Stranieri ed immigrati: i prediletti del Dio di Gesù Risorto.
Tutta la storia biblica, racconta l’amore preferenziale di Dio verso i migranti
"Il Signore disse ad Abram: Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre"(Genesi 12,1). Comincia così la storia della Rivelazione. La storia, cioè, del progetto di Dio di ricondurre l'umanità dispersa e divisa dal peccato alla comunione d'amore tra sé e con il suo Creatore. Gesù sintetizzerà tutto nei due precetti"amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso"(Matteo 22,37).
La Rivelazione di Dio, dunque, il disvelamento cioè del suo volto e del suo progetto per l'uomo e per il mondo, parte dal patriarca Abramo e, attraverso duemila anni di storia, giunge a Gesù di Nazareth. In Cristo, Dio, sceglie di "squarciare" ("Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti" brama il terzo Isaia) i cieli per discendere in mezzo agli uomini. In quei secoli di Parole di Dio, raccolte in quel libro che i cristiani definiscono Sacro, la Bibbia, emerge chiaro come il Dio biblico sia il Dio dell'immigrato, del povero, del debole.
Appare vera la definizione dell'intera Bibbia come Vangelo dell'immigrato. Partiamo da Abramo. Il brano che ho citato all'inizio è emblematico. Abramo, per aderire al disegno di Dio, deve lasciare la sua terra e partire. Diventa errante in terre straniere per volontà divina. E Dio lo protegge dai ripetuti pericoli che il suo status di errante minacceranno il suo peregrinare. Da Abramo in poi le grandi epopee bibliche hanno sempre avuto a che fare con esodi, fughe in terre straniere e severe invettive di Dio contro potenti imperi oppressori. C'è persino un libro che prende il nome di Esodo.
Racconta di una liberazione, di una fuga, di un uomo di nome Mosè, di un Dio che prende difesa di un popolo schiavizzato, migrante e senza difesa, opponendosi alla potenza economica e militare del più grande impero dell'antichità, l'Egitto. Tra le pieghe delle Dieci Parole che Dio donerà al popolo sul monte Sinai, nel terzo comandamento, spicca questa: "Ricordati che sei stato schiavo nel paese d'Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso" (Deuteronomio 5,15). Si tratta dell'esortazione alla memoria della schiavitù che Jahvé rivolge al popolo. Affinché si rammenti di non oltraggiare altri uomini allo stesso modo in cui, in Egitto, esso stesso venne disprezzato e calpestato.
Poi verrà la tragedia dell'esilio babilonese, molti secoli dopo. Il popolo ebraico diverrà di nuovo esule in terre ostili e lontane. E Dio, il suo Dio, sarà nuovamente li a prendersene cura, a proteggerlo, attraverso i profeti Isaia, Geremia, Ezechiele. Infine arriverà Gesù. La sua nascita avviene da straniero. Nasce durante una migrazione. E da immigrato è costretto a venire alla luce fuori dalla città, Betlemme, in un gretto tugurio. Poi, affinché non ci scordassimo di questa opzione preferenziale verso lo straniero, la Sacra Famiglia migra in Egitto, per sfuggire alla persecuzione di Erode.
Il Dio che si fa carne si fa così migrante, sin da piccino. Non lo dimenticherà mai, Gesù. Percorrendo in lungo e in largo le lande or verdeggianti or ispide e inospitali della Palestina, più di 30 anni dopo, divenuto impetuoso e audace Maestro di parole nuove e antiche, scomode e radicali, rimarcherà in ogni racconto, in ogni gesto, il Suo amore preferenziale per lo straniero. Lo farà narrando la parabola del Buon Samaritano (Cfr Luca 10, 29-37), in risposta ad un ebreo nazionalista che, dopo aver udito l'esortazione ad amare il prossimo, avrebbe voluto accertarsi che quel Gesù non volesse proprio includere, in quel prossimo, anche forestieri e miscredenti. Miscredenti come i samaritani che, all'epoca, erano visti come il diavolo, diversi, brutti, sporchi e cattivi. Ma il Cristo provocatore, in tutta risposta, mise proprio un samaritano, quel samaritano, come paradigma dell'Amore. In quell'esule mal'accetto e denigrato, compresero già i Padri della Chiesa, Gesù identificava se stesso.
