L’incontro con Antonella Mascali

Il terzo incontro pubblico della Scuola sociopolitica “Un’altra Società”….

Antonella MascaliIl terzo incontro pubblico della Scuola sociopolitica "Un'altra Società" presenta il libro "Lotta Civile" di Antonella Mascali. Un libro che fa parlare i familiari delle vittime di mafia come Giuseppe Fava, Rocco Chinnici, Giuseppe Montana, Libero Grassi, Mauro Rostagno. "Lotta Civile" dà la possibilità ai familiari delle vittime di mafia, di raccontare la solitudine e il dolore durante e dopo le tragedie vissute. Le vittime sono stati i soli e i pochi a difendere contro la mafia i principi di libertà, di democrazia, di una società libera e proprio perché soli,hanno pagato con la vita.

Il 5 novembre abbiamo avuto il piacere di conoscere Antonella Mascoli, siciliana di Catania che scrive della mafia e conosciamo benissimo chi scrive denunciando i mal'affari e le collusioni della mafia a che rischi si sottopone. A un certo punto mi sono chiesto ma, cosa spinge una persona che da ragazzina decide di scrivere di mafia, forse l'incoscienza dell'età, studentessa al ginnasio, l'indole libera, la coscienza democratica. Sembra quasi che la terra che genera il male, genera gli stessi anticorpi per combatterlo. Sicuramente avrà influito come diceva un grande: i geni ereditari e l'ambiente in cui è cresciuta, e dove è cresciuta Antonella Mascoli?

Queste sono le sue parole: "Grazie anche alla mia famiglia ai miei genitori che mi hanno insegnato dei principi sani le cose fondamentali, anche quelle che possono sembrare insignificanti. Mio padre mi diceva sempre:- arriva la bolletta della luce valla a pagare subito, se ci si deve mettere il casco sulla moto lo dobbiamo mettere -, sembra una sciocchezza, il messaggio è che se non si fanno queste piccole cose si tende a non rispettare le cose più grandi".

Sicuramente avrà influito l'ambiente scolastico a questo proposito la Mascoli dice: "Ho avuto dei bravi insegnanti e soprattutto anche un bravissimo preside, in Sicilia c'era già una legge che ci permetteva di fare delle iniziative antimafia nelle scuole, ero consigliere d'istituto al ginnasio quando ho conosciuto Nando Dalla Chiesa, è stato il mio professore all'università col quale mi sono laureata con una tesi sulla mafia e sull'antiracket. Dico questo non per raccontare i fatti miei ma per far capire l'importanza della scuola, ho avuto dei messaggi a casa ma ho avuto dei messaggi forti anche dagli insegnanti, dalle persone che abbiamo potuto invitare grazie a un consiglio d'istituto e un preside che era molto sensibile".

Forse mi sono dilungato nella presentazione dell'autrice di "Lotta Civile", ma da quanto ci è stato raccontato direttamente da lei, viene fuori l'importanza fondamentale del ruolo della famiglia e della scuola come educatori di principi che si riflettono nella società in cui viviamo.

La prima azione che è stata fatta come apertura della serata è stato un pensiero al nostro concittadino vittima della mafia, Donato Boscia. Dai familiari è arrivato lo stesso messaggio comune a tutti i familiari delle vittime di mafia: "Non vogliamo che si parli dei nostri parenti come di eroi", perché quando si parla di eroi la reazione è quella di rimuovere subito il ricordo dalla memoria. I familiari vogliono invece che vengano ricordati come persone normali, persone che sono state uccise per difendere i principi di libertà e di democrazia.

Il giornalista Giuseppe FavaIl libro parla di Giuseppe Fava licenziato più volte dai giornali per denunciare il falso giornalismo, infatti scriveva: "un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, accelera le opere pubbliche, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare e che non è stato capace di combattere.

Nel 1982 fonda "I Siciliani" un giornale indipendente in cui si scrive di mafia, dei rapporti tra i potenti della città e la famiglia Santapaola e del dormiente e in certi casi connivente Palazzo di Giustizia. Giuseppe Fava subisce intimidazioni e minacce continue. Viene ucciso il 5 gennaio 1984 da Maurizio Avola e Aldo Ercolano nipote di Nitto Santapaola, con cinque colpi di pistola mentre si reca a teatro per vedere la sua nipotina recitare in un'opera di Pirandello.

