La Vita di San Filippo ( libro VI Cap. XVI Parte prima)

LA VITA DI SAN FILIPPO NERI    LIBRO  VI       CAP. XVI  Parte prima
Altri Miracoli, e Prodigij operati dal Santo in questi ultimi anni, che non sono scritti in tutte le historie della sua Vita.
Continui, e copiosissimi sono i miracoli, & prodigi, che la Divina Clemenza si compiace operare alla giornata per l'intercessione di S. Filippo à [...]

LA VITA DI SAN FILIPPO NERI    LIBRO  VI       CAP. XVI  Parte prima

Altri Miracoli, e Prodigij operati dal Santo in questi ultimi anni, che non sono scritti in tutte le historie della sua Vita.

Continui, e copiosissimi sono i miracoli, & prodigi, che la Divina Clemenza si compiace operare alla giornata per l'intercessione di S. Filippo à beneficio di quelli, che ne'loro bisogni con viva fede l'invocano; di modo che  se tutti si potessero, e volessimo diffusamente narrare, formarebbero al certo senza niuna amplificatione molti, e ben grossi volumi, sicome testificano le molte tabelle, e voti, che si veggono appesi in tutte le Città, dove vi è altare dedicato alle glorie del Santo; onde per non recar noja con la prolissità al Lettore, ci stringeremo, aggiungendo solo quei pochi, che non sono nell'altre vite sin'hora stampati, ma rapportati bensì dal P. Giovanni Marciani Sacerdote della Congregatione di Napoli nelle sue Memorie historiche ultimamente uscite alla luce; dalla notitia de'quali potrà ogni uno con buona ragione argomentare gli altri molti, che à bello studio si tralasciano. Sono dunque i seguenti, che con le medesime di lui parole qui si trascrivono.

