Giu 29 2008

La laicità: la parola e la cosa

 Poiché c'è una grande confusione sulla laicità, termine passato attraverso molte battaglie e usato ormai in diversi significati, occorre prima fissare un significato della laicità, e poi vedere che cosa con essa si può fare. La laicità è un termine dialettico, che si oppone a qualche altra cosa. Secondo il Concilio Vaticano II i laici sarebbero i non-preti e i non-religiosi (nel senso di monaci, suore e frati). Altri contrappongono laico a credente, o l'essere laici all'essere membri di una Chiesa. Ma queste distinzioni non reggono alla critica della realtà. Proprio a partire dal Concilio si può giungere però a una identificazione ben più persuasiva del laico, per la quale l'opposizione non è tra laico e credente, tra laico e divino, tra laico e monaco, tra laico ed ecclesiale: l'opposizione è tra laico e sacro, dove il laico è ciò che è umano, storico, comune, e come tale abitato da Dio che si è fatto uomo unendo a sé il mondo profano, mentre il sacro è ciò che è tolto dal mondo, separato, indisponibile, sottratto alla condizione e all'uso comune, attingibile solo ai mediatori sacri; questo sacro è in sostanza l'apartheid e la prigione di Dio. Dio e sacro non sono infatti sinonimi, storicamente il sacro è una costruzione umana per il controllo di Dio. In questa più matura percezione della laicità, essa non consiste nel licenziare Dio per far posto al mondo, come ha inteso fare la modernità, ma consiste nel prendersi cura del mondo proprio sulla spinta e sull'esempio di Dio, e seguendo le sue preferenze che sono i servi, i poveri, i bambini, le donne, gli stranieri e tutti quelli che sono considerati "minori". Che cosa si può fare con questa laicità? Lasciando da parte ciò che con essa si può fare nella Chiesa, si può dire che nella società temporale ci si può ad esempio fare politica. Cioè organizzare per il meglio la vita associata degli essere umani sulla terra. E anche i cristiani la possono (la debbono) fare. La possono fare sotto altri nomi, o anche in nome proprio, nominandosi come cristiani? In genere si pensa che ad evitare ogni rischio di confessionalismo, è meglio che lo facciano sotto altri nomi. Ma, come si è visto, per il confessionalismo non è questione di nomi. Gli atei zelanti possono essere più confessionali dei cardinali. Nell'attuale deserto, quando tutte le idee, le ideologie e i partiti vengono considerati importuni e vengono estromessi dal linguaggio e dal modo di fare "politicamente corretto", tornare a far politica potrebbe voler dire per molti cristiani farlo proprio appellandosi a motivazioni cristiane. Quando le altre fanno cilecca (per i rom, per gli immigrati, per gli sbarcati, per gli espulsi, per la pace, per l'internazionalismo, per la giustizia, per il lavoro, per un'alternativa al profitto, al dominio, al saccheggio delle risorse), forse le motivazioni cristiane potrebbero ancora funzionare, e magari far ingranare una marcia in più. Ciò naturalmente non potrebbe riguardare i cattolici tutti insieme, perché essi la pensano anche su queste cose in modo diverso e sono dislocati nell'uno e nell'altro schieramento, mentre la stagione della loro unità politica è finita da un pezzo. Ciò che invece si può dare è che una parte dei cristiani prenda partito in politica con una soggettività propria, mettendo in gioco in una dichiarata visione politica di sinistra motivazioni e ispirazioni cristiane. Non è una cosa nuova: si tratta di una tradizione che sotto diversi nomi ha attraversato varie fasi della recente storia italiana, offrendo apporti di decisiva importanza per la vita e il progresso del Paese, dalle posizioni antiprotestatarie dell'ultima Opera dei Congressi e dell' "Avvenire d'Italia" di Rocco D'Adria, alla battaglia anticlericomoderata, proporzionalista e antifascista di Sturzo, ai partigiani cristiani, al lavoro costituente di Dossetti, Moro, Fanfani, Lazzati e La Pira, alla Sinistra Cristiana di Ossicini e Rodano, alla sinistra democristiana di Mattei, Vanoni, Pistelli e Granelli, alla Sinistra Indipendente eletta nelle liste del PCI, all'insegnamento degli ultimi 55 giorni e al martirio di Aldo Moro. La ripresa di questa tradizione con la formazione, a diversi livelli, di veri e propri gruppi di sinistra cristiana, potrebbe aprire nuove prospettive alla democrazia italiana. Essa non comporterebbe alcun rischio di integralismo: in quanto opzione politica chiaramente di parte in nessun modo pretenderebbe di avere un ruolo di rappresentanza del mondo cattolico, né di coinvolgere la responsabilità della Chiesa; il Concilio riconosce una legittima molteplicità e diversità di opinioni su come la società debba essere ordinata, come per tutti i cittadini, così per quelli cattolici, che "anche in gruppo, difendono in modo onesto il loro punto di vista", fermo restando che "altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso". Né d'altronde l'ispirazione cristiana (e più ancora, evangelica) sarebbe discriminante per alcuno, perché chiunque altro potrebbe unirsi all'impresa giungendo, per altri percorsi, pur lontani dalla fede, alle medesime proposte politiche; e mai potrebbe immaginarsi per una Sinistra cristiana né una pretesa vocazione maggioritaria né qualsiasi tentazione di correre da sola. Al contrario il pluralismo, l'apprezzamento delle differenze, la ricerca delle alleanze e la mediazione per il bene comune, sarebbero nel suo stesso codice genetico. In ogni caso il suo primo compito sarebbe quello di ricominciare con una formazione dei giovani alla politica, con una elaborazione di pensiero politico, con lo studio e l'invenzione di soluzioni anche legislative per i problemi emergenti; solo sulla base di questa ripresa intellettuale e ideale della politica, si potrebbero intraprendere poi azioni adeguate, ispirate a quella laicità che è assumersi la responsabilità del mondo.Raniero La Valle

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