Adolfo Armando Celiberti

Figlio di Vito Sante agiato commerciante e di Isabella Surico, possidente, nasce a Gioia in via Principe Amedeo n.7 ( oggi Via Roma ) il 29 maggio del 1902. Gli vengono imposti i nomi di Armando e Adolfo. Frequenta con costante profitto a Gioia le classi elementari, le tre classi del  Ginnasio inferiore e le […]

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armando CelibertiFiglio di Vito Sante agiato commerciante e di Isabella Surico, possidente, nasce a Gioia in via Principe Amedeo n.7 ( oggi Via Roma ) il 29 maggio del 1902. Gli vengono imposti i nomi di Armando e Adolfo. Frequenta con costante profitto a Gioia le classi elementari, le tre classi del  Ginnasio inferiore e le due del Ginnasio superiore. Non essendovi in Gioia una scuola liceale prosegue gli studi presso i  Liceo di Altamura, dove nel 1921 consegue la licenza con pieni voti. Si trasferisce a Roma dove si iscrive alla Facoltà di Lettere, perché affermava che le aure che si respiravano tra le vetuste mura aureliane e la cupola michelangiolesca di San Pietro erano tonificanti per l’animo e per la mente e perché la suggestione che si sprigionava da quelle sacre pietre era tale da dare i brividi dell’eterno.

Inoltre Roma, al suo sguardo e al suo sentimento compendiava i valori perenni e inalienabili della tradizione  e della civiltà millenaria della nostra gente.

A Roma ha come maestri docenti di fama e di salda dottrina: Pietro Fedele, Cesare De Lollis, Nicola Festa, Vittorio Rossi e Giovanni Gentile. Soprattutto l’italianista Vittorio Rossi ed il grecista Nicola Festa lasciano un segno indelebile nella sua formazione, tanto che con il primo discute la tesi di Laurea su Silvio Pellico, laureandosi in Lettere classiche e con l’altro ha una venerazione veramente eccezionale.

Probabilmente è stato il prof. Festa a trasfondere nell’animo di Celiberti l’amore per la cultura e la lingua greca e a spingerlo ad approfondire le sue conoscenze del mondo greco. 
Gli studi universitari gli fanno comprendere che il suo impegno non doveva essere settorializzato, ma ampliarsi in una molteplicità di prospettive e di interessi, che lo portano poi a spaziare in vari campi del sapere.

Tornato a Gioia rinuncia ad una supplenza di materie letterarie nel nostro Ginnasio, perché sente di dover approfondire e completare la sua preparazione oltre a impadronirsi degli strumenti e delle tecniche educative.

Risulta brillante vincitore del concorso come docente di lettere latine e greche presso il Liceo classico di Gioia, quando nel 1927  passa da Istituto Comunale a Regio, nonostante avesse inizialmente deciso di non parteciparvi, perché avvertiva che la sua preparazione non era puntuale.

Immesso nei ruoli nel 1941 ha profuso il suo insegnamento nel Liceo classico per 36 anni,  fino al giorno della sua morte.  

Appassionato di storia locale pubblica numerosi scritti su “ Archivio Storico Pugliese “  organo ufficiale della “ Società di Storia Patria per la Puglia “ di cui era socio.

Nel 1953 viene nominato direttore degli scavi archeologici di Santo Mola.

E’ stato promotore  dell’istituzione della biblioteca comunale, della quale per numerosissimi anni ha svolto le mansioni di bibliotecario il figlio Vito Umberto.

E’ stato  fondatore della Pro loco di cui divenne primo Presidente Onorario.

Nel 1962  perde la sua compagna di vita.

Cade nell’adempimento del suo compito di docente nel suo Liceo classico l’11-6-1963.

Per onorare la sua memoria nella Scuola in cui ha svolto il ruolo di docente  l’aula  in cui morì è intitolata al suo nome, nel secondo anniversario della sua morte.

Viale degli StudiSempre nel secondo anniversario della sua scomparsa il Comune di Gioia dopo la cerimonia commemorativa ha voluto ricordare ai posteri la figura dell’uomo e del Maestro intitolandogli una strada cittadina, quella che da via Roma fiancheggia il suo istituto e procede in direzione sud, che inizialmente era intitolata viale del Littorio e poi Viale degli Studi, apponendovi la targa che riporta il  solo nome di Armando Celiberti.

