Gli Invisibili

I poveri sono immobili, li troviamo davanti ai supermercati a qualsiasi temperatura. Un padre o una madre con figlio/a in braccio; ragazze di tutte le nazionalità vicino al fioraio del Cimitero o sul sagrato delle Chiese; ai semafori o ai rondò ragazzi immigrati. Ma se queste sono le "povertà estreme", io penso che sia meglio [...]

Beato Angelico: San Lorenzo che distribuisce cibo ai poveriI poveri sono immobili, li troviamo davanti ai supermercati a qualsiasi temperatura. Un padre o una madre con figlio/a in braccio; ragazze di tutte le nazionalità vicino al fioraio del Cimitero o sul sagrato delle Chiese; ai semafori o ai rondò ragazzi immigrati. Ma se queste sono le "povertà estreme", io penso che sia meglio indicarle come "gli invisibili",  ci sono ma non li vediamo

 e se li vediamo il gesto che possiamo compiere è quello o dell'indifferenza o della compassione di qualche spicciolo. Il resto non importa.

Eppure sono i poveri a stabilire se una città è sostenibile. La città è sostenibile  perché è anche inclusiva, cioè integra e non esclude. La città nasce come luogo di relazioni e di processi di inclusione ed ha come obiettivo quello di favorire la vivibilità per tutti coloro che la abitano e la vivono. Anche di chi è invisibile o come li ha definiti la Caritas  "vite spezzate"  e "vuoti a perdere" (2003).

Una domanda è d'obbligo. Nel tempo della globalizzazione avanzata che cosa è diventata la  città? Città di consumi? Città di affari? Città deserta produttrice di solitudini globali? Città che esclude gruppi, persone, generazioni? Città precaria senza futuro? Città dello spaesamento dove domina incontrastato l'anonimato? Città in preda ai problemi dell'inquinamento e del traffico? Città dominata dalla  criminalità? Città preclusa ai bambini? Città deserta? Città infinita? Città dormitorio?  Ha senso oggi chiedersi : la città è ancora compatibile con la dimensione umana?

Se questa soglia di compatibilità dovesse arrivare ad un punto di rottura l'alternativa è chiara: o fermare il processo di deterioramento o affidarsi ad una selezione naturale che crudelmente farà sopravvivere i forti e abbandonerà al loro destino tutti coloro che vivono ai margini. Per fermare il degrado e l'esclusione si impone il ripensamento della città come luogo dell'inclusione per essere città vivibile per tutti.

Ma quali sono i processi che favoriscono  inclusione sociale, che ridanno speranza alle "vite spezzate", agli "abbandonati" , ai " vuoti a perdere" e quindi restituire loro una dimensione di vivibilità e di dignità riconosciuta e accettata? In primo luogo è necessario liberarsi dal pregiudizio della domanda: "chi sono i poveri"? Per porsi l'altra domanda : "perché sono poveri"? Quindi viene chiamata in causa la conoscenza dei "poveri".

Attraverso , infatti, la "conoscenza dei fenomeni di esclusione" è  possibile individuare come una  città  come la nostra,  "offre"  in termini di servizi, per ridurre/annullare l'esclusione sociale  dei portatori di handicap,  di persone con problemi mentali,di ex carcerati, di donne escluse dal mercato del lavoro, ex tossicodipendenti, di ragazzi ai semafori, di anziani soli. L'individuazione di queste persone e attraverso l'analisi dei fattori che fanno permanere l'esclusione, è possibile costruire approcci e interventi integrati per ridurre o eliminare il  malessere. Si tratta di un "metodo"   che permette  di effettuare le letture delle dimensioni che provocano il degrado sia delle persone che degli ambiti di vita (quartieri, ambiti educativi, situazioni abitative, problemi di sopravvivenza).

E' un lavoro  da fare sul campo per osservare a che punto è giunto il degrado del legame sociale, che sta alle radici del malessere complesso che colpisce interamente la città. Lo dovrebbero fare anche i progettisti  del nuovo Piano Regolatore e non scrivere questo soltanto sulla scorta dei dati delle Agenzie Ufficiali  (ISTAT). Sarebbe interessante sapere se nel contratto di affido dell'incarico è riportata la richiesta di questa metodologia. Ma soprattutto è il percorso che doveva compiere  l'Amministrazione Comunale per partecipare  al "Programma integrato di riqualificazione delle Periferie" (PIRP) in scaduto il 3 marzo.

