Ricordando Valerio Tango

Valerio Tango, nato a Gioia il 20 agosto del 1944, era terzo di tre fratelli, motivo per cui non fu chiamato alla leva e poté dedicarsi senza interruzioni alla sua passione: la musica. Viveva in casa con papà Gioacchino, mamma Anna Romanelli e i fratelli Raffaele detto Luluccio, Antonio, Gigliola, Maria e Lisetta.
 
Chitarrista autodidatta [...]

Valerio Tango, nato a Gioia il 20 agosto del 1944, era terzo di tre fratelli, motivo per cui non fu chiamato alla leva e poté dedicarsi senza interruzioni alla sua passione: la musica. Viveva in casa con papà Gioacchino, mamma Anna Romanelli e i fratelli Raffaele detto Luluccio, Antonio, Gigliola, Maria e Lisetta.
 
Chitarrista autodidatta particolarmente dotato, si era formato nell’orchestra del fisarmonicista Pino Di Modugno, con cui aveva girato, poco più che adolescente, in Calabria, Basilicata e in varie località italiane per circa sei anni. Di Modugno ne ricorda l’intercalare dialettale, la precisione, l’orecchio assoluto, la bravura – aveva le mani d’oro – la grande umiltà, il sorriso e la semplicità. Impossibile non volergli bene! Non ebbe dubbi, pur avendo in orchestra un altro chitarrista, Italo Longo, scelse senza incertezze Valerio per le sue tournèe. Passava sotto casa sua, in via Gladiatore, una traversa di via Gioberti e lo portava con sé.
 
Apprezzandone la bravura e pensando al futuro gli consigliò di iscriversi al Conservatorio “Piccinni” e lo affidò a Ermelinda Calsolaro, docente molto preparata e allieva di Andrés Segovia.
 
L’esame di ammissione nel corso di chitarra sperimentale non fu semplice – ricorda Michele Buttiglione -, c’erano centinaia di aspiranti provenienti da tutto il sud Italia, solo in otto superammo l’ammissione, in quell’anno eravamo con Pasquale Scarola, in attesa dei risultati. Io avevo preso lezioni da Valerio ma suonavo con il plettro, non avevo grande dimestichezza con le dita e nonostante ciò fui ammesso.”
 
Valerio aveva frequentato la scuola “Radioelettra”, papà Gioacchino lo mandò adolescente da Giulietto Resta, “Giù alle Croci” affinché imparasse il mestiere di elettrauto, poi da Dino Mola per riparare elettrodomestici, infine dovette arrendersi: suo figlio era un ottimo chitarrist, e da quel momento lo incoraggiò in ogni modo, insieme a mamma Anna.
 
Erano orgogliosi di lui – ricorda Michele – era la luce dei loro occhi!
 
Nel quartiere Valerio era molto benvoluto specie dagli anziani che aiutava e accompagnava a far commissioni, motivo per cui era giustificato se tardava durante le prove.
 
Lo salutavano anche le pietre – ricorda Buttiglione – era così buono e gentile che offriva sempre qualcosa al bar, anche se non aveva denaro. Era disponibile con tutti, dava buoni consigli. Non ricordo avesse una ragazza in particolare, eravamo giovani, una fidanzata magari gelosa avrebbe fatto storie e creato problemi quando si andava a suonare in giro. La sera stavano fino a mezzanotte e oltre a chiacchierare sotto casa, se vedeva mia madre affacciarsi al balcone le dava voce dicendo:“Siamo qui, Caterina, non ti preoccupare!”. Quando ancora non lo conoscevo e lo ascoltavo suonare ai matrimoni, lo guardavo con attenzione, per imparare la posizione delle dita. A casa avevo una chitarra comprata da Vasco, costava 10.500 lire, una cifra in quegli anni, e strimpellavo cercando di imitarlo. Poi ho preso lezioni da lui, suo padre ed il mio erano amici. Dopo sei mesi mi disse “Non ho più nulla da insegnarti!”
 
 In molti dicevano che chiudendo gli occhi sarebbe stato impossibile distinguere se a suonare era lui o io. All’epoca frequentavo “Ragioneria”, fu Valerio a dirmi “…dai, iscriviti con me al Conservatorio!”
 