Circa 3000 volumi della sua biblioteca privata sono stati donati alla Biblioteca comunale.

Sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 17 ottobre 1963 il suo amico e collega Ottorino Specchia così si esprimeva:

Lo conobbi il 1° ottobre del lontano 1942 nella sala dei professori del Liceo classico di Gioia del Colle…  Mi presentai a lui e, dopo qualche minuto, superammo agevolmente ogni formalità e fummo amici. Ci portammo subito fuori del Liceo e vagammo nella città. Mi parlò dei suoi interessi di studioso: pochi cenni. Non amava parlare troppo di sé. Passò invece subito a parlare a lungo della sua famiglia, dei suoi bambini. Era un discorso tenero: Celiberti, ricordando i suoi cari, s’illuminava tutto nel volto, a stento riusciva a frenare la commozione, scopriva i palpiti e speranze di padre forse incompreso. Niente progetti grossi, vaporose illusioni: soltanto desiderio sconfinato di vita per lavorare, per dar pane alle creature che crescevano. Poi mi parlò di sua madre ed io  gli dissi della mia, più sfortunata.

Ci vedemmo spesso nei giorni che seguirono; splendeva nell’aria, quell’anno, la calda estate di S. Martino e porto ancora stampato nel petto il dolce ricordo del nostro vagare nei campi. Amava la campagna che attorno a Gioia è ricca di oliveti e di viti. A volte, interrompendo il discorso, guardava malinconico i tralci della pianta che aveva dato già il suo frutto pieno e cercava qua e là, impaziente, i profumati racemi.

Poi venne l’inverno e Celiberti si fece vedere di rado; l’aria era rigida ed egli preferiva starsene a casa tra i suoi libri, tra i suoi ragazzi. Precipitarono di lì a poco gli eventi di guerra e non so quale vicenda familiare lo portò in Abruzzo e non lo vidi più. Ma quando morì mia madre nel 1947, Armando Celiberti mi scrisse. Una lettera bella che vorrei conoscessero specialmente tutti i suoi alunni, antichi e recenti; quelli – e sono i più – che lo amarono ma anche quei pochi che forse non lo compresero. Celiberti era professore assai rigoroso. Una lettera che traduce in termini di umanità concreta tutto un vivere che a qualcuno forse poté apparire eccessivamente teorico e libresco.

“ Carissimo amico, apprendo con ritardo la tristissima notizia della tua mamma. So che in lei tu avevi riversato tutto il tesoro dei tuoi affetti e penso quanto soffri di questa sciagura. Anche io perdetti mia madre nel mese di aprile ed ogni giorno più mi pare di addentrarmi in un deserto. Piango pertanto con te il mio pianto consapevole, amico mio: nella tua sventura piango anche la mia. Quanto più vecchia è la mamma e quanto più inoltrati negli anni siamo noi, tanto più cocente il nostro dolore perché la vita ci ha mostrato già il suo volto severo e minore è la spensieratezza, meno facile la speranza, l’illusione, il conforto. Io non mi so dare pace: i giorni che passano accrescono il senso di esilio che provo ogni  istante dal momento che, spirata la mia vecchietta, mi trovai quasi abbattuto sul suo petto a piangere le ultime lagrime di bimbo smarrito.

Mi aveva dato la vita, il suo latte, il suo cuore sempre, intero. E pur morendo mi diede un dono estremo: il  coraggio di morire. Tanta era la luce di bontà, di serenità, di santità che irradiò negli ultimi istanti il candido capo ed il viso e la compose nella morte. “ Morte assai cara ti tegno “, mi ripetei in cuore con Dante, perché sei stata in mia madre. Eppure quante volte dimentico che essa è morta! Il piede si arresta da sé quando passo davanti alla sua porta; per un attimo il cuore si riempie di letizia, come prima. Perché quella era l’ora più dolce per me: quando le sedevo di fronte e l’ascoltavo. Quando tornai a casa un anno fa dopo l’operazione, d’improvviso, essa era lì in cima alle scale, chi sa come, ad aspettarmi ed io nell’abbracciarmela ebbi un tale rimescolio di tenerezza dentro di me, come se, assetato, avessi accostato le labbra alle sorgenti della mia vita stessa. Era in lei la poesia dell’infanzia, della casa. Ma diamoci animo, amico. L’essenziale è di avere la buona coscienza. Io nella mia vita molti peccati ho commesso: ma a mia madre volontariamente non ho dato dolori, e questo mi è di grande conforto, ora che non l’ho più. Non mi è amaro il suo ricordo, se pur doloroso. E penso che per te debba essere lo stesso, e forse tu sei stato miglior figlio di me; ché, per te, era una pena continua non starle vicino, non vederla una volta la settimana, almeno, e fino all’ultimo l’hai amata e più l’amavi perché più sfortunata, quasi a compensarla  col tuo affetto di quello che le era stato ritolto…

