Il bluff della svolta
La "crisi italiana", un impasto di declino economico, degrado civile, disgregazione sociale, implosione istituzionale, default della giustizia civile e penale, cui si somma, essendone causa ed effetto allo stesso tempo, il fallimento del sistema politico. Aprire una nuova stagione politica, che chiuda definitivamente le ferite aperte del passato, archivi la mediocrità del presente e affronti [...]
La "crisi italiana", un impasto di declino economico, degrado civile, disgregazione sociale, implosione istituzionale, default della giustizia civile e penale, cui si somma, essendone causa ed effetto allo stesso tempo, il fallimento del sistema politico. Aprire una nuova stagione politica, che chiuda definitivamente le ferite aperte del passato, archivi la mediocrità del presente e affronti con coraggio il futuro sembrano essere i buoni propositi delle neonate organizzazioni politiche PD e PDL.
Chi nel 1994 aveva dato vita alla Seconda Repubblica, (che fin dalla sua nascita aveva fatto rimpiangere la Prima), sfruttando furbescamente il clima di anti-politica che si era creato intorno a Tangentopoli (Berlusconi), o lucrando sulla scomparsa per mano giudiziaria degli avversari di allora (i comunisti e la sinistra Dc), ora ne decreta la morte.
Seppure con colpevole ritardo, siamo arrivati alla svolta. Sono contento ma, al contempo preoccupato, sia per le modalità con cui si sta realizzando la "svolta", sia per chi ne sono i protagonisti, sia infine per le indicazioni che emergono intorno all'unica questione fin qui affrontata, la nuova legge elettorale. Infatti, la transizione si è aperta all'insegna della convergenza - per ora con evidenti accenti consociativi - tra l'appena partorito Partito Democratico di Walter Veltroni e il concepito ma non ancora nato Popolo della libertà di Silvio Berlusconi. Questi, vogliono discutere di nuove modalità di espressione del voto, in modo disgiunto dalle grandi questioni istituzionali senza confrontarsi, prioritariamente, sui temi del declino e del degrado in atto in Italia e delle impostazioni programmatiche necessarie a risollevare il suo destino.
Sembra, insomma, che si vuol "voltar pagina" senza che si abbia ben chiaro in mente cosa scrivere su quella nuova.
Se poi si analizza la modalità con cui si congeda la lunga stagione politica del "bipolarismo all'italiana", si nota una certa anomalia: la partita, infatti, si chiude non perché qualcuno abbia vinto, ma per mano di chi ha perso. E a perdere, sono stati sia Berlusconi sia il centro-sinistra, anzi il "sinistra-centro" che hanno dato vita ad un sistema politico che "legittimava" entrambi agli occhi dell'elettorato in quanto, reciprocamente nemici senza esclusione di colpi. Facendo così, per anni della vita politica, una campagna elettorale permanente, tutta giocata sulla denigrazione, sull'uso improprio dei poteri (magistratura, media, ecc.), sul sondaggismo come malattia senile del populismo. Il punto più basso l'hanno toccato subito dopo le elezioni del 2006, quando la sinistra non ha voluto prendere atto del "pareggio", imbarcando se stessa e il Paese, in un'avventura disastrosa come quella del governo Prodi, e Berlusconi capace di denunciare brogli elettorali – che davano un colpo mortale alla credibilità della politica e delle istituzioni – e nello stesso tempo di chiedere un governo di "larghe intese". Da quel momento, fino al fallito tentativo di "spallata", nulla da parte della sinistra e di Berlusconi ha contribuito non dico a dichiarare fallita la Seconda Repubblica, ma neppure ad analizzarne i motivi di un evidente affanno. Nulla. Non il dibattito intorno alla nascita del Partito Democratico, tutto per linee interne, tutto racchiuso nelle logiche di potere delle classi dirigenti dei due partiti in via di fusione. Né, tantomeno, si è aperta una discussione nel centro-destra, come avrebbe richiesto il risultato delle elezioni, la cui sconfitta è figlia di un'esperienza di governo non premiata dagli elettori che, nel 2001, avevano permesso di ottenere la più larga maggioranza parlamentare mai registrata nella storia della Repubblica.