Ma è evocando il giudizio finale che il Figlio dell'Uomo risalta la sua tenera predilezione verso esuli e migranti. Tra le opere meritorie di vita eterna, insieme al dar cibo agli affamati e da bere agli assetati, al vestire gli ignudi e visitare malati e carcerati, vi aggiungerà l'accoglienza dello straniero: "ero straniero e mi avete ospitato" (Matteo 25, 35). Quando avverrà il giudizio, Gesù non porterà a testimone l'agenda delle presenze a liturgie e sacramenti, né avrà interesse sulla provenienza etnica, culturale e religiosa degli uomini. "Al tramonto della vita, saremo giudicati sull'amore" aveva scritto San Giovanni della Croce. E, stando alle parole del Cristo, sull'amore donato ai poveri, ai miserabili, ai dimenticati, agli stranieri. Purtroppo. Purtroppo per leghisti e per i fanatici della superiorità della razza, della patria, della religione e del viso pallido. Purtroppo per tantissimi cattolici da bene, che frequentano assiduamente messe e processioni, sermoni e sacramenti.
Cattolici che, come insegnava Jean Guitton "hanno così rispetto della Bibbia, che non la toccano nemmeno". Poiché il cristiano che guarda con odio e inimicizia il volto dello straniero, che non l'accoglie, che non lo considera fratello, ignora il senso di quel dirsi cristiano. Ignora che in quel "negro, in quello sporco straniero", c'è quel Cristo crocifisso di cui si proclama orgoglioso difensore. E non perché lo dice un povero prete o un cattocomunista. Ma perché è scritto nelle Scritture, dall'inizio alla fine. Perché il Dio di Abramo, di Giacobbe, di Mosè, di Isaia, si proclamava il Dio dello straniero, il Signore dei popoli oppressi, il Santo dei poveri. Perché quel Cristo che ci ha resi cristiani è stato chiaro: chi accoglierà gli immigrati accoglierà me. Chi invece avrà rigettato lo straniero, avrà rigettato me. "E se ne andranno, questi al supplizio eterno e i giusti alla vita eterna" (Cfr. Matteo 25, 31-45).
Perché, per le corte memorie dei difensori dell'italianità, della pelle bianca ed occidentale e della religione appesa al muro delle tradizioni, per i difensori del crocifisso prima e crocifissori dello straniero subito dopo, anche la vita di ciascuno di noi è un esodo, un migrare da un principio ad una fine. Rassegniamoci, dunque. Siamo tutti pellegrini erranti, stranieri su una terra che non ci appartiene e che ormai mal ci sopporta.
Enzo Cuscito
23 gennaio 2010












Ottimo enzo il tuo articolo,una società che vive la crisi del rapporto con Dio ineluttabilmente finisce con il crocifiggere i “poveri cristi” come accade a Rosarno, nel vicino nostro Tavoliere, a Lampedusa e così via. L’Occidente nella sua oscillazione tra il rifiuto di Dio e la moltiplicazione dell’Olimpo degli dei non è più in grado di generare fraternità. Dici bene , riprendendo J. Guitton: ” che i Cattolici hanno così rispetto della Bibbia Che non la toccano Nemmeno “. C’è voluto un Concilio per toccare la Bibbia, prima era considerato tra i Libri proibiti, chi leggeva la Bibbia commetteva peccato e doveva confessarlo. Il Concilio ci restituì la Parola di Dio. Dopo i primi anni di grande euforia ci si ritrova oggi a fare i conti con i fondamentalismi piuttosto che a sviluppare pratiche di fraternità. Il confronto tra Parola di Dio e politica è stato rimosso e ci ritroviamo a santificare chi ha firmato il nuovo Concordato cioè B. Craxi. Mi chiedo in quale sede è aperto il confronto tra Bibbia e politica? Perchè siamo giunti a rimuovere le istanze etiche sia dalla sfera pubblica e privata? Ma come mai è potuto accadere che i cattolici locali sono diventati afasaci rispetto alla politica dopo quanto è accaduto nell’autunno del 2007? Su sito wwww.redattoresociale.it troviamo una narrazione dei fatti di Rosarno che non possono che sconvolgere tutte le anime cattoliche e laiche, in quel sito si trova un video “la città sotto i cartoni”. E’ bene che iniziamo a sollevare quei cartoni con le mani non con le ruspe.
