L’Occhio della Poesia – Febbraio 2010

Mi è capitato spesso, in queste ultime settimane, di tornare sulla massima aristotelica primum vivere, deinde philosophari. E, paradossalmente, non l'ho fatto per addivenire a una filosofia spicciola (con tutto il rispetto per lo stagirita e per la portata di verità della sua affermazione), eminentemente pratica, che mi consentisse di districarmi fra i tanti assilli [...]

Giacomo LeronniMi è capitato spesso, in queste ultime settimane, di tornare sulla massima aristotelica primum vivere, deinde philosophari. E, paradossalmente, non l'ho fatto per addivenire a una filosofia spicciola (con tutto il rispetto per lo stagirita e per la portata di verità della sua affermazione), eminentemente pratica, che mi consentisse di districarmi fra i tanti assilli dell'esistenza, quanto per riflettere su un atteggiamento comune ai tanti che oggi si accostano alla poesia. Di fronte a un testo poetico, infatti, bisognerebbe applicare alla lettera il consiglio di Aristotele: prima vivere, poi fare filosofia. Invece, per esperienza, so che più o meno tutti facciamo esattamente il contrario: prima la filosofia, la riflessione, l'interpretazione, alla ricerca della spiegazione in grado di mettere il poeta con le spalle al muro (o capisco quello che mi stai dicendo o me lo devi spiegare) e poi, se c'è tempo e pazienza, se non ci siamo già stancati e demotivati, la vita e cioè la polpa del testo in quanto tale, addentata finalmente per sfamarsi o per rinfrescarsi, come si farebbe con un frutto maturo.

A grandi linee possiamo dire che la poesia è nata senza bisogno di particolari spiegazioni, in quanto poesia narrativa. Solo successivamente si è trasformata – e mai completamente – in lirica così come la intendiamo comunemente, cioè in espressione dell'io e dei suoi tormenti, dell'interiorità (talvolta tortuosa) del soggetto poetante. Ma la prima poesia lirica, quella greca dell'età arcaica, era definita così perché era accompagnata dalla musica e dal canto e non perché affondava negli abissi interiori di uomini tormentati votati all'arte. Voglio dire che le complicazioni (chiamiamole così per comodità) di fronte alle quali ci sentiamo obbligati a dover spiegare (o a chiedere spiegazioni a qualcun altro) non sono di per sé consustanziali alla poesia delle origini e al suo impatto sulla vita dell'uomo. Un tempo, quando si viveva all'interno di società infinitamente più semplici e dirette della nostra, la poesia interpretava un bisogno diffuso, quello di allietare l'anima dando parola alla musica e al suo fascino. Dunque era poesia dotata di musicalità, di ritmo, di colori e toni che procuravano un evidente piacere al solo ascolto. La poesia, non essendo tra l'altro di dominio pubblico la capacità o la possibilità di leggere, nasce dunque soprattutto per essere ascoltata e, in quell'ascolto, si piega all'orecchio di chiunque e si spiega da sé.

Certo, poi le cose si sono parecchio complicate. C'è indubbiamente una bella differenza fra i versi cristallini di Teognide ("Misero me! Per la mia disgrazia / sono gioia ai nemici, dolore agli amici.") e quelli certo più oscuri e inquietanti di, poniamo, Sylvia Plath ("Tu stai alla lavagna, papà, / nella foto che ho di te, / biforcuto nel mento anziché / nel piede, ma diavolo sempre, / sempre uomo nero che // con un morso il cuore mi fende. / Avevo dieci anni che seppellirono te / a venti cercai di morire / e tornare, tornare a te. / Anche le ossa mi potevano servire."). Ma entrambi questi poeti, diversissimi fra loro e lontani secoli, parlano di dolore e sofferenza. Ed è la musica dei loro versi a rivelarcelo, prima ancora di qualsiasi, forse inutile, spiegazione razionale. Poniamoci, allora, la grande domanda: non dovremmo, forse, ritornare a questo, a questa fruizione libera e liberante della poesia in quanto musicalità primigenia e suprema capace di dire tutto a tutti senza essere obbligata a spiegare nulla?

Primum vivere, deinde philosophari: prima il succo libero del verso che si fa vita, poi il legittimo rovello sulla vita e le sue spine che, di fronte all'evento della poesia, possono aspettare. La poesia correttamente intesa e attentamente ascoltata crea la vita sotto i nostri occhi, la fa risuonare alle nostre orecchie affinché possiamo riconoscerla in tutta la sua intatta purezza. Poi, terminato l'incanto, ben venga la filosofia a prolungare quell'estasi, in parte già svanita, che si dona a noi in piena gratuità e che nessun ragionamento, per quanto acuto sia, potrà mai afferrare in assoluto.

Giacomo Leronni

Tratto da "la Piazza" – febbraio 2010

17 febbraio 2010

  • Scuola di Politica

Inserisci qui il tuo Commento

Fai conoscere alla comunità la tua opinione per il post appena letto...

Per inserire un nuovo commento devi effettuare il Connettiti

- Attenzione : Per inserire commenti devi necessariamente essere registrato, se non lo sei la procedura di LOGIN ti consente di poter effettuare la registrazione istantanea.