Antiche unità di misure e antiche monete

A seguito  dello sviluppo del commercio di svariati beni di consumo o della compravendita di beni immobili gli uomini hanno utilizzato  diverse unità di misura, in base al tipo di bene e allo stato fisico d'ogni sostanza o dell'oggetto della contrattazione.
Spesso le unità di misura, che servivano per quantificare lunghezze, aree, volumi e pesi, erano utilizzate solo  in un [...]

A seguito  dello sviluppo del commercio di svariati beni di consumo o della compravendita di beni immobili gli uomini hanno utilizzato  diverse unità di misura, in base al tipo di bene e allo stato fisico d'ogni sostanza o dell'oggetto della contrattazione.

Spesso le unità di misura, che servivano per quantificare lunghezze, aree, volumi e pesi, erano utilizzate solo  in un ristretto ambito territoriale.
Conseguentemente, tutti gli strumenti utilizzati da ogni comunità  erano imprecisi e non corrispondenti con quelli di altre comunità con le quali si intrattenevano scambi commerciali.
Solo dopo il 1885 le comunità nazionali ed internazionali, per razionalizzare gli scambi commerciali tra  di loro,  disposero di unificate le diverse unità di misura; esse oggi  sono d'uso comune.
Prima della proclamazione dell’Unità d’Italia, quando Gioia faceva parte del Regno delle Due Sicilie, anche nella nostra città venivano utilizzate unità di misura diverse da quelle attualmente in uso.
Infatti il Regno delle due Sicilie aveva delle proprie unità di misura, sia per quel che concerne  le  estensioni  che  per  le quantità.
Esse erano talmente radicate nella mentalità popolare che continuarono ad essere utilizzate anche dopo la fine del XIX secolo, quando furono sostituite da quelle attuali.  
Da qualche decennio le antiche misure per le capacità sono scomparse, mentre le antiche unità di estensione sopravvivono ancora nel linguaggio corrente, specie tra gli anziani.
UNITA' DI MISURA DI ESTENSIONI
Per le estensioni, le misure agrarie erano: il  tomolo ( detto anche  tomolata, in dialetto locale  tummen), lo stoppello ( detto anche  stoppellata, ( stuppidd), il mezzetto ( menzett ). 
Il tomolo  è un'antica unità di misura della superficie agraria, utilizzata in alcune province italiane: Agrigento, Avellino, Benevento, Brindisi, Caltanissetta, Campobasso, Catania, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Enna, Lecce, Matera, Messina, Palermo, Pescara, Potenza, Ragusa, Reggio Calabria, Trapani.
Il valore del tomolo, espresso in m2, varia da provincia a provincia. Il suo valore, infatti, passava dagli 8.516 mq nella Provincia di Brindisi  ai 1.091 mq nella Provincia di Messina.
Equivaleva a 63 are circa, più precisamente 62,57 are (un' ara equivale a 100 m2 ). 
Esaminando la situazione delle diverse province pugliesi, troviamo che nella provincia di Brindisi  il tomolo valeva 8.516 m2,  mentre in quella di Lecce valeva 6.298  m2 .
Da noi il tomolo misura  0,65.54 ha, ovvero 8 stoppelli ( 0,08.19 ha ). Un tomolo di forma rettangolare corrisponde ad una partaggia ( la partagge,  circa 6554 m2  ).    
Un sottomultiplo del tomolo è il quartiere, che corrisponde ad un nono del tomolo; quindi  nove quartieri corrispondono ad un tomolo.
Multipli  del tomolo sono: salma, sacco, versura, carro.
Sottomultipli del tomolo sono: mondello, carozzo, quarto, quartullo, quartiglio, mezzetto, misura, passo, stoppello, coppa, canna. Il mezzetto corrispondeva alla metà del tomolo (4287 metri quadrati).  
A partire dal 31 dicembre 2009  l'utilizzo del tomolo, come di tutte le altre misure non comprese nel sistema internazionale, è stato vietato.
Lo stoppello valeva 1/8 di tomolo, quindi 7,8 are. In alcune zone uno  stoppello era pari a 1072 metri quadrati di terreno. 
Il mezzetto valeva mezzo tomolo, quindi 31,28 are.
Un’altra  antica unità di misura  italiana  è la  canna; essa è  un'unità di lunghezza. Il suo valore variava da località a località. 
Nel napoletano le antiche unità di misura di lunghezza erano:
il palmo, equivalente a 10 decimi, cioè a 50 centesimi, ossia a metri 0,264550,  la canna, equivalente a 10 palmi, cioè a metri 2,64550,  il miglio di 60 al grado, equivalente a 700 canne, cioè a centim.1,85185.
UNITA' DI MISURA PER SOSTANZE SOLIDE
Per misurare gli elementi solidi, invece, esistevano recipienti appositi in legno o in ferro, che erano adoperati per cibi, come olive, cereali, legumi, oppure per altri prodotti, come il carbone.  
Sulla falsariga delle misure per le estensioni, tali unità erano  il mezzetto, il tomolo e lo stoppello. Otto stoppelli equivalgono a un tomolo; sei quartieri sono equivalenti a un tomolo.