I miei genitori non lo sapevano e si preoccupavano vedendomi rientrare sempre tardi la sera. Alla fine, messo alle strette, dovetti confessare, temevo si arrabbiassero pensando che non avrei reso negli studi. Ci andavamo praticamente sempre insieme. Se la lezione era di mattina, facevamo colazione comprando dall’Ippocampo in via Sparano un panzerotto e un ginger e soda. Un giorno mi disse: “Oggi non andiamo a lezione, ti faccio conoscere una persona, vieni!” e andammo in via Re David. Eravamo sotto casa di Pino Di Modugno, erano le 8 di mattina, il maestro dormiva ancora dopo una serata passata a suonare a Grotta Regina. Ci accolse lo stesso e rimanemmo con lui fino a mezzogiorno ed oltre. Mentre stavamo per andar via disse a Valerio: “Vedi che domani dobbiamo registrare per la Fonit Cetra, trovami un bravo chitarrista che sa leggere lo spartito e venite insieme in sala di registrazione.” Avevo appena quindici anni ma per Valerio ero già bravo, mi disse: Domani vieni a Bari con me, non si discute!
 
Però non avevo la chitarra adatta – ricorda Michele – e la chiedemmo in prestito ad un nostro amico, il barbiere Giovanni.
 
In seguito sarà proprio Valerio a firmare le “cambiali” per pagare la “Fender” di Michele, comprata da “Giannini” per 500.000 lire e pagata a rate da 5.000 racimolate suonando di qua e di là.
Di Modugno all’inizio sembrò perplesso – continua Michele – poi mi sentì suonare e da allora non ci siamo più allontanati… grazie a lui ho ripreso a suonare la chitarra appesa al chiodo dopo la morte di Valerio per oltre dieci anni.”
 
Pino Di Modugno, tra l’altro, conserva tra le sue partiture una canzone inedita scritta a mano da Valerio, dal titolo “A Maria”.
 
Nel ’65 Valerio entra ne “Gli Scacchi”, il gruppo fondato da Franco Jacobellis dopo lo scioglimento del “Gruppo 63” in cui suonava con Pippetto Procino, Guido e Alberto De Palma. La formazione vede Sandro Corsi alla batteria, Pippetto al basso, Franco chitarra e voce, Valerio chitarra solista. Entra a far parte del gruppo la cantante Elita Terribile. In “Cantano pure loro”, rassegna canora presso il teatro Rossini, il gruppo accompagnerà tutti i concorrenti.
 
Erano così tanti – ricorda Marisa D’Elia, vincitrice in ben due edizioni del festival con “Il silenzio” e “Nuvole” scritta dal professor Lositoche il teatro non riusciva a contenerli! In molti venivano dai paesi limitrofi, la rassegna era conosciuta e molto apprezzata. Tra gli organizzatori, oltre Valerio e Franco Jacobellis c’erano Vito e Franco Marvulli, Ninnì Flavio ed anch’io. Quando Valerio suonava, era un incanto… le sue mani volavano sulle corde e sembravano tessere una tela, il viso trasfigurato dalla musica ricordava un mistico in preghiera, quanto carisma! Ho preso qualche lezione di chitarra da lui, veniva a casa ed eravamo diventati amici. Io tentavo di suonare “L’immensità” e lui … cantava!
 
Nel ’67 la band cambia nome e diventa “Il fungo cinese”.
 
Mettemmo insieme tanti fogliettini su cui ognuno aveva scritto un nome – racconta Sandro – io avevo scritto “Canea”, il nome che avevo dato alla prima barca che avevo costruito, naufragata nel mare di Chiatona. Fu scelto il biglietto di Franco. Tutti pensavano facesse riferimento al fungo originatosi dalla bomba atomica, in realtà era una specie di rimedio contro le delusioni che andava in voga all’epoca.
 
Nel ’67 nell’Arco Cimone fondano il “Piper Club Fungo Cinese”, la prima discoteca gioiese. I tesserati possedevano una targhetta in alluminio con incisa la data di nascita.
 
Ce le procurava il papà di un amico che lavorava al Comune. Somigliavano alle targhette che si appongono sulle bare – ricorda Sandro – ma erano davvero originali. I sedili li avevamo fatti con le carriole in disuso lasciate alla segheria di Santoiemma, ci eravamo industriati. Quando si ballava il twist, per far scivolare i piedi spargevamo a terra il borotalco.”
 