Giuseppe Fava ha scritto una lucida e attualissima analisi del fenomeno mafioso, individuandone tre livelli: gli uccisori, che sono al livello più basso, i pensatori, che portano avanti una strategia mafiosa, il cui unico scopo è il riciclaggio di denaro, attraverso due strumenti essenziali: le banche le grandi imprese e il potere politico che si colloca al vertice e di cui Fava scrive, nel 1983, "Spesso non è nemmeno perseguibile dalla giustizia, ha nelle mani tutti gli strumenti della potenza: dovrebbe proteggere ecologicamente un territorio e invece lo abbandona alla speculazione selvaggia, già da dieci anni avrebbe dovuto abolire il segreto bancario e non lo ha mai fatto, dovrebbe emarginare gli uomini corrotti, ignoranti, violenti e viceversa li conduce talvolta in Parlamento e gli affida uffici ministeriali onnipotenti".

Il Giudice Rocco ChinniciIl libro "Lotta Civile" parla di Rocco Chinnici, nato a Palermo, magistrato ucciso insieme a due agenti della scorta Salvatore Bartoletti e Mario Trapassi oltre al portiere dello stabile Stefano Li Sacchi perché dopo l'assassinio di alcuni importanti giudici impegnati contro la criminalità organizzata, Chinnici ha l'intuizione vincente che porterà all'istituzione del "Pool antimafia".

Dà vita a gruppi di lavoro con responsabilità e indagini condivise, per le quali chiama con sé due giovani giudici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Parallelamente porta avanti un intenso lavoro di sensibilizzazione nelle scuole con i più giovani, convinto che la spinta verso un'educazione antimafiosa sia parte integrante del lavoro di magistrato e dice: "Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi, fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza noi, da soli, non ce la faremo mai"..

Libero GrassiIl libro "Lotta Civile" parla di Libero Grassi imprenditore ammazzato dalla mafia perché non volle cedere alle richieste di pizzo. Cercò la collaborazione di altri industriali, ma il presidente di Confindustria di Palermo disse che non gli risultava che gli industriali pagassero il pizzo: la mafia non esisteva, era un'invenzione dei giornalisti. Scrive una lettera di denuncia al "Giornale di Sicilia" che fece il giro d'Italia e del mondo, dice chiaro e tondo che non pagherà mai il pizzo ma non riceve l'unico atto di solidarietà che forse gli avrebbe salvato la vita, l'adesione alla sua scelta della Confindustria di Palermo. I politici siciliani affermano che Libero Grassi ha scatenato una "tammurriata" e lo isolano.

La solitudine appare in tutta la sua evidente pericolosità a maggio del 91 quando ad un convegno furono invitate 2000 persone e ne arrivarono solo 20. "Eravamo soli" dice la moglie Pina Grassi. Il 29 agosto del 91 fu ucciso con 5 colpi di pistola, la famiglia ha rifiutato la lapide ufficiale, dove fu ammazzato c'è invece un foglio con su scritto: "Qui è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall'omertà, dall'Associazione degli Industriali, dall'indifferenza dei partiti e dall'indifferenza dello Stato".

Dopo la morte di Libero Grassi la moglie Pina si impegna in  Parlamento, nella giunta per le autorizzazioni a procedere: il processo nei confronti di Giulio Andreotti è stato celebrato "per il mio assenso", ama dire. L'esperienza parlamentare fa sentire Pina Grassi una cittadina attiva, che può incidere positivamente alla crescita del Paese. Asserisce che è importante fare politica avendo un altro lavoro, altrimenti si possono fare carte false per essere eletto.

Dopo la fine del mandato Pina Grassi torna al suo lavoro, al suo impegno nel sociale, al "io non voglio farmi i fatti miei, voglio reagire". Lavora anche per "Libera". Nasce nel 2004 a Palermo il comitato "Addiopizzo" il cui motto è "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità".  E' il messaggio di Libero, fatto proprio dai ragazzi. Sta cambiando piano piano la maniera di pensare della gente. Bisogna offrire strumenti culturali alla gente, l'ignoranza è una delle maggiori iatture. Chi non ha basi culturali difficilmente può avere senso critico.