Le  dinamiche di inclusione per esclusi e inclusi compiute dalle ricerche effettuate per il Piano Sociale di Zona, hanno rivelato che non si tratta soltanto  di mezzi economici ma anche  della richiesta di elementari processi di democrazia e di costruzione della cittadinanza attiva, ai quali è affidato  la ricostruzione della città presente e l'invenzione di quella  futura attraverso lo sviluppo di legami sociali. Quando nei Vangeli il Cristo riceve le tentazioni del Potere diabolico, alla richiesta di compiere il miracolo della trasformazione delle pietre in pane, la risposta è : "non di solo pane vivrà l'uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". Allora l'inclusione si compie quando la persona esclusa libera dal bisogno partecipa a pieno titolo alla vita comune.

Nella pratica di inclusione,  il  territorio  viene assunto come ambito che richiede una strategia di governo locale competente, cioè capace di mettere tra le proprie priorità  la conoscenza in profondità delle cause dell'esclusione sociale. Si può dire che è un governo capace di  creare territori inclusivi quando si differenzia dai credi neo-liberisti e dai conservatorismi del "buon cuore" e dalla  impostazione di " aiutare chi è rimasto indietro" (S. Berlusconi).

Una tale strategia presuppone  scelte che partono dai  luoghi di più densa sofferenza con interventi  progettuali sperimentali realizzati e verificati .  Possiamo pertanto affermare con determinazione che deve essere  all'ordine del giorno delle nostre agende l'individuazione, per  una città inclusiva, di amministratori locali, dirigenti, operatori e attori sociali capaci di offrire un quadro di razionalità strutturata alla molteplicità degli interventi puntuali richiesti, senza necessariamente fare ricorso ai "buoni sentimenti" o alla facile "compassione".  

Mi sono  chiesto più volte chi ha il potere di includere, gli inclusi o gli esclusi? Chi ha il potere di liberare le persone colpite dall'esclusione senza creare dipendenza?  Viene sostenuto da più parti che nella  storia recente abbiamo registrato il processo  di autonomia delle donne nella società globale. Questo  percorso potrebbe essere un utile punto di riferimento anche per l'inclusione di persone con handicap psichico e fisico, persone immigrate, ex tossicodipendenti, ex carcerati.

Resta la domanda principale : possono le persone escluse diventare protagoniste creative di città inclusive? La risposta è attesa per quanto riguarda il territorio della nostra città da oltre un decennio. Che fare  allora perché la città ritrovi la sua originaria – e non del tutto perduta – della vocazione all'inclusione? Rimettere cioè al centro, il sociale e la persona, sottraendola al suo ripiegarsi nello spazio domestico e nella mortale solitudine della globalizzazione. La città che include, allora,  diventerà luogo di incontro tra inclusi ed esclusi e soprattutto produttrice di senso per essere il fondamento del diritto di cittadinanza. Per questo ripropongo di rivedere i nostri paradigmi culturali ancora troppo ispirati  a logiche assistenziali – emergenziali, con risposte episodiche che non producono cittadinanza, ma confermano sudditanza e dipendenza.  

La programmazione recente dei sistemi locali di welfare  con il Piano Sociale di Zona  può rispondere con più sollecitudine alle molteplicità delle domande di inclusione sociale ma siamo all'inizio di una storia.

La  strategia  richiede un forte cambiamento della coscienza personale e collettiva e della politica con l'attivazione di  luoghi critici di riflessione in seno alla società civile, con più spazio all'ascolto verso chi per sua natura non è mai ascoltato. Tocca poi agli attori che agiscono sul territorio , soprattutto sociali, di proseguire sulla strada per modificare il "sistema".  Produrre  senso di vita e diritto di cittadinanza per gli esclusi e non meri corollari retorici comporta un esercizio poco conosciuto dalle nostre parti.

 

22 marzo 2007

  • Scuola di Politica

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