TESTO RIVISTO
una Società Che vive la crisi del rapporto con Dio finisce ineluttabilmente per crocifiggere i “poveri cristi”. Accade uno Rosarno, nel vicino nostro Tavoliere, a Lampedusa e così via. L’Occidente nella sua oscillazione tra il rifiuto di Dio e La moltiplicazione degli dei dell’olimpo consumistico non è più in grado di generare fraternità. Dici bene, riprendendo J. Guitton: “Che i Cattolici hanno così Rispetto della Bibbia Che non la toccano nemmeno”. C’è voluto un Concilio per toccare la Bibbia, era prima considerato tra i Libri proibiti, chi leggeva la Bibbia commetteva peccato e doveva confessarlo. Il Concilio ci restituì la Parola di Dio. Dopo i primi anni di grande euforia ci si ritrova oggi a fare i conti con i fondamentalismi. Piuttosto che sviluppare pratiche di fraternità. Il confronto tra Parola di Dio e Politica e stato rimosso e ci ritroviamo a santificare chi ha firmato il nuovo Concordato cioè B. Craxi. Mi chiedo in quale sede è aperto il confronto tra politica e Bibbia? Perchè siamo giunti a rimuovere le istanze etiche sia dalla sfera pubblica che da quella privata? Ma come mai è potuto accadere che i cattolici locali sono diventati afasaci rispetto alla politica? Dopo quanto è accaduto nell’autunno del 2007? Su sito wwww.redattoresociale.it troviamo una narrazione dei fatti di Rosarno che non possono che sconvolgere tutte le anime cattoliche e laiche in quel sito si trova un video “La città sotto i cartoni”. E’ bene che iniziamo uno sollevare quei cartoni con le mani e non con le Ruspe
Cari Enzo e Franco,
la mia impressione è che i cattolici sembrano lobotomizzati in questo momento storico. Nel nostro paese,nelle parrocchie, non si fa altro che parlare, pensare e darsi da fare per l’organizzazione delle celebrazioni liturgiche e tutto ciò che riguarda la vita spirituale(e magari si facesse bene!)della comunità frequentante. Ma la vita vera, quella che vediamo in televisione,con gli occhi e la prospettiva di chi ce la fa vedere e non certo critica e reale,quella non ci riguarda. Non ci sono incontri dibattiti momenti di riflessione su chi siamo noi cristiani e su qual è il nostro ruolo in questa vita, fuori dalle mura della nostra parrocchia. Mi permatto di dire questo perchè lo vivo e lo osservo in prima persona: la nosta fede dovrebbe riempirsi di santità e coraggio spirituale nelle parrocchie per riflettersi in azione e impegno fuori : preghiera e testimonianza attiva.
Non è la difesa di un crocifisso in aule pubbliche (tra l’altro da me assolutamente appoggiata) che fa di un Governo o di un partito un esempio di cristianità da seguire chiudendo gli occhi e le orecchie per non vedere e sentire le “bestemmie” continue che vengono perpetrate nei confronti di quelli per cui Gesù è venuto a morire su questa terra.
Caro Enzo,
oggi più che mai, Giornata della Memoria, sono calzanti i richiami biblici da te riportati.
Il monito di questa Giornata è che non si abbiano più a ripetere manifestazioni come quelle che oggi ricordiamo, le quali rendono l’uomo più vicino alle belve che ai suoi simili.
E’ la storia di un popolo senza terra, un popolo migrante dopo la diaspora, popolo che ha avuto il torto di mandare a morte un Figlio della propria terra, un popolo che, secondo alcuni, paga il fio di quel misfatto, con un genocidio senza precedenti per ferocia e barbarie.
Oggi il mondo civile ricorda quel genocidio, ma chiude gli occhi ad altre stragi e ad altri genocidi annunciati o perpetrati sotto i riflettori dei mass media.
Non ci si accorge che due millenni or sono un Uomo fu venduto per 30 denari per essere mandato al patibolo, mentre oggi anche per molto meno una caterva di disperati cercano di approdare sulle coste europee e, se hanno avuto la fortuna di sfuggire alla furia della natura, rischiano di morire per mano di un altro uomo.
E tutto ciò per il colore della loro pelle, per la loro cultura, per la loro religione, perchè emigranti in cerca di una terra ospitale.
Ma la Terra e quanto essa contiene non è stata creata per tutti gli uomini?
” E Dio li ( maschio e femmina ) benedisse e disse: Prolificate, moltiplicatevi e riempite il mondo, assoggettatelo e dominate sopra i pesci del mare e su tutti gli uccelli del cielo e sopra tutti gli animali che si muovono sopra la terra ” (Genesi 1,28 ).