E mentre sul terreno della politica – quella che Berlusconi, con un insopportabile disprezzo per le faticose regole e prassi della democrazia, chiama "teatrino" – non si è visto uno straccio di analisi autocritica, non certo di meglio si è visto circa lo stato di salute del Paese. Il declino e il degrado italiani non sono mai stati non dico studiati, ma neppure accettati come punti di partenza condivisi per indicare al Paese il cammino da percorrere. E, dunque, ancor di più, il vuoto c'è stato e c'è sul terreno programmatico.
E che convergenza può essere, se non di potere, quella che si manifesta all'improvviso, senza che ci sia neppure l'ombra di un "progetto paese" intorno al quale chiamare le forze migliori della società, della cultura, dell'imprenditoria e del lavoro?
Insomma, mentre in tutte le vere democrazie chi fallisce lascia e va a casa, in Italia assistiamo allo stupefacente ribaltamento di questa regola, per cui chi fallisce non solo raddoppia, ma chiude una stagione senza pagare alcun prezzo politico e pretende di aprirne un'altra assumendosene il merito.
Con queste premesse, è possibile dar credito al valore positivo della "svolta"?
Credo proprio di no. Ciò che si sta profilando è semplicemente un banale passaggio ad un "bipartitismo coatto", cioè a un assetto politico che lascia spazio solo ai due soggetti che erano già i maggiori protagonisti – e dunque maggiori responsabili – del non meno coatto bipolarismo attuale. Un sistema, quello cui si vorrebbe dar vita, che nasce dall'incontro consociativo di due "partiti non partiti", entrambi figli della cultura populista dei gazebo che è la versione all'amatriciana delle primarie americane. Uno, quello padronale inventato da Berlusconi che nasce sotto il segno della "democrazia plebiscitaria" senza alcun coinvolgimento della classe dirigente di Forza Italia e appare totalmente sprovvisto di cultura e storia politica tanto da immaginare di far cadere un governo raccogliendo le firme dei cittadini come se si trattasse di un referendum. L'altro, il PD, "cesarista" , visto che ha eletto senza alcuna regola codificata il suo leader prima ancora di avere gli iscritti, ed è nato ripudiando la storia da cui è venuto e le radici su cui è germogliato senza dotarsi né di un retroterra culturale né di un impianto programmatico condivisi.
Queste due "macchine elettorali" hanno in comune l'interesse ad imporre una legge elettorale e uno schema istituzionale funzionali all'affermazione del loro ruolo. Dunque, altro che proporzionale, altro che sistema tedesco: Veltroni e Berlusconi condividono l'idea di un "maggioritario assolutistico" che assegni il premio al partito con più voti e non più alla coalizione.
Altro che sistema parlamentare "corretto" qui si finisce per andare verso un "presidenzialismo autocratico", cioè senza quei contrappesi che sono tipici dei sistemi dichiaratamente "forti", i quali si basano su istituzioni forti guidate da statisti, non su uomini forti (leader populisti) che guidano istituzioni deboli.
Ma qual è, dov'è l'alternativa a questo asse Veltroni-Berlusconi?
Il tema vero è individuare i passi che sono necessari per dar vita ad una Terza Repubblica che non sia mero maquillage. E' il caso di salvaguardare lo spazio dei grandi filoni di pensiero e di esperienza politica - quello cattolico-popolare, quello laico-liberaldemocratico, quello socialista e quello dell'identità nazionale – che predominano in Europa e che in Italia sono stati emarginati a favore dei "partiti personali" o del "fideismo leaderistico".
Occorre consentire a tutte quelle forze politiche che non esauriscono nel marketing elettorale lo scopo della loro esistenza di trovare i punti di convergenza che consentano loro di tornare a prospettare progetti per il futuro di un Paese che da troppo tempo ha perso la fiducia.
Non bisogna avere timore del processo di trasformazione in atto, la Seconda Repubblica è morta per sempre. Ma non si può neppure subire il cambiamento imposto da chi è ossessionato dall'idea di voler "fare da solo".
C'è bisogno di grande lungimiranza e di una massiccia dose di impegno, da parte delle forze politiche fuori dall'asse PD-PDL per promuovere una legge elettorale che semplifichi ma non azzeri le distinzioni politiche, in quanto premessa indispensabile – anche se non sufficiente – per dar vita ad un sistema politico che produca governabilità e assicuri il ricambio della classe dirigente.
20 dicembre 2007











