Gruppo Teatrale “Chide de la Chiesette…”
Solidarietà, condivisione, allegria e naturalezza, questi i punti di forza, di coesione di un gruppo teatrale, quello del Centro Ricreativo Culturale della Parrocchia Immacolata, da dieci anni "in scena" per aiutare chi è nel bisogno, senza grandi clamori ma con pervicace, instancabile buona volontà. Il tessuto parrocchiale è il volano di questo progetto, Nuccia De [...]
Solidarietà, condivisione, allegria e naturalezza, questi i punti di forza, di coesione di un gruppo teatrale, quello del Centro Ricreativo Culturale della Parrocchia Immacolata, da dieci anni "in scena" per aiutare chi è nel bisogno, senza grandi clamori ma con pervicace, instancabile buona volontà. Il tessuto parrocchiale è il volano di questo progetto, Nuccia De Bellis ne è stata "respiro vitale" ed oggi vis spirituale, ogni attore tassello, pigmento di luce di un disegno divino, non sempre percepito per intero ma in costante perfezionamento.
Nella ricorrenza del decennale, in dissolvenza l'eco di esilaranti "scoponi", Rocco Fasano, voce narrante e custode di ricordi indimenticabili della storia anche teatrale di Gioia, in una piacevolissima conversazione presso il teatro della Parrocchia dell'Immacolata, dopo aver vinto la sua battaglia con i microfoni, ha ricordato altri giovani che nel '38 con Edmondo Prisco andarono in scena "giù alle Croci" con "Lo schiavo di Tunisi", spettacolo dedicato alla vita di San Vincenzo, farsa popolare e dialoghi ad impronta proposti da ragazzi dell'Immacolata che ancora non sapevano di dover prender le armi. Ed ancora la filodrammatica dei maestri, di cui Rocco farà parte, con recitazioni a soggetto e spettacoli pensati per "una compagine più esigente", la Passio Christi nell'Arco Nardulli con Nuccia in rigoroso dialetto, dedicata a coloro che non sapevano leggere e scrivere. Quindi una disamina sul "doppio", foriero di comicità e su una geniale ed ardita intuizione: tradurre il dialetto napoletano in dialetto gioiese, "triplo salto mortale, ma scelta vincente, alla gente piace."
Rocco Fasano, a fine serata, prima di ricevere l'abbraccio ed i saluti del parroco Don Carlo Lattarulo e di Giuseppe Moretti ed una meritatissima targa di benemerenza, esorta con enfasi il gruppo a proporsi ad un pubblico diverso ed entrare nel Rossini senza timore, ipotesi avallata da Piero Longo, garante di assenso istituzionale, mentre Vito Mastrovito ricorda la costruzione del palco negli anni '60 e il primo contributo solidale alle famiglie di operai della Termosud "messi in libertà", antesignana formula di cassa integrazione a costo zero.
Ripercorrendo i dieci anni attraverso la mostra fotografica ed attingendo ai ricordi di una "infiltrata" in parrocchia, Grazia Montenegro, emerge lo spaccato di una rara ed intensa coesione d'intenti. I ruoli sono numerosi e non solo in scena, ognuno dà il meglio di sé come meglio può: ricerca sponsor, crea scenografie, costumi, recupera arredi degli anni '50, prepara buffet e ovviamente partecipa con assiduità alle prove.
"Ci incontriamo una volta alla settimana per circa un'ora, un'ora e mezza, a ridosso delle esibizioni anche per tre volte – ci confida Grazia – in teatro d'estate si sta bene ma che freddo in inverno! Perfezioniamo di volta in volta battute, entrate, non siamo mai "uguali" a noi stessi e anche nei momenti conviviali ci confrontiamo e scambiamo suggerimenti per migliorarci. Sono sin dagli esordi nel Gruppo, pur non essendo parrocchiana, grazie a Nuccia De Bellis."
Ricordi della splendida e carismatica, Nuccia, da brivido: "Aveva sostituito la maestra Procino nella Mazzini ed io invidiavo i suoi alunni… passavo davanti alla sua aula e sentivo un allegro vocio, canti… una vera sfida al religioso silenzio nelle classi e nei corridoi. I suoi bambini partecipavano a giochi e gare di squadra. "Chi sa, chi lo sa" lo aveva proposto lei a scuola, in premio libri e materiale scolastico. Da adulta l'ho ritrovata nel CSEP, quanta vitalità, voglia di fare, di esserci… catalizzava tutti nelle sue imprese! Aveva il dono di metter tutti d'accordo, di stemperare le tensioni ed incoraggiare anche i più timorosi, ci dava fiducia, consapevole che la naturalezza conferita dal dialetto, non necessariamente canonico, ma personalizzato in base alle singole esperienze, ci avrebbe aiutato. Nell'allora cinema Rossini organizzammo più di una rappresentazione ed anche nel Castello. Una delle sue più belle esibizioni, indimenticabile per intensità e bravura, fu Filumena Marturano nel corso di una delle prime edizioni di Telethon nell'atrio della BNL. Il ricordo più caro è la preghiera con Nuccia: prima di andare in scena ci tenevamo per mano e pregavamo. Lo facciamo ancora oggi attingendo una forza, una fiducia inesprimibili".
Tratto da "la Piazza" febbraio 2009
10 aprile 2009











