di conseguenza le funzioni possono essere distinte in funzioni proprie, che sono quelle che identificano il comune nella sua posizione di ente esponenziale della comunità stanziata in un determinato periodo su quel territorio (e sono funzioni amministrative che la legge assegna al comune con esclusione di tutti gli altri soggetti istituzionali), e poi ci sono le funzioni conferite con leggi statali e regionali perché ancorchè a livello istituzionale sia sancito il principio che la competenza comunale sia fatta salva per la generalità delle funzioni amministrative, questo non toglie che Stato e Regione possono con legge propria conferire al Comune anche altre funzioni.

Il principio di sussidiarietà orizzontale cade a concio nella nostra realtà, perché è sempre l'art.3 che è un articolo fondamentale nel concetto del testo unico sulle autonomie locali, specifica anche che i comuni svolgono le loro funzioni pure attraverso le attività che possono essere adeguatamente esercitate dall'autonoma iniziativa dei cittadini e delle loro formazioni sociali, così si attua il principio di sussidiarietà nei confronti dei privati.

Quindi vi è questo principio che si è voluto affermare  con grande enfasi della collaborazione di soggetti privati in forma singola o associata, in grado di garantire anche in questa condizione duale con l'Ente Pubblico. Con l'art.118 della Costituzione il principio di sussidiarietà orizzontale ha trovato anche una sua giusta istituzionalizzazione.

Vediamo come si muove il Comune concretamente verso i suoi organi, attraverso le sue strutture, attraverso le sue competenze. Organi del governo: per organi s'intende quelle espressioni deputate all'esercizio della funzione amministrativa nell'ambito comunale, e sono il Consiglio comunale, la Giunta e il Sindaco.

Il consiglio comunale ha diverso tipo di composizione a seconda del numero degli abitanti residenti, ed ha una durata di mandato quinquennale che è omogenea per tutte le realtà comunali. I consiglieri hanno una loro istituzionalizzazione, hanno nell'art. 43 del testo unico la loro sede di esplicazione dei diritti istituzionalmente sanciti. Continua la Lettura

IL COMUNE: proviamo a capire come funziona – I Parte

Scuola di PoliticaNella lezione svolta il 31 ottobre abbiamo affrontato il tema del "Comune e il suo funzionamento". Il docente è l'avv. Giuseppe Gentile che ha esercitato la professione di avvocato, ha rivestito per diversi anni il ruolo di assessore nel comune di Cassano e negli ultimi dieci anni ha vestito il ruolo di sindaco. Attualmente è consigliere provinciale e fa parte della commissione consiliare al bilancio e alla programmazione e dice: "Qui metto a frutto l'esperienza vissuta ma anche quella teorica delle Istituzioni, perché prima di svolgere un compito bisogna attrezzarsi e bisogna conoscere parte di questa orditura costituzionale e ordinamentale per potersi muovere. Questo penso che sia un suggerimento indispensabile per poter procedere".

Visto l'argomento molto tecnico e il bagaglio professionale e di esperienza dell'avv. Giuseppe Gentile, riporterò tal quale la specificità della terminologia altrimenti perderebbe di contenuti e di assonanze terminologiche. L'avv. Gentile parte subito con un riferimento costituzionale che è l'art. 5 il quale sancisce il principio pieno e pregnante che la Repubblica è una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali. Evidentemente in quel riconoscere esiste la percezione quasi giusnaturalistica di una realtà che non si può non riconoscere. Continua la Lettura

L’incontro con Antonella Mascali

Antonella MascaliIl terzo incontro pubblico della Scuola sociopolitica "Un'altra Società" presenta il libro "Lotta Civile" di Antonella Mascali. Un libro che fa parlare i familiari delle vittime di mafia come Giuseppe Fava, Rocco Chinnici, Giuseppe Montana, Libero Grassi, Mauro Rostagno. "Lotta Civile" dà la possibilità ai familiari delle vittime di mafia, di raccontare la solitudine e il dolore durante e dopo le tragedie vissute. Le vittime sono stati i soli e i pochi a difendere contro la mafia i principi di libertà, di democrazia, di una società libera e proprio perché soli,hanno pagato con la vita.

Il 5 novembre abbiamo avuto il piacere di conoscere Antonella Mascoli, siciliana di Catania che scrive della mafia e conosciamo benissimo chi scrive denunciando i mal'affari e le collusioni della mafia a che rischi si sottopone. A un certo punto mi sono chiesto ma, cosa spinge una persona che da ragazzina decide di scrivere di mafia, forse l'incoscienza dell'età, studentessa al ginnasio, l'indole libera, la coscienza democratica. Sembra quasi che la terra che genera il male, genera gli stessi anticorpi per combatterlo. Sicuramente avrà influito come diceva un grande: i geni ereditari e l'ambiente in cui è cresciuta, e dove è cresciuta Antonella Mascoli?

Queste sono le sue parole: "Grazie anche alla mia famiglia ai miei genitori che mi hanno insegnato dei principi sani le cose fondamentali, anche quelle che possono sembrare insignificanti. Mio padre mi diceva sempre:- arriva la bolletta della luce valla a pagare subito, se ci si deve mettere il casco sulla moto lo dobbiamo mettere -, sembra una sciocchezza, il messaggio è che se non si fanno queste piccole cose si tende a non rispettare le cose più grandi".