Nel ’69 Franco Jacobellis abbandona il gruppo, il suo papà preme affinché concluda gli studi universitari, conseguita la laurea in economia si trasferisce a Torino e lavora per la Fiat, una brillante carriera lo porta in Argentina dove ancora oggi vive, uno dei suoi due figli è musicista, l’altro un famoso discografico. Lascia la formazione anche Elita, entrano Pino Paradiso alle tastiere dell’epoca, ovvero al mitico organo Hammond, punta di diamante de “I Profani” e Peppe Procino che passa alle percussioni consentendo a Sandro di tornare a cantare alla sua amata chitarra rockeggiante.
 
Il gruppo diventa ogni giorno più famoso, è il più richiesto anche per i matrimoni, non sono più i tempi in cui Valerio scorazza al volante della sua “Topolino” con il cambio talmente mal ridotto che talvolta gli resta in mano mentre mette le marce, ora è “famoso”!.
Sandro Corsi ricorda un aneddoto in proposito.
 
Una mattina eravamo in piazza Plebiscito, quando una signora in carne, ingioiellata ma sempliciotta ci venne incontro chiamando a gran voce Valerio. Sua figlia si sarebbe sposata di lì a breve, era una “massara” e voleva il miglior complesso di Gioia per animare la festa. Le avevano parlato di noi e voleva sapere quanto “costava” un nostro concerto. Valerio le chiese 80.000 lire, lei sbiancò in volto e disse “Figlio mio con quei soldi mi compro un vitello!” e Valerio con semplicità, senza assolutamente voler essere ironico, non era proprio il tipo, le consigliò di metterlo sul palco al posto nostro.
 
Pippetto Procino ricorda il loro primo incontro, nella “palestra” improvvisata, con i pesi di cemento fatti a mano, avevano persino una panca…
 
Valerio ci teneva e si applicava con i pesi. Tra di noi c’era affiatamento ed una rara armonia che oggi i ragazzi hanno difficoltà a creare. Condividevamo tutto, attività, spazi, pensieri, sogni… Bastava uno sguardo e ci capivamo, ognuno di noi sapeva quando lasciare spazio all’altro mentre suonavamo. Valerio e Sandro scrivevano le partiture, con loro ci sentivamo sicuri. Ci riunivamo a casa mia, in Piazza Pinto, 22. Suonavamo insieme in soffitta, mio padre a volte ci raggiungeva e ci ascoltava in silenzio, suonava l’organo in chiesa e per quanto diversa, la nostra musica gli piaceva. Mamma conserva ancora i gilè e le giacche in lamè che indossavamo nei concerti. A volte Valerio rimaneva a dormire a casa, non c’erano letti per tutti e si metteva in un baule e la mattina profumava di naftalina da far paura. Quando dormiva poggiava sempre una mano contro il muro.”
A Palmi – ricorda Sandro – in due ci sacrificammo e io e Valerio dormimmo in auto per far la guardia agli strumenti. Per dar l’allarme agli altri, avevamo una corda che ci collegava a chi dormiva in camera passando dalla finestr. Un’altra volta non andava la batteria dell’auto, dopo aver messo in moto a spinta non potevamo accendere i fari ed io seduto sul cofano guidavo l’autista dando indicazioni su dove girare… Quante avventure! Quando iniziammo ad usare i primi amplificatori, tra distorsioni e acuti Valerio diceva di sentirsi una “formicola” tra due elefanti, ovvero tra me e Pippetto. Lui era di formazione più classica, noi prediligevamo il rock puro eppure ci trovavamo bene insieme.”
Nessuno diceva all’altro cosa fare, era “naturale” aiutarsi – ricorda Pippetto, l’addetto ufficiale ai contratti – ognuno di noi montava la strumentazione degli altri, si agiva in perfetta sinergia.”
 
I loro idoli erano Jimmy Hendrix, i Led Zeppelin, i Genesis, ma non disdegnavano altri generi più melodici.
Fu un momento magico il concerto al Piccinni, in occasione del “Veglionissimo della Stampa” accompagnammo Claudiano, un cantante sudamericano, uno dei primi a venire in Italia, un tipo molto esigente che si complimentò con Valerio e tutti noi.
 