Se così è, sforziamoci di trovare ciò che ci unisce non ciò che ci divide e andremo nella direzione giusta. Lavoriamo per il bene comune, per il bene della terra e dei suoi abitanti non per la supremazia dell’uomo sull’altro uomo, perché la vita sia pienamente degna di essere vissuta.
In questa direzione, secondo me, va la manifestazione che proprio stasera si celebra: la presentazione del calendario di tre religioni, una manifestazione di alto valore culturale, sociale, umano e religioso perché unisce autoctoni e immigrati, uomini di diverse etnie e religioni, in una fratellanza sovranazionale.
E’ la prova che nessuno deve sentirsi straniero in terra straniera e che la Terra è un bene dell’umanità intera e non del singolo e che tutti devono condividere la responsabilità di servirsene e di rispettarla.
Un fraterno saluto a tutti.
F. Giannini
Carissimi Anna Maria, Prof. Ferrara e Prof. Giannini,
i Vostri interventi hanno spalancato in me sterminati sentieri per nuove riflessioni, considerazioni, provocazioni. E, conoscendomi, rischierei di perdermi in intensi percorsi senza fine.
Il rapporto fede-politica, innanzitutto. Il cristianesimo, con la teologia dell’Incarnazione, “reclama” l’impegno quotidiano e perseverante dal “di dentro” del mondo. Il Regno di Dio, infatti, come proclama sin dal principio Gesù, “è in mezzo a voi” (Marco 1,15), non al di sopra. La fede pertanto non è contemplazione del Cielo e dimenticanza della Terra. Il nascondimento di Dio, “presente assente”(R.Latourelle) nella storia, rientrerebbe, secondo Simone Weil, in un preciso disegno divino volto a non “distrarre” l’uomo dalla cura verso il mondo. “Forse – scrisse la Weil – Egli ha lasciato intravedere di se solo quanto basta perché l’uomo non sia abbagliato dal Cielo al punto di disinteressarsi della Terra”. Questo amore verso l’uomo ed il mondo, in particolar modo verso poveri, discriminati e migranti, è l’anima della “politica” cristiana. Il cristianesimo, infatti, ha ereditato dall’ebraismo il senso escatologico della storia, vista non come semplice tappa di un passaggio verso un’altra dimensione, ma come luogo unico dove l’uomo gioca il senso profondo e la realizzazione della sua vita. Il Regno di Dio, infatti, non è una realtà spirituale, celeste, trascendente, ma materiale, storica, immanente. Fu questa verità a far dire a Romano Guardini che “i cristiani sono gli unici, veri materialisti”. Ma in cosa consiste la “politica” del Regno? Semplicemente, nella conversione (nel senso di un cambiamento di rotta) del mondo e della storia alla luce dell’Amore. In quest’ottica l’influenza del cristianesimo, la politica del cristiano, dovrebbe avere come fine supremo la lotta contro ogni “struttura” economica, politica e sociale che degrada l’uomo, offendendone la sua natura divina. L’amore di Dio verso poveri ed erranti è innanzitutto profezia. I poveri sono prediletti non perché migliori in sé dei ricchi, ma perché segno dell’ingiustizia, pungolo all’uomo affinché converta il suo operato alla solidarietà, alla giustizia, all’uguaglianza fraterna. Se ci sono poveri e migranti, vuol dire che esistono politiche ingiuste, politiche che il credente è chiamato a contestare e combattere. Da questo punto di vista, come insegnava Don Tonino Bello, la “speranza cristiana è pericolosa, è eversiva”, perché aggredisce le logiche egoistiche e lobbistiche che governano il mondo, l’economia, la politica.