Sicuramente avrà influito l'ambiente scolastico Continua la Lettura

Terza lezione della Scuola di Formazione Socio Politica: La Cittadinanza Attiva

Cittadinanza AttivaL'argomento di questa lezione riguarda la cittadinanza attiva e le sue partecipazioni nel piccolo. Nella lezione precedente abbiamo parlato delle autonomie locali rimandando all'individuazione di tutte le forme di partecipazione attiva in modo tale che si possa realizzare quanto prevede l'articolo 2 della Costituzione. L'articolo 2 della Costituzione nei suoi significati dice che, la democrazia non si esercita soltanto nelle istituzioni ma anche e soprattutto nelle associazioni e organizzazioni di vario genere.

Sono quei corpi intermedi che si trovano fra la società civile e il sistema istituzionale, che fungono direi da regolatori e guardiani, del rispetto e del funzionamento dei rapporti tra istituzioni e cittadini.

Spesso, se non sempre, questa fascia in continuo fermento vitale viene considerata un'opzione, mentre la giusta interpretazione è quella che senza corpi intermedi non c'è democrazia, c'è uno Stato che fa tutto dalla culla alla tomba, sostituendosi nella funzione vitale del ruolo del cittadino. Oggi c'è un dibattito aperto dalla culla alla tomba, per quanto riguarda la culla è in discussione la pillola RU-486 e per quanto riguarda la tomba il testamento biologico. Oggi viviamo l'esempio lampante di uno Stato che si inserisce in questo processo e che senza il ruolo del cittadino, se il cittadino è silente decide tutto Lui, comunque è una discussione aperta. Continua la Lettura

Una sera con Veltri e Laudati su “Mafia Pulita”.

 Nel quadro formativo della scuola sociopolitica l'iniziativa "Un'altra Società" ha visto al secondo appuntamento col pubblico, l'incontro con gli autori del libro "Mafia Pulita". Il prof. Franco Ferrara dice che l'incontro ci offre l'occasione per verificare la nostra coscienza antimafia come cittadini, che cercano di conoscere la complessità che si è determinato in Italia.

Il libro scritto dai due ospiti definiti dallo stesso dott. Veltri "anomali", perché Elio Veltri è un medico chirurgo che si occupa di illegalità che a suo tempo cercò il dott. Antonio Laudati per una relazione pubblicata molto tempo fa sull'Unità, dove diceva che se avessimo confiscato tutti i beni delle mafie italiane avremmo risolto il problema del debito pubblico. Purtroppo dice il dott. Veltri i beni non vengono confiscati.

Ma presentiamo meglio gli Ospiti che abbiamo avuto il piacere di conoscere nella serata in loro onore: il dott. Elio Veltri originario calabrese medico chirurgo, è stato sindaco di Pavia, consigliere della regione Lombardia, deputato dell'ulivo, membro della commissione Affari Costituzionali, Anticorruzione, Giustizia e Antimafia. Continua la Lettura

La Autonomie Locali: storia e contenuti

 La 2^ lezione della scuola sociopolitica è tenuta dal Prof. Franco Ferrara Presidente del Centro Studi Erasmo Onlus. Col primo anno si è cercato di sincronizzare il pensare con la politica, col secondo anno ci addentreremo più in profondità, affronteremo il rapporto fra politica e istituzioni. La politica se slegata dal pensiero porta a conseguenze poco piacevoli, oggi viviamo uno di quei momenti. Una buona notizia arriva dal fatto che gli iscritti al secondo anno della nostra scuola sociopolitica sono aumentati, quest'anno siamo ben 38, questo è un buon segnale.

Ma entriamo subito nell'argomento oggetto della seconda lezione dedicata alle autonomie locali, intese come strutture sociali che hanno una loro autonomia, non data dallo Stato o da altre istituzioni ma insita nel concetto  stesso del termine. Qui è opportuno fare subito una distinzione perché spesso si fa confusione fra autonomia locale ed ente locale. L'autonomia locale è intesa come struttura sociale che ha una sua indipendenza, invece l'ente locale è l'ente che risponde alle domande di servizio della comunità.

Dietro le autonomie locali va collocato tutto il processo storico dell'identità, questo ci permetterà di avere un quadro più preciso per capire l'evoluzione che c'è stata nel settore. Il prof. Franco Ferrara dice: "l'autonomia locale si è strutturata da una situazione preunitario dello Stato nazionale, quando c'è l'unificazione di uno Stato è complicatissimo realizzarla, cosa è stato fatto per noi del sud? hanno preso dei modelli preesistenti e ce li hanno trasferiti. Quali erano i modelli preesistenti? Il modello Sabaudo! Il modello sabaudo era di ispirazione francese tanto è vero che Cavour  prende in considerazione la struttura della pubblica amministrazione francese. Dopo la rivoluzione francese c'era una struttura centralistica, sia sotto il profilo dell'amministrazione pubblica, sia sotto il profilo dell'amministrazione della giustizia, sia sotto il profilo dell'amministrazione legislativa cioè in Francia era tutto accentrato. Noi invece avevamo delle realtà regionali, così le chiamo io, – dice Franco Ferrara – che vanno da quelle del granducato di Parma in Lombardia: Piacenza e Guastalla; al ducato di Modena, Bologna, Ferrara, la Romagna e lo Stato Pontificio; il granducato di Piemonte; il granducato di Toscana questa è la suddivisione che faccio io. Il sud invece che si trova in piena monarchia Borbonica, ha una struttura tutta particolare rispetto alle altre regioni, questo non gli ha permesso di sviluppare il concetto di autonomia locale, cosa che in quelle regioni preesistenti  invece hanno creato. Vale a dire che io cittadino vengo prima dello Stato, puoi anche non funzionare come Stato ma io cittadino sono attivo, questa è la teoria di autonomia locale. Basta vedere in Toscana il Palio di Siena, è la dimostrazione della difesa della propria identità così forte che, può anche non intervenire il comune la società civile cammina lo stesso".