Tu non ci dimenticare: anche l’amicizia è un bene”

Armando Celiberti è morto l’11 giugno di quest’anno, mentre teneva la sua ultima lezione di greco. E’ morto nell’aula, sulla cattedra, tra i suoi ragazzi.

Rileggeva la fiaba omerica di Nausicaa, la preghiera di Ulisse che chiude il canto prediletto “ Fa che io giunga ben accetto ai Feaci e degno di pianto “. E’ il verso che più gli piaceva di tutto il VI dell’Odissea. Chi sa perché. Forse nella parola supplichevole del naufrago stanco, sfinito, vedeva riflesso tutto l’umano patire dei vinti che, tuttavia, fino all’ultimo, sospirano un domani di pace, tutta la speranza degli oppressi ai quali andò sempre la sua simpatia. Perché Celiberti ebbe candido il cuore e fu buono e seppe amare: i giovani in mezzo ai quali fu visitato da “ quella Signora “ , da tempo attesa e forse desiderata, “ che gli uomini chiamano Morte “, la famiglia che sempre portò dentro di sé, gli amici che volle pochi ed onesti, la terra di Puglia di cui conobbe esemplarmente l’antica storia, la Patria che umilmente servì, per tanti anni, dalla cattedra del suo Liceo.

Il suo compagno di studi e collega Francesco Gabrieli sulla  Gazzetta del Mezzogiorno del 2 aprile 1965 scriveva:

L’avevo ritrovato dopo molti anni. Dopo una discussione di tesi di laurea all’Università di Roma, colpito dal cognome del candidato che mi ricordava quello d’un antico compagno di studi, gli avevo domandato se fosse figlio o parente di un professor Armando Celiberti, trenta anni prima studente come me in quella stessa Facoltà di Lettere. Gli era infatti nipote, e qualche tempo dopo ricevetti una lettera dallo zio, dal suo Liceo di Gioia del  Colle, lieto di riannodare l’antica consuetudine  e di raccontarmi la sua vita intercorsa…

L’amico Armando venne poi a trovarmi a Roma, e passammo lunghe ore  nella affettuosa rievocazione  del passato, nei confronti  col non sempre lieto presente….

E a voce e spesso ancora per iscritto egli mi parlò di sé, della sua onorevole carriera di insegnante: professore nel Liceo della nativa Gioia, ma con interessi, attività, iniziative che andavano ben oltre le diciotto ore settimanali. Aveva creato una Biblioteca comunale, organizzato in collaborazione con la Soprintendenza di Taranto un cantiere di scavo archeologico nel territorio della sua città, s’era adoprato per la salvezza di quel bel Castello svevo, si occupava con passione di storia della cultura regionale…

Fortunato MatarreseNel 1965, secondo anniversario della sua morte il Preside del Liceo Classico prof. Fortunato Matarrese tiene un discorso commemorativo del prof. Celiberti,“ Un Maestro caduto sulla breccia”.

Dopo averne tracciato una breve biografia il prof.  Matarrese mette in risalto le sue doti umane e culturali, di maestro e di studioso, di uomo scrupoloso, attento, coerente,  integro di costume etico e civile, tra l’altro afferma: “ La profonda umanità, la consapevole partecipazione, l’intelligenza e il culto dei valori etici che formano la sostanza e il lievito del vivere civile, la precisa legge morale cui mai egli venne meno, resteranno a ricordo non cancellabile di Lui immaturamente scomparso.