Anche il concerto del ’68 con Iva Zanicchi, fu spettacolare. Ognuno dei musicisti suonava su dei tubi innocenti, la batteria a quattro metri di altezza rischiava di cadere, tanto che Sandro dovette  inchiodarla. Passati alla storia anche i concerti con Wess e Jimmy Fontana nel ’69, con i Pooh il 7 febbraio del 1970, il debutto in Rai con “La Caravella” di Pippo Volpe, e le esibizioni nelle varie edizioni di miss Italia con Zambetta.
 
Avevamo inventato anche i cori, Peppe cantava in falsetto, Sandro imitava Mal dei Primitives, l’impostazione delle voci la dovevamo a Franco Jacobellis…
 
Paolo Covella, cui si devono i dipinti floreali sulla mitica “Rosina”, il furgoncino della band, fece un patto con Valerio: se lui gli avesse insegnato a suonar la chitarra, Paolo lo avrebbe iniziato alla lirica. Si incontravano nel locale a pianterreno di via Paolo Losito, di fronte al negozio del ferramenta “Fischietto”, dove Valerio era solito “far le sue cose”.
 
Restò affascinato dall’ascolto della Cavalleria Rusticana di Mascagni – ricorda Paolo -, decidemmo di arrangiare il brindisi di Turiddu, ma poco dopo lui morì. Ed io andai a ritirare mestamente i due dischi dal fratello, rattristato per la perdita di un amico e di un vero artista. Feci a penna un suo ritratto che conservai per molto tempo a casa e che poi regalai a Pippetto.”
 
Il 7 settembre del 1971 Valerio doveva accompagnare la mamma in ospedale a Conversano, il suo papà era ricoverato. Michele Buttiglione prestava servizio militare in aeroporto, da poco meno di un mese era stato trasferito da Brindisi a Gioia. Avevano deciso di andarci insieme. Si allontanò per cambiarsi (era in divisa), poi passò dal localino in via Losito, ma Valerio era appena andato via. Si recò sotto casa sua, in via Gladiatore.
Maria – sua sorella – gli confermò che era già partito.
 
Non tornò più a casa. Perse il controllo dell’auto, uscì fuori strada e perse la vita.
 
La città, incredula e sgomenta, si raccolse attorno a lui. Il giorno del funerale il feretro era giunto al cimitero mentre la folla del corteo ancora si snodava, immensa, in piazza. In migliaia si recarono per porgere un ultimo saluto a Valerio, ormai assurto a mito e leggenda.
 
Nella “casetta”, nei paraggi della Chiesa dell’Immacolata dove il complesso si riuniva a suonare, c’è ancora un dipinto murale in cui Gino Donvito li ritrae tutti insieme, le mani su una corda che in un punto appare sfilacciata, pronta a spezzarsi, lacerata da un inconscio, profetico, triste destino. Lì si ritrovano ancor oggi, ogni venerdì, gli amici di Valerio per suonare insieme.
 
“Il Fungo cinese” continuò ad esibirsi fino al 1976, Sandro Corsi ne prese le redini. Pino Paradiso lasciò la band nel ’71, si trasferì a Camerino dove proseguì gli studi universitari e restò nelle Marche per lavoro. Tra le new entry Antonio Da Costa (al secolo Antonio Pellicoro) e Vanni Procino. Nel ’72 viene prodotto il loro primo disco “In the sky”.
 
Guardando la “Fender” del ’68 di Valerio, religiosamente custodita da Michele, ricordando il suo pianoforte, per anni ospitato nell’Accademia “Valerio Tango” fondata dall’ingegner Filippo Scarpetta, vien da chiedersi cosa scriveremmo oggi di Valerio, se avesse atteso Michele e rimandato di qualche minuto l’appuntamento con il suo destino. Forse un’altra storia…
 
Dalila Bellacicco
(Tratto da “la Piazza” – agosto 2011)
 
 
Le fotografie con didascalia  sono tratte dal volume "Gioia del Colle … in Bianco e nero" Storia Fotografica degli ultimi cinquant'anni della "Città di Federico" -  a cura di Carlo Maria Tangorra.

9 novembre 2011

  • Scuola di Politica

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