Nello Stato unitario, dell'unità d'Italia è prevalso il modello piemontese cioè, Cavour estese a tutto il territorio il suo modello pubblico. Dopo ci fu Crispi che fece la legge del testo unico degli enti locali. La legge sui servizi sociali è stata fatta nel 2000 ma prima del 2000 la scena dei servizi sociali era dominata da Crispi. Dopo ci fu Giolitti arrivò il fascismo che aveva un modello anomalo dove ci dettero la prefettura, durante il fascismo la scuola era regolata dalla legge Casati, poi la legge Gentile e abbiamo dovuto aspettare gli anni 70' per cominciare a modificare, adesso è arrivata la Gelmini che ha azzerato tutte le modifiche.

Le riforme che abbiamo avuto sono state sei, la riforma che risale a Maria Luisa d'Austria, quella di Cavour e Rattazzi, la riforma Crispi, la riforma De Stefani durante il fascismo perché la corruzione e la mafia dominavano, poi ci fu la riforma del secondo dopoguerra e adesso è in atto la riforma delle autonomie locali. E' già in atto un disegno di legge al senato, dove il governo chiede la delega per l'attuazione dell'articolo 117 della costituzione secondo comma lettera p, affinché si vadano a ristrutturare i poteri sia delle città metropolitane sia delle province sia dei comuni, cioè il nuovo codice delle autonomie in discussione.

Massimo Saverio Giannino, maestro di diritto amministrativo che ha riformato la pubblica amministrazione dice: "Il dramma organizzativo degli stati contemporanei, deriva dal fatto che nel giro di pochi decenni essi, partiti come enti di funzione di ordine e di base, tipicamente autoritativi, sono divenuti anche enti gestori di servizi, e infine anche enti gestori di trasferimento di ricchezza". Significa che il ruolo dell'ente locale è cambiato totalmente, non è più quello che avevano immaginato i padri fondatori dello Stato Unitario, il loro ente non è più un ente che dà certificati, adesso quell'ente deve servire "servizi" e deve "distribuire ricchezza", questa è la definizione di ente locale.

Nel lavoro di gruppo che abbiamo fatto, abbiamo avuto modo di distinguere alcune fra le Pubbliche Amministrazioni (PP.AA.) intese come l'insieme di tutte le istituzioni a livello centrale e periferico che operano per lo Stato. Nelle PP.AA troviamo l'autorizzazione che dà il ministero della salute ed è un atto che vincola tutti i cittadini, mentre il comune può fare l'ordinanza che vincola solo i cittadini del comune, questo per specificare che anche se  è tutta pubblica amministrazione, ci sono i livelli dello Stato centrale e quelli dello Stato periferico. Come dicevo abbiamo distinto le PP.AA dai pubblici servizi, alcune delle PP.AA. sono: la Comunità Europea, il Ministero della Sanità, l'Ente Comunale, l'Azienda Ospedaliera ASL, la Sovrintendenza ai Beni Archeologici ecc. mentre i pubblici esercizi sono: la società che distribuisce energia elettrica, la società che distribuisce metano, l'azienda municipalizzata del latte, l'azienda di trasporto, l'asilo comunale,i vigili urbani ecc..

Si è avuto modo di constatare che nel nostro paese Gioia Del Colle, la presenza della PP.AA. è notevole poiché è presente nel settore della pubblica istruzione di diverso ordine grado perché ci sono parecchie scuole; ci sono corpi di polizia militare Carabinieri, Guardia di Finanza, aeroporto militare appartenente alla NATO, Guardia Forestale; c'è l'Agenzia delle Entrate; la ASL, ospedale, uffici igiene; l'INPS; la Camera di Commercio; la Comunità Montana; il Comune inteso come ente locale anche lui entra nella vita di tutti quanti con alcuni servizi per esempio l'asilo nido, la Polizia Municipale, il Teatro come settore culturale ecc..

Sul tipo di rapporto pubblico o privato  va specificato che la contabilità generale dello Stato fa questa distinzione: fra chi produce servizi ci sono quelli destinati alla vendita e quelli non destinati alla vendita, fra quelli destinati alla vendita ci sono aziende private che stipulano una convenzione di natura contrattuale con il comune, la quale convenzione dice: l'azienda tal dei tali effettua per me questo servizio. Ogni qual volta si oblitera il biglietto per effettuare una corsa su un mezzo pubblico di trasporto convenzionato si accende il contratto con l'azienda privata, l'azienda sta destinando alla vendita il suo servizio per conto del comune.

E' opportuno che ci diciamo che gli insediamenti pubblici sul territorio, la forte presenza dello Stato, è una minaccia per le autonomie locali o quanto meno è una rappresentazione di quanto sia poca l'autonomia locale su quel territorio. L'esempio della città di Taranto è emblematico, dove c'è molto Stato anzi moltissimo Stato che ha dominato quel territorio per quasi due secoli, prima con gli insediamenti militari, poi con l'insediamento siderurgico e i cantieri navali. Questo intervento non ha generato in tanti anni di presenza, lo stimolo per la nascita di una propria imprenditorialità, non solo, ma sia sotto il profilo della salute sia sotto il profilo dell'ambiente non c'è stata una coscienza attiva.