Conviene per mille titoli il primo luogo al miracolo succeduto in persona dell'Eminentissimo Signor Cardinale Orsini Arcivescovo di Benevento, splendore della Porpora Cardinalitia, e gloria della Religione Domenicana; e perche questo fù dall'Eminenza sua scritto, e poi impresso, stimarei temerità, & arroganza ( son parole dell'Autore )  mutarne una sola sillaba, perciò lo trascrivo de verbo ad verbum. Dice per tanto così: Ad honore di DIO, della Beatissima Vergine MARIA nostra Signora, e del Glorioso San FILIPPO NERI, testifico io Fra Vincenzo Maria Orsini dell'Ordine de'Predicatori, infelice peccatore, e per divina patienza della Santa Romana Chiesa Prete Cardinal di S. Sisto, e della Santa Chiesa di Benevento indegno Arcivescovo, etiandio con giuramento, circumpositis Sacris Evangeliis, come essendo accaduto per li miei peccati il Tremuoto nella mia Città di Benevento, il Sabbato 5.Giugno dell'anno 1688, vigilia della Santissima Pentecoste sù l'hore venti, e meza, e ritrovandomi io nella mia stanza situata nell'appartamento superiore del mio Episcopio, insieme discorrendo con un Gentil'huomo mio diocesano, attendendo l'avviso per calare in Chiesa al Vespro, fù la detta mia stanza dal Tremuoto abbattuta, & il pavimento dove io era, ancora precipitò colla stanza di sotto, e così parimente parte del suolo di quest'altra stanza, ed io caddi col sopraccennato Gentil'huomo fino alla volta del granajo, e fossimo coperti da'sassi di tutti gli edificj, che ci precipitarono addosso, con sorte però disuguale, restando lui estinto, & io illeso, difendendomi il capo alcune cannuccie, che sopra mi fecero un poco di tetto, quanto bastava à coprirmi il capo, e farmi rifiatar commodamente. Nella stanza da dove cadei v'era un'Armario di noce pieno di scritture, dentro del quale io custodiva incartellate tutte l'effigie, che esprimono istorialmente alcuni fatti più celebri della vita del glorioso mio Santo protettore FILIPPO NERI, con intentione di collocarle nel casino, che haveva edificato alla Pace vecchia fuori della mia Città. Il medesimo Armario venne à posarsi sù quel tenue tettarello di cannuccie, che mi difendeva il capo, come hò detto, e si aperse, benche fosse chiuso con chiave, & uscirono le figure della vita del Santo, le quali si sparsero intorno à me, e sotto il mio capo si fermò quella, nella quale è delineato, quando il Santo orante vidde la Beatissima Vergine, che sosteneva colla sua santissima mano il trave della vecchia Chiesa della Vallicella, ch'era uscito dal suo luogo. Sopra il sudetto Armario vi era caduto un'architrave molto pesante di marmo, e con tutto ciò io per tutto il tempo, che dimorai sepelito trà quelle rovine, non sentij incommodo alcuno, nè peso, nè gravezza, anzi hebbi gratia di potere continuamente ad alta voce recitare alcune orationi, ed hebbi sempre libero l'uso di ragione, con raccomandarmi à Dio, ed à i Santi, e con una grandissima fiducia di dover essere liberato. I miei familiari mi dicono, che io sia stato sotto le rovine per lo sazio di un'hora, e mezza: mà à me per nuova gratia non parve d'esservi dimorato, che per lo spazio d'un quarto d'hora. Venne per tanto il Padre Lettore Buonaccorsi del mio Ordine, chiamandomi sopra que'mucchi di sassi, ed io l'udij subito, & egli sentì la mia voce, benche non distinguesse le mie parole, & insieme col Signor Canonico Paolo Farella cominciarono à dissepelirmi, & appresso sopragiunsero due altri, coll'ajuto de'quali mi cavarono da'sassi, ed è di particolar consideratione, che per le diligenze, ed operationi loro precipitando le pietre, che stavano smosse, nè essi, nè io ricevemmo nocumento alcuno. Dissepelito, che fui, il detto Signor Canonico mi trovò sotto il capo l'accennata Imagine del mio Santo Avvocato, & un'altro subbito, che mi vidde, prese à caso una dell'Imagini sudette, ch'erano intorno à me, e me la diede à baciare, e ritrovai che quell'Immagine rappresentava la risuscitatione, che il Santo fece di Paolo de'Massimi, E così fui estratto dalle rovine, e portato fuori della porta della Città con molte ferite in testa, e nella mano destra, e nel piede destro, e pure le ferite non mi hanno dato mai dolore alcuno; anzi la sera medesima presi il Sagramento dell'Eucaristia in mano, sermoneggiai al popolo, e diedi il Viatico ad un'infermo. Negli occhi solamente per lo gran calcinaccio cadutomi sopra, mi calò una flussione, la quale mi hà dato, senza dolore però, qualche incommodo al vedere. Le gratie del mio Santo non terminano quà, poiche preservò nel precipitio di quasi tutto l'Episcopio, tutta la mia numerosa famiglia, tutti gli Ufficiali, Ministri, Birri, & esecutori del mio Tribunale, tutti gli Ospiti, e Curiali, e solo perì un Lacchè, il quale era fuori di casa, e nell'Episcopio rimaser morti solo alcuni pochi esteri, che non erano in esso venuti per cagione dello stesso mio Tribunale. Preservò parimente il Santo i Signori Preti della Congregatione della Missione, che da me erano stati introdotti nella mia Città, e con essi tutti i miei Seminaristi, quantunque il Seminario sia pur precipitato; siche à gloria del mio Santo posso dire: Quos dedisti mihi, replico, non perdidi ex eis quemquam; havendo voluto il Santo rinovare in me, indegnissimo Vescovo, quanto accadde nell'anno 587. in Antiochia nel fierissimo Tremuoto, che ivi oppresse sessantamila persone, e vi fù preservato in vita con tutti i suoi il Vescovo Gregorio, benche la di lui casa andasse à terra. In oltre frà le rovine di tutti gli edificij della mia Città il mio Santo hà conservato l'Archivio Arcivescovale, la Cancellaria, le stanze del mio Vicario, dove era garn quantità di scritture, e la Biblioteca del mio Capitolo Metropolitano, dove si trovavano le scritture più importanti della mia Chiesa, ed in una parola, il Santo hà conservato tutte le scritture, che in qualche maniera appartenevano alle ragioni, ed al Governo della mia Chiesa. A mia maggior confusione poi mi continua il Santo le sue misericordie; poiche essendomi portato Venerdì 18. del corrente mese di Giugno à venerare la sua Cappella nella Chiesa de'Padri dell'Oratorio di Napoli, uscito dalla Cappella, mi caddero dal capo tutte le croste delle ferite, & ogni cosa si appianò, quantunque nella ferita su'l ciglio la stessa mattina del Venerdì vi fosse trovata della marcia, e nella vista per tutt'oggi Martedì 22.di Giugno vado colla benedittione del Santo migliorando à gran passi, e spero fermissimamente, che il mio Santo, il quale coepit, perficiet, contro ogni espettatione di tre peritissimi Medici, i quali havendo i miei occhi osservato doppo il sudetto accidente, stimarono, che fossero totalmente lesi dal calcinaccio, che oltre la flussione, vi fosse già calato un pannicello, per cagion del quale dovessi restare almeno notabilmente offeso, come dalle quì sottoscritte attestationi de'medesimi apparisce, & havendo io per la fiducia, che tengo nel Santo, rifiutato l'applicatione d'ogni natural rimedio, sperimento colla sola applicatione delle di lui reliquie, il sudetto miglioramento. E dal primo ingresso, che feci nella di lui Cappella, la sera del detto giorno 18. del corrente mese, non havendo fino all'hora potuto tolerare la vista di un picciol lume acceso, uscij da quella con una torcia à quattro lumi accesa in mano senza sentirne lesione alcuna nelle pupille. Onde à perpetua memoria di questo gran beneficio, che il mio Santo mi hà dispensato, e per la gloria del medesimo, che hà operato in me miserabile peccatore sì gran miracolo, e sì eccelsi prodigij, e perche in dies magis crescat la divotione de' popoli verso sì gran benefico, e benigno Protettore, hò voluto registrare la sudetta narratione, e corroborarla colla mia sottoscrittione, e suggello, affinche non rimanga dubbio della validità di essa. Scritta in Napoli nel mio Convento di S. Caterina à Formello Martedì 22. di Giugno 1688.

