I paròle de tatarànne – Le considerazioni di Enzo Tangorre
A Natale è consuetudine sovente, scambiarsi doni, sospinti dalla civetteria della stampa patinata e dall'ammiccamento dei media in genere. E' un'opinione diffusa, un'esigenza indotta che, se non esaudita a pieno, porta all'angoscia. Grottescamente diventa più una ricerca della propria autostima che un'effettiva esternazione dei propri sentimenti, avventurandosi in [...]
A Natale è consuetudine sovente, scambiarsi doni, sospinti dalla civetteria della stampa patinata e dall'ammiccamento dei media in genere. E' un'opinione diffusa, un'esigenza indotta che, se non esaudita a pieno, porta all'angoscia. Grottescamente diventa più una ricerca della propria autostima che un'effettiva esternazione dei propri sentimenti, avventurandosi in circuiti pericolosi mai esplorati in precedenza, attraversando le vaste praterie della tecnologia piuttosto che seguendo i percorsi del trash.
In pochi sanno cogliere la semplicità della festa e quella dei doni che, per natura devono essere votati ai sentimenti, ai pensieri, alle sensazioni più intime e profonde. E' in questo contesto che ho ricevuto il libro di Pino Romano ‘I paròle de tatarànne' del quale si è già parlato, nella relativa sezione, in precedenza.
Estremamente critico verso tutto quello che costituisce retorica e falsa cultura, in un primo momento, ho pensato fosse l'ennesima parodia di sè stessi, pensando ad un tentativo di seminare cultura, nel convincimento che ‘non trattasi di dialetto ma di lingua'. Il titolo non mi catturava. In effetti la parola ‘tatarànne' a me non adusa, era pertanto desueta, beninteso il significato.
Giro la copertina e dopo una pagina bianca leggo i ringraziamenti. Un sorriso sarcastico ed amaro affiora sulle mie labbra e cinicamente mi accorgo che la sensibilità dimostrata nei confronti del recupero e valorizzazione della cultura dalle istituzioni pubbliche e private elencate, non sia stata altrettanto preventiva e tempestiva ad evitare l'emorragia di ‘menti' e quindi di ‘cultura di giovani gioiesi' che nel tempo si sono affermati altrove.
Tuttavia la fiducia e la curiosità che mi appartengono ma che non portano sempre a ‘sicuri lidi', mi inducono a proseguire e leggo la presentazione. Mi impressionano Il ‘DNA fonetico' e ‘l'identità gioiese', l'evoluzione fisiologica del dialetto e quindi l'esigenza di un recupero scritto, seppur sempre parziale. Leggo la prefazione ma la dichiarazione di nostalgia per il bel tempo andato non mi convince. Semmai trattasi di altri tempi, altri mondi, con apparenti punti di contatto con i nostri, con i quali interagiscono. La retorica riaffiora, penso. Leggo velocemente le disquisizioni tecnico-lessicali che non mi interessano e osservo che la valutazione fatta sul linguaggio giovanile trovano la mia adesione.
Il libro comincia evidentemente ad interessarmi. Leggo la nota:avvincente con un'unica differenza: io i ricordi li ho a colori non in b/n. Apro a caso una pagina:è la 59 e si parla di pantofole e leggo quella parola in gioiese. Non la ricordavo più ma appena l'ho letta, è riapparso un mondo a colori: mio padre, la mia infanzia vissuta nel quartiere popolare di S.Angelo in un contesto di gente semplice ma molto convenzionale (che aveva ‘politica'), quasi avesse pudore di esternare i propri sentimenti.
L'eco fonetico mi ha raggiunto e allora apro un'altra pagina: è la 67. Leggo'cussòlte':Non la pronunciavo da tempo questa parola. Riaffiorano altri ricordi, legati al passato, naturalmente, alle finestre aperte dalle quali fuoriuscivano, trasmesse dalla radio, le note di ‘Io che non vivo' di Donaggio, ‘Tu sei quello ‘ della Berti, ‘Il mondo' di Jimmy Fontana.
C'è pertanto un legame intrinseco tra le parole riportate nel libro e i contesti in cui sono state pronunciate, che materializza seppur virtualmente persone care semmai lontane. E allora vado alla ricerca di altre parole ed il risultato è sempre lo stesso:partite di pallone, di basket, amici taluni andati ed altri ritrovati, dolori, ansie, tutti trovano il proprio posto nel mosaico dei ricordi.
Io credo che il cuore abbia guidato Pino Romano (che non ho il piacere di conoscere) conscio dell'obiettivo che voleva raggiungere, ampiamente centrato. L'apparente trivialità delle parole, svela il più recondito dettaglio, divenendo a volte metafora, sussurrata, aerea. Tornano vive cose sopite.
Io che per vocazione, della fredda tecnologia sono uno strenuo difensore, tanto da usarla e diffonderla nell'ambito della mia vita professionale, mi sono soffermato volentieri a fare retrospettiva ‘ col cuore in mano' come dicono qui a Milano.
A presto
Enzo Tangorre.
P.S. Un grazie a Nino, mio fratello, che pur avendo gli stessi interessi informatico – professionali, non mi ha regalato a Natale un i-pod ma il libro di Pino Romano.
P.P.S. e se l'i-pod me lo regalassi al mio compleanno ?…..:)
25 febbraio 2008












Carissimo Enzo, ho appena letto la tua lettera con molto piacere ed interesse, soprattutto per quanto riguarda la parte relativa alle tue emozioni e ai tuoi sentimenti, suscitati dal libro in questione. Devo dire il vero: questo libro lo ha comprato mia sorella ed, insieme ai miei figli, abbiamo trascorso due bei pomeriggi, ridendo e sorridendo, per tutte le parole desuete ed inconsuete che vi abbiamo trovato. Con un pizzico di curiosità ci siamo immersi nella lettura dei detti popolari e vi abbiamo trovato quella sana verità che va oltre le ipocrisie e che si trova solo nella genuinità delle persone semplici. Il dialetto ha senso, così come tutte le altre cose, se porta ad un arricchimento della persona, altrimenti è retorica e basta. Un caro saluto, Carmela. P.P.S. Sono certa che per il tuo compleanno tuo fratello Sebastiano saprà cosa regalarti….. non l' i-pod!!!!!……:-)