Tutto questo dimostra che la presenza imponente degli insediamenti pubblici sul territorio non salvaguardia l'autonomia locale, Taranto oggi è una città che dipende dallo Stato. La salute dei cittadini di Taranto dipende dalle scelte che fa l'Europa e lo Stato italiano, i cittadini si sono mossi in ritardo, difatti il comitato della salvezza di Taranto è nato appena due anni fa, il libro di Carlo Vulpio "La Città delle Nuvole"  fa un quadro molto chiaro delle conseguenze del mancato interessamento dei cittadini.

Per continuare sulle PP.AA. va detto che si muovono con due atti, l'accordo di programma e il contratto di programma. L'accordo di programma lo possono fare soltanto istituzioni pubbliche tra di loro cioè comune-scuola, comune-ministero della difesa, comune-ministero dei Beni Culturali, comune-asl. Invece il contratto di programma, che è uno strumento che viene introdotto dopo l'abolizione della cassa del mezzogiorno, viene stipulato fra un ente pubblico, sistema delle imprese, sistema sociale e anche altri soggetti. Se la scuola deve risolvere alcuni problemi Comune-Scuola-Inprese stipulano un contratto di programma. Il contratto di programma come strumento lo promuove la società civile.

Al nord queste triangolazioni ci sono, da noi nel Mezzogiorno ce ne sono poche, in Puglia solo nel leccese: l'area della ricerca sulle nanotecnologie famosa nel mondo è realizzata con una triangolazione tra forze sociali imprenditoriali e istituzionali, l'aria di sviluppo industriale di Casarano è stata fatta nello stesso modo.

C'è stata una rivoluzione culturale molto spinta, il comune gestisce il territorio e nel territorio è soggetto che svolge un ruolo di tutela. Il Prof. Franco Ferrara ci tiene a sottolineare come nelle autonomie locali tutti gli attori devono generare l'autodeterminazione, la funzione pubblica gestisce servizi di pubblica utilità o li fa gestire da soggetti ausiliari che si assimilano al pubblico come per es. nel campo dei servizi non destinati alla vendita, i servizi sociali, i servizi del territorio, i servizi di tutela delle persone, anche l'ordine pubblico e così via, in una concezione dell'autonomia locale.

Se noi riusciamo a capire che l'insieme dei soggetti organizzati in un territorio, determinano l'autonomia locale, noi avremo una nuova stagione che è quella dell'autodeterminazione delle comunità.

Per il Prof. Franco Ferrara questo è il segreto che ci deve animare, soprattutto in questo tipo di esperienza formativa, abbiamo bisogno di una cittadinanza locale capace di avere questi approcci attivi della partecipazione.

 