F. Vincenzo Maria Cardinale Orsini Arcivescovo di Benevento.

Io Dottor Medico Fisico Vincenzo Grisconio attesto, e confermo quanto nella retroscritta relatione è stato narrato dall'Eminentissimo Signor Cardinal Orsini circa la sua indispositione degli occhi.

Io Dottor Santolo Sica Chirurgo, e Medico oculario attesto, e confermo quanto di sopra è stato narrato dall'Eminentissimo Signor Cardinale circa la sua indispositione degli occhi.

Io Dottor Fisico Federigo Meninni attesto, e confermo quanto di sopra è stato narrato dall'Eminentissimo Signor Cardinal Orsini circa l'indispositione degli occhi.

Questa è, amico Lettore, la relatione fatta dall'Eminentissimo Orsini de'prodigij in persona sua operati, la quale fù poi stampata in Napoli, & in altre parti  à maggior gloria del Santo, & acciò che fossero noti à tutto il mondo. Furono un gruppo di prodigij, e di gratie, che ricevè dal suo santo Protettore questo Eminentissimo Cardinale: mà ben si havea meritato la sua custodia, e tutela: poiche nella divotione, & affetto filiale verso del Santo Padre, anche prima di ricevere questi beneficij, non cedeva punto à i Borromei, à i Cusani, à i Paravicini, che trattarono per tanto tempo così familiarmente con lui; anzi affermo senza temerità, che ei non cedesse, e non ceda nè meno à Tarugi, & à Baronio, che furono suoi figliuoli. Non contento della publica attestatione da lui fatta con la soprascritta relatione, volle, che per eterno testimonio si attaccasse nella Cappella del Santo nella Congregatione di Napoli una gran tabella di argento di molto valore, nella quale si rappresenta la Città di Benevento rovinata dal Tremuoto, e l'Eminentissimo Cardinale inginocchiato dinanzi all'Immagine del Santo; Volle di più, che si sospendesse all'istesse mura l'habito, che havea indosso, imporporato con alcune stille del suo sangue, quando cadde sotto le rovine. Sparsasi la fama di questo gran prodigio si è accresciuta non poco la divotione del santo Padre; e da Madrid, Corte del gran Monarca delle Spagne, la Principessa di Cariati, figliuola del Duca di Candia, pregò l'istesso à compiacersi di mandarle una di quelle Immagini del Santo, che si trovarono disperse intorno à lui, quando fù dissotterrato dalle rovine, per tenersela per sua divotione.