In sequenza: tomolo, mezzetto e stoppello
Foto tratta dal Museo della civiltà contadina presso l'agriturismo "Casale Sombrino" (Supersano).
Il mezzetto ( menzett ) era un cilindro costruito con doghe di legno che conteneva, rasato, 21,5 Kg. di grano o di olive; equivaleva alla metà del tomolo e quindi conteneva circa 27 litri.Poteva essere utilizzato per misurare anche l’orzo e l’avena, il cui peso si aggirava sui 19 chilogrammi. Per ottenere un quintale di grano erano necessari, all’incirca, cinque mezzetti. Per un tomolo di terreno erano necessari quattro tomoli (il tomolo era doppio di un mezzetto) di grano, da seminare a spaglio. Nel periodo  della trebbiatura i contadini, in base alla superficie di terreno che per l'anno successsivo intendevano coltivare a grano o con altri cereali, utilizzando il  mezzetto, calcolavano la quantità di semi che dovevano conservare per la successiva semina.
Con l'introduzione  dell'uso della stadera e, successivamente della basculla, questo sistema di misura dei volumi viene definitivamente abbandonato.
Il tomolo ( tummene ) corrispondeva a 55,545 litri attuali. Il recipiente consisteva in un cilindro di ferro al cui interno, centralmente, era infissa una sbarra di ferro sormontata, in corrispondenza dell'orlo, da una verzella, con funzione di livella e di sostegno.
Lo stoppello ( stuppidd ), che valeva anche in questo caso 1/8 di tomolo, conteneva circa 6,8 litri. Gli usi locali prevedevano che il tomolo era da intendersi raso per la misura de i cerali e dei  legumi, e colmo invece per le olive.
In onore uno di questi antichi strumenti di misura, sia di terreno che di derrate, è stata realizzata anche una  qualità di vino: il mezzetto.
Per i liquidi, ed in particolare per il vino, l'unità di misura era la salma, che valeva 175 litri. La decima parte di essa era il barile, di 17,5 litri. Nel napoletano il barile di una volta era in rame rossa e corrispondeva a 60 caraffe, corrispondente a litri 43,625. 
Per l'olio infine si usava la mina, corrispondente a 8,5 litri.
Il segno interno ad alcuni recipienti, che indicava il livello equivalente alla rispettiva unità di misura, era detto 'nnizzu.
Altri recipienti molto diffusi per acqua e soprattutto per vino erano la menza,  una sorta di barile di terracotta e successivamente in rame o in lamiera stagna, lu bottu, un recipiente cilindrico sempre in rame rossa dotato di manico e becco, utilizzato soprattutto in cantina, la caratizza, una piccola botte che spesso era  caricata su un carretto, la tina o tinella, recipiente a tronco di cono.
Unità di misura utilizzati nel Regno di Napoli:
unità di peso: 1 soma=  120 Kg. di grano o 108 Kg. di orzo
1 tomolo = 40 Kg. di grano o 36 Kg. di orzo
1 mezzetto = 20 Kg. di grano o 18 Kg. di orzo
1 quarto = 10 Kg. di grano o 9 Kg. di orzo
1 stoppello= 1,7 Kg. di grano o 1,6 Kg. di orzo
Il mezzetto con rasatora, che contiene circa 20 Kg. di grano che corrispondono a 12 stoppelli.      
LE MONETE DI UN TEMPO
Storia
Una delle prime monete utilizzate nel Regno di Napoli è stata il “ grano “  ( parola derivata dal latino granum, da cui laforma popolare “ la grana “  per indicare i soldi ).
Un grano cavalli                   
La prima moneta col  nome grano fu un piccolo pezzo di rame fatto coniare  dal re Ferdinando I di Napoli  (1458-1494) a Napoli. Il grano d'argento fu coniato durante il regno di Filippo II e valeva 12 cavalli. Il tarì  valeva 20 grana.
In seguito il grano fu la principale frazione della piastra. Una piastra valeva 120 grana ed un carlino ne valeva 10.
Il grano ebbe molta fortuna nel periodo del vicereame spagnolo;  sulle sue facce figurava da una parte la Croce di Gerusalemme e dall'altra  la scritta rex Neapolis con il nome del sovrano regnante. Venne utilizzato  anche durante la prima Repubblica Napoletana e le due facce della moneta riproducevano le scritte SPQN (Senatum popolusque Neapolis) e dux reip. Neap. in riferimento a Masaniello.
Un'altra  moneta utilizzata era l'oncia, corrispondente a sei ducati.
Un'oncia.
A tal proposito, il Catasto ( precursore degli odierni catasti, che rappresenta l'attuazione pratica delle norme, che il re Carlo di Borbone  introdusse nella prima metà del XVIII secolo  per il riordino fiscale nel suo regno, in cui gran parte del peso fiscale gravava sulle classi meno abbienti a vantaggio di quelle più abbienti che godevano di privilegi ),  si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni terrieri veniva stimato in once.
Nel regno di Napoli, sotto Carlo III (1734-1759), il sistema monetario era organizzato nel seguente modo:
Piastra Tarì Carlino Grano Tornese Cavallo
1 6 12 120 240 1440