Lavoratore instancabile, capace di rimanere ore ed ore inchiodato al tavolo da studio, di protrarre  sino alle prime luci dell’alba la fatica del leggere e dello scrivere, qualunque compito gli si affidasse… qualunque impegno assumesse, egli doveva assolverlo con la massima diligenza, con la più rigorosa esattezza, mai però con quella inutile pedanteria…. Intransigente e talvolta persino aspro con chi cercava sottrarsi ai propri doveri, si mostrava al contrario indulgente e comprensivo coi giovani volenterosi e leali: quello che non tollerava e non era disposto in nessun modo a perdonare era che i giovani venissero meno al rispetto dovuto ai più anziani, verso i genitori, verso i maestri… Cordiale e affabile con tutti purtuttavia sapeva mostrare, ove occorresse, fermezza e severità ed esigere dai discepoli, dai colleghi e persino dai superiori la coerenza degli atti con le parole, la fedeltà ai principi e agli ideali professati….  Sentiva l’amicizia profondamente, con dedizione  e indissolubile attaccamento…

Provato da sciagure  e traversie domestiche seppe il Celiberti sollevarsi sempre da ogni abbattimento e vincere ogni crisi di sconforto con la forza morale e la virile saggezza che tanto ammirava negli antichi. Mai lo udimmo lamentarsi e compiangere se stesso e le proprie pene; come tutte le forti tempre sapeva essere dignitoso persino nella sofferenza e lo dimostrò  specialmente quando qualche anno prima che chiudesse la sua operosa esistenza terrena perdette l’adorata compagna della sua vita. Anche nelle ore più tribolate e angosciose seppe trovare il fermo dominio della volontà per continuare a dedicarsi al lavoro consueto, attendere alle sue ricerche, correggere i compiti dei suoi alunni con quella cura e precisione  divenuta proverbiale, preparare le lezioni…. Non si muoveva da casa sua per recarsi in classe a tenere le lezioni giornaliere senza prima aver esaminato attentamente, chiarito a se stesso tutti i punti e gli aspetti degli argomenti che avrebbero formato oggetto della sua trattazione.    Quello che soprattutto conquistava l’ascoltatore era la lezione di humanitas che veniva dalle sue parole sempre ispirate ad una elevata e austera visione del mondo e al culto degli ideali fondamentali della vita, fra cui il primo posto era occupato  da un fervido e sincero amor di patria. Senza pretenziosi atteggiamenti pedagogici, ma con semplicità, con naturalezza, con l’intuito felice di chi sa contemperare le ragioni del cuore con quelle dell’intelletto, cercava così di attuare i metodi più rispondenti e adeguati alla formazione spirituale dei giovani che ebbero la ventura di averlo come maestro.  E ciò perché nessuno meglio di Lui possedette il segreto di ogni proficuo e concreto insegnamento, l’appassionato interesse, la partecipazione e l’adesione totale dell’animo e del pensiero agli argomenti che di volta in volta esponeva e la intelligenza piena delle esigenze di quelli a cui la parola si rivolgeva. In tal modo, e senza sforzo alcuno, riusciva a stabilire tra docente e discenti quella corrente di reciproca comprensione, quel clima di ideale incontro e comunione che è la condizione pregiudiziale e fondamentale perché la parola del maestro possa trovare eco immediata e pronta risonanza nell’animo dei discepoli… Egli con vigile attenzione, perspicacia, acume introspettivo, cercava di penetrare nell’anima  e nella coscienza dei giovani affidati alla sua guida, di esplorare sempre più intimamente il loro mondo morale e psicologico, intendere le loro ansie più inconfessate, i loro problemi più sofferti, i miraggi e le mete a cui segretamente o apertamente aspiravano. Tale fu il Celiberti uomo ed educatore… 

Fu un uomo coltissimo, dagli interessi vari e molteplici, cultore di varie discipline, studioso di storia locale, bibliofilo, archeologo, autore di saggi e articoli critici e storici… Per quanto riguarda le ricerche, che si aggirano su questioni di storia paesana e regionale… per il rigore scientifico con cui sono impostati, per lo sfondo e il retroterra di cultura che presuppongono, per la sagace usufruizione del materiale documentario, per la serietà dell’impegno essi rappresentano un contributo alla conoscenza della vita delle nostre popolazioni nei vari periodi storici considerati.