Soggiungo ragionevolmente à questo la narratione di un'altro prodigio: poiche con occasione di esso, ne hò havuto la notitia. Frà gli altri, che all'avviso del prodigioso scampo dall'imminente morte dell'accennato Eminentissimo Orsini, si congratularono con esso lui, uno fù l'Abbate D. Giulio Lucenti dell'Ordine chiarissimo de'Cisterciensi, il quale nell'istessa lettera, scritta da Roma à 21. di Agosto del 1688. gli dà ragguaglio d'una miracolosa gratia ricevuta in persona sua dall'istesso Santo, mentre era fanciullo, e come che vien riferito da un Soggetto così qualificato, e di tanta autorità, ad un Prencipe di S. Chiesa, mi è parso bene di quì inserire la medesima lettera, nella quale ne dà egli compito ragguaglio, dice dunque così.

Impedita da travagliosa infermità non sono comparso con le communi allegrezze à congratularmi coll'E.V. dell'indennità goduta nel miserabile eccidio di Benevento. Non mancai in quel mentre, che quì ne giunse l'avviso, di benedire il Signore Iddio, che ci habbia conservato l'Eminentissima di lei Persona, come il giusto Lot della Pentapoli, e l'innocente Noe dall'inabissamento universale. La sola mente di V.E. sarà bastante à far risorgere la rovinata Città, riserbato à portar seco questa notabil conseguenza di esser l'ultimo Arcivescovo dell'antica, e'l primo della nuova Metropoli Beneventana. Ed io nel descrivere le historie de'Vescovati d'Italia sarò molto interessato in rinovare a'posteri le gratie tanto ben dispensate all'E.V. dalla Divina Providenza per mezo del gloriosissimo Santo suo S.FILIPPO NERI, da chi io nella mia infantia rihebbi la perduta vita, in congiontura, che caduto dalle scale di mia casa con un coltello da tavola in bocca, nel battere à precipitio la faccia nel piano della scala, il coltello mi sfondò, e fracassò l'ugola, & oltre il gran sangue, succedutomi in quel punto il volvolo, viddi accorrermi in ajuto sensibilmente S. FILIPPO NERI in toneca nera cinto, e beretta in testa, tutto allegro accarezzandomi, e facendomi animo, & io non sentiva pena, e dolore veruno, e creduto morto al mondo, godevo una dolce conversatione col benedetto Santo. A' strepiti di mia Madre corsero vicini, parenti, e Medici, quali tutti aspettando gli ultimi respiri, viddero tutti rihavermi, & appresso con ogni facilità risanarmi dalle ferite, e dal gran male patito, e senza prendere altro cibo, che il sangue delle mie proprie ferite. Di che ne fù portato un quadro di voto da'miei parenti scalzi di sera alla Chiesa nuova, & io condottomi con esso loro à renderne le dovute gratie: il tutto à gloria di Dio nel Santo suo, il quale  falsa laude non indiget: mà non deve privarsi  della vera, e Dio sà, che  non mentior. Quanto à me succedette nell'innocenza degli anni, tanto si è dovuto all'E.V. nella consummata perfettione delle sue virtù, e sempre, sempre, sempre siano di ciò benedette le tre Persone onnipotenti nel Santo suo. Godo molto, che dalla diligenza dell'E.V. siasi posto in sicuro l'Archivio della sua Chiesa, e'l simile penso sia seguito delle Sante Reliquie. Si consoli V. E. perche Iddio lo vuole Padre del futuro secolo, e sia à suo tempo, secondo i voti communi à beneficio di tutta la Chiesa de'credenti, fra'quali con atti d'humilissima riverenza all'E.V. m'inchino. Roma da S. Vito 21. Agosto 1688.

DI V. E.

Humilis. Devotiss. Oblig. serv. vero

D. Giulio Abbate Lucenti.

Questa lettera, come che contenea cosa di gloria del Santo, havendola l'Eminentissimo Cardinale ricevuta in Napoli volle leggerla per loro consolatione à Padri dell'Oratorio, che ne presero copia, & io quì l'hò inserita, perche non havrebbe saputo certamente la mia penna spiegare il maraviglioso successo, che contenea, sicome l'havea in essa così  bene espresso la dotta penna del P. Abbate, come anco per dare maggior autorità al racconto.