Mal si addice, dunque, la parola “moderato” ad un cattolico impegnato in politica. Perché il credente non è chiamato a celebrare compromessi, a moderare, ma a radicalizzare profeticamente lo scontro tra giustizia e ingiustizia, verità e falsità, amore e potere, “Dio e mammona”, sino al dono totale di sé. Gesù non era un moderato. Non dimentichiamolo. Se lo fosse stato, non sarebbe finito in croce. Moderati, invece, erano proprio quelli che lo condannarono, i Sadducei, che operavano una politica di mediazione e di compromesso tra ebrei e autorità romane. L’insegnamento di Gesù era radicale. Ed era soprattutto politico. Non era un buonista, Gesù. Non educava al banale “voleteve bene”. Sapeva piuttosto essere duro, nello stile dei Profeti, contro ricchi e potenti, sapienti e intolleranti. Se il suo insegnamento fosse stato incentrato sul semplice volersi bene, l’avrebbero lasciato predicare. Ma il suo messaggio di condanna contro le discriminazioni, le ingiustizie, gli egoismi, i razzismi della sua epoca, bilanciati dall’invito alla conversione, era vista come una minaccia allo status quo, al sistema radicalizzato di potere, che rendeva sempre più forti i potenti e sempre più schiavi i poveri. E che cos’è questo messaggio se non politica? Non dimentichiamo che la motivazione della condanna, affissa sulla croce, era politica. Sul cartello, infatti, vi era scritto “Questi è Gesù Nazareno, re dei Giudei”. Una definizione indiscutibilmente politica.
Avete ragione, dunque, quando denunciate lo stato di indifferenza politica che si registra nelle comunità parrocchiali. L’aver ridotto l’impegno ecclesiale all’aspetto liturgico o catechetico, è l’amputazione di un dovere sostanziale del cristianesimo, è il rinnegamento del messaggio che ha condotto Gesù al patibolo. Nelle comunità si parla poco di immigrazione, di ingiustizia sociale, di economia, di ambiente, di politica. Come se appartenessero ad un altro mondo. Eppure è l’insegnamento biblico che chiama il credente a non disinteressarsi di queste realtà. Non occuparsi del mondo (e dunque della politica, che le vicende di questo mondo determina profondamente) significa allora non occuparsi di Dio.
Termino con le parole del Concilio Vaticano II: “Il Concilio esorta i cristiani, cittadini dell’una e dell’altra città, di sforzarsi di compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del Vangelo.Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano che per questo possono trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno. (…)Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna” (Gaudium et Spes 43).
Come sempre, mi sono spinto troppo oltre.
Avrei voglia di interloquire con il Prof. Gianni anche sull’aspetto che riguarda il rapporto tra cristianesimo-ebraismo. Un desiderio che rinvio ai prossimi giorni, per la consapevolezza di divenire troppo prolisso nelle mie esposizioni.
Vi saluto con affetto.
Enzo Cuscito
A proposito di Rosarno e gli immigrati.
A Rosarno, purtroppo i poveri immigrati, amavano fare i loro bisogni per la strada.
Avvertito lo stimolo fisiologico,si calavano le brache e si ” liberavano”, anche a cospetto di giovani donne, di anziani e di bambini.
Prima di arrivare allo scontro, sono stati ” avvertiti ” dagli indigeni calabresi ma, i poveretti, non hanno voluto ascoltare.
Così, quando uno di questi si è accovacciato davanti all’abitazione di un signore poco incline a guardare certi spettacoli e un pò nervoso, è partito un proiettile di gomma. Da qui la tragedia.
Perchè non si parla anche di questo? Perchè non si parla dell’agguato ad una giovane mamma incinta che viaggiava con il figlioletto e malmenata e picchiata da questi poveri immigrati? Eppure si è visto tutto ciò ( con disappunto dell’allibito conduttore), ad ANNOZERO!
condivido il disappunto di chi non riesce a cogliere “un impegno concreto” ed un “coraggio spirituale” nelle nostre comunità parrocchiali.
Tutto ciò, secondo me, negli ultimi anni non ha fatto altro che dar via libera a tutta una serie di battaglie culturali, ora a favore del divorzio, poi dell’aborto, ad arrivare alla pillola abortiva e poi continuare con i crocifissi negli edifici pubblici, i presepi nelle scuole, eccetera eccetera…fino ad arrivare al raggiungimento di un risultato:
la religione cattolica ha subito una ghettizzazione ed un ridimensionamento tali, che quelli che trent’anni fà erano i valori e principi insegnati al 100% degli adolescenti nelle scuole ed a quanti (tantissimi) frequentavano l’ACR, oggi non sono più validi semplicemente perchè l’ora di religione nelle nostre scuole è “liberalizzata” e gli oratori sono svuotati…ovviamente per poi lamentarci tutti quanti dell’aridità di valori nei nostri giovani.
Non dobbiamo sottovalutare il ruolo che l’insegnamento della parola di Dio ha nell’educazione dei nostri ragazzi, così come ritengo importante anche altre esperienze formative come lo scoutismo-
Cordialmente