Lavoratore silenzioso e appartato, con un eccesso forse di timidezza, era restio ad uscire fuori dal ristretto circolo locale e regionale in cui gli pareva di aver trovato la sua giusta dimensione, ignaro di possedere forze sufficienti su orizzonti più vasti e aspirare a mete più lontane… E come non faceva parola quasi a nessuno di quel poco che dava furtivamente lle stampe così non si curò mai di raccogliere, sia pure in uno smilzo volumetto, le sue pagine più significative, alieno da ogni ambizione e da ogni ostentazione…

Non va trascurato un altro aspetto di questo suo amore disinteressato per la cultura: la passione del bibliofilo, il gusto e quasi la venerazione per le vecchie stampe e pergamene, per i libri rari e antichi, per le carte ingiallite e consunte dal tempo… Lo vidi ossessionato… di salvare dal naufragio gli avanzi di quelle biblioteche private che erano già appartenute ad antiche e cospicue famiglie gioiesi poi decadute e scomparse… A tale passione va connesso lo zelo da lui spiegato per promuovere qui a Gioia la fondazione di una Biblioteca comunale e, una volta conseguito l’intento, lo sforzo da lui sostenuto per dotarla, arricchirla e organizzarla in modo da renderla attiva e funzionale…. Si comprende benissimo, nella logica interna, il passaggio dalla filologia greca e latina, dalla storia medievale e locale, all’archeologia… palesi a tutti i gioiesi e non soltanto ai gioiesi sono le benemerenze che gli si acquistò  nell’archeologia, sia per l’azione da lui svolta. In qualità di ispettore onorario per le antichità della zona di Gioia al fine di recuperare, di difendere, tutelare contro le depredazioni dei trafugatori, degli scavatori clandestini, degli incettatori di ogni risma, l’imponente patrimonio archeologico e artistico custodito da millenni nel grembo del sottosuolo, sia per l’attività diretta a illustrare, valorizzare, far conoscere al pubblico e agli studiosi la pregevole suppellettile nelle tombe di Monte Sannace e di altre zone archeologiche di Gioia del Colle, materiale di eccezionale valore che in parte è servito a costituire il fondo del nostro Museo Civico, in parte è andato ad arricchire, aggiungendo nuovi e più stimolanti motivi di richiamo, il museo Nazionale di Taranto. Ma è soprattutto alle vicende degli scavi eseguiti in questi ultimi anni nella zona di Monte Sannace e che hanno portato al rinvenimento di quel centro abitato e di quella grandiosa cinta muraria su cui si aspetta venga gettata una luce rivelatrice, che è legato al nome del Prof. Celiberti. Si deve infatti  alla sua opera insonne, perseguita con una costanza e perseveranza che ha dell’eroico… alle molteplici iniziative di cui si fece promotore, se potettero prendere l’avvio in un primo momento ed essere sviluppati e continuati poi per vari anni di seguito gli scavi che hanno dato risultati la cui importanza veniva testé rivelata, illustrata e documentata dalla direttrice stessa dei lavori, la dott. Bianca Maria Scarfì… 

Armando-Celiberti-a-Monte-SannaceIl Celiberti si è acquistato un giusto titolo alla riconoscenza dei cultori di discipline antiquarie e degli uomini in genere amanti della cultura, ma anche sotto il profilo eminentemente scientifico, per l’apporto recato alla soluzione dei nuovi, molteplici e complessi problemi sorti dagli ultimi rinvenimenti. A cominciare dal primo e più importante di tutti, quello relativo alla identificazione del centro abitato venuto alla luce sulle pendici del Monte Sannace…..  occupandosi il Celiberti  delle probabili origini del nostro paese…. Ripropone la tesi, che fu già affacciata dal Mayer e dall’ Oldfhater, corroborandola e suffragandola di nuovi e più validi argomenti, che la “Thurias urbem “ citata da Livio, da Plinio il Vecchio, ricordata in un’iscrizione messapica di Rudiae e in un caducéo di Brindisi, si deve identificare con l’antico fortilizio di Monte Sannace…. Ipotesi accolta dalla Scarfì… Per tutta questa varietà e apparente eterogeneità di indagini e di interessi il Celiberti può apparire un dilettante, uno svagato; ma egli fu tutt’altro che dilettante e superficiale poiché di qualunque argomento parlasse o scrivesse lo faceva sempre sulla base di dati precisi e sicuri e di una informazione di primissima mano…