Ricordevole dell'antica amicitia havuta già in terra col Santo Patriarca Ignatio, volle il Santo Padre, esser nuncio di felici nuove a'suoi figli, e liberarne uno dall'imminente morte, che gli soprastava. Il fatto è riferito da un Padre della Compagnia divotissimo del nostro Santo, à gloria del quale ne fece una relatione firmata di sua mano, che si conserva nella Congregatione di Napoli. Correa l'anno 1656. infausto alla maggior parte d'Italia, e particolarmente al Regno di Napoli, per l'horribile pestilenza, che con cieca falce metendo l'humane vite, gli tolse la maggior parte de' suoi habitanti; onde la bella Partenope più che dolci canti, luttuosi epicedij risonando, hebbe à piangere la morte di poco meno, che tutti i suoi figliuoli. Spiccò in questa occasione la pietà de'Religiosi, che sacrificarono la propria vita, per ministrare a'moribondi gli ultimi Sacramenti; e particolarmente de'Padri della Compagnia, sicome ne fanno fede le ceneri di tanti, che sprezzando generosamente per ajutare i loro prossimi il mortale, e contagioso male, per sì bella, e pietosa cagione morirono. Pensarono però i loro Superiori, come non meno virtuosi, che prudenti, di porre almeno in salvo le piante novelle del Novitiato, che doveano perpetuare il loro degnissimo istituto. Nell'ampio Collegio dunque della Città di Massa inviarono il loro numeroso novitiato, sciegliendolo come quasi per arca per salvar quello dall'universale naufragio: ma pure alla fine per occulte vie penetrò in esso il contagioso morbo, che tolse ad alcuni di quei giovani immaturamente la vita. Era destinato all'infermaria, e per conseguenza à trattare cogli appestati un fratello chiamato Girolamo Tavolaro, quanto pratico, e diligente, altretanto di gran carità dotato; e se bene più volte si fosse impiegato in servire gl'infermi, & in vestirli, e sepelirli doppo la morte, parea, che la sua carità lo difendesse, e preservasse dalla comune contagione. Pure alla fine per maggior gloria di Dio, e del S. Padre Filippo, fù tocco dal male, che rinforzando lo ridusse all'estremo. Munito co'Santissimi Sacramenti, non potendo più prender cibo, & havendo affatto perduti i sensi, stando in evidente agonia, si aspettava di momento in momento, che spirasse l'ultimo fiato. Quando improvisamente cominciò à sollevarsi, & à mancargli quel mortale affanno con istupore di quel Padre, che gli assisteva. Ricuperando poi successivamente l'uso de'sensi, disse egli stesso, che in quel punto,  che cominciò inaspettatamente à migliorare, gli parve di vedere presso al suo letto il Santo Padre Filippo, di cui quando era sano nel tempo dell'istessa contagione havea letta la vita, prestatagli da quel Padre, che  poi della miracolosa gratie fece relatione, dal quale fù anche esortato à raccomandarsi al Santo in quello evidente pericolo, nel quale stava, dovendo servire gli Appestati. Assicurollo di più il Santo, ch'egli non sarebbe altrimenti morto di quella infermità, soggiungendo di più, da quel punto à niun'altro al Novitiato si attaccarebbe in avvenire il male. E l'uno, e l'altro s'avverò: poiche il fratello guarì, & essendo doppo cessato il contagioso morbo, tornato in Napoli venne alla Cappella del Santo à rendergliene le gratie, & à communicarsi in suo honore, e quei virtuosissimi giovani furono per l'avvenire immuni dalla peste: poiche se bene uno doppo l'apparitione sene ammalò con qualche dubbio se fosse di male contagioso, pure in breve si scoprì esser febbre ettica, dalla quale anco guarì. E quì è da avvertirsi, che quantunque nel progresso della sua infermità il Fratello Girolamo patisse delirio,sicome frequentemente occorreva à chi era tocco da quel male; non di meno chiaramente si conobbe non esser frenesia: ma vera l'apparitione del Santo Padre; sì perche sempre, che la raccontava, la narrava puntualmente dell'istessa maniera, e ne conservò sempre fresche le specie doppo di esser guarito; il che come ben avvertì l'accennato Padre, che fece la relatione non suole avvenire à chi delira; poiche la confusione delle specie, ò no si ricorda affatto di tante fantasie, che gli passano per la mente, ò almeno varia nel racconto; e sopra tutto poi l'esito inaspettato dimostrò esser vera l'apparitione.