Sette ragazzi del comitato "Addiopizzo" hanno cominciato ad affiggere  quei manifesti, hanno convinto sempre più commercianti ad aderire, a far parte della catena di esercizi "pizzo free", con bollino esposto. Adesso i ragazzi di Addiopizzo hanno un'età che oscilla tra i 17 e 50 anni. Nel 2007 nasce "Liberafuturo", la prima associazione antiracket di imprenditori e commercianti. La Confindustria ha varato un codice etico che prevede l'espulsione degli associati che pagano il pizzo e non  denunciano. Senza lo zavorramento dell'economia mafiosa il Sud avrebbe un prodotto lordo pari a quello del Nord Italia. E' un momento fondamentale questo e non ci dobbiamo fermare.

Antonella Mascoli dice: "Quello che vorrei che passasse come messaggio è che se queste persone si sono impegnate fino alla morte, se i loro cari si impegnano nonostante molti casi non hanno avuto giustizia, nonostante la solitudine che hanno subito da parte delle Istituzioni, quello che possiamo fare ciascuno di noi secondo le proprie possibilità, per le proprie capacità, non può che essere l'impegno la risposta a tutto questo. Un impegno quotidiano stabile non a corrente alternata e credendoci.

Io giro spesso per il mio lavoro anche per presentare i libri, a un certo punto sento questa tipica considerazione: "ma noi cosa possiamo fare tanto le cose non cambiano". Non è così! I cambiamenti storici non avvengono mai in poco tempo. Il mio dovere di giornalista è raccontare i fatti senza pre-giudizi, certo la situazione politica è quella che è ,sta sotto gli occhi di tutti, però vedo anche delle realtà così vive come questa scuola politica e veramente vi faccio i complimenti non per piaggeria, ma è una realtà che magari non ha molta visibilità, sono sincera io non la conoscevo l'ho conosciuta quando mi avete invitato e rimango sorpresa positivamente, il problema è la scarsa visibilità di persone come voi.

Io potevo fare un altro tipo di libro sulla mafia, ho voluto fare un libro sui familiari e con i familiari oltre che sulle vittime perché non hanno visibilità, non hanno parola. Chi va in televisione molti certamente non per merito, il problema è farsi sentire capire quali sono gli strumenti per veicolare questi messaggi, fare dei laboratori come il vostro, secondo me è importante cercare di coinvolgere gli studenti ,mi rivolgo soprattutto agli insegnanti che sono qui.

Ho sempre voluto fare la giornalista con la concezione attinta dagli insegnamenti di Pippo Fava che non ho conosciuto personalmente, ma ho letto tutti i suoi scritti dai quali esce fuori in modo molto chiaro e determinante che è fondamentale la concezione "dell'etica del giornalismo". Oggi questa parola "etica", che non ha niente a che fare con moralismo, di fatti sul moralismo, si tende a metterla da parte a pronunciarla con disagio, io invece sono convinta che bisogna tornare a parlare di etica quasi a gridare questa parola, questo vale per tutti, compreso la mia categoria giornalistica, questo l'ho scritto anche sul "fatto" insieme ad altri miei colleghi. Ci sono giornalisti che non stanno facendo più il loro mestiere ma sono al servizio di qualcuno e quindi raccontano frottole o ordiscono trappole per incastrare chi invece le notizie le racconta punto e basta, questa è la situazione proprio perché la situazione è così e i fatti sono sotto gli occhi di tutti un'unica soluzione è impegnarsi e non demordere.

Parlare di criminalità organizzata se non si sottolinea la collusione con la classe politica diventa aleatorio, l'ho scritto nell'introduzione di "Lotta Civile" se noi continuiamo, se siamo costretti ancora a parlare di lotta alla mafia come una battaglia una cosa ancora da fare, è perché fino ad oggi non c'è stata la volontà politica. Qualsiasi classe politica che abbiamo avuto dominante, che abbia voluto sconfiggere la mafia anzi la storia d'Italia è segnata da patti scellerati tra la criminalità organizzata e pezzi di classe politica, di politici, di imprenditori, di finanzieri e di uomini delle Istituzioni.