 

Il tarì
Il grano occupava un posto corrispondente a quello del soldo ed il cavallo a quello del denaro.
Il tornese ( da cui il dialetto ternis, monete ) e il carlino erano monete intermedie di complemento al grano, mentre la piastra costituiva il pezzo di grande valore,  corrispondente allo scudo.
Sotto Carlo III furono coniati  il carlino da 10 grana,  d'argento, e  la moneta da 5 grana, d'argento. Furono coniate monete di rame: la “ pubblica “ da 3 tornesi o 1-½ grano, il grano e le frazioni minori.
Nel 1759 Ferdinando IV subentrò al padre che era diventato re di Spagna. Il sistema monetario rimase invariato e fu coniato nuovamente il tarì.
La monetazione di Ferdinando rimase in vigore fino al 1799; infatti con l’avvento della Repubblica Napoletana, nel 1799 furono emesse poche monete, tra cui una denominata da 4 tornesi, cioè da 2 grana.
Quando Ferdinando, grazie al cardinale Ruffo, fu restaurato sul suo trono, la monetazione riprese, anche se per l'instabilità politica internazionale fu abolita la monetazione aurea e fu  limitata quella  d'argento.
Nel marzo 1806, quando salì al trono Giuseppe Bonaparte,   fratello di Napoleone, costui  mantenne il sistema tradizionale del regno.
Quando Gioacchino Murat gli successe il 15 luglio 1808 lasciò  in vigore il sistema che aveva ereditato. Coniò una moneta d'argento da 12 carlini e due monete di rame da 3 e 2 grana. Su entrambe era rappresentato al dritto la testa del re con il profilo sinistro con la scritta  GIOACCHINO NAPOLEONE RE DELLE DUE SICILIE, mentre il rovescio presentava il valore della moneta tra corone di alloro, ulivo o spighe di grano, con la scritta PRINCIPE E GRAND'AMMIRAGLIO DI FRANCIA.  
Nel 1811 Gioacchino Murat introdusse la decimalizzazione con la lira delle Due Sicilie.
Con la Restaurazione tornò ad essere usata la vecchia piastra napoletana da 120 grana.  
Nel dicembre 1816 Ferdinando IV riunì i due regni ed ebbe termine il Regno di Napoli.
Ferdinando, che a Napoli era IV, mentre in Sicilia era Ferdinando III, usò lo stesso sistema monetario ereditato dal padre.   
Due Sicilie
Nel dicembre 1816, a seguito delle decisioni del Congresso di Vienna, Ferdinando riunì i due regni e prese il nuovo titolo di Ferdinando I, re delle Due Sicilie. Furono coniate i multipli d'argento che recavano l'indicazione del valore in grana: la piastra (120 G.), la mezza piastra (60 G.) ed il carlino (10 G.). Furono coniati i  tornesi, che valevano 1/2 grana.
Francesco I fece coniare anche il tarì da 20 grana e Ferdinando II  la moneta da 5 grana.
REALE CASA BORBONE DELLE DUE SICILIE            
All’avvento di Carlo di Borbone al Trono di Napoli, nel 1734, l’unità monetaria di base era il ducato, una massa di argento e una piccola percentuale  di rame. Il ducato si divideva in 10 carlini, ognuno dei quali composto da 10 grani; ogni grano da 12 cavalli ciascun  grano corrispondeva a 2 tornesi e ciascun tornese a 6 cavalli.  In lire italiane = 4,250.  
Nell'Italia preunitaria, quindi, il ducato era una delle monete del Regno delle Due Sicilie.
Il ducato
Il ducato era diviso in 10 carlini, ciascun carlino in 10 grana, ciascun grano in 2 tornesi e ciascun tornese in 6 cavalli. Esistevano multipli in oro e frazioni in argento. Il ducato esisteva anche come moneta d’oro, anche se non veniva più coniato dal 1649.
Un Carlino.
 