Infermossi gravemente in Chieti fino adl mese di Marzo dell'anno 1692. con soppressione di orina il Chierico Fortunato di S. Domenico Religioso professo delle Scuole Pie, nel secolo chiamato Domenico Fortunato, e sentendosi non poco aggravato, furono chiamati per la sua cura i più periti Medici di quella Città, i quali, quantunque adoprassero le ricette più efficaci per apportare all'infermo qualche sollievo, pure l'ostinatione del male non cedea punto all'efficacia de'rimedij, che se gli applicavano, anzi prendendo vie più maggior forza; e sopragiungendo all'infermo frequenti, e gaglliardi parosismi, già da'Medici se gli pronosticava non senza gran fondamento vicina la morte. Quindi è, che vedendo essi, che la loro arte restava dalla forza del male delusa, stimarono di non doversi trascurare i rimedij per l'anima: ordinarono per tanto, che si disponesse per ricevere gli ultimi Sacramenti, sicome seguì, essendogli ministrato il Pan degli Angeli, & uno col sacro oglio per l'ultima lotta. Però così disponendo il Cielo, fù questa impedita, perche il male rimise alquanto la violenta sua furia: mà non per questo i Medici haveano punto speranza, che da'loro rimedij fosse superato il morbo. Ricorsero per tanto al beneficio dell'aria, consigliandolo à portarsi nella più amena, e salubre della bella Partenope, che per esser à lui nativa, l'havrebbe forsi sperimentata per la sua salute più profittevole. Benche il consigliato viaggio potesse all'infermo apportare non picciolo pregiuditio, essendo però il caso già disperato, stimarono di arrischiare, onde si dispose quanto era necessario per lo viaggio. Riuscì questo non poco penoso all'infermo, quantunque si fosse usata ogni diligenza per farlo andare più agiato; siche giunse in Napoli, che parea un cadavere. Nè sia maraviglia, che tal sembrasse;  poiche oltre a'patimenti del prolisso viaggio, mentre quello durò, soffrì la medesima ritentione, e fù anco soprapreso dal'istessi parosismi. Fù però necessario dopo il suo arrivo, che le caritatevoli braccia de'suoi Religiosi s'impiegassero per condurlo alla stanza per lui destinata. Furono intanto sollecitamente chiamati i Medici, i quali dalla relatione del passato, e dall'osservatione di ciò, che ocularmente vedevano, più tosto, che speranza di salute pronosticavano, che fosse per incontrare il sepolcro, dove haveva sortito la cuna. Non vollero però affato abbandonarlo: ma stabilirono di soccorrerlo coì più esquisiti rimedij, che loro suggeriva l'arte. Stimando dunque, che l'impedimento nascesse da calcolo renale, fù stimato à proposito, che si chiamasse persona esperta di tal morbo: accioche con l'esperienza ne restasse accertato, e da quello fù osservato non esservi sereità nella vessica: ma che quella ristagnava tutta sopra ne'reni, impedita da grosso calcolo. Si applicarono per tanto speciali antidoti all'infermo: ma con niun profitto; onde continuò il medesimo impedimento per due altri giorni senza che stilla d'acqua potesse cacciar fuori: Sì lunga soppressione era sicuramente bastante à causarli in breve la morte, quando di più à quella si unirono alcuni moti convulsivi così violenti, cagionati così dal male, come da dolori, che soffriva, che non bastavano più persone à trattenerlo, acciò non precipitasse dal letto, ò si facesse altro male. Erano di più quelli così prolissi, che lo teneano agitato tre hore per volta, privandolo dell'uso de'sensi; onde ne restava talmente abbattuto, & indebolito di forze, che si temeva già vicina la di lui morte; che però per consiglio de'Medici ricevè di bel nuovo il Sacro Viatico nella vigilia di Pentecoste.

19 aprile 2012

  • Scuola di Politica

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