L’occhio della poesia

Come preannunciato nel nostro ultimo incontro, anche questo mese trarremo utile spunto per la riflessione da un articolo di Paolo Di Stefano apparso nel luglio scorso sul “Corriere della Sera”. In un contesto più generale – che sembra intessuto apposta per stimolare una vera messe di approfondimenti – Di Stefano, citando l’opinione del poeta ticinese [...]

Come preannunciato nel nostro ultimo incontro, anche questo mese trarremo utile spunto per la riflessione da un articolo di Paolo Di Stefano apparso nel luglio scorso sul “Corriere della Sera”. In un contesto più generale – che sembra intessuto apposta per stimolare una vera messe di approfondimenti – Di Stefano, citando l’opinione del poeta ticinese Fabio Pusterla, si schiera con coloro (me compreso) che ritengono innegabile, oggi, in Italia, un livello medio della produzione poetica del tutto superiore a quanto viene proposto in campo narrativo.
 
E, argomentando per sostenere la sua posizione, scrive: “… La poesia punta essenzialmente sulla parola, su una parola non (necessariamente) comunicativa. La semplificazione dei linguaggi, l’abbassamento del livello stilistico hanno inciso sulle sorti di molta narrativa di ricerca: alla letteratura si chiede trasparenza, un’espressività ridotta al minimo, una riproduzione dell’oralità quotidiana, ma se ciò è tollerabile in ambito narrativo, chiederlo alla poesia significherebbe azzerarne la sua stessa essenza, che è la sfida della parola. «La scrittura poetica – ha scritto Cesare Viviani – è l’esperienza che, insieme a poche altre, può essere più minacciata da questa nuova forma mentis». Viviani alludeva a quella «comunicazione unificante» che permette a tutti noi di sentirci tecnici di tutto (e di niente): nulla di più lontano dalla irriducibilità del linguaggio della poesia. Va ricordato, d’altro canto, che per anni siamo stati schiacciati dall’autocompiacimento di un’oscurità impermeabile, più o meno giocosa, comunque fine a se stessa”. Autocompiacimento, mi limito ad obiettare, che non sempre è stato tale (come ho già avuto modo di spiegare mesi addietro in questa stessa sede), anche se è vero che, sull’oscurità gratuita, qualcuno ci ha marciato a lungo.
 
Chiedo scusa ai lettori per la lunga citazione. Ma la sua estrema chiarezza circa i meccanismi che consentono la nascita della vera poesia m’imponeva questa scelta. Credo che una delle esperienze più gratificanti sia quella di riscontrare nelle parole altrui il nostro esatto pensiero, che un’altra persona è riuscita a rendere al posto nostro con un’assolutezza che spesso cerchiamo invano. Ecco: con le sue parole, Di Stefano, per l’ennesima volta, mi ha reso possibile questa esperienza.
 
Come ho già cercato di dire altre volte, la poesia ha ben poco a che vedere con la comunicazione, per come siamo soliti intenderla. Ben venga la narrativa trasparente (purché la troppa trasparenza non comporti – come spesso succede – intollerabili cadute di tono) e ancor più l’esercizio di una critica attenta alle motivazioni profonde della scrittura e in grado di dialogare con un pubblico desideroso di approfondimenti e, anche, di comprensione.
 
Ma non si può chiedere tutto questo alla poesia che, appunto, ipostatizza un linguaggio irriducibile e intangibile, un linguaggio che è sfida pura e assoluta, evidenza fugace e irriproducibile. La nostra società, rosa dai consumi, prostrata agli imperativi della globalizzazione e della mercificazione, porta i suoi tentacoli anche nel campo dell’arte e della letteratura, imponendo una pletora di libri bolsi, depauperati di qualunque ardore, esenti da qualsiasi rischio, sia di tipo economico sia – quel che è peggio – relativi alla nostra umanità. Lo fa espandendo ovunque un linguaggio privo di espressione, senza sfumature, povero e barbaro, disposto ad inoculare la violenza sottile e devastante dell’omologazione generale e dell’incuria.
 
E tuttavia la sperduta guarnigione dei poeti resiste, scommettendo proprio sul linguaggio: ma su un linguaggio altro, connesso all’essenza di ciò che siamo da sempre, incorruttibile e sovrano. Una parola che non viene al mondo per essere confusa con le altre parole – in modo da tenere a freno l’inquietudine – ma che trasforma la sua preziosa solitudine e il suo rigore nell’invito più pressante a diventare esploratori dell’inesplorabile, conoscitori di ciò che mai sarà interamente detto o conosciuto.
Giacomo Leronni
Tratto da "la Piazza" ottobre 2011

22 novembre 2011

  • Scuola di Politica

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