Carlo Antonio Resta

Un Territorio cresce nella legalità: corruzione ed autonomie locali. 2/2

 Perché il problema di un territorio è la riproposizione all'interno di una piccola comunità di questa tipologia di regole. I nostri territori soprattutto ovviamente qui al sud, non riescono a decollare non tanto solo per il problema economico, questo lo diceva con forza Falcone, ma perché non ci sono le condizioni per uno "ordinato sviluppo economico", in quanto non ci sono le condizioni di legalità atte a rendere più capace il nostro territorio, a sviluppare le proprie migliori capacità. E' stata fatta una ricerca confrontando regioni come l'Emilia Romagna, il Piemonte, alcuni pezzi della Lombardia dove il tasso di criminalità economica è più basso rispetto alle regioni meridionali, dati di studi scientifici, la quale ricerca ha dimostrato che il costo di un appalto di una penna, ma soprattutto la qualità delle opere da costruire a parità di prezzo costano di più in Puglia, in Sicilia. Alcuni studi sociologici americani recenti molto interessanti dicono che questo è un indicatore forte della corruzione. A parità di spesa, se c'è corruzione, vuol dire che abbiamo meno servizi, meno ospedali, se c'è corruzione all'interno degli appalti c'è meno concorrenza. Nel settore pubblico la corruzione di fornitura in termini giuridici  viene chiamata di "frode pubblica fornitura". Allora come vedete il problema di legalità è un problema centrale, è la vera emergenza del sud, è la vera emergenza, è l'impossibilità di un'economia di crescere secondo regole. Falcone lo diceva molto bene, diceva: "se noi non liberiamo militarmente il territorio dalla mafia e dalla criminalità economica,non riusciremo mai a dare uno sviluppo economico nel territorio. Se questo è un dato vero come dobbiamo intervenire? Almeno dal punto di vista culturale! Primo, la ricerca del consenso, questo è un problema centrale, oggi la corruzione non la possiamo più pensare come colui il quale va con la valigetta e paga il funzionario o il politico. Diciamo che questo tipo di corruzione c'è ancora però è marginale e non è, se vogliamo, così pericolosa. La corruzione oggi è lo scambio appalti-consenso, è appalti voti. Io do l'appalto alla società e la società assumerà le persone che dico io, e quindi avrò 1000 voti, 2000 voti, 10.000 voti. Questo è uno scambio terribile, sia perché da un punto di vista penale presenta una maggiore difficoltà, sia perché alla fine rende il lavoro come un luogo di ricatto, rende anche più sottile l'espressione di violenza e di rottura del principio democratico. Perché il principio democratico si fonda sulla libertà del consenso, io sono capace di creare consenso se ti convinco, non se ti compro. Questo in Italia è particolarmente forte, ed è forte anche nelle democrazie malate del sud America. Negli Stati Uniti non è così! Non è certamente il modello assoluto di democrazia, o anche nei paesi del Nord Europa non è così! Negli Stati Uniti decidono e scelgono il migliore, anche se è nero e si chiama Obama! Migliore per loro, poi possono sbagliare anche oggi, come hanno sbagliato la scelta con Bush,ma tendono a scegliere il migliore non quello che gli da il posto! Capite come il profilo dello scambio tra consenso lavoro e appalti è un profilo problematico, comporta due cose: uno la necessità di una repressione e quindi sostegno culturale e politico a chi questa repressione la fa, la magistratura e le forze dell'ordine. Due la necessità come cittadini di dire no a questo! È inutile che ci raggiriamo, è inutile che pensiamo che il problema è di altri, il problema è dire di no, perché attraverso questo scambio ci stiamo giocando il futuro del nostro paese, il futuro dei nostri figli, è difficile ma senza di questo noi non andremo avanti. Perché noi siamo un paese, siamo un territorio ed è sul territorio che avviene questo, non è sulle elezioni nazionali sono sulle elezioni locali che questo si gioca, le regionali, le comunali e provinciali. Questa è una trasversalità da destra a sinistra, ma sicuramente è un problema che è radicato all'interno della struttura sociale. Questo è un problema che si risolve con un riscatto di tipo etico. Secondo dato, ci sono dei meccanismi perversi che vanno corretti, e bisogna fare un'azione di tipo politico nel senso ampio perché siano corretti. La sanità pubblica, se la nomina del direttore generale è una nomina politica, ma come volete che il direttore generale non è permeabile alla ricerca del consenso della politica? Questo è un meccanismo criminogeno! La nomina del direttore generale deve avvenire con meccanismi di tipo diverso. Quali? Lo dirà la politica! Ma se i direttori generali saranno ancora nominati con questo criterio non c'è santo! Ora io, dice il magistrato, non sono un tecnico della politica, non so dare la risposta, però posso dire che quello è un meccanismo criminogeno. Terzo dato, bisogna essere rigorosi sul tema della concorrenza, bisogna finirla con queste deroghe che vengono fatte sul tema della concorrenza, perché se poi si permette sempre di più di intervenire all'interno delle gare, avremo poi l'incredibile dato che si descrive con una telefonata. Intercettiamo la persona e troviamo un imprenditore, attenzione, un imprenditore a cui chiamano ex dirigenti diciamo di enti pubblici, così evitiamo riconoscimenti, i quali chiedono all'imprenditore: "per favore mi puoi dire se io sono stato riconfermato o meno?" Allora ho detto, dice Roberto Rossi, scusi l'imprenditore che cosa c'entra nella decisione in ordine a un dirigente pubblico? Dovrebbe essere un uomo politico a cui ti devi rivolgere per avere la raccomandazione fra virgolette. No il meccanismo era stato totalmente eliminato, e attraverso la manipolazione delle gare, questo imprenditore aveva assunto un monopolio in alcuni ambienti, quindi gestiva il consenso cioè il lavoro e quindi aveva nelle sue mani alcuni uomini politici, ed era quindi lui che decideva chi erano i dirigenti che a sua volta dovevano controllarlo come imprenditore. Il magistrato dice: ho ascoltato 100 volte questa telefonata e mi dicevo non credo che debba essere così e invece no! È così! L'ho poi risentita fra altre persone altri soggetti, capite che questo meccanismo è un meccanismo perverso. Però ritorno a bomba, come vedete se non andiamo a correggere alcuni meccanismi della cultura di base, noi non riusciremo mai veramente a modificare questo dato, e qui concludo con un dato che mi sembra importante. Vedete io credo che possiamo dare dei movimenti di cambiamento, io credo che forse oggi il dato che più preoccupa nella politica è la perdita del senso della speranza, cioè la sfiducia ormai nella possibilità di cambiamento, e la politica vive della possibilità di cambiare. Quando parlo della politica, parlo di tutto, perché la politica mi hanno insegnato, è la capacità di vivere la polis come cittadino responsabile, e quindi anche attraverso il mio lavoro. Quello che avvertiamo anche all'interno della magistratura è la perdita di un orizzonte della possibilità di cambiare. Ecco allora io, dice Roberto Rossi, penso che quello che dobbiamo modificare dal punto di vista culturale forse è il convincerci che non ci dobbiamo più aspettare che il cambiamento venga dall'interno delle istituzioni. Il grosso senso di cambiamento che si avvertiva diciamo negli Stati Uniti, Obama ha avuto la fortuna di stare negli Stati Uniti proprio il giorno in cui venne eletto e lui non andava a dire in giro vi offrirò delle cose, non ha mai detto questo, lui andava in giro dicendo rimboccatevi le maniche questo paese sta morendo, rimboccatevi le maniche. Il discorso inaugurale che lui ha fatto è in questo senso, un discorso povero politicamente non ha fatto nessuna premessa, ha detto rimbocchiamoci le maniche. Mi è rimasta impressa una cosa, ho saputo una notizia in aeroporto, accanto a me c'era una cittadina americana però di provenienza italiana, quando ha saputo la notizia dell'elezione di Obama l'ho vista piangere. Ho avuto la sensazione netta  che nonostante tutto, un paese che pure con 1000 difetti, con 1000 problematiche, che aveva perso la speranza ha avuto questa capacità di ripartire e cambiare. Io penso che questo deve essere il dato culturale, dobbiamo ripartire sapendo che al centro è possibile riproporre questi temi, nonostante tutto sembri nero e non ci dia nessuna possibilità.