Certo, ricordando tutte le belle e rare doti di mente e di cuore del Prof. Celiberti e il fervore e  vigore quasi giovanile in cui ancora si spiegava la vitale alacrità del suo ingegno, più acerbo si fa il corruccio che una morte improvvisa sia venuta a troncare bruscamente un’ attività così varia, operosa e feconda privandoci dell’amico, del collega, del maestro, presso il quale sapevamo di poter trovare, in qualsiasi circostanza, ma specialmente nei momenti di sconforto, di smarrimento o di stanchezza, il sollievo di una rianimatrice parola di fiducia e il viatico di un illuminante e ravvivante consiglio.

Ma ci è di conforto … la certezza che egli ha lasciato tra i vivi una incalcolabile eredità di affetti e che la sua vita, informata ad una profonda e integra legge morale cui furono ignote incertezze e compromessi, rimarrà per tutti, ma specialmente per le nuove generazioni, un esempio perenne cui ispirarsi,

Così Egli continuerà, anche dopo la morte, la sua opera educativa e formativa, se è vero, come è vero, che l’insegnamento degli uomini eletti non si arresta e interrompe sulle soglie della tomba, ma dura e si perpetua  oltre la estinzione fisica e, come tutti i valori dello spirito, si prolunga nell’eterno “.

Bibliografia degli scritti di Armando Celiberti:

–            Voci di Puglia, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 4-11-1940

–            Romani e Greci, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 18-11-1940

–            Momo, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 9-12-1940

–            Conferenzomania, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 23-12-1940

–            I paflagoni, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 30-12-1940

–            Scavi archeologici a Gioia del Colle, in Il popolo di Roma, 18-8-1940

–            Omero, Il ritorno di Ulisse. Libro XIII dell’Odissea. Introduzione e commento di A. Celiberti. Bari, Macrì, 1941

–            Il Romanzero, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 20-1-1941

–            Fedro, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 3-2-1941

–            Tacito e gli Ebrei, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 17-2-1941

–            Il lauro e le colombe, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 17-3-1941

–            Il vecchio Castello di Gioia, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 12-7-1954

–            Un Giove Appulo è mai esistito?, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 25-10-1951

–            Gioia e non Giovia, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 6-11-1951

–            Una necropoli peuceta affiorata nelle campagna di Gioia, in La Gazzetta del mezzogiorno, 15-1-1953

–            La Dea Madre e la Puglia, in Liceo Ginnasio Statale P. V. Marone, Gioia. Anuario I, Amatrice 1954

–            Una visita episcopale a San Michele di Bari nel 1632, in Archivio Storico Pugliese, anno IX, 1956

–            Padre Eugenio Covelli e i liberali di Gioia, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 12-4-1960

–            Pagine di storia gioiese ( Antichità di Gioia. Gioia nel ‘600. Il Paese. Carlo de Mari. Una Sacra Visita nel 1632 ) in Archivio Storico Pugliese,                   Anno XIV, 1961.

–            Pagine di storia gioiese. I Soria, il Capitolo e l’Università gioiese dal 1792 al 1848, in Archivio Storico Pugliese, anno XVI, 1963

–            Tributo d’affetto alla venerata memoria del Prof. Dottor Giuseppe Colapinto, Gioia Tip. Covella & Stea, 1935 Orazione funebre.

 

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1 Comment To "Armando Celiberti"

#1 Comment By Emerson Celiberti On mercoledì, 21 agosto 2013 @ 13:47

Salve a tutti,
Io sono brasiliano, per`o abbito in Italia, a provincia di Modena. Mio bisnonno si chiamava Giuseppe Celiberti, nato in Italia (possibilmente a Gioia del Colle) circa il 1850. Lui `e andato in Brasile, sposato una brasiliana prima dell 1900, di cui `e nato il mio nonno, Alcindo Celiberti, il 1899. Io non ho nessuno documento di lui, per`o se qualcuno ha qualche informazione di un Giuseppe Celiberti immigrato al Brasile sarebbe molto utile per me.

Vi ringrazio cordialmente,

Emerson Celiberti (emerson.celiberti@tetrapak.com)

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11 giugno 2013

  • Scuola di Politica

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