Agamennone e gli altri lasciano il castello di Gioia

Per un anno e mezzo insieme a visitatori di varie nazionalità e provenienze abbiamo potuto rivivere frammenti di storie di eroi e dei omerici, illustrati su dieci preziosi reperti, databili tra il VI ed il IV sec. a. C., ospitati nella “Sala del Forno” del nostro castello federiciano. Su un cratere a campana a figure […]

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La contesa delle armi di Achille, partenza di cavalieri, Agamennone turbato.JPGPer un anno e mezzo insieme a visitatori di varie nazionalità e provenienze abbiamo potuto rivivere frammenti di storie di eroi e dei omerici, illustrati su dieci preziosi reperti, databili tra il VI ed il IV sec. a. C., ospitati nella “Sala del Forno” del nostro castello federiciano.

Su un cratere a campana a figure rosse di produzione apula, rinvenuto a Taranto, Achille, sotto la guida della dea Atena, elmata a mezzo busto su di lui, era colto nell’atto di tendere un agguato a Troilo, figlio di Priamo, re di Troia, che ignaro stava facendo abbeverare il suo cavallo, abbandonato al suo destino da un compagno, accortosi del tranello. Secondo l’oracolo bisognava uccidere il giovanissimo principe per vincere la guerra. Accanto al cratere, su una lekythos attica a fondo bianco, anch’essa trovata a Taranto, Aiace e Odisseo si contendevano, invece, le armi di Achille, già morto, per acquisire il suo valore militare.

Non mancavano scene di commiato o di partenza degli eroi per la guerra, come nel caso degli anonimi cavalieri sulla lekythos attica a figure nere da Santo Mola, vicino Gioia, e, mentre osservavamo Menelao e Odisseo in ambasceria a Troia, Ettore e Paride erano in procinto di partire, raffigurati tra Cassandra ed Apollo, con i nomi dipinti sul Kantharos attico a figure rosse da Gravina; ci commuoveva il saluto di Ettore alla moglie Andromaca e al figlioletto Astianatte, in braccio a sua madre, sulla lekythos attica a figure nere da Taranto.

Sulla vicina kylix attica a figure nere, rinvenuta ancora a Taranto, invece, a guerra ormai conclusa, assistevamo incuriositi alla riconsegna al marito Menelao di Elena, la più bella delle donne, dal candido ed aristocratico incarnato (le donne d’alto rango, infatti, vivevano recluse nell’oikos, per uscirne solo in occasione delle processioni religiose, da qui il loro “incantevole” pallore).

Su un cratere a campana apulo a figure rosse, sempre da Taranto, ci sorprendeva una scena dalle Coefore di Eschilo, il grande tragediografo greco di V sec. a. C.: Oreste, di ritorno in patria, incontrava dopo molti anni la sorella Elettra sulla tomba del padre Agamennone, che, ucciso a tradimento dalla loro madre Clitemnestra con la complicità dell’amante Egisto, reclamava vendetta.

Il giovane Patroclo era in fin di vita sulla spalla dell’elegante hydrìa protolucana a figure rosse di Gravina, giunta intatta fino a noi dalla fine del V sec. a. C., simbolico oggetto di un corredo femminile, allusivo alla funzione di attingere acqua alla fontana.

Veduta generale della mostra su Agamennone e gli altri.JPGSu un coperchio di lekane a figure rosse di Taranto Artemide volgeva le spalle ad Agamennone, capo della spedizione contro Troia, che appoggiato allo scettro ci appariva turbato dal terribile pensiero di dover sacrificare la figlia Ifigenia, per garantire la partenza della flotta greca. Ed ecco che su uno splendido cratere a volute attico a figure rosse, recuperato a Gravina e minuziosamente ricomposto, assistevamo con sollievo a quell’omicidio mancato: il giovane Diomede, armato di pugnale, non avrebbe più colpito Ifigenia, seduta sull’altare di Artemide, perché trattenuto per il polso da Ulisse, mentre la dea stessa alle spalle della fanciulla intimava di risparmiarla; ma ci colpiva il gesto di disperazione di una donna anziana – le mani tra i capelli incanutiti – per il terrore di dover subentrare come vittima alla giovane. Una versione rara del mito: abbiamo studiato, infatti, in Euripide che Ifigenia fu condotta lontano e resa sua sacerdotessa dalla dea Artemide, la quale al suo posto gradì in sacrificio una cerva, animale a lei sacro.

Storie di personaggi omerici e di aristocratici apuli che in essi si identificavano, tanto da esibire con orgoglio nei propri corredi funerari l’adesione alla cultura greca nelle sue svariate manifestazioni artistiche e letterarie, epiche e tragiche, mostrando di conoscere anche episodi poco noti e varianti del mito.

“Agamennone e gli altri. Gli eroi di Omero nella cultura figurativa apula” ci lasciano, dunque, ma per far posto ad altre suggestive “Scene del mito in Peucezia”. La “Sala del Forno” resterà temporaneamente chiusa per agevolare le operazioni di riallestimento.

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26 ottobre 2012

  • Scuola di Politica

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