Carlo Antonio Resta

Un Territorio cresce nella legalità: corruzione ed autonomie locali. 1/2

 Questa prima lezione del secondo anno del "Centro Studi Erasmo Onlus" e dell'associazione "Cercasi un fine", nell'ambito della "Scuola Di Formazione All'Impegno Sociale e Politico", apre il ciclo delle "Autonomie Locali". Lo apre con il magistrato Roberto Rossi, titolare di alcune inchieste delicate sul nostro territorio, l'ultima ancora in corso quella sulla sanità. Il tema, come si vede dal titolo, entra subito nel cuore del problema per farci conoscere su quale piano ci muoviamo. Un aspetto interessante che ha voluto far assumere il magistrato Roberto Rossi a questa lezione è stato l'aspetto del racconto, togliendo il freddo della separazione che si crea in una tipica lezione dove c'è, il docente da una parte e chi ascolta dall'altra. Difatti ci ha pregato di considerarlo un incontro, proprio come quando un gruppo di amici si incontrano e si raccontano le vicissitudini della propria vita. Roberto Rossi ci parla raccontandoci un pezzettino della sua vita, della sua esperienza professionale e in quella sua esperienza professionale anche la sua umanità, la sua passione. Dice che negli incontri, dove si raccontano le proprie esperienze, a differenza della vetrina tipo la trasmissione "porta a porta" dove la gente si mostra, si mette in gioco la propria faccia. Roberto Rossi ci spinge a interrogarci sul tema della legalità attraverso una serie di indicazioni e fatti: cita testi di Bobbio, precisa che la legalità non ha colore politico, dice che senza legalità non esiste la società in cui viviamo, parla dei morti ammazzati perché testimoni dei principi della legalità, ci ha parlato del giudice ragazzino "Rosario Livatino" ammazzato perché faceva il suo dovere non tralasciando i principi etici. Questo indirizzo nel raccontare, mette al centro l'importanza del principio di legalità, per farci capire che la posta in gioco non è solo il discorso del rispetto della legge, ma nel nostro paese più che nell'Occidente, attraverso l'illegalità e la corruzione si sta giocando uno scontro di civiltà su due interpretazioni. La prima dice:  "poiché la corruzione, nel nostro paese, è diventata sistema, siamo obbligati a combatterla perché mina i fondamenti della società". La seconda dice: "se io ho il consenso, se io ho il potere posso cambiare le regole". Pare che questa seconda interpretazione è diffusissima, se ho consenso ho diritto a modificare le regole, non a riscriverle ma a modificarle e non rispettarle, perché il consenso mi pone al di sopra delle regole. Questo con un popolo che in qualche maniera mi legittima e, semplificando, la legittimazione del popolo mi permette di fare quello che voglio.  Questa idea culturale è diffusissima, però qui dobbiamo essere chiari, dobbiamo chiederci: quale linea dobbiamo seguire per la salvaguardia di questa nostra civiltà della Democrazia? Se amiamo questo Paese, se amiamo la nostra città, se amiamo la nostra comunità abbiamo il dovere di tutelarla! Quindi il principio di legalità ha ancora una sua attualità, purtroppo nell'ipocrisia delle parole, l'idea dominante è diventata quella che il potere mi legittima a fare quello che voglio. Invece non è così! Per questo dobbiamo condurre una riflessione su due piani. Il primo è basato su un principio fondante della cultura educativa. Roberto Rossi ci racconta che da ragazzo, pur ritornando prima dell'orario di rientro serale che il padre gli dettava, aspettava giù al portone per far passare l'orario e rientrare in ritardo. Il Magistrato ci racconta che pur ricevendo sonore sgridate, pur avendo il padre contro, comunque il padre era li ad aspettare, era presente. La regola era l'occasione per creare una relazione educativa, non come un amico ma come legittima autorità, "il padre", che in campo educativo voleva dire presenza. Questa è la radice dell'educazione. La perdita totale dell'idea che il rispetto delle regole sia un dato fondamentale è andato poi a rompere il quadro educativo. Quadro educativo che vuol dire che le regole non sono valori assoluti, ma sono i luoghi nei quali le persone trovano lo spazio in cui confrontarsi, sono i confini, sono il contrario dell'idea che io col potere posso fare quello che voglio. Il secondo è supportato da un'altra idea che è sempre collegata dal punto di vista educativo: se io ho un potere ho anche una responsabilità. E ritorna di nuovo all'esempio precedente dicendo: "Mio padre non ritornava il giorno dopo a rimproverarmi sul ritardo della sera precedente, ma sentiva la responsabilità della sua presenza, dello stare in gioco in quella responsabilità di un'autorità". Il potere è collegato alla responsabilità, chi esercita un potere ha una responsabilità, deve essere sottoposto a controllo pubblico: se impone le regole agli altri le deve rispettare prima di tutto lui. Roberto Rossi citando Kant dice: "un'azione giusta è un'azione duplica", cioè chi ha una responsabilità di potere, chi esercita un potere deve essere trasparente,non può non rendere pubblico quello che lui ha. Infatti il potere assoluto è quello nascosto. Invece il potere responsabile che rispetta le regole è un potere che dice: questa è la mia vita, perché la devo nascondere? Io non ho timore se mi venite a vedere, a spiare perché tanto non ho niente da nascondere. Citando ancora Kant dice: "uno dei caratteri salienti della Democrazia è che lo Stato Democratico si raffigura come una casa di vetro. Il magistrato parte dai principi della legalità ed entra nel tema della Democrazia e dice: perché non possiamo non pensare che l'esercizio del potere secondo le regole, non sia doverosamente un esercizio democratico e non sia doverosamente un esercizio trasparente? Per questo il reato, la corruzione tendono a rimanere segreti, perché sono contrari alla giustizia di un'azione, ecco perché è importante che esistano i processi non solo perché la gente sia condannata, ma perché si renda trasparente quello che succede. Per questo una delle democrazie che nonostante tutto funziona meglio è la democrazia americana, dove la trasparenza del potere è assoluta, cioè non che lì non si facciano le magagne, ma chi viene preso a fare la scorrettezza, deve rendere conto. Questo è significativo rispetto a un dato di democrazia. Come vedete siamo partiti dal principio di legalità e ci stiamo accorgendo che questo principio comporta una serie di effetti, allora cosa c'entra tutto questo con il territorio? Continua…..