La monetazione sotto Carlo di Borbone
Carlo quando salì al trono continuò in Sicilia la coniazione di piccole monete auree, mentre a Napoli preferì  coniare multipli del ducato d’oro, cioè il 2, il 4, ed il 6 ducati, grazie all'aumento, rispetto al passato, del rapporto fra oro e argento (1 a 14½).
Il 6 ducati fu chiamato anche oncia napoletana, per distinguerlo dalle once di Sicilia, che avevano un valore dimezzato rispetto a  quelle napoletane.
Oncia da 30 tarì del 1791
Furono coniate monete auree dal 1749 al 1756.
Carlo continuò le coniazioni di pezzi in argento: le piastre  del valore di 12 carlini, o 120 grani, e la loro metà, dove si legge il motto “De Socio Princeps” (“Da Alleato a Sovrano”), a voler ricordare che il Regno di Napoli, prima “viceregno asburgico” e poi “provincia spagnola”, con lui  diventa una nazione indipendente e sovrana.
 

Un'oncia d'oro 
Nel 1747 si ebbe un’emissione commemorativa della nascita del primogenito, il Principe Filippo: vennero coniate due artistiche monete – una piastra ed una mezza piastra – che recano al dritto i busti di Carlo e di Maria Amalia e al rovescio una donna seduta, che regge un bambino con il braccio destro; nel giro era riportato il motto “Firmata Securitas”, a sottolineare la certezza della continuazione della famiglia reale, e quindi dell’indipendenza del Regno.
Dal 1747 fino al 1749, venne ripresa la coniazione delle piastre e delle mezze piastre, con la scritta “De Socio Princeps”, mentre dal 1750 riportavano il busto del sovrano volto a destra.
Vengono coniati anche i carlini ed i mezzi carlini del valore di 5 grani, sui quali è raffigurata al rovescio l’Abbondanza in atto di spargere monete.
Per  la monetazione di rame, si coniarono la “pubblica”, o 3 tornesi, il grano o 12 cavalli, il 9 cavalli, il tornese o 6 cavalli, il 4 cavalli ed il 3 cavalli.
La monetazione di Ferdinando IV
Sotto questo sovrano, a causa del suo lunghissimo regno, la coniazione di monete è vastissima.
Nella prima fase (1759-1799) Ferdinando continuò la monetazione aurea iniziata dal padre, con l’emissione dei pezzi da 6, 4 e 2 ducati.
La coniazione aurea durò fino al 1785 e fu enorme, ben oltre 3 milioni di pezzi. Le effigi del sovrano sono numerose e differenti per posizione ed età, poichè la coniazione va dalla  fanciullezza fino alla sua maturità.
 

Una mezza piastra pupillare
Per la monetazione argentea, la prima moneta fu una mezza piastra del 1760, detta anche “pupillare” ( infatti Ferdinando era un pupillo, aveva cioè solo 9 anni ). Vennero coniate due piastre giovanili (1766 e 1767), quindi una del 1772 commemorativa della nascita della primogenita Maria Teresa, in cui al dritto  sono raffigurati  i busti di Ferdinando e Maria Carolina, e, al rovescio, una donna seduta, che  regge sulle ginocchia un bimbo; sullo sfondo, il Sebeto, il Vesuvio e  una nave in mezzo al mare; nel giro è presente il motto “Fecunditas”, benaugurante auspicio per la famiglia regnante. 
La monetazione di Francesco I
Francesco I proseguì la monetazione aurea dei ducati.
In argento furono coniate la piastra, la mezza piastra, il tarì e il carlino.
In rame, i 10, i 5 tornesi e il tornese, cui aggiunse il grano, dopo 25 anni.
 

La monetazione di Ferdinando II
La sua monetazione è una delle più vaste: fece coniare monete d’oro (56), d’argento (125 fra piastre, mezze piastre, tarì, carlini e, dal 1836,  anche il mezzo carlino) e di rame ( il tornese e mezzo tornese ).
La monetazione di Francesco II
Nel suo brevissimo regno, non coniò monete auree anche a causa della  lentezza nel lavoro di incisione da parte dei maestri di zecca, ma solo monete  di argento (la piastra e il tarì) e tornesi in rame ( il 10 e il 2 ).
Durante il suo esilio in Roma  continua a coniare per ribadire la sua sovranità: produsse pezzi da 10 tornesi.
A Gioia anche dopo la proclamazione dell'Unità d'Italia la moneta più utilizzata è stata il ducato. Nelle adunanze di approvazione del bilancio comunale le poste relative alle entrate e alle uscite sono indicate in ducati.
Ancora oggi è in voga un detto popolare, che recita: jè megghje n'amich ca cind decuate.
E’ consentito l’utilizzo del contenuto di questo articolo, per soli fini non commerciali, citando la fonte e il nome dell’autore.

22 agosto 2011

  • Scuola di Politica

Commenti

1 Commento per “Antiche unità di misure e antiche monete”
  1. avatar MARAUDER scrive:

    MAMMA MIA CHE CONFUSIONE!!!
    Meno male che c’è stata la Rivoluzione Francese…

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