Se ci fosse stato la volontà politica di sconfiggere la criminalità organizzata stasera forse parleremmo di un fatto storico al passato, concluso, invece non è così, perché quando lo stato ha voluto sconfiggere il terrorismo politico ce l'ha fatta. Le brigate rosse sono state sconfitte perché c'era la volontà politica, l'influenza dello Stato della classe politica, delle istituzioni, della società civile.

Così non è per la lotta alla criminalità organizzata, non c'è una volontà politica ferma, dominante, non c'è la coscienza dell'intera società civile. Poi siamo abituati in modo facile a scaricare le colpe sulla classe politica, ma la classe politica viene scelta da noi. La battaglia civile che si dovrebbe fare appartiene a tutti ma in particolar modo ad associazioni come la vostra, quello di pretendere per esempio il codice etico proposto dalla precedente commissione parlamentare antimafia, applicata a tutti i partiti, ci vuole una selezione dei candidati a monte i partiti le segreterie dei partiti selezionano i candidati, questo al di là della legge, dovrebbero escludere gli inquisiti per fatti gravi, altrimenti non ne usciremo più da questa palude se non si rinnova la classe politica.

Il giudice Antonino Caponnetto cioè il capo del pool antimafia cioè il capo di Falcone e Borsellino diceva: "La mafia teme di più la scuola che la giustizia, scandisco queste parole perché sono fondamentali, la conoscenza la cultura ci aiuta a contrastare determinati fenomeni".

Il libro che ho scritto è anche un libro di memoria non è un mero esercizio retorico, la memoria quindi la conoscenza serve ad elaborare un pensiero a far dire che cos'è successo in questo paese, che cosa succede in questo paese attraverso delle storie vere e quindi credibili. Io posso scrivere un libro, un libro pieno di parole belle, ma le parole possono essere "fuffa".

Invece se noi conosciamo, ricordiamo storie vere, fatti inconfutabili è difficile poi essere smentiti, sul perché tanti familiari sono impegnati nella testimonianza che vi assicuro per loro è estremamente dolorosa. Lo è stato per me scrivere questo libro doloroso, perché è come se ognuno di noi ha passato del tempo toccando con mano il loro dolore per poterlo scrivere, eppure hanno testimoniato, ogni volta la ferita si riapre ma credono in questa cosa perché loro hanno questa credibilità, sono ascoltati da ragazzi come voi.

Allora anche i ragazzi che ci sono qua, quando tornate a scuola, chiedete, pretendete dai vostri insegnanti che vi parlino vi raccontino o facciano nelle scuole iniziative per la legalità, pretendetele informatevi, Internet è uno strumento straordinario che ormai fa parte di noi, cercate di capire che cosa leggere cosa ascoltare in chi credere, stimolate il cervello non prendete tutto per buono questo è già un compito. Poi chi vuole ci sono le associazioni con cui impegnarsi, rinforzate la vostra etica perché nel momento in cui fate delle scelte di vita, il tipo di studi da fare, i lavori da fare a quali condizioni, ecco rifiutate la raccomandazione".

La serata si conclude con un intervento del prof. Franco Ferrara che facendo riferimento a quella cultura pacifista che da Gandhi a Mandela ha cambiato il mondo, auspica la rimozione del termine "lotta". Il prof. Franco Ferrara dice: "Il termine lotta evoca, in quanto a conseguenze tragiche, momenti bui dal punto di vista storico. La non violenza di Gandhi e Mandela la ritroviamo nella nascita dei movimenti antimafia come  "Libera", "Ammazzateci Tutti" che usano quella non violenza che non fa più ricorso alla violenza necessaria. Ci vogliamo lasciare con questo messaggio, quando Giovanni Falcone dice: "Questo paese per essere dalla parte della legalità dovrebbe avere un morto ammazzato eccellente all'anno",  da questa frase noi dobbiamo liberarci. Non dobbiamo avere un morto ammazzato per avere quella coscienza civile collettiva che ci cambia, questo è quello che serve, quando avremo questa coscienza civile che è il cambiamento ,si incomincia ad intravedere l'alba".

 

Carlo Antonio Resta

24 novembre 2009

  • Scuola di Politica

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