Scuola di formazione socio politica. Bilancio del primo anno alla vigilia del secondo.

2 ottobre 2009 Autore: Carlo Antonio Resta  
Categorie: Acculturi@moci

Purtroppo per alcuni inconvenienti sul sito l'articolo che avevo mandato come chiusura del primo anno scolastico della scuola sociopolitica è andato disperso. Poiché ci tenevo a fare delle considerazioni, ne approfitto con l'inizio di questo secondo anno. Di solito quando finisce un lavoro, ed il nostro è durato un anno, si tracciano i bilanci e questo è il caso nostro. In questo anno passato abbiamo toccato diversi temi, non li voglio elencare tutti ne citerò solo alcuni, sono andati dalla ricerca del significato della politica a partecipare al femminile, dalla storia della democrazia alla politica ed economia, dalla politica e la costituzione al bene comune come fine della politica, fede e politica in democrazia ecc. ecc.. Le lezioni affrontate avevano lo scopo di farci conoscere i fondamenti di temi utili al vivere in una società complessa e a conoscere i presupposti e i fini della politica. Tutto questo come premessa per affrontare il passo successivo nella crescita della formazione, con una certa cognizione di causa. Le sfaccettature degli argomenti trattati variavano dal tecnico come la parte costituzionale e le regole economiche, al passionale come la storia della democrazia e Machiavelli, al religioso come fede e politica in democrazia e proviamo a leggere la Bibbia. Cosa interessante sono stati i gruppi di lavoro, dove ci siamo cimentati nel confrontare diverse idee su un argomento comune e uscire con un parere condiviso. Può sembrare un esercizio facile ma non lo è, poiché mette alla prova e a confronto la preparazione, la competenza, l'esperienza, la propria personalità e tante altre sfaccettature inerenti al carattere individuale. Questo metodo ha anche il suo lato di ombra che consiste nel fatto che, se un elemento del gruppo ha un idea valida e non è condivisa dalla maggioranza viene riconosciuta la mediocrità. Ma ritengo sia un'ombra salutare, perché strano a dirsi questa ombra mi ha insegnato qualcosa. La persona che ha un'idea valida non condivisa dagli altri, non può portarla avanti da sola, quindi deve imparare ad aspettare che maturino i tempi. Imparare ad aspettare i tempi giusti è una dote importante che bisogna sperimentare, perché il campo per il quale ci stiamo preparando è quello sociale e politico, dove da soli non si va da nessuna parte. Quindi il metodo dei gruppi di lavoro è stato validissimo. Vorrei dire qualcosa sulla funzione dei docenti, non tanto sulle loro capacità che ritengo validissime, a parte il mio debole dichiarato per la professoressa Rosina Basso. Mi dovete scusare se mi lascio andare, ma quella donna così piccola (lo dico con tanto di rispetto) ma così grande, ha dentro di sé qualcosa in più, ha quella componente rara a trovarsi che in una compagine politica rappresenta quel quid in più che ti fa arrivare un attimo prima degli altri. Ma ritorniamo alla funzione dei docenti, ritengo che in una società moderna e quindi complessa come la nostra, ci sono alcune figure che assumono una posizione non direi dirimente, forse neanche pilota, ma quantomeno punto di riferimento. Mi riferisco a quella fascia media borghese non intellettuale ma che lambisce la fascia intellettuale e in alcuni casi finisce per essere la stessa, del settore istruzione. Mi riferisco a tutte quelle figure che insegnano dalle fasce più basse d'età fino all'università, sono figure che per il ruolo che svolgono rappresentano per chi li ascolta (gli alunni) dei punti fermi, come la mamma. Provate a mettere in dubbio a un bambino un insegnamento materno chiedendo: "chi ti ha detto che si fa così?" Il bambino risponderà con una certa decisione: "lo ha detto la mamma!" A quel punto non si può discutere più, perché la mamma è un'istituzione. Ancora più incisivo questo riferimento, se si fa qualcosa di simile nei confronti degli insegnamenti ricevuti nella fascia d'età fino a dieci anni, il ragazzo risponderà " lo ha detto il maestro!" Lì, ti mette un muro davanti e non puoi più andare oltre. Certo man mano che il ragazzino diventa adolescente, poi frequenta la scuola media superiore e chi è in grado l'università, l'atteggiamento e la disponibilità di chi ascolta cambia, ma il ruolo del docente come punto di riferimento non cambia. Questo punto di riferimento ha una sua valenza anche nei confronti dei genitori dei ragazzi, che guardano il docente come colui che aiuta i genitori a formare la personalità del proprio figlio (in particolare mondo nella parte didattica). Questo ruolo viene visto in modo particolare, come colui che forma, come colui che è il detentore delle regole della conoscenza da inculcare ai nostri figli, e quindi dargli le basi per poi affrontare il passo importante, quello di entrare nel mondo degli adulti. Ebbene questa figura, l'avevo vista svuotata dei suoi contenuti, in questo periodo dove tutto è proteso al possesso delle cose e non a viverle nelle loro interiorità. Avevo visto la figura del docente essere travolta e trasportata via da questa piena di "vuoto", soppiantato dal "vali quanto guadagni ". Con questo stato d'animo ho iniziato la prima lezione della scuola politica e man mano che le lezioni si susseguivano e con loro i docenti, veniva piano piano erosa in me, quell'immagine del docente svuotato di stimoli nella sua missione, e iniziava a sostituirsi con quella figura che Gaetano Salvemini definisce una figura "guida" per il risveglio del mezzogiorno d'Italia "la borghesia intellettuale". Questa categoria "guida" come opera di risveglio delle coscienze, l'ho vista sfilare davanti ai miei occhi, quasi incredulo nel verificare che è viva e vegeta. Ecco a questa categoria mi sento di dire a nome di tutti i partecipanti alla scuola politica "Grazie".  Grazie per quello che state facendo e vi auguro che il vostro lavoro faccia germogliare quella piccola piantina chiamata speranza, che un giorno arrivi a dare i suoi frutti in una società più matura.

 Carlo Antonio Resta

Cosa farà il caffé letterario nel foyer del teatro comunale “Rossini”?

14 settembre 2009 Autore: Carlo Antonio Resta  
Categorie: Politica & Società, Primo Piano

Rue Ancienne Comédie (quartiere Latino di Parigi), e le café Le Procope il più antico café di Parigi datato 1686Oggi parleremo della realizzazione del "caffè letterario", volontà espressa dal sindaco Longo realizzata nel teatro comunale "Rossini" nello spazio fino a ieri riservato al foyer. Prima di addentrarci nell'argomento, giusto per capire poi in quale direzione muoverci, ho fatto una ricerca per vedere cosa sono i caffè letterari e come sono nati. I locali definiti "caffè" sono nati in Europa  all'inizio del 1600, nel pieno di quella corrente di pensiero definita "Razionalismo", basata sull'indiscussa onnipotenza della ragione umana. In questo contesto i caffè nacquero come taverne, erano luoghi di aggregazione e convivialità disimpegnata. Va sottolineato come in questo periodo si moltiplichino i giornali quotidiani, questi veicoli dell'informazione non fanno altro che conferire all'Illuminismo e ai suoi pensatori un carattere tipicamente divulgativo.

Nella prima fase del 1700 Parigi era già il più grande centro di produzione di idee. E proprio a Parigi e in generale in Francia, si avvia un rapido sviluppo di una produzione letteraria, dotata di una forte carica di critica intellettuale nei confronti delle istituzioni politiche e, soprattutto religiose. I saggisti, gli scrittori si diedero un'identità collettiva,una vera coscienza di partito di opposizione, seppur privo di influenza politica. Essi si chiamarono e si fecero chiamare "filosofi" e si attribuirono il compito di sgretolare con i "lumi della ragione" tutto ciò che la pesante e ormai morta eredità dei secoli passati, aveva trasmesso a un' epoca che doveva essere una fase di transizione verso un futuro di progresso e rinnovamento. In questo contesto i locali adibiti a caffè, nati come luoghi di aggregazione disimpegnata, diventano sempre più sedi di dibattiti.

E' quel fermento sociale venuto fuori da quel crogiolo dei movimenti culturali e letterari, che tramutò i caffè da luoghi disimpegnati a sedi di "scuole di saggezza". I frequentatori disimpegnati dei caffè venivano sempre più sostituiti da uomini colti e da letterati, che vi si davano appuntamento per conversare e bere caffè fino a tarda notte, tenuti svegli dalle proprietà eccitanti della caffeina.

Col tempo, i caffè divennero anche luoghi di contestazione politica, tanto che nel 1676 il procuratore generale di Londra, temendo che si trasformassero in covi di potenziali insurrezionalisti, decise di far chiudere tutte le "coffee house". Il provvedimento ebbe vita breve, e sempre più spesso chi voleva contestare i valori e le politiche dei governi si dava appuntamento proprio ai caffè. In Francia, il modello divenne un locale aperto nel 1686 da un siciliano, Francesco Procopio, proprio di fronte al teatro della Comédie française e che prese il nome dal suo fondatore: "Le Café Le Procope", meta di filosofi, artisti, uomini politici e scrittori, divenne così famoso in Europa da diventare sinonimo di "circolo letterario".

Un secolo dopo i caffè letterari furono omaggiati da un gruppo di pensatori liberali italiani (e frequentatori di caffè) capeggiati dal filosofo Pietro Verri, che chiamò "Il Caffè" la rivista da lui fondata, che diede un contributo fondamentale alla diffusione dell'Illuminismo in Italia.

Senza andare oltre, queste sono le condizioni socioculturali che hanno creato i caffè letterari, la loro evoluzione da locali di convivialità a sedi di dibattiti culturali e politici. Continua la Lettura

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